mcc43, Edipo e Jawdar (contro il mammismo).

un filo segreto, secondo me, congiunge questo post di mcc43 al mio 141-zii-sullorlo-di-una-crisi-di-nervi

dovesse essere necessario chiarire meglio perché, sono sempre pronto a rispondere nei commenti.

* * *

Con Freud il mito di Edipo è entrato nel pensiero occidentale moderno, sia come teoria esplicativa e universale, sia come pratica della psicoanalisi individuale.

Il complesso di Edipo è diventato, secondo la concezione freudiana, uno dei capisaldi della comprensione della personalità nevrotica, ed è altresì un’espressione famigliare al vasto pubblico, sebbene in modo approssimativo e talvolta caricaturale.

Tanto famoso Edipo, tanto ignoto Jawhar per noi, nonché oggetto di scarsa attenzione nella cultura araba alla quale appartiene.

Ora riassumo le due vicende, una mitica, l’altra favolistica, per porle a confronto.

Vi sono similitudini nel nucleo del loro dramma, ma una radicale divergenza nell’atmosfera emotiva.

* * *

Edipo è colui che si rende cieco scoprendo la verità.

Alla nascita di Edipo, dovrà essere ucciso, per evitare che si realizzi la profezia che avrebbe ucciso il padre Laio, re di Tebe; ma il servo incaricato trasgredisce e consegna il piccolo al re di Corinto, che lo crescerà come un figlio.

A Edipo, cresciuto, la profetessa di Apollo rivela che ucciderà il padre; per sfuggire al destino fugge da Corinto, ma durante il viaggio in un diverbio casuale, uccide proprio il suo vero padre Laio, ovviamente senza sapere chi è.

Edipo raggiunge Tebe e ne diventa re, sposando Giocasta, la regina vedova, ancora senza sapere che è sua madre.

In città scoppia una pestilenza e l’indovino Tiresia svela che la sua causa sono i crimini di Edipo: la Madre ed Edipo sono travolti dalla rivelazione, lei si uccide e lui si acceca.

La forza che muove i personaggi qui è il Fato, che essi fraintendono o ignorano o cercano di ingannare.

Oserei dire, con cautela certo, che è una dinamica masochistica, fondata sul “non voglio” di Laio prima e di Edipo poi, che conduce a un orizzonte di morte o fallimento.

* * *

Jawdar è invece colui che timorosamente persegue la verità.

Nella raccolta delle Mille e una notte , le notti dalla 606 alla 624 sono dedicate alla storia di Jawdar, il pescatore.

Insieme al mago magrebino Abdel al Samad parte alla ricerca del tesoro nascosto negli abissi della Terra.

Giungono, dopo che i poteri del mago e gli incensi bruciati hanno prosciugato un torrente, al luogo nel quale Jawdar dovrà penetrare facendo aprire sette porte.

Con coraggio e freddezza, riesce a superare le prime sei, pur ricevendo un colpo mortale dal quale rinascerà.

“Arrivato alla settima, ordina il mago, dovrai bussare, ti aprirà tua madre e dirà:

Benvenuto figlio mio, vieni a salutarmi.

Ma tu dovrai dire:

Stai lontana da me e togliti i vestiti.

Lei rifiuterà, cercherà di far valere la sua autorità, allora tu dovrai prendere la spada e dire:

Togliti i vestiti o ti ucciderò.

Lei cercherà ancora di opporsi, e ogni volta che si sfilerà un vestito dille;

Devi toglierti tutto.

Solo quando sarà completamente nuda, avrai decifrato i simboli, avrai soppresso le inibizioni e messo la tua personalità al riparo.”

E poi aggiunge:

“Non aver paura, Jawdar, è solo un’ombra senz’anima” .

Arrivato dalla madre Jawdar si comporta come ordinatogli, ma quando è il momento dell’ultimo velo, letteralmente un perizoma, Jawdar resta sconvolto dal pianto della madre,

“Figlio mio, finirai male, figlio mio hai il cuore di pietra, vuoi disonorarmi, questo è illecito (haram).”

Non sopportando la vista di quel dolore cede, e la madre scoppia a ridere gridando:

“Non ce l’hai fatta! Picchiatelo adesso.”

Infatti riceve una scarica di legnate e viene buttato fuori dalla caverna del tesoro.

