381. XI, 9. the semisweet flavour of Madurai.

6 -7 novembre  – il sapore dolciastro di Madurai.

intanto che aspettiamo il bus per Madurai si avvicina un taxista: non preferiamo per caso scendere a Madurai col suo taxi?

oh no, rispondiamo in coro Mike ed io, pensando che sarebbe una follia economica.

ma no davvero, vi chiedo solo 400 rupie, il bus in due ve ne costerebbe 200.

il bus forse costerebbe meno, ma 400 rupie sono meno di 7 euro per almeno 4 ore di viaggio: è impossibile anche in India! ci deve essere sotto un imbroglio, penso, come quella volta nello Yemen che il tassista mi chiese 70 per tre ore di viaggio e sarebbero stati 10 euro, ma all’arrivo disse che intendeva dollari.

ci consultiamo rapidamente, il bus sta già suonando il clacson per entrare nel piazzale ch serve da bus stand, e decidiamo che vale la pena di provare; sacche e valigie nel portabagagli e si parte.

* * *

ho detto prima „scendere a Madurai“, che sta al centro della pianura sotto il lato orientale dei Ghati, ma la prima ora buona è di salita su penosi tornanti, che superano ben presto anche le piantagioni del thé; l’autista è gentilissimo, si ferma nei punti più belli per farci fotografare (solo Mike!), un’altra breve sosta è ad un baracchino per mangiare, verso mezzogiorno, tra galline e capre, in mezzo alla nebbia di montagna.

verso la sommità del passo la nebbia diventa quasi impenetrabile, la visibilità è a pochi metri e in questa caligine sagome vaghe si agitano cercando di sbrogliare una coda formatasi, come capisco dopo una breve indagine, per il guasto di una macchina su un passaggio critico, e hai voglia che passino gli autobus dove neppure due auto potrebbero passare!

bisogna attendere che tutta la fila rinculi e che dei volenterosi spostino praticamente a braccia il veicolo in una curva un poco più larga.

finalmente si riparte ma è passata un’ora buona e penso a come sarebbe stata quell’ora sul bus, senza potersi muovere, curiosare, correre su e giù come abbiamo fatto in tutto questo tempo riempiendo lo stress con tanti gesti inutili ma benefici.

* * *

nella discesa verso il più asciutto Tamil Nadu la nebbia si dissolve ed appaio le sue rocce rosate, l’elemento più tipico del paesaggio di questo stato, tanto da avere ispirato – me ne accorgo vedendo la sagoma di un piccolo gopuram di paese affiancata al pù lontano rilievo di un roccione a picco – l’architettura stessa del paese, caratterizzata da queste specie di torri che segnalano i templi che salgono verso il cielo con un accumulo di volumi tondeggianti progressivamente minori e con un delirio vaneggiante di figure.

i primi paesi ai piedi delle montagne segnalano subito tutta la differenza col Tamil Nadu: il clima più asciutto vede la scomparsa di lagune e fiumi o canali, del resto la pianura è ancora più vasta e siamo molto lontani dal mare; al posto delle casette in muratura con i loro tetti a spiovente di tegole piatte rosso cupo, sono ben più numerose le semplici capanne di foglie secche strettamente intrecciate, alcune anche di più piani e quasi monumentali, potrebbero essere forse depositi dei raccoltim oppure cantieri, dato che in India i cantieri vengono talvolta coperti così, per riparare i muratori e le muratrici dal sole (muratrici? sì, quello della muratura è in India un mestiere ampiamente femminile, come i miei lettori di altri simili resoconti di viaggio sanno già).

noto anche che capanne e casette in stile Kerala, che talvolta compaiono, hanno tutte tetti a spiovente, mentre le case in muratura più recenti hanno tetti a terrazza, forse segno di un clima che sta cambiando e di un Tamil Nadu che si sta drammaticamente inaridendo, come risultava nel viaggio del luglio del 2005, quando questa regione mi introdusse alla conoscenza entusiasmante dell’India; a novembre comunque, anche se forse perdura un problema di carenza d’acqua, non si nota, siamo verso la fine del periodo del monsone, e il paese è forse nella sua fase più umida e verde.

il che non impedisce che la polvere entri invisibile dappertutto, che a fine giornata i capelli siano come impastati, nonostante lo shampoo profumatisimo ayurvedico preso per niente Munnar, che i colletti delle camicie anneriscano in giornata, e che ci si debba seralmente dedicare alla pulizia mai del tutto riuscita delle unghie nerastre.

