7. contro il senso del bello.

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28 risposte a “7. contro il senso del bello.

  1. E perchè non Bellezza collegata a Verità?
    proprio ieri stavo leggendo un saggio su Petrolio di P.P.P., atti di un convegno, e nell’introduzione Carla Benedetti racconta quanto la letteratura e l’arte in Italia, soprattutto dagli anni sessanta in poi siano slegate dall’impegno, dalla ricerca della verità, dalla connessione della Realtà. Un tema che ci appassiona da sempre.
    Il tuo elzeviro è originale e spiazza il solito punto di vista sulle cose.
    Oggi al telefono con mia sorella elencavamo tutti i fattori che hanno portato l’Italia a quella pozzanghera fangosa che sembra oggi (sotto la pozzanghera migliaia di resistenti cercano di respirare, studiano, pensano), e il tuo scritto spinge a pensare in profondità.
    Buongiorno.

    • cara patrizia,

      ms come avete fatto ad arrivare fulminee entrambe al mio post, tu e luisa? allora wordpress mi mente quando mi segnala che quasi nessuno legge i miei post qui!

      bellezza collegata a verità è proprio la formula che anche io ho inserito in un punto nascosto del post (“l’arte può fondarsi anche sulla verità, o meglio identificare la bellezza nella verità”): non posso dire che sia una formula molto originale, perché poi è molto manzoniana – vero è che lui ci aggiungeva anche il buono, e forse è proprio qui, per malandrini come noi due, che sta la differenza: che pensiamo che la veritá non sia affatto buona o dolce di carattere…

      sì, sono convinto come te che molti resistono sott’acqua – “a tutti puzza questo barbaro dominio!” (Machiavelli) – , solo che bisognerà prima o poi decidersi a venire fuori dall’acqua!

      per fortuna cominciano a farlo i meno italiani fra i nostri concittadini, gli immigrati, ed è di nuovo una prova evidente dei vantaggi della interculturalità.

      buon giorno e buona vita a te.

      • Per Patrizia e per Mauro:

        ho trovato questa frase di Hem (Hemingway) e mi ha fatto pensare a voi, a questo post e al buon dibattito che ne consegue:

        “Gli scrittori si forgiano nell’ingiustizia come si forgiano le spade.”

        Prima di questa frase, ne avevo letta un’altra, sempre pertinente al nostro caso, in cui Hem dichiarava che lo stile è tutto, è ciò che va fatto e uno scrittore deve farlo fino in fondo, se poi alla fine, dopo che l’ha fatto scopre che risulta bello quello è solo un incidente. L’obiettivo non era il bello stile.

        Vi abbraccio

        • cara Luisa,

          la seconda frase di Hem mi sembra particolarmente adatta per una scrittura come la sua, che raggiunge lo stile, attraverso la negazione dello stile: qui Hem non ci sta dando una regola generale, ma giusto spiegando come arrivava lui al suo stile, che è uno stile in fondo piuttosto art deco, direi, dopo tanto liberty proustiano o alla Thomas Mann.

          nell’art deco Hem sta assieme a Kafka o a Hesse, scrittori che costruiscono tutti lo stile per sottrazione e riucerca di essentzialitá, come lui.

          quanto al discorso dell’ingiustizia è molto complesso, ma tento di fermarmi altrimenti patrizia mi accusa di prolissità. 😉

          dico solo che tutti gli esseri umani e sempre vivono nell’ingiustizia, dato che giustizia e ingiustizia sono semplicemente un sentimento soggettivo.

          come per gli altri sentimenti è sempre molto soggettivo che peso dargli nella vita e nella scrittura.

          (toh, ho l’imoressione che mi sia tornato alle labbra un borforisma, ma dev’essere l’effettoc he mi fai tu).

