164. quando un matrimonio va male (Il sacro divorzio cristiano, IX)

non solo nel mondo ebraico il divorzio era religiosamente possibile sotto forma di ripudio della moglie, ma lo stesso valeva anche fra i primi cristiani.

la teoria del Concilio di Trento che il matrimonio sia un sacramento, e in quanto tale indissolubile, contrasta non solo con i fatti, ma perfino col testo stesso dei vangeli cristiani.

per dimostrarlo mi sto prendendo tutto il tempo che occorre, chi ne ha da buttare può seguirmi nelle mie analisi pazienti e documentate.

chi ha fretta può andare in fondo al post, cliccare su “segue” e precipitarsi di sotto al Vangelo secondo Matteo 19, 9:

Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio.

* * *

solo il più antico dei vangeli riconosciuti dalla chiesa, quello cosiddetto secondo Giovanni (dal nome di Giovanni il Presbitero che potrebbe esserne stato il redattore finale), riporta la conclusione della discussione fra Jeshu il Re (Christos) e i rappresentanti farisei dell’ortodossia ebraica l’ultimo giorno della sua fallita missione a Gerusalemme, prima della cattura del mercoledì sera, e ci lascia capire che elemento centrale di questo fallimento fu appunto il rifiuto di Jeshu di adeguarsi alla morale sessuale mosaica, lasciando andare libera l’adultera che i farisei chiedevano di lapidare – episodio poi cancellato da tutti i vangeli successivi, per i quali questo racconto era troppo compromettente, dato che avrebbe leso alle radici il racconto oramai mistificato e stravolto dei contenuti della predicazione di Jeshu il Rabbi.

il Vangelo secondo Marco, infatti, riporta solo la parte iniziale di questa discussione, togliendola dal suo contesto e spostandola nella collocazione ambientale stessa, e vi inserisce un brano, che certamente non faceva parte della originaria predicazione di Jeshu, sulla indissolubilità del matrimonio; lo stesso fa il Vangelo secondo Matteo; e il vangelo sinottico più recente dei tre , quello secondo Luca, cancella addirittura del tutto l’episodio.

* * *

l’indissolubilita` del matrimonio è concetto talmente sconosciuto a Jeshu, che anzi nell’inizio di questa discussione lui prospetta una interpretazione rigoristica di un passo della Torah: è anzi doveroso che i coniugi si separino (nella forma mosaica del ripudio della donna da parte del marito) dove non condividano i valori morali profondi della religione.

di qui deriva appunto il titolo di questa serie di post che sto dedicando al tema del divorzio nel cristianesimo, a partire dai canoni del concilio di Trento che fissarono l’indissolubilità del matrimonio e confermarono la precedente tradizionale lettura cristiana che aveva trasformato in una colpa morale a vita l’errore di scelta eventualmente compiuto nell’unione fra uomo e donna e imposto di trascinare questa disgrazia a vita nel nome di Jeshu il Re.

sto infatti mostrando la totale inconsistenza dell’idea di attribuire a Jeshu la teoria della indissolubilità del matrimonio alla luce di una ricostruzione storica rigorosa della sua predicazione.

scopo di questi post (originariamente pensati per un amico in crisi, che probabilmente neppure mai li leggerà) è quello di aiutare chi crede a ritrovare se stesso e a liberarsi da sensi di colpa a sproposito: quando un matrimonio va male, una sana autocritica sui motivi dell’errore è utile – lo dico a me se stesso come a mia volta divorziato – per comprendere i caratteri profondi della nostra personalità che ci hanno portato a sbagliare su un tema tanto importante, ma considerarsi peccatori a vita perché ci si è dovuti separare da una persona risultata incompatibile con noi è una mostruosità morale dalla quale ogni persona di buon senso vorrà liberarsi volentieri.

e le sarà tanto più facile, nel caso sia cattolica o cristiana, se vedrà chiaramente, come stiamo facendo  qui, che Jeshu il Re mai disse nulla di simile e che la frase “diventeranno una carne sola” che gli viene messa in bocca era del resto solo una traduzione letterale dello stesso verbo che si trova nel racconto della creazione, dove si dice che “gli dei diventeranno luce”, per provare a dire come crearono la luce:

“diventeranno una carne sola” equivale a dire “genereranno una carne sola”: si riferisce cioè soltanto alla generazione dei figli.