* * *

a Madurai l’hotel l’ho scelto io, con la Lonely Planet, economico ma non sordido; è una emozione arrivarci, col gopuram occidentale (ma io sto stupidamente ancora pensando che sia quello orientale, con le conseguenze che si vedranno) che nelle ombre del pomeriggio sta in fondo alla via con tutta la maestosità dei suoi 47 metri di altezza ed il frastagliamento delle centinaia di figure scolpite da questa distanza fanno come un pulviscolo di vibrazioni vitali che lo percorrono, dato che i vivaci colori delle divinità controluce si perdono quasi del tutto.

la stanza più bella dell’hotel è al sesto piano, dove saliamo accompagnati da uno scorbutico vecchio inserviente, ed entriamo in una terrazza sulla sterminata cttà nella città rappresentata da questo tempio della dea Sri Menakshi, la protettrice di una città che esisteva già al tempo di Alessandro e presso la quale fu ambasciatore Megastene, che per primo ne scrisse le imprese e che fu oggetto dei miei studi universitari: ed ha una superficie di 6 ettari, cioè di 60.000 metri quadrati, come 1.000 trilocali, oppure 4 o 5 basiliche di san Pietro incollate assieme a formare un parallelipedo che si avvicina senza raggiungerla alla forma di un quadrato di circa 250 metri di lato; e ha, oltre ad una cupoletta crestata di decorazioni, piccola e bassa, che quasi non si vede, nonostante sia tutta ricoperta d’oro, 12 gopuram, oltre che nei quattro punti cardinali, in altri diversi, che costituiscono come una foresta di torri figurate entro le quali lo sguardo si perde lontano a guardarle quasi senza fiato da questa terrazza alta verso di loro e per il resto dominante una citta’ anonima e brulicante.

guarda, Mike, siamo nella citta’ di Blad Runner, una Blad Runner della preistoria che è anche una archeologia del futuro; vorrei dirgli questo, ma non credo che lui abbia visto il film o magari pensa che voglio dargli il sospetto di essere un cyborg, col suo corpo così lucido, da Big Jim un poco piccolo di statura, ma per il resto troppo perfetto per essere vero, come appaiaono a noi europei i corpi sempre un poco di plastica degli americani.

* * *

mi limito invece soltanto a scegliere io la sistemazione: la suite è esclusa, ha non solamente il letto, ma anche il materasso matrimoniale, e perdipiù in questo momento è invasa dall’acqua di qualche temporale appena passato su Madurai; la camera al piano di sotto, invece, ha almeno i materassi separati pur se i letti non sono divisibili, perché hanno testiera unica in comune, e poi e un piano soltanto sotto la terrazza: Mike accetta.

mettiamo in carica le batterie (anche la sua digitale è uscita dal giro attivo un poco dopo la mia e per lo stesso motivo) ed usciamo per andare alla stazione a comperarci i biglietti per domani, io per Rameswaran, lui per Kanyakummari, a 400 km a sud, la località in se stessa più bella dell’India, gli ho detto, e gli ho raccomandato di non perdersi il tramonto, esperienza dell’anno scorso che non dimenticherò.

ma alla stazione, che raggiungiamo a piedi, attraversando strade governate da un clima di festosa voglia di fare affari, domina un caos organizzativo tipicamente indiano: nè io col mio inglese imperfetto nè Mike col suo angloamericano riusciamo a venire a capo della questione; per misteriosi motivi allo sportello a me dicono di tornare domattina per il treno che partirà la sera, e potrebbe essere che per ora il treno è già tutto prenotato e invece domattina potrò disporre delle rinunce; invece lui non so, ma lo vedo illuminarsi di colpo alla vsta di tre giovani turiste occidentali, troppo fuori range generazionale per me, e si disperde a parlare con loro; io lo aspetto paziente, già abituato a questi suoi dissolvimenti nel nulla da sorriso del gatto di Alice.

