278. oltre la distinzione dei sessi nei Detti di Jeshu di suo fratello gemello Giuda Tommaso (Il santo divorzio cristiano, XIII).

a che punto siamo col “santo divorzio cristiano”?

(santo, oppure sacro? fra l’altro – ma rimedio subito, grazie della segnalazione).

mai mi sarei aspettato di ricevere questa domanda da una persona che mi conosce bene, che è uscito in questo modo dall’anonimato di lettore (quasi comodo come l’anonimato da blogger, come ben so da quando vi ho rinunciato…)

ripeto per eventuali altri lettori quello che ho detto anche a lui (che sarebbe poi l’amico per il quale compivo, credevo in incognito, questa ricerca), anzi forse, scrivendo, lo spiegherò meglio anche a lui, oltre che a me stesso.

ma per intanto rispondiamo alla domanda.

sono fermo, da parecchio; tempo non buttato, ma impiegato a macinare argomenti e a riflettere: perché l’ipotesi iniziale non regge tanto facilmente e bisogna trovare a questo punto qualche altro argomento per rafforzarla, oppure un’altra idea forza che giustifichi la ricerca.

oppure buttare via, molto onestamente, tutto.

* * *

ho iniziato questa ricerca l’1 marzo scorso (post n. I,  il divorzio vietato del Concilio di Trento 52-il-santo-divorzio-cristiano-i), cominciando a raccogliere  i testi evangelici di Marco e Matteo su cui i padri conciliari della Controriforma cattolica fondarono nel 1563 la loro condanna del divorzio.

l’indomani un secondo post rilevava le contraddizioni narrative interne ai due vangeli di Marco e Matteo su questo episodio, cercando di dimostrare che esso è un inserimento successivo a Luca (post n. II, come Luca sbugiarda Marco e Matteo 54-il-santo-divorzio-cristiano-ii )

l’indomani ancora, ecco un rapido riassunto delle mie personali ricerche sulla cronologia dei vangeli, a confermare che gli attuali vangeli secondo Matteo e secondo Luca non sono anteriori alla metà del II secolo (post n. III, la cronologia evangelica di Papia 56-il-santo-divorzio-cristiano-iii )

qualche giorno più tardi un’analisi interna del Vangelo secondo Marco evidenzia il senso antifemminile delle manipolazioni del pensiero di Jeshu sul tema (post n. IV, come Marco mistifica il filofemminismo di Jeshu 61-il-santo-divorzio-cristiano-iv )

l’8 marzo, coincidenza che viene colta anche nel titolo del post n. V, l’8 marzo di Jeshu 67-il-santo-divorzio-cristiano-v-jeshu-e-l8-marzo , continuo invece sottolineando l’aspetto innovativo del pensiero di Jeshu sulla posizione della donna nella società ebraica del suo tempo.

una settimana dopo, eccomi invece alle prese con i tanti divorzi della Bibbia (post n. VI 80-il-sacro-divorzio-cristiano-vi-i-tanti-divorzi-della-bibbia in una analisi della evoluzione dell’etica e della legislazione ebraica sul tema del divorzio, nella forma del ripudio assunta in quella cultura).

il post successivo, l’adultera che rovinò Jeshu (post n. VII 100-ladultera-che-rovino-jeshu-il-sacro-divorzio-cristiano-vii ) insegue un affascinante accostamento suggerito dal Vangelo secondo Giovanni e collega a sorpresa la discussione sul ripudio a quella strettamente connessa della lapidazione della donna adultera, arrivando a una ricostruzione forse romanzesca, ma che colpisce al cuore il lettore (sempre che il lettore ne abbia uno).

il figlio dell’adultera (post n. VIII 121-il-figlio-delladultera-il-sacro-divorzio-cristiano-viii ) pone il problema della rilevanza di queste problematiche per Jeshu, notoriamente figlio di una relazione adulterina della madre, anche per la problematicità conseguente del riconoscimento del suo ruolo di legittimo discendente per via primogenita e di erede di Davide e della sua monarchia.

il post n. IX, quando un matrimonio va male 164-quando-un-matrimonio-va-male-il-sacro-divorzio-cristiano-ix, espone la tesi che la morale sessuale di Jeshu non considerasse indissolubile il matrimonio, conformemente alla tradizione ebraica, e cerca di dimostrarlo.