          è bello essere abbracciati da te, tanto più se assieme anche a pat… 🙂

  2. Mio caro Mauro, io mi auguro sempre di aver guarito il mio stile dall’italianità. Ma poi leggo Hemingway e mi accorgo che sto ancora guarendo.
    Tuttavia nella tua dedica, che condivido felicemente con due amici che considero anche due Maestri, rintraccio una speranza e un augurio per la direzione del mio laboratorio, che è la mia vita. Le due cose coesistono e si mescolano. Questa è una coerenza che imbarazza profondamente i miei editor quando si ritrovano per le mani bozze di racconti che tengono alla verità al costo di sputtanarmi.
    Un mio amico che si vanta tanto di essere un filosofo e anche un cattolico, sottolineò con uno stupore sospetto questo aspetto del mio vivere la scrittura. Ed un altro che nonostante la sua penna formidabile non riesce a liberarsi di una vanità preoccupante per me che la intercetto come un cattivo odore, aggiustò il tiro di quell’altro dicendo che sicuramente fingevo tutti gli sputtanamenti della mia vita-scrittura, parlando del prestigio e del mestiere come cose che si usano quando si vuole mandare in porta una palla a effetto durante gli ultimi minuti di una partita fondamentale.
    Certamente non posso prescindere dalla mia italianità e ciò che è peggio da questa città barocca che mi strozza per farmi la respirazione bocca a bocca. Così, ti confesso, il mio percorso è stato ed è tanto più difficile e complicato, perché implica il coraggio e la volontà di aprire gli occhi e lasciarsi dietro la pigrazia di punti di vista indotti dalla prospettiva architettonica e alfabetica in cui ho imparato a camminare, gioco forza. Quando non è tremendo, è divertente spogliarsi un pò alla volta di questi strati metempsicotici. Credo che il duro lavoro di chi vuole tirarsi via da certa dinamica estetica per andare verso la verità della bellezza e la bellezza della verità si misura col tempo di una vita. E naturalmente, una vita non basta.
    Per questo sono un cantastorie.
    Con affetto e gratitudine,
    la tua Luisa

    • cara Luisa,

      non sognarti mai, meppure per scherzo di “guarire il tuo stile” che mi sembra nel suo pieno fulgore, anche se, e forse anche proprio perché, è così tipicamente italiano, se per italiano qui intendiamo appunto dedito al senso della bellezza.

      quello che tu dici di te è quello che proprio intendevo nella mia formula un po’ troppo sintetica che ti ho dedicato (sai quanto io diffidi della sintesi, e quando la tento, quanto mi ritrovi esposto a rischi di incompletezza e parzialità): in te appunto il laboratorio della scrittura non è affatto slegato da quello delle vita, tu scrivi prima di tutto con te stessa e per come sei.

      “la verità della bellezza e la bellezza della verità” è la formula che qui sopra hai incastonato in una autoanalisi per niente compiaciuta e molto autentica, che è nello stesso tempo come un flusso pastoso di pensieri caldi e avvolgenti.

      è la formula che ti dice perfettamente e che rispecchia la tua scrittura nella sua sincerità così assoluta da essere degna solo di chi è veramente e semplicemente grande; di questo ti siamo grati in tanti e non sentiamo il bisogno che tu cambi altro che seguendo la tua voce interiore se dovesse dirti qualcosa, perché di lei ci fidiamo più di lei che di noi.

      un abbraccio.

  3. Cari matti furiosi (per fortuna),
    troppi spunti in poche righe; uscire da sotto l’acqua, Mauro, è per questo che Luisa scrive i suoi libri, i suoi post, perciò è così- come dirlo? ma tu lo sai Mauro- con amici e conoscenti, suggestionando, seducendo ma non per far perdere la strada

    e ho già ripetuto dal 2006 quanto mi lega a Luisa il suo essere aderente al suo demone, che sia luminoso, scalpitante, ombroso, passionale (quello sempre) potrei aggiungere una collana di aggettivi che riguardano l’essenza di Luisa, non l’apparire, non se ne parla proprio per lei di clichè, di statuine carine di Limoges messe sul mobile buono del salotto borghese.
    Sospetto che Luisa uscirà dal pelo dell’acqua ancora di più, io sto a guardare e la seguo nelle sue evoluzioni, è questa l’amicizia, no?

    Se parlo di Luisa in questo modo è perchè ho conosciuto altre scrittrici “qui”e ragiono per contrasto, non mi fate dire di più che divento MOLTO acida e non sta bene, vero?
    🙂
    In questo periodo sto scrivendo un libro su Pasolini, dopo tanti anni di studi e letture su di lui, che non mi stanco mai di leggere(amare) è tassativamente il secondo impegno di tempo ed energia dopo il lavoro in comune, tanto che ieri e oggi mi sono data una pausa per pulire casa, parrucchiere e vita, stavo esagerata, sono esagerata e voglio rimanerlo 🙂 l’ossessione per Pasolini si traduce in una casa piena di libri fotocopie evidenziatori schede. Pile di libri sopra il tavolo dove dovrei mangiare, per terra, dovunque.
    Sto dirigendo la scrittura verso l’impegno in maniera più incisiva, e questo mi riempie di felicità, so che voi mi capite e vi manderò il testo quando l’avrò finito, tengo al vs giudizio in modo particolare (gh)

    Mauro, per quanto ti riguarda è da un po’ che ti penso più del solito: ma perché non scrivi anche per riviste, anche riviste on-line? In Germania, in Italia. Solo, in quelle sedi scriverei, se posso permettermi di dirtelo, leggermente più sintetico, per essere più comunicativo, devo prendere le ferie per leggerti a fondo, signore con alto quoziente intellettivo, intrepido pensatore scomodo.
    Inchino.
    Doviziosamente.
    Sentitamente.

    ps.
    Sì Lù ci siamo forgiati anche noi nell’ingiustizia, e ora ci ripariamo dagli schizzi dell’ingiustizia con l’ombrello di Hem., e dei fratelli.