* * *

quando ci ritroviamo nel piazzale dove già imbruna, non so se non abbia fissato qualche appuntamento con loro più tardi: sono tre ragazze che si sono trovate lungo il viaggio, mi dice, e che si sono messe a farlo assieme come noi due, racconta: solo che noi due domani ci lasciamo, Mike.

e adesso, a mangiare: una bettola proprio di fronte all’hotel offre del cibo squisito, sarà la mia postazione fissa nei giorni di Madurai.

anche qui la cucina è quella vegetariana tipica dell’India del Sud, ovviamente servita su ritagli di foglie di banano, commisurati alla consistenza del pasto, in piatti di metallo sagomati per ospitare le diverse scodelline con le salsine tutte piccantissime.

il cibo indiano si direbbe che servirebbe più che a nutrire a purificare il corpo; lo brucia dentro, prima morde a fondo la bocca, poi scende nello stomaco ardendo tutto, e ancora il giorno dopo lo senti mentre percorre le anse dell’intestino curva dopo curva e ti segnala di essere lì, disinfestante come un lanciaifamme.

poi io risalgo in camera, un poco spossato dal viaggio, per via dell’età non freschissima, e mi rilasso al bloknotes elettronico, o facendo qualche solitario mentre oscuramente racccolgo le idee per la scrittura, oppure scrivendo con grande piacere: in questo caso la prima versione, perduta, di queste note, che ora ripercorro.

Mike invece sceglie di andarsene in giro, spero per lui con le turiste della stazione; io poco dopo vengo riscosso dal mio frenetico ticchettare sulla tastiera da un rumore di fuochi artificiali e salgo in terrazza.

nella precoce notte non certo invernale, dato il caldo prettamente estivo, ma semplicemente tropicale, il tempio sembra fosforescente e ancora più magico, corolle lussuriose di luci sbocciano effimere attorno al recinto immenso e alle torri che neppure si possono vedere tutte perché in parte si nascondono fra loro, alle esplosioni dei razzi fanno eco petardi nelle strade e musiche sacre che si levano qua e là in un puro delirio di immaginazione corale di popolo di cui mi sento spettatore, ma anche parte.

* * *

Mike rientra tardi, a sua volta entusiasta, ed è bello per me raddoppiare la mia esperienza attraverso la sua: è entrato nel tempio, dove si svolgono riti anche nelle ore notturne, ha visto l’elefante sacro, so quanto ci teneva, si è fatto stordire dalle musiche frenetiche e coinvolgenti, ora è stanco anche lui; ho soltanto il tempo di dirgli che sto scrivendo questo post, e che per prima cosa mi è nato in mente il titolo (cosa strana, di solito avviene il contrario), che in italiano è „il sapore doclliastro di Madurai”, e in inglese, non so, mi sforzo di rendergli l’idea, e lui la indovina, e traduce „the semisweet flavour of Madurai“, e storce la testa e sorride con tutta la faccia e dice che è molto bello, e subito dormiamo, dopo che lui si è rifatto la doccia (io una sola, mentre lui non c’era).

la notte mi sveglio e rinuncio a riempire l’insonnia con un poco di scrittura, per non disturbarlo; resto a guardarlo dormire, mentre la mente mi si riempie e mi si svuota, senza traccia, di troppe domande; anche lui, mi ha raccontato, la notte prima è rimasto sveglio due ore, forse ha scritto, forse anche lui si è fatto le sue personali domande guardandomi dormire.

qualche volta russo, Mike: se dovessi farlo, scuotimi pure.

no, non hai russato, dormivi tranquillo.

miracoli dell’India e, dicono anche, di una coscienza pulita.