la tesi del post n. X è esposta molto chiaramente dal titolo: come divorziavano i primi cristiani e come la chiesa soppresse il santo divorzio cristiano 169-come-divorziavano-i-primi-cristiani-e-come-la-chiesa-soprresse-il-sacro-divorzio-cristiano-il-sacro-divorzio-cristiano-x

eunuchi di Dio dal ventre materno è il titolo del post n. XI 184-eunuchi-di-dio-dal-ventre-materno-il-sacro-divorzio-cristiano-xi che affronta il problema del celibato ecclesiastico e del suo significato storico culturale in rapporto al problema dell’omosessualità; ampia parte hanno i riferimenti alle pseudo-lettere di Paolo.

il post n. XII del mese scorso, il ripudio ripudiato di Jeshu, 227-il-ripudio-ripudiato-di-jeshu-il-sacro-divorzio-cristiano-xii , affronta i problemi posti alla ricostruzione sin qui fatta dalla  identificazione fra ripudio e adulterio già nella fonte Q, cioè nel testo base della tradizione dei tre vangeli sinottici Marco, Matteo e Luca, ricostruibile dal confronto interno delle diverse versioni da loro offerte; e non trova all’interno di questa tradizione ufficiale nessuna vera risposta al problema.

in altre parole, con l’eccezione del Vangelo secondo Giovanni, che non si occupa della questione, verso la metà del secondo secolo si costituisce una tradizione omogenea che va da Marco e Matteo, rimaneggiati, a Luca e alle pseudo-lettere di san Paolo che, almeno apparentemente, attribuisce a Jeshu la tesi della indissolubilità del matrimoni; questa tradizione ha il suo fondamento nella fonte Q (la versione originaria del vangelo secondo Matteo, quello conosciuto da Papia?) e, nonostante svariate incongruenze interne minori è compatta ed apparentemente inossidabile sul punto.

in conclusione, prometto quindi di provare a riferirmi ad altri filoni della tradizione evangelica, e in particolare ad alcuni vangeli apocrifi, per una verifica. se si coglieranno delle smagliature la mia tesi resterà aüperta, altrimenti dovrò scusarmi di avere fatto solo perdere (e di avere perso) del tempo.

e questo è il punto a cui siamo arrivati.

* * *

tra i vangeli apocrifi occorre distinguere con chiarezza fra alcuni testi che hanno una radice storica fondata e sono tra quelli originari della tradizione cristiana e una ricca paccottiglia di elucubratori fanatici di una teogonia gnostica spesso confinante col delirio, per quanto sempre interessante come manifestazione storica di una follia collettiva.

alla prima categoria appartengono solo due testi: I detti di Jeshu di suo fratello gemello Giuda il Gemello e il Vangelo secondo (oppure di?) Filippo; molto più complesso il discorso per il cosiddetto Vangelo di Maria Maddalena, un testo giuntoci in condizioni molto frammentarie attraverso tre diversi papiri, del quale si può dire piuttosto poco in ultima analisi, oppure per il Vangelo di Giuda (Iscariota, cioè il Sicario) recentemente reso pubblico.

sulla particolare autorevolezza dei Detti di Jeshu raccolti dal fratello gemello Giuda, il Tommaso della tradizione, non intendo ripetermi qui: l’analisi interna dimostra che essi offrono la versione più antica  di frasi e concetti che poi ritroviamo nei vangeli riconosciuti dalla chiesa, oppure altre parabole e detti assenti nella tradizione ufficiale ma credibili; questo vangelo è altresì quello che sulla base dei resti papiracei ritrovati sembrerebbe il più diffuso alle origini del cristianesimo.

il Vangelo secondo Filippo non è altrettanto noto, ma il personaggio era considerato fra gli apostoli più autorevoli a giudicare da quel che ne scrive Papia:

Papia, vescovo di Gerapoli (…) scrisse cinque libri di discorsi del Signore, nei quali, facendo l’enumerazione degli Apostoli, dopo Pietro e Giovanni, Filippo e Tommaso e Matteo, ricordò tra i discepoli del Signore Aristione e un altro Giovanni, che chiamò anche presbitero.

Filippo di Side, Storia ecclesiastica

e questa è invece una citazione diretta dell’introduzione dell’opera di Papia, Cinque libri di spiegazione dei detti del Signore, fatta da Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, III, 39, 3-4.

“Non esiterò ad aggiungere alle spiegazioni ciò che un giorno appresi bene dai più anziani e che ricordo bene, per confermare la verità di queste.