    • sul rapporto fra ingiustizia e scrittura ti rimando al borforisma sul tema che mi è scappato di bocca, alla fine dell’ultima rispossta a luisa: è uno spunto per superare l’estetica dell’impegno di socialista e brechtiana memoria, riportandolo alla sua dimensione soggettiva.

      non capirò mai perché, per confrontarsi col tema dell’ingiustizia, lo scrittore – secondo Brecht – debba staccarsi dalla propria soggettività.

      è per questo che ho molta fiducia in percorsi di chi scrive seguendo il suo demone, come luisa e te, perché la prima legge della scrittura è la sincerità, non la sinceritè esteriore e banale, ma la sincerità a se stessi.

      aspetto con impazienza di leggerti su Pasolini, passione comune e a volte anche elemento di divaricazione interpretativa fra noi due.

      su quello che dici su di me, sono pago della scrittura da blog, è sufficientemente eslege da soddisfare il mio spirito viandante; con riviste e quotidiani qualche rapporto ho avuto e mi ci sono anche divertito, ma la lamentela dei direttori era sempre la stessa, che riporti anche tu: prolisso!

      ostinato (ma non per questo convinto che i mei critici abbiano torto) personalmente riconosco la qualifica di prolisso solo a chi, alla fine di una lettura, breve o lunga che sia, ti lascia l’impressione di averti rubato il tuo tempo.

      posso esercitarmi nella sintesi (i borforismi), ma la sintesi genera ambiguità, che per me stesso rischia di essere contraria alla legge della sincerità.

      piuttosto, a volte mi capita di pensare che la sintesi si addica di più ad altre fome d’arte, come la fotografia o il cinena (anche se poi sono prolisso anche nei miei video): comunque una sperimentazione della sintesi mi viene meglio con una camera digitale in mano.

      scusami se mi cito, ma come qui il video su You Tube citato nel post è la sintesti di questo post, così un altro video su You Tube é la sintesi di un altro post intero: https://bortocal.wordpress.com/2009/11/23/185-il-colpo-di-stato-del-22-novembre-e-la-terza-guerra-mondiale/

      ma in questo caso mi è chiaro che si tratta di usare un linguaggio diverso perché ci si rivolge a un publico potenziale diverso…

      per il resto, io cerco di andare incontro ai miei pocghi lettori, per evitare che si esauriscano sui miei post, variando spesso gli argomenti.

      in questo modo ognuno ne trova sempre di indigesti per lui, che può saltare a piè pari, e concentrarsi su quel che ogni tanto può trovare di adatto al suo palato.

      poi se pensiamo a quante cose inutili ci capita di leggere ogni giorno…

      anche io penso a te in modo nuovo, dopo tanto tempo dalla nostra rottura che ha segnato così a lungo il nostro dialogo interrotto.

      • Caro Mauro, sulla tua prolissità eventuale o presunta o reale ci vorrebbe un post, ma cerco di non essere prolissa 🙂

        Intanto mi fa sorridere la tua solita altalena fra estremismi, o lunghi post o una frase; fantastico. No, prima di tutto non sei sempre prolisso, come tutti quelli che scrivono cambi energia a seconda degli argomenti e a seconda degli interlocutori, su questo secondo punto occorre secondo me mettere l’accento per quanto riguarda.
        Siccome sei un puro, uno diretto con il linguaggio, insomma non scrivi per “vanità” ma perchè come dicono in emilia “non la mandi a dire” molto della tua prolissità o comunicatività dipende dall’interlocutore a cui ti rivolgi, o gli interlocutori potenziali…
        Nelle lettere che mi mandavi in un certo periodo non eri mai prolisso, ad esempio.

        Qualche volta invece la grande quantità di connessioni che vedi fra le cose, gli avvenimenti, le tue letture, le tue intuizioni ti fanno diventare magmatico e meno “seguibile”.

        Ma quello che hai tu non è per niente UN PROBLEMA!!!La prolissità, come la chiami, la quantità (e qualità nel tuo caso) di cose da dire è normale e auspicabile negli scrittori, nei giornalisti, il lavoro di scrematura viene DOPO aver scritto, ma siccome, non so perchè, non ti senti un professionista e non hai deciso di metterti a fare sul serio con la scrittura non ti prendi la briga di sistemare l’articolo e di renderlo più comunicativo tagliando qualcosa.
        Non so se sono stata chiara.