Tornato dal mago, decidono di attendere ma senza rassegnarsi; il ragazzo si prepara, l’anno dopo ripete lo stesso percorso, lo stesso dialogo, questa volta però conducendo fino in fondo il denudamento.

Rimasta nuda, la donna si trasforma in un’ombra senz’anima e Jawdar ottiene il tesoro.

* * *

Qui non è il Fato a creare la vicenda, ma la volontà di ottenere quel tesoro che è la pienezza di una personalità capace di autodeterminarsi, svincolandosi dal legame privilegiato: l’influenza che dalla madre emana sul bambino e che permane nell’età adulta.

E’ il figlio che deve strappare i veli di potenza, amore ricattatorio, impedimento alla libera crescita con cui l’Immagine della Madre ammanta la madre reale.

“La maturazione psicologica, suggerisce Bouhdidà, è un attentato contro la madre.

La vita è un tesoro che non si acquisisce se non sono distrutte in sé le ombre inanimate; profanare, demistificare l’Immagine della madre dentro di sé è il prezzo per ottenere quella maggiore sicurezza che consente l’autonomia.

Occorre contemplare la madre nella sua nudità, noi diremmo nella sua realtà di donna, per accorgersi che era velata di ombre fantasmi fantasie.

Tratto da La sessualità nell’Islam, di Abdelaziz Bouhdidà.

* * *

Ma la storia non è finita: svelare la madre è un atto che il figlio compie anche nell’interesse di lei.

Nella favola, il figlio era pescatore la madre mendicante, ma l’atto di coraggio che porta al possesso del tesoro rende ricca la vita di entrambi.

Nella realtà, non c’è paragone fra un rapporto intrecciato di impressioni che tengono i fili sotto scacco e un rapporto limpido in cui si è due adulti.

Credo bastino le brevi considerazioni che ho tratto dalla lunga trattazione di Bouhdibà (nel capitolo Nel reame delle madri) per illustrare l’intuizione profonda sui meccanismi psicologici illustrati in questa fiaba, che potrebbe datare dall’anno mille.

* * *

Un gioiello autentico, privo di cupe atmosfere di tragedia, di pressioni fatali, di colpe punite, rimorsi che a nulla portano se non al fallimento.

La storia si dipana qui nell’avventura (il viaggio e il tesoro), con l’aiuto di un sapiente, e come non vederci un “padre” spirituale, le prove anche mortali superate una a una, fino ad andare come a ritroso verso quella suprema della nascita per “togliere” alla madre, perché “tagliare” il cordone ombelicale dà la vita biologica, non quella dello spirito.

Mi è capitato di sentir dire che le donne arabe vogliono/devono uscire dalle Mille e una notte, mi rammarico … che non ci siano mai entrate.

Se questa è la più moderna delle fiabe, ve ne sono altre che ben illustrano il compiacimento femminile dell’inganno, anche quella una componente che occorre riconoscere, anche nell’interesse del maschio, per liberarlo dalla paura del femminile.

* * *

Ma tutto può essere letto alla rovescia: anche la figlia deve denudare madre e padre per potersi autodeterminare; e l’uomo riconoscere una latente doppiezza che gli aliena la fiducia femminile.

Come nella nostra tradizione le favole rivestono spesso una funzione esplicativa, si pensi alla Bella Addormentata, alle matrigne cattive, ai genitori che portano i figli nel bosco della vita e li abbandonano a se stessi, altrettanto fanno le favole della tradizione araba.

Riderne come di un’infantile credulità temo sia indizio di chiusura mentale.

* * *

Da quando sono entrata in contatto con questa produzione favolistica popolare, o chissà: anche più dotta, che è narrazione dentro la narrazione (l’astuta Sherazade rimanda di notte in notte la sua esecuzione narrando una favola che non terminerà se non alla notte successiva al crudele sovrano, fino a conquistargli il cuore e salvare la sua vita) e varia provenienza dai paesi islamici, ho sempre pensato che sia una preziosa lettura per l’occidente dove ogni storia ha inizio, svolgimento, fine.

Fine.

Ma nella vita vissuta niente ha mai fine, ciò che si ottiene non è per sempre, ogni giorno va difeso.

Ciò che è perduto, non scompare dalla mente o dal cuore, e non sempre è precluso poterlo riconquistare.