Poiché io non mi dilettavo, come fanno i più, di coloro che dicono molte cose, ma di coloro che insegnano cose vere; non di quelli che riferiscono precetti di altri, ma di quelli che insegnano i precetti dati dal Signore alla fede e sgorgati dalla stessa verità.

Che se in qualche luogo m’imbattevo in qualcuno che avesse convissuto con i più anziani, io cercavo di conoscere i discorsi dei più anziani: che cosa disse Andrea o che cosa Pietro o che cosa Filippo o che cosa Tommaso o Giacomo o che cosa Giovanni o Matteo o alcun altro dei discepoli del Signore; e ciò che dicono Aristione e l’anziano Giovanni, discepoli del Signore.

Poiché io ero persuaso che ciò che potevo ricavare dai libri non mi avrebbe giovato tanto, quanto quello che udivo dalla viva voce ancora superstite”.

addirittura, a volere stare alla lettera di queste notizie, si potrebbe pensare ad un ruolo centrale avuto da Papia nella costituzione stessa delle raccolte di detti attribuiti ai personaggi che lui nomina, e di “Tommaso” (Giuda il Gemello) e Filippo in particolare!

prima di Papia sarebbero esistiti solo il Vangelo secondo Marco (nella sua forma originaria, diversa dall’attuale), poi quello dei discepoli, che venne trasformato nel Vangelo secondo Giovanni nella stessa cerchia di Papia, e quello secondo Matteo (la fonte Q?) nella forma di semplice raccolta di detti.

ma, raccogliendo nel suo libro detti da ricondurre alla cerchia sia di Tommaso sia di Filippo, a me pare molto probabile che Papia stesso sia in relazione con le due tradizioni relative, il cui nucleo originario andrebbe ricondotto proprio a lui stesso.

non deve sfuggire infine che Papia prende distanza dalla cultura del suo tempo (“coloro che dicono molte cose”, “quelli che riferiscono precetti di altri” che non siano Jeshu, “ciò che potevo ricavare dai libri”); che sembra peraltro potersi estendere anche dalle prime stesure scritte dei vangeli, per riserve che diventano più chiare nella critica aperta al Vangelo secondo Marco per il presunto disordine espositivo: Papia apparteneva alla cerchia che aveva prodotto il Vangelo secondo Giovanni nella versione che conosciamo oggi, non aveva riconosciuto il suo carattere di raccolta cronologicamente incoerente di testimonianze degli ultimi seguaci diretti di Jeshu (probabilmente ancora prima della distruzione di Gerusalemme nella guerra ebraica) e si trovava di fronte al problema tuttora attuale delle differenze fra le presunte cronologie fra la prima tradizione evangelica, quella confluita nel Vangelo secondo Giovanni, e la nuova tradizione “sinottica” che aveva cominciato a formarsi ai suoi tempi attraverso il Vangelo secondo Marco.

nello stesso libro e capitolo, Eusebio aggiunge:

Racconta anche un’altra storia, che è contenuta nel Vangelo secondo gli Ebrei , di una donna accusata davanti al Signore di molti peccati.

quando parla di libri, a giudicare dai suoi commenti tramandatici, Papia parla del Vangelo secondo Marco, di quello secondo Matteo (ma non è il nostro) e di quello secondo Giovanni.

a quanto si comprende, Papia ha quindi steso delle raccolte di detti di Jeshu raccolti attraverso le testimonianze indirette dei parenti dei suoi primi seguaci; fra questi Filippo ha un ruolo centrale e torna anche in altre citazioni dell’opera di Papia, come personaggio particolarmente autorevole.

* * *

è nei Detti di Jeshu di Giuda il Gemello, nel quadro di alcuni riferimenti non particolarmente significativi  (53, 82, 111, 113, edizione Craveri) che ritorna una espressione molto simile a quelle che abbiamo già incontrato in Marco e Matteo:

“22. (…) Quando farete dei due uno, e quando farete l’interno come l’esterno e l’esterno come l’interno, e il sopra come il sotto, e quando farete di uomo e donna una cosa sola, così che l’uomo non sia uomo e la donna non sia donna, quando avrete occhi al posto degli occhi, mani al posto delle mani, piedi al posto dei piedi, e figure al posto delle figure allora entrerete nel Regno.”

secondo Craveri non vi è nessun riferimento ai testi di cui ci siamo occupati:

Marco, 10, 6-8:

[6] Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; [7] per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola.

[8] Sicché non sono più due, ma una sola carne.

Matteo, 19, 4-6:

[4] “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: [5] “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola”?