* * *

dopo avere riassunto in questo modo gli otto post precedenti, scopo specifico di questo  è invece  di esaminare da un punto di vista filologico il rapporto fra il Vangelo secondo Marco e il Vangelo secondo Matteo, da esso derivato e con esso convergente nel racconto di questo episodio, che – come credo di avere dimostrato – si configura almeno nel primo come l’inserimento di un passo avvenuto successivamente alla redazione originale.

in sostanza, per il rapporto fra i due inserti, abbiamo a disposizione due diverse ipotesi:

1) l’inserimento del brano sul matrimonio avvenne nei due vangeli indipendentemente l’uno dall’altro, ma usando uno stesso testo di riferimento.

2) l’inserimento avvenne in uno dei due vangeli, in un’epoca successiva alla sua prima redazione, e questo agì come modello per l’inserimento successivo anche nell’altro (ma non necessariamente nell’ordine prima Marco e poi Matteo, se non vi saranno indizi interni a suggerirlo).

ovviamente potrebbe risultare strano che l’episodio sia stato inserito in Marco dopo che in Matteo, considerando che Marco è più antico, ma la cosa è resa possibile, in linea teorica, appunto dal fatto che si tratta di inserti successivi alla redazione originale.

* * *

confrontando i due passi, leggibili in appendice, nessun dubbio possibile che il Vangelo secondo Matteo derivi direttamente da quello secondo Marco, di cui rappresenta una rielaborazione.

entrambi i vangeli collocano l’episodio nella stessa sequenza narrativa e nella parte della Giudea aldilà del Giordano, subito prima dell’ingresso a Gerusalemme, e non a Gerusalemme, come invece risulta in base alla mia ricostruzione.

e tuttavia il Vangelo secondo Marco attribuisce una casa a Jeshu in questa regione, mentre è noto che la casa che Jeshu aveva a disposizione era quella di Lazzaro a Betania, alla periferia di Gerusalemme; il riferimento alla casa è necessario – come già detto – in questo vangelo per poter attribuire a Jeshu un insegnamento segreto fatto ai suoi discepoli che non era noto e contrastava anche con la sua predicazione pubblica; ma questo riferimento sparisce però del tutto nel Vangelo secondo Matteo, dove la parte pubblica dell’insegnamento di Jeshu e quella esoterica (per pochi iniziati) sono oramai fusi in un’unica predicazione pubblica.

insomma, è evidente che il Vangelo secondo Matteo sta rielaborando il racconto del Vangelo secondo Marco, allo scopo di eliminarne le incongruenze narrative e logiche e di renderlo coerente: ma in questo modo il racconto, compatto e logico, del Vangelo secondo Matteo non ci permetterebbe neppure di accorgerci delle incongruenze del più antico Vangelo secondo Marco, che era ancora costretto a misurarsi con i fatti reali di un ricordo in qualche modo ancora vivo.

questa osservazione dedicata a questo passo particolare qui è talmente importante che acquista un valore di carattere generale sul rapporto di questi due vangeli fra loro: il Vangelo secondo Matteo rappresenta la risistemazione conclusiva, verso la metà del II secolo, compiuta dopo diverse e ben note manipolazioni del vangelo più antico secondo Marco, che tuttavia avevano dato un risultato finale insoddisfacente per le palesi contraddizioni e incongruenze interne.

ed è da notare la grande sapienza strutturale della disposizione dei vangeli che in seguito venne decisa.

in testa a tutto viene messo Matteo, che regolarizza Marco (più antico e ancora contradittorio, pur se ampiamente manomensso), di modo che chi legge Marco lo legga mentalmente già normalizzato da Matteo e non noti le contraddizioni che Matteo ha eliminato.

poi si inserisce Luca, il vangelo più tardo, che inchioda dall’altro lato Marco e costituisce il trittico della versione sinottica, cioè dell’assestamento finale del racconto della vita e degli insegnamenti di Jeshu.

alla fine ci sta il Vangelo secondo Giovanni nella sua forma finale manipolata più tarda; ma la posposizione agli altri del vangelo dal nucleo più antico dei quattro relega al rango di stranezze le sue testimonianze dirette ed originali, non del tutto eliminate, su episodi o insegnamenti che oramai si volevano nascondere.