        BAci.

        • tu hai detto bene quel che disse il da me pluricitato Voltaire nella lettera ad un amico: scusami se ti ho scritto a lungo, ma non ho avuto tempo per poter essere breve.

          ma il problema non è solo il mio fastidio per le troppe rifiniture, che frenano il flusso vitale da un testo all’altro, da un argomento all’altro.

          credo che chi scrive debba darsi degli scopi, come dici tu.

          se ho un messaggio preciso da dare, in una comunicazione che mira a determinare una convinzione e dunque un’azione negli altri, concentro l’argomento, ma alla fine il metodo più efficace è pur sempre lo slogan.

          ma se il tema della mia comunicazione è la complessità stessa del problema?

          non saprei bene dire che rapporto ci sia tra le due tecniche di scrittura, che pure io uso; so che a volte ho un messaggio chiaro e netto da dare, altre volte voglio solo usare il post per pensarci meglio su.

          e questi sono i post prolissi.

          magmatico mi piace di più che prolisso, ovviamente; peccato che non abbia uno stile adeguato per meritarmelo.

          io non mi sento un professionista della scrittura perché non lo sono, non ho fatto scuole di scrittura né di giornalismo, scrivo come vi viene, e siccome mi leggono in pochi registro di non avere particolari qualità stilistiche, e sono felice di poterlo dire senza farne un dramma.

          del resto sai benissimo che faccio un altro lavoro, e fino a che dura questo non se ne parla di passare ad un altro, se non altro perché mi paga molto meglio, direi cinicamente.

          quel che sto facendo di serio con la scrittura è il blog; una sola tentazione ce l’ho, un libro dal titolo “Il fratello gemello di Gesù”.

          per questo potrei sacrificare anche un paio di mesi di blog, ma comincerò a pensarci al momento della pensione.

          sono però assolutamente certo che non troverei mai un editore vero disposto a pubblicarmi.

          è questa la fregatura del sistema editoriale che non mi va: che io devo sbattermi per mesi, scrivere un libro e poi mettermi a bussare a tutte le porte per trovare chi me lo pubblica col rischio di avere lavorato a vuoto: mi sembra logico che il libro preferisco scriverlo direttamente in rete, a questo punto.

          solo che la rete ti dà una pubblicità irrisoria e solo apparente, questo lo abbiamo scoperto da tempo entrambi; per sfondare hai bisogno di una qualche potenza editoriale che scommetta su di te.

          ma tu ci scommeteresti su uno come me? io no: la cosa più probabile è che a metà libro mi stufo e lascio cadere l’argomento; per tutti gli abbozzi che ho nel cassetto è successo così SEMPRE!

          ti sono molto grato di questo supporto, comunque, vorrei che fosse chiaro, apprezzo molto che tu cerchi di farmi da stimolo, grazie.

          • Carissimo Mauro,
            se fossi stata tua sorella o una tua collega o un’amica germaniken
            🙂
            ti avrei stimolato (tipo fraulein, temo) e ti avrei rieducato senza pietà, ma sono soltanto una tua amica blogger e non posso fare di più.
            So che anche la prode Luisa ti ha dato ottimi consigli, non mi ha specificato i dettagli ma conosco la qualità del suo pensiero.

            Sei quindi un inguaribile blogger. Io non ho mai pensato che il mio blog fosse una pubblicazione editoriale (serve per mille cose e anche praticamente per contattare persone, non è un libro, no!!)e litigo con i miei amici dell’ambiente editoriale quando dicono il contrario (vedi orridi romanzi tratti da blog in giro, non voglio far nomi). Per me la scrittura è quella prodotta nel laboratorio, in solitudine.

            Però non credo che la scrittura da blog, sia narrativa che da elzeviro magmatico come la tua non appartenga al mondo dell’arte.

            Ho letto giorni fa un illuminante saggio di Carla Benedetti che tratta dell’impuro in letteratura; e un altro suo scritto su Petrolio di P.P.P. che ben descrive come sia un’ opera a strati, che voleva come genialmente tu hai scritto lasciare una voluta sciatteria stilistica e la complessità del dettato come compito per il lettore, che doveva sbrigarsela lui, a decifrarla.

            (e in questo modo usciva dal gioco letterario perbenista e vuoto del salotto editoriale dell’italietta)

            Non che pensi che quello che sia scritto in un post sia arte tout court; ma credo che faccia parte della vita-scrittura dell’autore e che occorra tenerne conto complessivamente per leggerlo e amarlo.
            Sono importantissimi i diari, i blog, le annotazioni, i disegni di chi scrive.. eccetera…

            il discorso è un pò lungo…sto divagando…

            …la questione vera è che- chissà perchè- tu non hai mai creduto fino in fondo a quello che pensi e che dici; non ci credo assolutamente che un tuo libro non troverebbe un editore. Soprattutto sugli argomenti che ti appassionano con veemenza e fantasiosa puntualità da anni (ne parlammo diverse volte, ricordi?)

