la libertà rispetto a se stessi consiste nella consapevolezza di essere determinati e nella conoscenza di come dove e quanto lo siamo.
applicare al rapporto con se stessi lo stesso concetto di libertà che applichiamo al rapporto con gli altri è un’operazione un pochino schizofrenica, cioè corrisponde ad una scissione artificiosa di quel che siamo in parti contrapposte fra loro.
ma noi non siamo altro da noi.
nel rapporto con l’altro sono tanto più libero quanto più mi differenzio da lui, nel rapporto con me stesso sono tanto più libero quanto più identifico con me, cioè con quanto mi determina, conoscendolo.
pretendere di non essere determinati è in qualche modo pretendere di non esistere, dato che tutto ciò che esiste è tale perché sta in una rete di condizionamenti reciproci che è quello appunto che chiamiamo realtà.









Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
sento una vena esistenzialista in questo post, mi sbaglio?
un’ “accettazione attiva” della propria determinatezza, direi.
molto bella la distinzione fra l’essere liberi rispetto all’altro e rispetto a sé stessi.
mi ricorda una frase di una giornalista radiofonica candase, diceva “essere sé stessi, che in fondo è il modo migliore per essere diversi [unici]“
grazie mille, red.
ci sono diversi post sul senso del limite, direttamente o indirettamente, nel mio blog ultimamente, e anche molti pensieri sul tema, nella mia mente.
sì, la riconciliazione con me stesso è stato il principale problema dei miei anni giovanili: non ero quello che avrei voluto essere, e facevo fatica ad accettarmi: durò fin verso i quarant’anni.
poi seguirono anni di culto sfrenato di quel che ero…;)
sessant’anni, e fase nuova: le luci e le ombre, però per fortuna altre luci e altre ombre, forse addirittura le luci sono diventate ombre e viceversa, come nella stampa di un negativo.
so bene che l’esperienza vitale non è trasferibile, però proviamo almeno a renderla comunicabile.
mi piacerebbe aiutare qualcuno con le mie parole a vivere meglio, è uno dei modi per non pensare che la propria vita sia inutile.
non vorrei esser presuntuoso, ma credo che le due fasi siano abbastanza comuni (se non universali) a tutti noi…
salvo poi scoprire che ci sono, sin da giovanissimi, coloro che sono totalmente soddisfatti con quello che sono. la qual cosa mette a disagio o di buon umore (a seconda dei contesti e di come li si guarda!)
lascio presuntuosamente agli stupidi di lamentarsi della presunzione degli intelligenti, quindi non credo che da me ti verrà mai questo giudizio…
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è appunto la contemplazione di coloro che in qualunque età della vita sono completamente soddisfatti di quel che sono che mi induce a pensare che esserne insoddisfatti non sia esperienza troppo comune.
a volte questa contemplazione è causa di disagio per chi non condivide questa condizione, e lo dici anche tu.
di qui post e commenti miei….