377. XI, 5 incontro col bramino.

2 novembre incontro col bramino a Parur.

„mi scusi, dov’e’ la via dei bramini?“

il motoriscio’ aveva avuto per la verita’ da me l’indicazione di portarmi alla antica sinagoga ebraica di Parur, ma siccome ne ho appena vista un’altra a Chennamangalam non avevo voglia davvero di ripetere subito l’esperienza e avevo scelto questo indirizzo solo perché la guida dice che e’ a due passi dall’altro, la via dei bramin, appunto – e piu’ facile da spiegare.

ora mi trovo in una strada che direi del tutto normale, sotto il sole, ho solo notato e fotografato diversi manifesti colorati che riportano una mano aperta e anche davanti ad alcune case sul terreno stanno dipinte delle mani col gesso, come e’ uso nel Kerala e non solo, ma siccome della sinagoga neppure l’ombra, prima sono andato deciso fino in fondo alla via per vedere dove portava, ma era una strada chiusa, e poi sono tornato sui miei passi ed ho cercato attorno a chi potessi domandare nel mio inglese incerto.

ho scartato qualche vecchio di entrambi i sessi, che mi squadrava chiuso e diffidente per i miei strani movimenti in loco, due ragazze che passavano con l’ombrello per ripararsi dal sole erano troppo lontane, e poi appunto ragazze indiane, meglio non spingersi troppo in la’.

non mi restava che questo adolescente, dal viso grassoccio e decisamente brutto soprattutto per la mancanza quasi completa di mento che dava ai denti un’aria comunque sporgente, e inoltre costellato la faccia di strani bitorzoli che non avevano l’aria di essere acne, nonostante tutte le condizioni favorevoli, senza un pelo sul viso, eppure almeno fra i tredici e i quattordici anni, e abbastanza obeso: insoma un capolavoro di adolescenza malriuscita ed infelice,

„la via dei bramini e’ questa, mi ha risposto: una volta era molto piu’ bella, ma poi hanno costruito delle case in stile moderno“.

e gia’, qualche arricchito che ha voluto rifarsi la casa…

però, fammi pensare meglio: questo vuol dire che il guidatore del motoriscio’ mi ha letto nel pensiero e ha capito benissimo che volevo venire qui, anche se gli avevo dato un altro indirizzo?

* * *

ho deciso di venire a Parur perche’ era stata una delle mie massime aspirazioni l’anno scorso, ma poi non ci ero riuscito: e’ da queste parti che sarebbe sbarcato Giuda, il fratello gemello di Jeshu e l’autore della prima raccolta dei suoi detti, che poi la chiesa riusci’ qualche secolo dopo a proibire come testo eretico; la presenza di due sinagoghe molto antiche indica una diaspora ebraica nel Kerala che precedette addirittura il cristianesimo, e quando i portoghesi sbarcarono qui, nel 1400, furono molto sorpresi a trovarci gia’ dei cristiani, che facevano risalire (fosse vero o no) la loro fede direttamente all’eta’ apostolica e in particolare proprio a Giuda, detto Tommaso, cioe’ il Fratello Gemello, l’apostolo dell’India.

per arrivare sino a qui ci sono voluti prima anni di studi che progressivamente mi hanno portato a questa stupefacente scoperta, capace di distruggere completamente la devastante deformazione dogmatica del cattolicesimo mariano, con tanto di immacolata concezione e virginale messa al mondo di una coppia di gemelli, di cui uno figlio di Dio e l’altro no: notizia questa data direttamente da Giuda il Gemello stesso nel titolo della sua opera, ma che correva come dato acquisito mai smentito da alcuno nel cristianesimo delle origini, e’ confermabile indirettamente anche da una fonte storica classica, e alla quale non venne opposta per secoli alcuna informazione differente, ma soltanto ad un certo punto la condanna a morte per chi avesse conservato in vita il vangelo piu’ antico di tutti, quello appunto di Tommaso, che la documentava.