* * *

le principali differenze che si riscontrano fra Marco e Matteo nei contenuti sono queste:

1) Matteo non si limita a dire che Jeshu oltre il Giordano “ammaestrava” la folla, anzi trascura questo aspetto e dice che guarisce i malati: elemento narrativo che ribadisce con forza fin dall’inizio il fatto che lui è il Re delle profezie e che quanto dice è sacro, ma che ovviamente apre molti dubbi sulla effettiva sussistenza di tali miracoli almeno in quel momento.

2) la domanda che i farisei pongono a Jeshu secondo Marco, se “è lecito ad un marito ripudiare la propria moglie”, diventa secondo Matteo se “è lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo”.

3) secondo Marco è Jeshu che afferma che Mosè ha ordinato di ripudiare la moglie moralmente indegna, e invece i farisei affermano che questa disposizione di Mosè ha carattere facoltativo (“Mosè ha permesso”); secondo Matteo le parti nella discussione sono esattamente rovesciate: i farisei sostengono che “Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio” e Jeshu risponde “Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli”.

4) la teoria della indissolubilità del matrimonio, che in Marco figura in un breve passo finale chiaramente aggiunto dopo, perchè incongruente con tutto il resto, diventa invece qui la parte centrale dell’insegnamento morale di Jeshu sul matrimonio e viene detta da Jeshu come premessa del suo insegnamento.

5) il Vangelo secondo Matteo elimina la grossa sciocchezza che si legge nel Vangelo secondo Marco a proposito della possibilità di ripudio dell’uomo da parte della donna: si tratta del modo in cui dei tradizionalisti ebrei leggono il divorzio romano che poteva avvenire anche su richiesta della donna, ma ovviamente il maschilista mondo ebraico non aveva mai conosciuto una istituzione del genere.

* * *

ma il cuore della differenza fra Marco e Matteo è davvero sorprendente, almeno nel testo di Matteo che abbiamo oggi: il rifiuto del divorzio o ripudio attribuito a Jeshu attraverso le faticose sovrapposizioni di insegnamento diversi in Marco è assoluto; in Matteo è invece temperato, anche se mediante un inciso di dubbia originalità.

secondo il Matteo che abbiamo, infatti, il ripudio (cioè il divorzio) è lecito in caso di concubinato della donna con un altro uomo:

Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio.

ovviamente un simile insegnamento morale non può essere attribuito alla società ebraica, dove il concubinato di una donna sposata è semplicemente impensabile e avrebbe comportato la lapidazione, ma è da riferire alla società romana, ed è volto a lasciare una possibilità di risposarsi religiosamente ai fedeli cristiani romani colpiti dal divorzio della moglie, che si fosse risposata e convivesse con un altro.

nonostante questo insegnamento non possa certamente essere di Jeshu, dato che é riferito al contesto di una predicazione completamente diverso dal suo, ecco una testimonianza assolutamente evidente e certa che i primi cristiani che vivevano nell’impero romano prevedevano una forma di divorzio perfettamente autorizzata sul piano religioso, almeno in caso di avvenuto divorzio da parte della donna.

testimonianza certa delle abitudini cristiane, e tuttavia questo inciso, che ancora una volta incrina tutta la coerenza della costruzione morale appena compiuta temo che abbia lo stesso valore delle due paroline “in spirito aggiunto al “beati i poveri”: manomissioni successdive che alterano del tutto le idee originarie.