            Secondo me ci vorrebbe, come ho detto nel precedente commento, un lavoro di scrematura (se si tratta di un saggio), questioni tecniche da affrontare e risolvere, fare l’indice provvisorio, la suddivisione in capitoli, eccetera; sembrano baggianate ma queste sono le cose che guidano come un volano le opere degli studiosi; non si tratta di accademismo, ma di accorti procedimenti per lavorare bene e non disperdersi, per essere efficaci.
            Parli di pensionamento che potrebbe portarti a una certa concentrazione…chissà. Lo spero, più di questo non posso fare.

            e quindi alla tua domanda: sì, scommetterei in una tua opera FINITA

            partirebbe poi la fase 2 delle critiche eventuali, normali da fare nei lavori NORMALI di editing alle opere di qualsiasi buon autore con il manoscritto compiuto fra le mani.

            Bacioni affettuosi

  4. cara patrizia,

    dicevo che questo post è diventato l’occasione di un miracoloso revival: abbiamo ricreato almeno fra noi tre il clima magico di altri tempi e altra piattaforma blog dove non era un peso passare le sere a rispondersi cose belle.

    sulle tue capacità rieducatrici ben più che teutoniche non ho dubbi, per averle già sperimentate allora, come ricordi benissimo 🙂

    quanto a mia sorella, abbiamo rinunciato a rieducarci reciprocamente da un paio d’annetti, direi, avendo constatato che, nonstante tutte le apparenti somiglianze formali, le nostre visioni profonde del mondo sono antitetiche, e questo porta a lacerazioni tanto più irrimediabili quanto più fatte con calma e senza vistosi conflitti: non basta condividere ampia parte di un patrimonio genetico e neppure un’infanzia amorosa per essere simili.

    – quanto alla scrittura non dubitavo che la tua concezione della medesima fosse meno eversiva della mia (prendi il tutto come una battuta).

    però sono serio dicendo che in questo mi sento certamente molto pasoliniano: Pasolini ha cercato sempre la massima contaminazione possibile della parola facendo cinema, anche documentaristico, tenendo rubriche sui giornali, disegnando, adioperando la tv, usando sempre la parola per dialogare.

    sono sicuro che se fosse stato ancora vivo, pur se vecchissimo, ci avrebbe mostrato qualche altra meraviglia creativa che col blog si può fare.

    e avrebbe considerato pura la vita (come ha sempre fatto) e impura la parola che non riesce a dirla tutta.

    certamente nell’interazione tra i media, che può mettere contemporanemante in un rapporto di azione reazione fra loro il blog ha aperto delle possibilità espressive che la sola parola non ha, ma neppure il cinema o la musica: perché il blog può essere parola creativa, cinema, musica, contemporaneamente.

    e in questo, guarda caso, ci ritroviamo tu, luisa ed io (ma dovrei aggiungere anche firdis, almeno qualche volta e in modo più discreto) e adriana, su un piano espressivo molto diverso.

    ora io mi tiro fuori da ogni pretesa di sapere dire qualcosa su questa interazione e mi dichiaro un assoluto ignorante delle regole estetiche specifiche del blog che servono per farlo conoscere, però nel mio piccolo mi sento molto interessato a questa sperimentazione che supera anche i vincoli fra pubblico e privato realizzando uno degli slogan del Sessantotto (“Il privato è pubblico”).

    tu dici che anche questa è arte; non lo negherò, se riporteremo la parola “arte” a un qualche significato post-romantico o post-decadente, dove ad esempio indichi ogni tipo di attività fine a se stessa con cui l’essere umano sottratto alla lotta per la sopravvivenza impiega creativamente il suo tempo cercando di ricavare diletto dalla sua stessa mancanza di scopi.

    stavo per dire hobby, come vedi: e sembrerà a te una bestemmia.

    questa mia definizione è talmente eslege che si preoccupa di porre una barriera invalicabile rispetto all’arte di massa: e in questo è indubbiamente parziale e sbagliata.

    ma tu ne hai un’altra? certamente sì, e quindi cimentati a dirla qui o dove vuoi, se ti va: e se poi lo farai col tuo stile di squarci a volte violenti, ma sempre illuminanti, sarà doppiamente bello leggerti.

    ma insomma, vedi che ci ritroviamo d’accordo proprio in quella tua che tu definisci divagazione e che a me pare il centro dell’argomento.