(che strano, mi accorgo ora che le tecniche usate dalla chiesa cattolica attorno alla figura di Jeshu sono le stesse usate dai servizi segreti per coprire i loro delitti, illustrate nel film di Gibson: pensa che strano, sono tecniche inventate dalla chiesa cattolica per impedire la verita’).

a parte questo lungo appassionamento per i frammenti di verita’ attorno alla figura di Jeshu che e’ possibile riportare alla luce, ma che distruggono il cattolicesimo come lunga sequenza di falsificazioni create per meri scopi di potere, per arrivare alla strada dei bramini e’ occorsa anche la mia lunga storia culturale che me li fece incontrare al tempo della tesi di laurea, e poi la lunga sequenza dei miei viaggi in India per rinverdirne l’interesse.

e poi c’e’ voluta la partenza stamani dall’Hotel Fort South, la discesa all’imbarco dei traghetti per l’isola di Vypeen, un poco di attesa nervosa colando sudore, il passaggio col battello nella laguna quest’anno infestata di erbe acquatiche, la traversata a frenate e sbalzi in bus per trenta km dell’isola lunga e stretta tra lagune e mare aperto, tagliata da diversi canali superati da ponti, riconoscendola in astratto quasi come sulla mappa soltanto, ma non nel clima socioculturale degradato, e poi su lunghi ponti ritornare forse al continente, se cosi’ puo’ essere chiamata la nuova striscia di terra a sua volta incisa da canali e racchiusa tra ampi bacini.

appena sbarcato dal bus a Parur, e infastidito dal caos rumoroso che la attraversava d’impulso avevo voluto prendere il riscio’ che doveva portarmi alla piu’ piccola e dispersa Chennmangalam, godendomi qualche km di viaggio oramai per strade semicampestri, lontano dal confuso addensarsi delle infinite periferie di Cochin.

il driver mi aveva portato sulla soglia dell’antica sinagoga con i suoi oggetti rituali, e poi ad una zattera che traghettava dall’altra parte del fiume o del braccio di mare, non saprei dire, e mi aveva proposto di passare di la’ a guardare la roccia dell’elefante, un gruppetto fitto di rocce rossastre vicine all’altra riva, mentre lui mi aspettava di qua.

per quanto incerto lo avrei anche fatto se, intanto, il barcone non fosse partito, e subito dopo ho deciso di rientrare nella caotica Parur, nella strada dei bramini, anzi all’altra sinagoga, appunto, pagandogli due volte il prezzo gia’ cospicuo del viaggio.

* * *

„quella e’ la mia casa – continua il ragazzetto brufoloso, che oramai ha gia’ acquisito lo status di mia guida improvvisata – sai sono un bramino anche io“.

la cosa la’ per la’ potrebbe essere anche credibile, in ogni caso lo guardo meglio: effettivamente e’ di carnagione abbastanza chiara.

incredibile che il driver pero’ non solo abbia indovinato dove volevo andare, ma anche il mio desiderio di conoscere un bramino e che abbia fatto in modo di metterlo sulla mia strada al momento giusto.

certo che in tanti anni nei quali ho immaginato che avrei nella mia vita incontrato un bramino per abbeverarmi alla sua saggezza, trascurando il fatto che nell’India piu’ recente i bramini sono invece soltanto la classe piu’ privilegiata, rispetto alla quale tutti gli altri sono impuri, e dunque tenuta ad una distinzione sociale, se non proprio ad una coerenza morale, molto superiore alla massa, mai avrei pensato che si sarebbe incarnato per me in questa figura dai contorni debordanti, dalla vocetta querula e un tantino petulante, che comincia a guidarmi per le assolate strade di Parur.

* * *

in ogni caso il ragazzetto bramino per prima cosa mi porta alla cadente sinagoga, priva praticamente quasi di ogni contenuto e ridotta ad un edificio semisventrato, che non ha niente da dire, e peraltro in accurata ristrutturazione.

la mia piccola guida vede benissimo la mia insoddisfazione, ma non si perde certo d’animo:

„vuoi vedere il tempio dei bramini? e’ qui vicino…“

prima ancora del tempio, dietro un cancello, ecco un vecchio nobile edificio cadente, che era la sede di una specie di congregazione, un luogo per le riunioni dei bramini.

e, subito dopo, il ragazzetto, che certamente come guida sa il fatto suo, mi porta ad un cortile dove si custodisce l’elefante sacro per il tempio.

