9 risposte a “bortografia 546. c’è una casa nel bosco.

  1. da qui si può cominciare la stesura di una favola.

    ne sto scrivendo una da quando sono tornata da parigi, per la figlia piccola di firdi, si chiama sofia lei.

    questa foto anche potrebbe chiamarsi sofia.

    la casa di sofia.

    • è bellissimo pensare ad una favola che comincia così:

      c’è una casa nel bosco. La chiameremo Sofia.

      lo sai, vero, che Sofia, vuol dire saggezza?

      quindi tu forse preferiresti che la chiamassimo la casa DI Sofia.

      e invece no, mia dolcissima, era proprio la casa che si chiamava Sofia.

      Sofia era una casa per uccelli: aveva un tetto che le faceva da cappello per proteggersi dalla pioggi e dalla neve, due buchi al posto giusto per scrutare il mondo e un grande cuore generoso che neppure si riusciva a vederlo o a dire dov’era, da tanto era grande.

      – ma non aveva le mani! – dirai tu.

      ti dirò, cara Sofia, che le mani servono a poco dal punto di vista della saggezza, è molto più facile che abbiano a che fare con la mancanza di saggezza: per questo la casetta Sofia non aveva le mani.

      – oh, ma non aeva neppure le gambe! e mi vuoi dire a che cosa serve una saggezza che non può andare da nessuna parte? –

      su questo hai ragione, Sofia, ma, vedi, anche in questo c’era il suo perché: Sofia, la casa della saggezza, non poteva andare da nessuna parte da sola; esattamente come la Saggezza vera, che ha bisogno dell’aiuto degli altri per poter fare qualcosa.

      e Sofia, la casetta saggia che viveva nel bosco, aveva bisogno degli uccelli per muoversi nel bosco.

      erano gli uccelli che corrvano da lei, appena tornava il bel tempo, per ricompensarla del ricovero che lei forniva loro, soprattutto nelle dure nottate colme di neve gelida e buia, che scivolava dal tetto cercando invano di raggiungere le loro piume arruffate e zuppe di freddo.

      le si affollavano intorno in un turbinio multicolore di ali e gridavano: Sofia, Sofia, dove vuoi andare questa volta, chi pensi che abbia più bisogno di te?

      – dalla cicogna e dal corvo – rispose quella volta Sofia – sento che stanno per morire di fame.

      nella casa vicina un gramde minestrone bolliva ancora sul fuoco in cucina, e la cuoca era uscita, mentre la pietanza si cuoceva da sè; e fuori della finestra giaceva un fiasco buttato perché mezzo spagliato.

      un litro di minestra fumante fu versato dagli uccelli in quel vecchio fiasco che non serviva più a niente; nessuno si sarebbe neppure accorto della mancanza, rientrando in cucina, e il fiasco subito fu infilato nella capace pancia della casetta Sofia.

      allora gli uccelli andarono ad afferrare col becco ognuno un bordo del tetto di Sofia e poi, unendo i loro sforzi, riuscivano a trasportala alta contro il cielo chiaro, scendendo verso la rigida palude ghiacciata.

      lì la mancanza di cibo dovuta all’inverno aveva ridotto la cicogna e il corvo a rischiare la morte per congelamento ed effettivamente il freddo era tale che, appena gli ucceeli estrassero il vecchio fiasco spelacchiato, con la minestra già freddatasi solo nel viaggio volante, dalla casetta Sofia, per mostrarla ai due moribondi, il freddo congelò quasi immediatamente la minestra.

      la cicogna e il corvo raccolsero el loro ultime forze per venire attorno al fiasco, a guardare che cosa c’era dentro.

      una zuppa congelata: piselli e fagioli giacevano immersi in una gelatina di vetro entro cui stava del prezzemolo rattrappito, assieme a qualche pezzetto di uovo sodo e di carne grassa che un tempo si poteva dire bollita.

      la cicogna si mise a gridare che la minestra era sua perché stava in un recipiente di vetro dal lungo collo a bottiglia, dove solo lei sarebbe potuta entrare col becco, se solo non ci fosse stata la rigidezza del ghiaccio, e la minestra nel fiasco era un segno del cielo che quella zuppa era sua.

      il corvo invece gracchiava che la minestra spettava a lui, dato che era possibile benissimo rompere il fiasco senza disperdere la minestra per terra, visto che era congelata, e poi scaldarla sul fuoco per mangiarla, e il congelamento della minestra era dunque un segno divino che la minestra era stata destinata proprio a lui.

      Sofia sorrideva sentendo invocare il Dio degli uccelli per una questione così sciocca; del resto, come tutti sanno, neppure esiste un Dio per gli uccelli.

      non più di quanto neppure esiste un Dio per i gatti e soprattutto non esiste un Dio per i cani.