* * *

la mattina trascorsa con Mike dentro il tempio, così ricco e bello che anche lui se lo rivede volentieri alla luce del giorno, anzi mi ringrazia di avercelo portato, penso che non la descriverò: non ricordo se Gozzano abbia gia descritto questo tempio, mi pare di sì: in ogni caso basterà una descrizione sua di un tempio indiano; non dovesse bastare, prendetene una mia da un viaggio precedente; non vi dovesse bastare ancora, aspettate il video su You Tube.

non vorrei che questo mio atteggiamento venisse interpretato in qualche modo come liquidatorio: al contrario, il tempio è grandioso e temo di non essere all’altezza di descriverlo in modo adeguato, questo labirinto di tenebrosi corridoi colonnati e scolpiti, così simile al labirinto di divinità dell’induismo.

parlerò soltanto dell’elefante del tempio di Madurai, che sta nel cuore del tempio, benevolo e benedicente: raccoglie con la proboscide la piccola offerta del fedele, la ingoia, e in cambio gli restituisce un buffetto sulla testa come segno propiziatore: sacerdote perfetto, ben addestrato al fatto che le benedizioni non si danno gratis, e a mio parere ben piú sacrale e autorevole di un vescovo o di un cardinale qualunque, nella sua dimensione extraumana cosi imponente che ne certifica sensibilmente la divinità.

ecco, mentre scrivo mi viene in mente che il principio del sacro elefante di Madurai, è lo stesso che governa la costruzione di templi sterminati come questi. rendere indiscutibile il carattere divino del tempio per la sua stessa mostruosità sovrumana, che si trasferisce a tutto cio che esso contiene.

ma vi è un secondo aspetto del rito che è ancora più curioso: ogni tanto un genitore, dopo che l’elefante ha benedetto una bambina, gliela affida: la bambina viene rapidamente sollevata nelle braccia del conducente del bestione (aveva un nome nei romanzi di Salgari ma ora non lo ricordo più) e, mentre questo la tiene stretta a sè, l’elefante accenna, con un passo quasi giocoso che da solo dovrebbe evidenziare lo scherzo, a volersene andare da lì e a portarla nei regni favolosi degli elefanti giganti, lontana dal suo grigio mondo consueto.

all’elefante ridono gli occhi piccolissimi sepolti nel faccione immenso, e la bambina dovrebbe pur sapere che il muso della bestia è pur sempre lo stesso di Ganesh, il dio della buona fortuna e della felicità, anche se conquistata a prezzo di una terribile prova, che ho già descritto altra volta e che quindi ora non ripeterò, e quel movimento dondolante della testa immensa non è minaccioso, come appare visto da lassù, ma semplicemente divertito.

sì, l’elefante si diverte moltissimo a questo gioco, ma le bambine molto di meno: eccole che urlano disperatamente, tendendo le mani verso i genitori che trovano molto commovente questo loro attaccamento, ma si limitano a sorridere come il pachiderma, fino a raccoglierle solo alla fine, stremate tremanti incedule che tutto sia stato solo un sogno pauroso, che sia concesso il ritorno a casa.

stranamente ho visto questo rito solo in apparenza crudele applicato solo alle bambine, e penso che possa essere per loro una specie di preparazione simbolica al matrimonio.

una sola bambina non trema: sottile, rigida, impavida, con le sue piccole gambe allacciate attorno alle orecchie del mostro, guarda avanti verso la meta di questa avventura, lanciandogli un segnale battendo sulla fronte: vai, non fermarti, portami via con te.

quella bambina non si sposerà mai: non dimentico la sottile inquietudne, l’angoscia non detta nello sguardo di questi genitori che hanno messo al mondo una bambina che non piange.