„oh, che peccato, il recinto e’ chiuso“, comunque l’elefante si intravvede stentatamente dal cancello di ferro sconnesso: eccolo che pastura il suo fieno levandolo solenne con la proboscide in un giardino inselvatichito…

„senti, ma qui di fianco c’e’ un edificio aperto con un cortile che chiaramente porta al giardino dove sta l’elefante, entriamo…“

„no no“, agita le mani il giovane bramino sovrappeso: li’ ci sono persone molto molto cattive, che fumano cose proibite, proibitissime.

e poi, vedendo che questo argomento non fa molta presa su di me, e sicuro di centrare il bersaglio: ti chiedono un sacco di soldi per vedere l’elefante…

sarei anche disponibile a chiedere fino a dove si spinge, a Parur. il concetto di „sacco di soldi“, dato che ne ho gia’ sperimentato bene la differenza rispetto agli standard europei, ma il ragazzo e’ sinceramente cosi’ agitato all’idea che capisco che sto semplicemente per violare un suo tabù e rinuncio malvolentieri all’idea di farlo soffrire.

lui pero’ percepisce di avere lasciato dei dubbi aperti: „guarda che noi bramini dobbiamo dire sempre la verita’“.

sogghigno fra me e me e me (la terza volta, perche’ no?) che il piccolo, senza saperlo, sta proponendomi una versione inedita del paradosso di Epimenide: li’ i cretesi mentivano sempre, e lui che lo diceva, era un cretese (la soluzione sta nel fatto sorprendente che logicamente la parola „sempre“ non può essere usata); qui il bramino dice che i bramini dicono sempre la verita’, e non ci sarebbe problema, se fosse vero; ma siccome gia’ sappiamo dalla soluzione logica al paradosso precedente che di qualunque affermazione non si può dire“sempre“, ma solo “qualche volta“, ci mettiamo il cuore in pace, dato che i bramini come i cretesi qulche volta dicono la verita’ e qualche volta mentono, come tutti.

* * *

il ricovero dell’elefante stava di fronte alla fiancata sinistra del tempio, separata da un vasto spiazzo di erba polverosa: quando abbiamo finito di attrav[ersarlo

non saprei dire come mai, ma qui deve essere saltata una pagina; non c’è modo di ricostruire l’originale, che – se mai conservato – lo era nel netbook che è andato distrutto quest’estate dal mio provvisorio coinquilino che ci ha versato la birra sopra.

cerco quindi di ricostruire più a meno a senso.]

io per un po’ mi sforzo di fotografarlo e riprenderlo nei suoi movimenti dalle intercapedini del cancello che lo rinchiude; poi mi rassegno a seguire la mia illumanata guida braminica che insiste a portarmi via da lì: non importa, appena mi sarò liberato di lui tornerò, entrerò deciso nel cortile proibito, mi metterò a parlare coi guardiani, indolenti, snmagati, ma simpatici, che comunque mi lasciano muovere e armeggiare con l’obiettivo come voglio, lì dentro.

l’elefante è imponente, apparentemente libero, acuto nell’osservare, maestoso nel maipolare le gigantesche foglie di palma che costituiscvono il suo cibo: gli occhi piccoli sono la evidente fotocamera di una memoria indelebile, sono sicuro che se mai dovessi ritornare a Parur, farebbe un piccolo cenno misterios con quegli occhi piccolissimi, per segnalare a se stesso che mi conosce già.

ed ora come faccio a dirlo con la stessa forza, lo stesso entusiasmo iniziale con cui mi ricordo di averlo scritto nel novembre 2010?

se da sempre, fin dai miei studi universitari classici, che finirono per coinvolgere l’India, desideravo incontrare un bramino, mi spiace per il mio giovane accompagnatore indegno di un ruolo tanto sapienziale, ma il bramino del titolo, che io ho incontrato a Parur, è stato il maestoso elefante sacro che non aveva nessuna parola da dirmi, nessun insegnamento da darmi, altro che quello che emanava dal correlativo oggettivo del suo corpo possente, delle sue zanne enormi, potenzialmente mortali, ma non usate contro di me, dalla calma del suo cibarsi senza tedio nella quiete ombrosa di un recinto di alberi.

sono contento di questa mia tappa lontana da ogni grandeur turistica, ma densa di insegnamenti e di apprendimento: quando imparerò anche io a ruminare i miei post come questo elefante, considerarndoli neinte di più che un cibo quotidiano della mente, quando capirò che non c’é altra saggezza che questo lasciarsi scorrere dentro dell’aria, dell’acqua, del cibo, quando sentirò senza dolore che siamo un girotondo mortale che con un lento moto a spirale ci fa allargare nella vita e poi restringere come un piccolo vortice che finisce di scorrere giù per scarico del lavello, penserò alla masticazione lenta dell’elefante bramino di Parur, e sentirò che la mia vita non sarà stata del tutto inutile per me (per gli altri non so che cosa pensarne) se inghiottirò anche il momento della fine con la stessa ruminante saggezza.