[6] Così che non sono più due, ma una carne sola”.

è evidente che i due concetti sono completamente diversi, anzi per qualche aspetto addirittura antitetici, ma come si fa a non metterli in relazione fra loro? la citazione biblica è la stessa!

tra l’altro Marco la altera un pochino, in quanto toglie il riferimento esplicito all’unione sessuale contenuto nel libro della Genesi e correttamente citato invece da Matteo.

è possibile che lo stesso riferimento a Mosè venga usato in un caso per dire che occorre superare i ruoli sessuali rigidi per recuperare una unità originaria, direi quasi fra ying e yiang, fra maschile e femminile, e in un altro caso per sostenere che il matrimonio non può essere dissolubile?

a me non pare possibile.

* * *

a proposito di matrimonio (si direbbe…), c’è una parabola nel Vangelo secondo Matteo e solo in lui, che troveremmo tutti molto sconcertante se solo la leggessimo con un barlume di spirito critico: 25, 1-12

è la parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte: 10 vergini che attendono uno sposo.

uno solo! e le sagge sono quelle che riescono a entrare, tutte assieme, nella sua sala nuziale.

[1] Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo.

[2] Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; [3] le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; [4] le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi.

[5] Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono.

[6] A mezzanotte si levò un grido:

Ecco lo sposo, andategli incontro!

[7] Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade.

[8] E le stolte dissero alle sagge:

Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono.

[9] Ma le sagge risposero:

No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.

[10] Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui nella sala nuziale, e la porta fu chiusa.

[11] Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire:

Signore, signore, aprici!

[12] Ma egli rispose:

In verità vi dico: non vi conosco.

che cosa si nasconde dietro questo sconcertante e nel finale quasi umoristico racconto di un matrimonio notturno (che del resto pare fosse tipico della tradizione ebraica del tempo)?

neppure riesco ad immaginarlo: certo, una storia così strampalata è difficile immaginarla, tanto da far dubitare che possa essere scritta in codice.

ma il tema delle nozze torna anche in un’altra strana parabola, quella del re che sposa il figlio, degli invitati che non si presentano, alcuni anzi uccidono addirittura i messaggeri del re, del re che allora manda i servi a raccogliere per strada la gente che passa, per riempire la sala, ma poi fra loro il re vede uno che non era in abito da nozze (e come avrebbe potuto?) e lo fa gettare fuori casa legato di notte (Matteo, 22, 1-14; in Luca, 14, 15-24, questo diventa il generico racconto di un convito).

altra storia assolutamente demenziale, che tuttavia sottolinea nei vangeli ufficiali come una centralità residua e non bene comprensibile più, del tema delle nozze  nella predicazione di Jeshu.

* * *

ma il Vangelo più importante per provare a risalire alla visione che Jeshu aveva del matrimonio è certamente quello di Filippo, dato che in esso si parla diffusamente del rito della camera nuziale, che appare in questo vangelo uno dei momenti centrali della predicazione di Jeshu.

e qui nasce il problema, perché il Vangelo di Filippo ci è giunto in uno stato di evidente massiccia manipolazione, addirittura più grave di quella compiuta da qualche teologo in vena di slanci lirici sul Vangelo dei discepoli, con l’occasione trasformato in Vangelo secondo Giovanni.

ora, prima di potere parlare in maniera affidabile della idea di matrimonio espressa da Jeshu nei detti riportati dal Vangelo di Filippo, occorre prima compiere anche su questo vangelo un’operazione di “ripulitura” tecnica simile a quella da me compiuta tempo fa nel Vangelo secondo Giovanni.

è un lavoro molto lungo ed incerto, che ha occupato diverso del tempo  trascorso fra questo post e il precedente; è un lavoro avventuroso e al confine, purtroppo, fra il romanzesco e il filologico, nel senso che la filologia pone diverse domande fondate, ma solo il romanzesco può dare forse a loro una risposta credibile.

in ogni caso, i risultati (provvisori) di questo lavoro decisamente poco “popolare” ed un poco specialistico devo pubblicarli a parte, ed userò per farlo la pagina speciale di questo blog dedicata alle origini del cristianesimo. 

Una risposta a “278. oltre la distinzione dei sessi nei Detti di Jeshu di suo fratello gemello Giuda Tommaso (Il santo divorzio cristiano, XIII).

  1. Pingback: il #Sinodo e il mio #Sacrodivorzio cristiano – 467. | Cor-pus·

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