      Sofia provò a dire che le sembrava sciocco stare nel freddo polare di quella mattina senza nuvole a perdere tanto tempo per una disputa senza sbocco: perché piuttosto non venivano a proteggersi un poco dentro di lei dal vento di Siberia?

      offriva uno spazio largo abbastanza perché potessero starci entrambi, e avrebbero potuto scaldare la minestra su un fuocherello di paglia, come suggeriva il corvo, anche lì dentro, e poi la cicogna avrebbe potuto suchiare col suo lungo becco la sua parte di minestra dal fiasco, mentre poi gli uccelli di Sofia, tenendo alto il fiascom, avrebbero potuto rovesciare il rimamente ancora tiepido giù per la gola nera e ingorda del corvo.

      no!! gracchiò per primo il nerissimo corvo: la zuppa è tutta mia.

      anche la cicogna saltellava attorno al fiasco di zuppa agitando le grandi ali bianche e battendo con forza minacciosa il suo lunghissimo becco contro il corvo, strillando: la zuppa è mia, guai a chi me la tocca!

      fu necessario per Sofia fare un segnale convenuto, che consisteva nell’aprire e subito rinchiudere le due falde del tetto, e a questo gesto tutti gli uccelli di Sofia, che erano poi semplicemente la forza dei suoi pensieri, si scagliarono contro quei due sciagurati fanatici, cacciandoli dalla minestra, che venne messa nel ventre capace della casetta Sofia che riprese il suo volo.

      la rana! gridò Sofia, appena fu di nuovo alta nel cielo, lontana dalle miserie del crovo e della cronacchia: vedo una rana laggiù che sta per scoppiare.

      – io la lascerei scoppiare, Sofia – disse un uccellino piccolo piccolo, abituato ad andare in giro a raccontare i segreti dei bambini alle mamme -, non concluderai niente neppure ocn la rana, vedrai…-

      ma io devo provare ad aiutare tutti gli animali, disse Sofia, lasciatemi provare.

      non aveva neppure finito di parlare, che si sentirono fischiare vicino al ei i colpi feroci di alcuni cacciatori affamati tanto quanto la cicogna e il corvo.

      ma i cacciatori non sparavano a Sofia, che neppure potevano vedere (nessun cacciatore ha mai potuto vedere la Saggezza), e Sofia era invisibile a tutti tranne che ai suoi amici uccelli, mentre era in volo, sparavano a quello stormo succulento di uccellini che volavano in gruppo nel cielo, e i cacciatori non apevano che quasi sempre gli stormi di uccelli nel cielo volano portando con sè Sofia, la saggezza.

      – lasciatemi subito, amici, carissimi! pensate alla vostra vita! – gridò Sofia, e gli uccelltti, senza farselo dire due volte, seppure a malincuore, deposero di fretta Sofia su un prato secco e gelato e si dipseseo volando nel blu di cristallo, prima che nessun cacciatore riuscisse a colpirne neppure uno.

      torneremo subito a prenderti, cinguettarono angosciati gli uccelli, pappena potremo tornare restando al sicuro, Sofia!

      non preoccupatevi per me, disse Sofia, io sono immortale.

      Sofia giaceva, apparentemente senza vita e senza pensiero; un bracco corse a fiutarla, provando perfino a rovesciarla con una zampa, nella speranza che ci fosse qualche uccellino congelato lì dentro.

      – bah! niente da mangiare – mugolò il cane da caccia – è solo una vecchia inutile casetta di legno che non serve a niente.

      e tornò verso il suo padrone cacciatore a coda bassa.

      oh, santo cielo, non avevo proprio intenzione di metetrmi a scrivere una favola stamattina e mi domando perfino come ho trovato il tempo di farlo, talmente sono preso da mia figlia Sara che è venuta a trovarmi.

      ma Sara ha dormito giusto fino a che il volo di Sofia è finito, e adesso – anche se mi vergogno un po’ – mi sembra sciocco cancellarla.

    • e che dire della tua, carissima angela?

      a suo tempo me l’ero persa, altrimenti l’avrei commentata: ho controllato, erano i giorni della strage di Winnenden qui.

      sempre generosa, tu.

      • sono attimi che abbiamo diviso e continuiamo a dividere..

        le belle favole servono anche a questo: a renderci protagonisti assoluti di questo…del nostro incontro nel bene e nel male…

        ricordo quei giorni perfettamente..

        un abbraccio e grazie
        Angela

  2. Pingback: [bortologia] bortologia, la favola di Sofia. bortologia 1 [III, 93] – 20 febbraio 2010 – 118 – cor-pus-zero·

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