* * *

di tutti questi pensieri il mio bramino ragazzino un poco affannato e ansioso nulla ha saputo, anche perché li ho concepiti dopo averlo lasciato: lui infatti mi ha condotto vicino all’enorme cattedrale cristiana cattolica della cittadina, la cui abside fronteggia l’entrata del tempio induista, nel quale lui non mi accompagnerà, perchè considera più o meno blasfemo che ci entri un impuro come me.

mi chiede cortesemente del denaro, ma poi si fa mille problemi quando pongo mano al portafoglio: mi spiace se andiamo a nasconderci da qualche parte? lui è un bramino, ed è vergognoso che accetti del denaro…

di fronte a questa prova di morale gesuita applicata all’India mi verrebbe voglia di rispondergli che se è disdicevole per lui prenderli, non li prenda e basta, e invece accetto di infilarmi in una specie di angolo del perimetro del muro esterno alla cattedrale e di dargli qualcosa prima di vederlo sparire contento della promessa che mi ricorderò sempre di lui, che gli scriverò, che tornerò a Parur a trovarlo.

promesse tutte regolarmente elargite e già dimenticate, mentre nell’ombra leggera e colorata della cattedrale, i cui portici sono spazzate da una donna piegata in due dalla devozione su una scopa di saggina corta, mi riposo rigardando le poche foto fatte sinora e fantastico di questo cristianesimo indiano, così diverso dal cristianesimo del resto del mondo.

* * *

all’uscita un sole fotografico dà risalto alla bellezza del sacro recinto cristiano e al cimiterino che lo affianca; un ragazzo dall’aria disperata mi raggiunge per propormi un affare piuttosto sordido sul cancello stesso del campo dei morti, vuole vendermi del fumo se lo seguo nei bagni lì di fianco.

ho dato gli ultimi spiccioli al bramino bambino e ho solo biglietti di grosso taglio (per l’India), in nessun caso comunque assentirei a questa che ha tutta l’aria di una gentile richiesta se desidero essere rapinato.

gli spiego che vado prima a mangiare, la trattoria è proprio a due passi, me l’ha appena indicata la mia guida, poi falsamente prometto di tornare verso le due; mi aspetterà (ma non è vero, alle due non ricompare), fino a che dall’ombra della locanda vedrò che il sole è salito alto nel cielo dalle ombre che si restringono quasi a niente sulle strade e uscirò solo quando riprenderanno ad allungarsi.

credo di avere visitato il tempio subito, e poi di essere tornato per la seconda volta col motorisciò (a prezzo dimezzato) in questa giornata scombinata al pontile: vi aspetto, dopo avere superato una non breve e inpressionante crisi di aritmia cardiaca, il barcone traghetto che da Chennamangalam, già vista (rifiuto di visitare per la seconda volta la sinagoga), mi porterà, varcato il fiume, a Kodungallur: un niente che ha di bello solo delle misteriose rocce rosa che affiorano dalla corrente e che si vanno a vedere dalla riva, prima di tornare sul pontile e per il percorso ora fatto a ritroso, ed è la quarta volta, a Parur.

* * *

giornata di fotografie, soprattutto, anche se la luce non è buona e i temi molto modesti, quasi rurali: come del resto volevo che fossero in questo inizio di viaggio: torno in questa zona del Kerala per la seconda volta, e ho visto le cose turisticamente più vistose la prima, ora mi sono preso il tempo per i piccoli dettagli di solito trascurati, per la vita minore, per la quotidianità.

immemore dei divieti della mia guida della mattina (o meglio, deciso a non rispettarli) fotografo anche dentro il tempio.

ovvio: la fotografia e’ il mio modo di venerare la forza dell’esistenza, e dunque e’ un rito in conflitto con gli altri: per quanto sia capace di accettare i divieti altrui quando mi vengono espressi, del resto a casa loro, non riesco ad averli presenti quando entrano in conflitto con i riti della mia personale religiosita’, e pur obbedendo piegandomi all’ordine ricevuto, non capiro’ mai che i fedeli di altri riti non capiscano che il mio fotografarli e’ il mio modo originale di venerare se non il loro Dio, la loro fede in Lui.

comunque in questo caso neppure l’obbedienza basta, perche’ dopo poco arriva un sacerdote e mi butta decisamente fuori dal tempio.

poco male, assettato sul muretto che circonda un grande albero sacro, prima rispondo ad una chiamata dalla Germania, e poi mi massaggio i piedi disfatti: l’idea di ieri sera di rompere la prima vescica, gia’ piena di siero sanguinolento, non e’ stata felice; si e’ sviluppata una piccola infezione e al posto della prima se ne sono gia’ formate altre due, della stessa natura, che a questo punto ovviamente non rompo.