* * *

E poi chi dice che non sia utile uno scambio fra Edipo e Jawdar?

Un po’ più di spirito dell’avventura nel depresso e collerico Edipo, un po’ più di rispetto per l’ignoto nel baldanzoso Jawdar, perché non è detto che le potenze a guardia delle prime sei porte consentano sempre all’intruso di rinascere.

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5 risposte a “mcc43, Edipo e Jawdar (contro il mammismo).

  1. vorrei rispondere al tuo commento separatamente per le due parti diverse di cui è composto.

    mi prendo del tempo per rileggermi questo Elfakir – nome stranissimo, al limite della parodia, direi, se tu non avessi già visto che fa lo psicanalista in Francia, e dunque esiste davvero.

    e invece rispondo subito alla seconda parte, che trovo avvincente nella sua problematicità e che potrebbe essere l’inizio del post di oggi su questo blog che si sta pigliando qualche momento di respiro rispetto ai suoi ritmi soliti.

    tu parli di crisi dei modelli familiari tipici della cultura araba, che erano fatti di nuclei allargati, di diverse gerarchie di responsabilità maschili e femminili.

    l’emigrazione devasta questi ruoli? solo marginalmente, dato che emigrano soprattutto govani maschi non sposati dal mondo islamico.

    l’emigrazione di uomini sposati mi pare, a occhio, più diffusa in Africa, ma questo anche grazie alla diffusione di modelli di organizzazione biologico-sociale dove il ruolo della famiglia di tipo occidentale è ancora minore e la famiglia alalrgata si confonde quasi col gruppo tribale, tanto che l’assenza fisica del marito neppure si vede quasi, ad esempio sull’Äeducazione dei figli, che è funzione del gruppo, non della vellula biologica dei genitori.

    d’altra parte si registra per opposizione come uno stringersi più forte dei popoli attorno al cuore delle reciproche tradizioni nella paura di perdere l’identità nell’indistinto coacervo culturale che avanza: non tutti lo guardano con simpatia, neppure da noi, figurarsi altrove.

    questo mi sembra tutto molto vero e tale da riportarci a discutere se possa esistere in questo contesto un complesso di Edipo classico, ma quindi anche un super-io classico.

    direi che sono proprio i fatti di questi giorni a dirci il contrario: la facilità alla protesta delle masse arabe non è anche il segno di un super-io più debole?

    la famosa impulsività araba, il porre così facilmente mano al coltello, non è un segno che va nella stessa direzione?

    nella stessa direzione va la straordinaria capacità africana di mentire senza alcun ritegno o vergogna, mentire a volte in modo assolutamente inverosimile senza traccia alcuna di imbarazzo.

    per non essere equivocato subito, voglio precisare che non considero affatto queste caratteristiche qualcosa di negativo o deteriore in sè.

    certo che a leggere la storia di Edipo e quella di Jawdar prima di tutto si resta colpiti dalla estrme LEGGEREZZA con cui Jawdar vive una esperienza che sarebbe quasi insostenibile per un europeo.

    ho sottolineato la parola leggerezza perché è la parola di quella straordinaria lettura del mondo islamico che diede Pasolini nel Fiore delle Mille e una Notte, dove i personaggi agivano sempre come bambini trasognati che seguono i loro impulsi senza trovare ostacoli interiori.

    qui Jawdar vuole il tesoro, deve letteralmente passare sul corpo di sua madre per averlo, lo fa senza senso di doveri superiori, anzi viene esercitato ed incoraggiato a farlo, e la morale della favola potrebbe anche essre, molto banalmente, che per raggiungere i propri scopi non si deve guardare in faccia nessuno.

    molto sconcertante.

    ma con questo sono tornato giusto alla prima parte del tuo commento e ritorno invece alla attualità.

    non so se sia decoloniazzazione quella attuale: la globalizzazione non è a sua volta una forma di colonizzazione?

    e allora dove sta la differenza?

    non sono nemmeno sicuro, e per questo stesso motivo, che chi non si omologa alla globalizzazione si senta inferiore.

    temo che questi siano gli schemi interpretativi classici del neocolonialismo di cui noi non riusciamo a liberarci, senza renderci ancora ben conto che siamo colonizzati ben più di quanto non stiamo colonizzando.