* * *

poi Mike decide di noleggiare una bicicletta e di farsi un giro per la città e fino al fiume; lo farei volentieri anche io con lui, ma la bici mi sembra sproporzionatamente grande, non riesco a salirci bene, quasi cado, fra le risatine dei presenti, che si godono la scena del vecchietto che gioca a fare il ragazzino senza riuscirsi, quindi lui parte da solo e io resto da solo, in comppagnia di un viscido personaggio dalla bocca sghimbescia e con un occhio pendulo che cerca invano di trascinarmi in un negozio per vendermi qualcosa (nella migliore delle ipotesi).

poi, nonostante il male di piedi che si esaspera per il dovere cammnare scalzo nei corridoi del tempio, ritorno all’interno, per altre esplorazioni solitarie; ed è qui che, avendo confuso la torre orientale con quella occidentale, mi tocca ripercorrere, atrocemente dolorante, tutto il tempio al contrario per tornare all’albergo.

* * *

Mike come già detto ha deciso che oggi partirà per Kanyakumari; più tardi, quando torna dalla sua pedalata felice, vedendo come la giornata di Madurai si è allungata per lui, gli consiglio di restare e di partire domattina, ma lui pare irresolutamente ostinato e io non voglio imporgli un petulante buon senso e preferisco riempire la giornata con lui di altre piccole incombenze e riti.

come quello della spremitura dei bambù, da cui si ricava un liquore delizioso mescolato al succo di limone e al profumo di alcune spezie, o della visita al sarto, dove lui si è ordinato un paio di calzoni di lino bianco, e io mi faccio riparare (ben malamente, direi: usano del grossolano filo bianco) i miei, che si sono slabbrati in fondo, e poi per solidarietà con Mike ne ordino un paio di cotone viola leggerissimo,che comunque costano una cifra stolida, in parametri indani.

il pomeriggio oramai si arroventa sotto il sole che ha cominciato addirittura a declinare e Mike ancora non si decide, eppure ha più di 200 km da fare in bus e quindi più di sei ore di viaggio, anche se parte adesso arriverà alle due di notte; dormirò in spiaggia sulla mia stuoina dice Mike; Mike guarda che è pericoloso.

siamo comunque oramai sulla strada, e io ho deciso che, se vuole proprio andare, devo fare come l’uccelletto padre che butta il piccolo quando è pronto fuori dal nido per insegnargli a volare; tristemente, ecco la mia ultima spinta: lui ha raccolto con cura tutte le sue cose, e parte a piedi in una direzione casuale, proprio come se fosse un piccolo alato che non ha ancora mai volato: ma Mike, non puoi andare a piedi alla stazione dei bus, sono 8 km! devi prendere un riksciò.

macché, non lo vuole, neppure se glielo offro io, avesse problemi di budget; solo dopo qualche centinaio di metri accetta, nei quali gli do gli ultimi consigli sulla sistemazione a Kanyakumari, e che se proprio vuole dormire sulla spiaggia, come ha detto – ma è pericoloso – almeno vada su quella orientale, dove ci stanno i pescatori…

* * *

si rassegna; ecco il riksciò, ecco Mike che sistema i bagagli dietro e sale, si mette in posa per la foto dei saluti e parte, bye bye, dad.

macché, è un falso allarme, anche il riksciò è partito nella direzione sbagliato, e oramai a videocamera ferma si volta, torna sui suoi passi, ci salutiamo di nuovo.

in camera, per prima cosa, bene ripiegata su una mensola, la stuoina, che Mike ha dimenticato; ci penso un po’ e la raccolgo, ci sarà mai l’occasione per restituirla?

solo a Kanyakumari, fra qualche giorno, mi ricorderò di mandargli davvero la mail che mentalmente ho composto allora:

 

Hi, Mike,how are You? I am in Kanyakumari and I miss You.All was wonderful in my travel, but tomorrow I will start back.You have forgotten anything (I don’t know the word) in our room in Madurai.

I have it with me and I hope I will can give You back soon… 😉

Keep in touch, bye.

 

6 risposte a “381. XI, 9. the semisweet flavour of Madurai.

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