    – io credo fino in fondo a quello che scrivo, sto sempre in guardia invece contro il demone della vanità che trasforma in perfetto imbecille chiunque tocca, e non credo fino in fondo nei lettori, questo è il punto.

    farsi ascoltare è una fatica di Sisifo e quando succede, ho verificato varie volte che ogni ascoltatore sente da te quello che vuole.

    per cui ogni scrittura rischia di ricadere su se stessa e a questo rischio, io non riesco a capire perché, mi sembra particolarmente esposta la mia.

    ma mi renmdo conto che sto cercando di smentire il tuo recente commento su mie risposte cghe non sono affatto prolisse. 😉

    fermiamoci qui: o nel 2011 o nel 2013 andrò in pensione, non so ancora la data esatta; temo che allora sarò pronto a scrivere il mio terzo libro, dopo gli altri due sinora pubblicati – e abbastanza poco significativi.

    – l’ultima curiosità, che già avevo già a proposito di Saviano, e che solo tu mi puoi risolvere: ma che cos’é il lavoro di editing? e perchè Saviano se lo fa fare a un altro?

    – a proposito delle cose di cui mi piacerebbe scrivere e su cui credo davvero di avere da dire qualcosa di abbastanza originale, fammi il favore di vedere che razza di traduzione dell’inizio della Genesi mi è uscita di recente, qui: https://bortocal.wordpress.com/origini-del-cristianesimo/ in fondo al punto 3.

    qui come vedi ho proprio avviato un libro.

    ma arrivato qui sono rimasto come fulminato e non ho più il CORAGGIO di proseguire.

    un grazie infinito per questi stimoli, che forse sono proprio quelli che mi serovno.

    • “e avrebbe considerato pura la vita (come ha sempre fatto) e impura la parola che non riesce a dirla tutta.” che bello quando illumini con queste schegge.
      Voglio ritrovare quella poesia che avevo letto (tua) che mi piacque tanto.

      Ho tanto da rispondere, rimando per problemi di connessione e bisogno di rimasticare un pò

      a presto, Sir.

      🙂

  5. hai fatto caso che lo stile dei manifesti del PD è identico all’attuale? che Bersani abbia delle preferenze estetiche??

    battuta a parte, vengo al punto del post: seguo la logica iniziale, che mi sembra comunque comune a tutta l’architettura mondiale almeno fino a temi molto recenti (ho già citato da me i progetti di Hitler per Berlino, ma potremmo anche pensare alla Royal Albert Hall di Londra o al Grand Palais di Parigi).
    forse per coincidenza temporale, ma il tuo ragionamento sul conformismo mi ricorda molto Hesse… quindi aggiungo qui la banalissima constatazione che un minimo di conformismo è necessario all’ordine. un minimo.
    ma credo tu ti spinga ben oltre impostando il ragionamento (commento in diretta).

    tu sai come me che il “galateo” è una pratica diffusa non solo in Italia, ma anche altrove: in Cina, come in Zimbawe (un amico conosciuto in Tanzania mi raccontava per ore di quanto rigida e regolata fosse ogni procedura sociale: ingresso, saluto con battimani, tipi diversi di battimani per le diverse circostanze….). Personalmente ricollego il problema alla modernizzazione e conseguente liberalizzazione dei costumi dato dal superamento di forti legami personali, che in italia (“mafiosamente”- ritorna anche qui l’analogia con l’Africa) non è mai pienamente avvenuta.
    anzi aggiungo anche che una certa dose di estetica rende più sopportabile l’oppressione, quindi più facile da imporre.
    ad ogni modo, mi pare siamo a conclusioni abbastanza simili.

    • ah, ti riferisci a quelli del video: i manifesti col loro stile dicono che il PD è un partito conservatore di sinistra ;).

      in architettura il gigantismo romano e rinascimentale ha fatto certamente scuola; però la tradizione costruttiva altrove è diversa: in Myanmar e nel mondo buddista, ad esempio (ma fa eccezione lo Sri Lanka) la moltiplicazione prende volentieri il posto dell’ingrandimento.

      di Hesse si parla casualmente anche nei commenti.

      mi sento molto legato a questo post,neppure mi ero reso conto che sono passati giusto tre anni; probabilmente mi ci sono affezionato anche per i commenti, che sono forse l’ultimo grande ricordo dell’intensa vita intellettuale che si articolava attorno ai nostri blog su blogs.it.

      anche se oggi a rileggerlo il post non mi pare più così fondamentale nella mia storia personale, come invece è rimasto nella mia memoria.

      quanto ai galatei occorre distinguere quelli delle buone maniere da quelli delle belle maniere… 🙂

      • non ho ancora cercato la citazione di Hesse nei commenti, ma provo intanto una mini risposta sull’unico punto in cui trovo un pò di dissenso, quello architettonico.
        lo stile in Birmania è diverso, ripetitivo, ma vi sono influenze “maestose” anche in India, Cina, Giappone, Russia e persino in Tanzania (il “palazzo delle meraviglie” a Zanzibar).
        inoltre, non troverei che lo stile ripetitivo sia meno maestoso… anche entrare nelle mille pagode che ci mostri, secondo me, da un senso di inferiorità dell’individuo….