il fatto e’ che devo ammettere che „le scarpe da ginnastica piu’ comode del mondo“, con le quali mi ostino a girare nei miei viaggi nel terzo mondo dove ritengo che la loro consunzione non fara’ particolare impressione, hanno davvero concluso la loro credo trentennale carriera: dal fondo si staccano i pezzi, che si infilano volentieri nei piedi disarmati, e con orrore mi accorgo che al centro di una delle scarpe il distacco e’ proseguito sino al punto che in trasparenza si vede attraverso la suola.

basta, nella serata stessa ad Ernakulam mi comprero’ un nuovo paio di sandali.

* * *

il cielo si annera in fretta mentre sto nell’autobus che mi riporta a casa; una controllata al cellulare mi dice che mi sono perso senza accorgermi due chiamate: e’ Sanish finalmente!, mentre Amrid non e’ contattabile in alcun modo, deve certamente avere perso il cellulare e per questo banale incidente della storia, la nostra amicizia finisce qui…

mentre armeggio per richiamarlo, Sanish mi chiama di nuovo: sta arrivando ad Ernakulam (gia’ mi ricordo adesso che stava da qualche parte a ovest della citta’, dalle parti dell’aeroporto), viene a trovarmi in hotel, gli dico che anche io sono in viaggio.

ci sono code e contrattempi vari, fraintendimenti del mio inglese orecchiato col suo: io l’inglese arrivo anche a parlottarlo a modo mio e gli altri sono cosi’ gentili che in generale si sforzano di capirlo, ma la comprensione mia degli altri e’ un altro discorso!

quando arrivo all’hotel lui non c’e’: poco dopo mi chiama e dice che e’ gia’ stato li’, ma non mi ha trovato e se ne e’ andato; strano che alla reception non mi abbiano detto niente; in ogni caso, adesso torna indietro, e dopo una decina di minuti ecco che mi avvisano del suo arrivo chiamandomi in camera.

Sanish non sembra molto cambiato in un anno, se non fosse lui a dirmi che sta perdendo i capelli non mi accorgerei certo che in effetti e’ un pochino piu’ stempiato; inutile che cerchi di confortarlo con un paragone con me, queste parole gli fanno lo stesso effetto che a quando le dico a mio figlio Rocco: che paragoni sono questi! io ho 35 anni di piu’.

appunto, e che ci fanno due uomini di 62 e 28 anni, che si sono incontrati per caso un anno fa, sono rimasti in contatto ed ora si ritrovano? beh, si raccontano gli avvenimenti salienti dell’anno e approfondiscono la conoscenza reciproca, magari appena accennata la volta prima.

Sanish e’ piccolo e snello, ha un viso intelligente ed uno sguardo penetrante, entro il prossimo anno si sposera’, immagina, e da come lo dice compare alla mia immaginazione una madre che lavora gia’ nell’ombra per scegliergli la ragazza (mica male, medito, che ci pensa la mamma, e’ un bello scarico di responsabilita’, soprattutto se uno poi – come mi pare per Sanish, da come descrive la prospettiva – verso il matrimonio non e’ neppure particolarmente attratto e al massimo si rassegnera’).

lavora in aeroporto (questo non lo ricordavo) ed ama avere amici occidentali, l’eta’ non importa; a me piace invece avere amici indiani e anche per me l’eta’ non conta, ma in senso inverso al suo, nel senso che non mi dispiace chiacchierare con qualche giovane che non condivide con me tutto il peso dell’esperienza della vita; due interessi che si incontrano in modo alquanto misterioso, direi, e che non fanno male a nessuno.

aggiungete che per mera fortuna (non che avessi proprio pensato a lui, lo ammetto, nel partire) sulla memory card della fotocamera ho alcune pictures di casa mia e qualche scorcio di Brescia, che sembrano farlo particolarmente felice, dato che gli consentono di rendere piu’ reale e concreta la sua immaginazione di vivere laggiu’.

il resto e’ conversazione piana e rilassata di due menti che si esplorano usando diversi argomenti che qui neppure vale descrivere, senza ansie ne’ doveri.

due interessi reciproci che reggono giusto a vedersi una o due volte nella vita e a distanza di un anno, perche’ in realta’, a dirla tutta, non e’ neppure che abbiamo molto altro da dirci, a parte il piacere che ci da’ lo stare insieme per un paio d’ore.

