questo non è il nostro settembre di colori.
questa non è la nostra pioggia occidentale, rinfrescatrice e benefica, che nutre i campi assetati dopo il sole Leone d’agosto.
come era spettrale e inconsueta la siccità di un’estate che non voleva finire, così ti abbiamo visto arrivare con una violenza improvvisa e mai vista, monsone tropicale, e di colpo ci hai buttato davanti alle soglie dell’inverno.
sei salito carico di tutta l’umidità dell’estate che non voleva finire da un oceano lontano da noi e ci hai coinvolto come una massa inerte di schiavi nelle dimensione mostruosa della tua depressione.
ora cadi nella notte come una canzone malvagia disegnata sulle nostre teste semiassopite e poi ci risvegli in un giorno livido e grigio, che dichiara, nella semifoschia che tutto spegne, la tua ancora viva e inesaurita potenza.
io ti ho giò visto e riconosciuto altrove, monsone, che sei venuto a stabilirti sopra le nostre case: ed era il Sikkim freddo e nebbioso di fine luglio sotto le pendici dell’Himalaya.
29 luglio 2009, Pelling, vicino a Darjeling, Sikkim
stupito dell’esotico non riconosciuto che è venuto a stabilirsi fra noi come i fenicotteri selvatici di quest’estate in Germania, mi avvio pensoso incontro alla mia giornata sbiadita e umidiccia.
che non ha niente a che fare col limpido settembre della mia adolescenza, ma somiglia piuttosto a un ottobre sconcertato, che muove passi incerti da nuovo immigrato lungo strade ancora sconosciute per lui.
mai visto prima, infatti, il monsone in Europa.











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