        • c’è questo bel pezzo di dibattito qui sopra:

          Luisa 9 gennaio 2010 alle 18:27
          Per Patrizia e per Mauro:
          ho trovato questa frase di Hem (Hemingway) e mi ha fatto pensare a voi, a questo post e al buon dibattito che ne consegue:
          “Gli scrittori si forgiano nell’ingiustizia come si forgiano le spade.”
          Prima di questa frase, ne avevo letta un’altra, sempre pertinente al nostro caso, in cui Hem dichiarava che lo stile è tutto, è ciò che va fatto e uno scrittore deve farlo fino in fondo, se poi alla fine, dopo che l’ha fatto scopre che risulta bello quello è solo un incidente. L’obiettivo non era il bello stile.
          Vi abbraccio

          bortocal 9 gennaio 2010 alle 21:57
          cara Luisa,
          la seconda frase di Hem mi sembra particolarmente adatta per una scrittura come la sua, che raggiunge lo stile, attraverso la negazione dello stile: qui Hem non ci sta dando una regola generale, ma giusto spiegando come arrivava lui al suo stile, che è uno stile in fondo piuttosto art deco, direi, dopo tanto liberty proustiano o alla Thomas Mann.
          nell’art deco Hem sta assieme a Kafka o a Hesse, scrittori che costruiscono tutti lo stile per sottrazione e ricerca di essenzialità, come lui.

          ti cito poi anche un commento di maria, che forse avrai già visto, perché a differenza di questi è molto recente:
          ” Il senso artistico, non sostenuto da un forte e rigoroso senso morale, è uno dei maggiori pericoli per l’anima dell’uomo, perché può trovare la bellezza anche nell’avvenimento più feroce e volgare” ( S.T. Aksakov).

          e la mia risposta:
          questo spiega benissimo come mai l’Italia sia un paese dominato dal senso artistico, e converge con le considerazioni che avevo fatto nel post che ho citato sopra nel commento a redpoz.
          quel che dice Aksakov è il ritratto perfetto del nostro paese.

          d’accordo sulle diverse strade presenti in culture diverse per dare il senso della maestosità.

          il carattere tipicamente italiano, e di lì, per trasmissione anche europeo, e spesso mondiale, sta nel preciso richiamo delle forme particolari della grandiosità romana,

          • sì, la citazione di Aksakov ci sta tutta.
            con l’aggravante -ma qui apriamo, credo, un altro campo di discussione- che il “senso morale” non è univoco, quindi può anche esserci un senso artistico come quello d’annunziano o futurista o dell’iconografia di Casa Pound…

            • sì, direi appunto che la tua è quasi una parafrasi.

              l’estetica è totalmente soggettiva.

              ma poi anche l’etica lo è: ciò che si trova soggettivamente bello è anche facile renderlo socialmente giusto.

            • sì, la tua frase è quasi la parafrasi di quella di Aksakov

              l’estetica è totalmente soggettiva.

              ma poi anche l’etica lo è: ciò che si trova soggettivamente bello è anche facile renderlo socialmente giusto.