    ho una macchina coreana, un laptop di Taiwan, una macchina fotografica giapponese, ho indosso un maglione di Kashemir: chi colonizza chi?

    direi che la globalizzazione è una colonizzazione condivisa e resa democratica,
    dove non c’è più soltanto una cultura, quella europea, che invade le altre, ma ogni cultura invade le altre, e le piccole e grandi Chinatown crescono dentro le notre città ben più di quanto i modelli di vita occidentali si facciano largo nelel metropoli cinesi: quasi non se ne vede traccia alcuna se ripensi ai miei video sulla Cina su You Tube.

    e raramente ho trovato persone più orgogliose delle loro tradizioni e dei loro modi di vita dei pellegrini dell’India, sempre curiosi ed aperti, questo sì, ma senza senso di sottomissione né attivo nè passivo, e in questo meravigliosi molto più di noi che giriamo il mondo con la nostra spocchia.

    insomma, la rete è la rete e per autodefinizione non ha centro; gli americani hanno ancora il privilegio di averla inventata e metà del loro dominio sul mondo deriva da internet, ma non può durare a lungo, Bangalore è in grado di competere con Silicon Valley e la maggiore industria cinematografica mondiale attualmente più che Holliwood è Bolliwood, con capitale Mumbai.

    ma vallo a dire agli europei che si considerano ancora il centro del mondo, metre stanno lottando per la sopravvivenza.

    hai ragione di essere ottimista: Jawdar sta da tempo dialogando con Edipo, solo che Edipo ancora non lo sa.

    e da questo dialogo non nascerà un Jawdar edipizzato, è molto più probabile che nasca un Edipo che si libera dei sensi di colpa e diventi come Jawdar.

    • Maschi giovani che emigrano, certo è quello il loro “guaio” Forse non mi sono spiegata bene prima? La loro lontananza da casa è esilio dal regno della madre, perché la madre araba ha ancora possesso del cuore e della mente dei figli. Vuoi farti nemico mortale un arabo appena appena credente: digli che insulti la religione di sua madre. Ma poi allontanati di corsa ;)
      Intanto le sorelle degli emigrati, le donne giovani intendo, rimaste a casa, talvolta studiano, molto vedono le tv (uguali alle ns con quelle storie d’amore e languore che non finiscono mai, con ragazze che diventano dive, e le lettrici dei telegiornali) e usano internet. Si verniciano di indipendenza e parità occidentale.
      Comprendi? Non c’è più il mondo in cui “Jawdar” poteva in leggerezza, bellissimo questo, diventare un adulto. Vive qui nel mondo di Edipo, ma non è cresciuto sotto il tallone del senso di colpa, non sa nemmeno che Edipo ha ucciso il padre; il giovane arabo continua a credere nei “padri”. Alcuni purtroppo anche si tratta di ignoranti autoproclamatisi imam o di reclutatori di ogni genere.

      Ora noi stiamo parlando in generale, perché in generale constatiamo gli sfracelli della globalizzazione delle idee e degli stili, ma sono io la prima a giovarmi delle moltissime eccezioni. Se dalle mie conoscenze culturali dovessi escludere tutto ciò che ho ottenuto dagli arabi, specialmente dai magrebini francofoni, come dagli egiziani, il mondo delle mie idee sarebbe più arido e avrebbe minori variazioni.

      Sui paragoni che fai con la Cina e l’India io leggo e non mi pronuncio per mancanza di informazioni e … perché i miei pensieri camminano mentre i tuoi galoppano, Centauro tricefalo.
      Ops, non voglio dire sei un mostro ;) ;) ;)

      • forse ho ritardato tanto a rispondere a questo commento solo perché ho solo da ascoltarlo e imparare.

        e poi alla fine mi è rimasto in mente il Centauro tricefalo.

        meno male, almeno non trinariciuto! :)

  2. Terzo mondo dell’informazione la nostra italietta, l’abbiamo constato con la cronaca, ma ora ho il sospetto che avvenga anche nella cultura in senso lato.
    Mettendo Jawdar nella ricerca Google Italia: niente!
    In quella francese: citazioni e saggi.