alla reception ci sorridono peraltro con approvazione quando usciamo, io accompagno Sanish all’autobus che deve prendere per tornare a casa, o meglio all’autobus urbano che lo portera’ alla stazione del bus extraurbano per il suo paese in un viaggio oramai del tutto notturno.

cerco invano di convincerlo ad usare un rikscio’, anche offrendogli il costo, peraltro davvero modesto, sono gia’ passate le 10 e l’autobus del numero giusto non si vede ancora, ma Sanish rifiuta, anche se rischia di tornare a casa dalla mamma premurosa che non sa niente ad un’ora oramai impossibile…

a proposito, e dove abita Sanish?

non lo sapevo oppure non me lo ricordavo proprio: a Parur!

il che significa che mentre ci telefonavamo eravamo uno (io) sull’autobus dietro a quello dell’altro, e poco ci e’ mancato che non finissimo sullo stesso mezzo!

e che potevamo semplicemente evitarsi tanti giri inutili entrambi e vederci nel suo paese!

ma non faccio neppure a tempo a dirglielo, perche’ proprio adesso l’autobus giusto arriva e lui scompare, manco riesco a capire come ha fatto a salire su quel mezzo stracolmo, in ogni caso non si vede piu’ e deve avercela fatta.

13 risposte a “377. XI, 5 incontro col bramino.

    • purtroppo a me non notificano niente, quindi non posso verificare.

      🙂

      problema per problema, in questo momento non mi riconosce neppure come proprietario del blog.

      come a dire: chi va in India o a Roma perde la poltrona (proverbio stranissimo, peraltro, perche’ di solito a Roma la poltrona la si trova…).

      – aspetta, ho capito perche’, ed ha ragione lui, ovviamente

    • ops, ora e’ chiaro perche’.

      il post 376. e’ stato modificato peer errore nel post 377.

      provvedo a ripostare il titolo, grazie della segnalazione, di nuovo, pra che ho capito l”errore.

      pero’, e’ frustrante che abbia sempre ragione lui…

      • — la cosa strana è che di questo commento non ho ricevuto l’avviso, lo leggerò in un altro momento perchè sono stanca,

        ma anche del post sul 376 l’incubo aereo non ho ricevuto l’avviso, evidentemente sono due numeri sfortunati. Quello me lo sono letto con gusto-

  1. purtroppoa me non notificano niente, quindi non posso verificare.

    🙂

    problema per problema, in questo momento non mi riconosce neppure come proprietario del blog.

  2. per il post sull’incubo aereo non hai ricevuto l’avviso perché dal punto di vista tecnico si e trattato di una semplice modifica di un post che esisteva già.

    per il commento non so, vediamo se ti arriva almeno la notifica di questo!

    • Notifica arrivata. Commento sotto perchè trovo qui inopportuno mettermi in testa. Letto, troppe cose da commentare, ne scelgo due. Il bramino adolescente: in viaggio accadono queste cose, si materializza la guida di cui abbiamo bisogno, ma non ha l’aspetto immaginato. Sta lì l’abilità: saper distinguere a chi affidarsi.
      L’amico con 34 anni di meno: a me non fa un effetto strano. Anzi, una delle mie amiche più care e preziose aveva 39 anni più di me; mentre la mia attuale più cara, che mi capisce meglio di chiunque, ha 21 anni meno di me. Ritorniamo sempre al Tempo-illusione.

      • beh, l”aspetto braminico degli elefanti, e ne ho visti davvero parecchi in questo viaggio, praticamente uno per ogni tempio, non me l’ero mai aspettato, in effetti.

        lle tue considerazioni successive, sull’altro post, come hai chiarito poi, sono condivisibili.

        purtroppo non sono ancora riuscito a postare l’ultimo post sopravvissuto al suicidio casuale e involontario di tutti i successivi, sui miei tre giorni con Mike.

        si scoprira’ uno strano caso di affinita’, dove tuttavia la differenza di eta’ conta, se non altro per far assumenre agli attori del gioco dei ruoli ben detrminati.

  3. Pingback: 51. a Parur: il quarto montaggio video del mio sesto viaggio in India. « Cor-pus·

  4. Pingback: 66. sulle tracce di Tomaso, il fratello gemello di Jeshu. il mio quinto montaggio video del mio sesto viaggio in India. « Cor-pus·

  5. Pingback: 80. sul fiume Periyar, sesto montaggio video del mio sesto viaggio in India. « Cor-pus·

  6. Pingback: 82. il tempio di Parvati a Kodungallur. « Cor-pus·

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...