  6. Insomma, vedo che il bello è proprio un tema duro a morire, e a dire il vero ne sono lieta, perché, quando delle volte mi provo nel darmi un ideale, non riesco a non farlo coincidere col bello.
    I monumenti.
    L’uomo è piccolo. E’ un piccolo granello in mezzo a tanti granelli, voluto da nessuno, giunto per una serie di non necessarie catene di causa-effetto. Ogni uomo è un qualcosa che c’è ma poteva non esserci, e allora a un certo punto ha dovuto inventarsi Dio, o Cronos, o Caos, o Natura o boh.
    Ha inventato questo Dio, che per essere tale doveva essere tutto ciò che l’uomo non è (necessario, infinito, onnipotente, etc), e a questo Dio l’uomo, il piccoletto, ha voluto dedicare templi e riti.
    Fino a quando questo Dio era un po’, come dire, tangibile, fino a quando ha conservato una parvenza di materialità (ovvero fino al primo cristianesimo), questi templi erano tutto sommato a misura d’uomo, neanche troppo riccamente decorati. Poi a un certo punto questo Dio si è allontanato, ha lasciato fulmini e ire, anche suo figlio ha abbandonato la terra per il trono celeste, e gli uomini, per ritrovarlo, hanno dovuto temerlo: ed ecco il Medioevo con le sue altezze vertiginose, le sue punte spaventose, la tremenda sensazione di essere niente di fronte a Dio (l’Altissimo).
    Era una trovata, maestosa, della Chiesa: fai sentire piccoli gli uomini e loro torneranno all’ovile.
    Poi però, con l’Umanesimo e il Rinascimento, questo piccolo uomo si è detto: beh, sono piccolo, ma ben fatto, sono pur sempre a immagine e somiglianza di quello lì, quello perfetto. E qui troviamo gli uomini di Michelangelo: maestosi, fieri, belli, come è l’uomo, mortale, finito, ma bello.
    E via nei secoli, fra vertigini e brusche ricadute, tutto un gioco di onnipotenze e piccolezze.
    Ma è tutto qui?
    No. Il Novecento ha scombussolato parecchio la nostra arte, ha scombussolato il sentire del mondo intero, ci ha fatto domandare: oh, ma l’uomo, ma che bestia feroce è?
    Abbiamo riscoperto la miseria, la stessa che probabilmente circondava la povertà di tutti i secoli, ma che adesso era impossibile nascondere.
    L’arte e il pensiero che sempre l’accompagna, si erano decisi a raccontare quest’uomo, perché non erano più così convinti di conoscerlo: arrivano il neorealismo, l’esistenzialismo, arriva l’uomo comune, quello che incontriamo mentre facciamo la spesa, quello che a un dio somiglia davvero poco. Ma il bello si è perso solo perché l’uomo si è ridimensionato? No, abbiamo solo scoperto una diversa grandezza del bello.
    Eppure non abbiamo solo raccontato le nostre virtù, ad esempio Vincenzo Cerami ha sempre descritto con minuzia le meschinità più comuni, le bassezze più banali, quelle che commettiamo tutti, quelle che ci accomunano tutti, ma i suoi ometti hanno per questo perso in bellezza?
    No.
    L’arte, e secondo me quella italiana soprattutto, è vero che ha come ideale il bello, ma è proprio del potere (e non dell’arte) il limitare il bello ad un’unica dimensione, una dimensione messa in continua discussione proprio dall’arte.
    Il bello è forse ciò che meno si adegua alle dinamiche del potere, le regolette e i rigori morali non sono mai belli, lo saranno per quei poveretti che ci cascano, ma non per l’arte o per il pensiero.
    Che sia proprio la bellezza la radice delle rivoluzioni?

    • cara ella,

      hai scritto un post, non un commento, e sono contento di averti dato l’occasione di farlo.

      mi hai dato anche l’occasione di rileggermi, un poco più distaccato dopo quattro anni, e di ripensarmi.

      oggi darei a questa riflessione un titolo diverso: contro il senso ITALIANO del bello.

      perché sono d’accordo con te che è proprio la bellezza la radice delle rivoluzioni: che cos’è una rivoluzione se non la voglia di ri-creare uno stato con un’azione creativa, e quindi artistica?

      la giustizia sociale altro non è che l’estetica applicata alla politica, direi.

      quindi il senso estetico non va rifiutato a priori; e tuttavia occorre distinguerlo da quello del bello.

      il Novecento ha identificato l’arte non nella bellezza, ma nella creatività; in qualche modo ha segnato il divorzio definitivo dell’Europa dal concetto di bellezza rinascimentale: la bellezza intesa come adesione ad una norma precostituita.

      tu hai tracciato in pochi tratti la storia del rapporto fra arte e religione: mi hai fatto ricordare la smisuratezza architettonica dell’antico Egitto, con la sua divinizzazione del potere e le statue colossali e irrigidite dei faraoni, a confronto con le statue umane a grandezza naturale della tradizione greca classica.

      certo, anche in Grecia con Pericle nasce lo smisurato Partenone e poi con l?ellenismo di Alessandro Magno anche i monumenti greci si fanno grandiosi (l’altare di Pergamo); la stessa influenza arriva a Roma con l’impero che moltiplica le dimensioni dei templi e delle statue, secondo il modello egizio.

      non ci ricorda che il modello imperiale romano nasce , anche simbolicamente, in Egitto dall’unione di Cesare e Cleopatra.

      questo modello sopravvive nei secoli imperiali e di lì trapassa alla Chiesa, al Rinascimento, al fascismo.

      non è l’unico modello di bello possibile: e la rivoluzione nasce appunto dal cambiamento del senso del bello, per prima cosa – come dicevamo di là.

      in questo senso il bello PUO’ e dovrebbe non adeguarsi alle regole del potere che c’è, in nome del gesto più bello di creare un nuovo potere e una nuova realtà.

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