    Uno di questi è interessante, perché come noi _ diciamolo con compiaciuta modestia _ lo psicologo autore del saggio confronta Edipo e Jawdar.
    Titolo Destins de l’Œdipe : De quelques constructions mythiques du complexe d’Œdipe au Maghreb
    Autore Abdelhadi Elfakir, psiconalista in Francia

    Pesco questa sua considerazione: la teoria freudiana classica pone il complesso di Edipo su base universale, ma ciò venne contestato su base etnografica. Malamente, vuol dimostrare e demolisce le riserve critiche. Riassumo io : se togli l’universalità, fai crollare anche tutto il resto della teoria.

    Invece io ci credo alle differenze di immaginario etnico(ma lo crede anche Ernest Jones) perché non tutto il mondo è articolato in famiglie tricefale: mammà papà bebè, fondamentale architettura del complesso designato da Freud.

    E poi l’autore dà l’affondo al nostro Abdelaziz Bouhididà, e ad altri che hanno analizzato la leggenda di Jawsar che noi abbiamo raccontato qui aggiungendo solo superficiali considerazioni sulla differenza di clima e di soluzione del dramma rispetto al tristo Edipo ;)

    La confutazione mira a suggerire che le tesi critiche sull’applicabilità di Edipo al mondo arabo nascono da un bisogno di portare quest’ultimo nella modernità senza perdere contatto con la propria tradizione (è un male ciò?). Elencando tesi razziste e colonialiste, ne fa il motivo per cui questi studiosi assumerebbero una posizione di difesa che è il rifiuto dell’universalità del complesso edipico.

    Con metodo prettamente freudiano Alfakir svaluta gli oppositori patologizzandoli. Dice infatti: “È un tentativo che, a mio modo di vedere, cade sotto l’influenza del complesso di (Edipo), cade nelle pieghe stesse delle sue elaborazioni, ne è il sintomo piuttosto che articolarne gli elementi e le coordinate.” Voilà, serviti!

    Ma siccome questo è un dibattito fra marocchini, sia Bouhididà che Alfakir lo sono, lasciamoli al loro conflitto, prendiamoci quello che a noi serve.

    Secondo me questo: il mondo arabo è alle prese con uno sconvolgimento di cui quello delle piazze è solo un segnale esterno. Lo sconvolgimento deriva dalla pressione delle modalità di vita occidentali, come hai già introdotto in altri post, che stanno erodendo, aggiungo io, la tradizionale organizzazione famigliare. Vale a dire per esempio: ruoli assolutamente separati maschio femmina, non nuclei famigliari ma responsabilità allargate ai maschi consanguinei. Basta ricordare il ruolo fondamentale per la protezione della donna riservato al suo fratello maggiore, in assenza del padre, che supera quello del marito. In questa condizione di sudditanza esteriore, la madre, le donne in genere, hanno sempre esercitato un dominio possessivo sui figli maschi, ma ciò esula dal nostro discorso, oppure lo possiamo intravedere proprio nella vicenda di Jawdar che deve violare l’esteriorità della madre per liberarne l’anima.

    Il colonialismo schiacciava il cambiamento, la decolonizzazione lo accentua attraverso l’emigrazione dei maschi, la tecnologia, internet. Non c’è, sono convinta, la classica struttura edipica nella psicologia del mondo arabo e aggiungo che ciò si estende ad altre realtà africane, a mio parere, e pertanto non ha grande rilevanza il senso di colpa.
    Ma l’influsso occidentale depista la ricerca di Jawar di un riscatto proprio e della Madre: verso cosa, a che scopo? Che madre è se non è più debole e sottomessa ai maschi del clan? Da cosa la riscatto e da che mi riscatto io? Dove trovo il “tesoro”?

    Valori, stili, modi occidentali, giustapposti su un sistema di convivenze sociali che si va sgretolando e perdendo senso di sé. Questo, a ben vedere, è peggio per il senso della vita individuale di uno schietto dominio coloniale, che almeno rendeva evidenti le differenze, mentre ora il dominio si insinua affascinando e facendo sentire inferiori quelli che non si omologano.

    Vedi? Risulta che come il solito sono pervasa da un ottimismo cosmico: intravedevo la positività di una relazione amichevole di interscambio e completamento fra Edipo e Jawdar.
    Macché: niente interscambio, solo predominio di Edipo … armato di mouse (?).

    malinonia… dolcezza del dolore ;)

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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