* * *

ultima importantissima differenza è che il Vangelo secondo Matteo aggiunge una serie di considerazioni estremamente interessanti in coda.

mancano del tutto nel Vangelo secondo Marco, ma non perché i redattori del Vangelo secondo Matteo, che scrivono decenni dopo, verso la metá del II secolo, abbiano una memoria più precisa dei fatti, ma perché aggiungono, attribuendole a Jeshu, testimonianze preziosissime sul dibattito avvenuto nella comunità cristiana nel periodo intercorso fra la redazione dei due vangeli.

merita esaminarle attentamente.

l’insegnamento originario di Jeshu, come abbiamo visto, si poneva nel solco della tradizione mosaica e prevedeva la separazione dei coniugi sotto forma di ripudio della moglie da parte del marito, dove vi fossero state incompatibilità morali profonde: anzi lo considerava un atto obbligato.

nelle prime comunità cristiane si era tuttavia fatto largo un insegnamento rabbinico rigorista che vietava il ripudio: la redazione attuale del Vangelo secondo Marco rappresenta bene lo stato aurorale di questa nuova visione morale, malamente affiancata alla precedente e sempre attribuita a Jeshu: il racconto che ne consegue, attraverso la sovrapposzione di insegnamenti eteorgenei fra loro, è palesemente incoerente; il Vangelo secondo Matteo rappresenta la risistemazione organica e coerente di questi nuovi insegnamenti successivi, che vengono pur sempre ricondotti al Maestro, forzandone e alterandone il pensiero; e tuttavia, alla fine, l’accettazione del ripudio riappare anche qui, almeno nel caso estremo del concubinato della noglie con un altro uomo.

segno evidente della estrema difficoltà di dare sistemazione organica alla faccenda (dura ricondurre i comportamenti umani alla razionalità di una legge morale!) e delle resistenze dei fedeli.

sì, queste innovazioni non avvengono senza resistenze nella comunità dei seguaci di Jeshu; il Vangelo secondo Matteo rappresenta bene le loro obiezioni:

[10] Gli dissero i discepoli:

“Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”.

qui però il lettore moderno rischia di fraintendere, credo.

una lettura immediata seecondo la mentalità attuale ci porterebbe a pensare che, se il matrimonio è indissolubile, tranne che nel caso che la moglie proprio ti metta le corna andandosene a vivere con un altro, ed il divorzio getta il fedele divorziato in uno stato di peccato permanente ed irrimediabile, allora certamente è molto meglio la semplice convivenza, che almeno configura uno stato di peccato transitorio.

intendo dire – ed è quello che consiglierei anche al mio amico credente – che, dal punto di vista di una morale forse troppo cattolica, è pur sempre meglio l’adulterio, stato transitorio che può sempre essere superato, che la condizione del divorziato, peccato permamente ed irreversibile.

ma ovviamente possiamo ragionare così solamente noi che viviamo in un mondo dove l’adulterio non è punito con la lapidazione.

non è certamente questo il senso della obiezione dei discepoli.

siamo invece proprio al momento in cui si determina la dottrina del celibato ecclesiastico, ed è sorprendente vedere come. ma questo è oramai l’inizio di un altro post.

Vangelo secondo Marco, 1o, 1 -13

[1] Partito di là, si recò nel territorio della Giudea e oltre il Giordano.

La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli l’ammaestrava, come era solito fare.

[2] E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono:”È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?”

[3] Ma egli rispose loro:

“Che cosa vi ha ordinato Mosè?”

[4] Dissero:

“Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla”.

[5] Gesù disse loro:

“Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.

[6] Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; [7] per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola.

[8] Sicché non sono più due, ma una sola carne.

[9] L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto”.

[10] Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento.

Ed egli disse:

[11] “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; [12] se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio”.

[13] Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano.

Vangelo secondo Matteo, 19, 1-13:

[1] Terminati questi discorsi, Gesù partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea, al di là del Giordano.

[2] E lo seguì molta folla e colà egli guarì i malati.

[3] Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero:

“È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”

[4] Ed egli rispose:

“Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse:  [5] Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola?

[6] Così che non sono più due, ma una carne sola.

Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”.

[7] Gli obiettarono:

“Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e mandarla via?”

8] Rispose loro Gesù:

“Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così.

[9] Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio”.

[10] Gli dissero i discepoli:

“Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”.

[11] Egli rispose loro:

“Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso.

[12] Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli.

Chi può capire, capisca”.

[13] Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li sgridavano.

2 risposte a “164. quando un matrimonio va male (Il sacro divorzio cristiano, IX)

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