392. XI, 14. il terzo occhio del Marthuval Malai.

bozza senza valore:

il borseggiatore di Kanyakumari

l’eremitessa

io sotto la pioggia diluviale, a braccia aperte, D’Annunzio senza la rompiballe Ermione o Eleonora fra i piedi: povera Duse che parla ad un poeta che non l’ascolta, al quale non interessa quello che dice; come mai nelle scuole non si evidenzia che questa poesia affascinante è anche un manifesto del maschilismo italico? mica è troppo lontana la linea che congiunge a Pescara il divino Gabriele al superdotato Rocco, due manifesti del porno maschilista italiano in secoli diversi.

12-13 novembre

Kanyakumari, quando finalmente si chiude un tragitto di bus estenuante e senza contatti umani sul primo sedile di fianco all’autista, tutta proiettato a guiardare, appare piena di turisti e per la prima volta in questo viaggio risulta un poco difficoltoso trovare una Lodge, mi aggiro con la mia sacca consunta, ce ne è una fila sterminata, peraltro, e ogni 50 metri si apre come una veranda, con un assonnato receptionist (si può dire così?) che scuote la testa coi baffi solo a vedermi arrivare; solo in cima alla salita che sullo sfondo dà sull’invisibile mare ecco finalmente che al secondo piano ci sta un letto in una camera non particolarmente ammuffita e perfino con un terrazzino freschissimo.

perché Kanyakumari, nata proprio su capo Cormorin, sta immersa in questa brezza oceanica perenne che solleva ondate imponenti e sembra generare un riverbero di spruzzi, un aerosol d’acqua marina, che ti entra anche nel cuore per dirti che il mondo è più accogliente di quanto si pensi e comunque agisce come un gigantesco condizionatore d’aria, con una piacevolezza che nel mondo ho trovato finora in un altro luogo soltanto, a El Jadida, in Marocco.

aggiungete che l’accesso alla camera al secondo piano è dato da una specie di porticato aperto o di patio coperto che mostra in fondo la luminosa cattedrale cristiana neogotica, che l’anno scorso vedevo da un terrazzino immediatamente prospiciente, e supererete il sottile disagio generato da un camerierino sottile, effeminatissimo e cinguettante, che vi porta le valigie in camera: quello che bussera’ alla camera alle 11 di sera mentre voi dormite nudo sotto il fun ruotante e vi farà alzare con l’asciugamano serrato attorno ai fianchi, per chiedervi se serve nulla sir, proprio nulla?

* * *

certo, il viaggio è stato davvero pesante: sembra impossibile che 87 km possano durare tanto, però devo pensare: a) che il percorso diretto da Trichendur non era neppure indicato sulla Lonely Planet e che è stato frutto di una osservazione casuale che mi ha risparmiato il giro ben più ampio che risultava da lì e che avrebbe superato i 150 km; b) che il costo del viaggio è di 25 rupie, ovvero di meno di 40 cent; c) che gli ultimi 30 km si sono svolti esattamente nel paesaggio assieme ipertecnologico e di India rurale, di centrali eoliche sparse nelle radure di un Tamil Nadu stranamente verdissimo: è quello che mi aveva stupito ed entusiasmato visto da lontano l’anno scorso e che avrebbe proprio costituito la mia meta di una escursione non segnalata da nessuno, ma corrispondente al desiderio di esplorazione di un simile frammento di futuro.

esperienza indimenticabile: in nessun posto del mondo si possono vedere in successione centinaia e centiaia o forse piì di un migliaio di pale bianche gigantesche che lentamente ruotano nel cielo azzurro, come per una scenografia ipermoderna di un don Quixote inesistente.

e quindi ecco che mi trovo col vantaggio di avere l’indomani una nuova meta a disposizione, su cui è bene già decidere: che cosa scegliere? facciamo il Marthuval Malai, un monte dalle rocce spettacolari, su cui si può salire per un percorso neppure troppo impegnativo, col vantaggio che vi sarà lungo il percorso modo di conoscere qualche santone che vive nelle grotte che lo costellano? perdipiù vivendoci con i cobra, come scrive la guida?

siccome non c’è nessuno per rispondere alla domanda, mi do ragione da solo: ottima scelta, bortocal! del resto, ci sarei andato comunque, tentando l’impossibile obiettivo di conciliare in una giornata sola due mete così diverse e nello stesso di arrivare a Trivandrum in tempo utile per sistemarmi per la notte.

* * *

la scelta si rivelerà davvero straordinaria, ma lasciamo che arrivi il domani per dirlo; per ora, non altrettanto la corsa subito dopo verso gli scogli per rivedersi la seconda volta (anzi, la terza) il tramonto  a Kanyakumari: pensa che botta di culo, mi dico confermando questa finale pericolosa propensione a parlarmi da solo, non solo il viaggio di arrivo ti ha già portato dove avresti voluto recarti, ma comunque sei ancora in tempo per sederti sul muretto, guardando i ragazzi che sulla spiaggia sottostante si buttano e ributtano fra le onde violente, come se non fossero altro che onde anche loro, e parlando con una gentile e giovane madre indiana che vive in Canada e che ha portato il suo figlioletto a conoscere la sua terra d’origine.

il bambinello cinquenne mi guarda senza sorrisi, neppure le boccacce lo scuotono troppo, ma la madre è gentile e carina e capace di attirare tutta la mia attenzione.

ma non fino al punto, a proposito di botte di culo, di non sentire che appunto sul mio medesimo si sta strofinando qualcosa di duro: d’accordo che c’è un poco di calca dietro di me, che mi sono messo in una delle postazioni migliori, ma niente che giustifichi una vicinanza così stretta: un’occhiata in tralice mostra un viso maschile inquietante, di una rigidità spetrrale, che fissa il vuoto,  con uno sguardo assente ma ostile, seguito a scendere da un vestito impeccabile, e una borsa al braccio.

beh, scoprire che è la borsa quella che si sta strofinando su una mia natica è certamente rassicurante, tuttavia continua a lasciare inquietante questa operazione che riprende appena riprendo a conversare: la giovane mamma parla e sorride, ma io mi sento toccato, cazzo!

mi volto, stringendomi al vicino di sinistra, ed invito il losco figuro a sedersi vicino a me sul muretto; rifiuta con una rigidità che alla fine mi permette di classificarlo come un borseggiatore che ha fallito il suo compito.

ora anche lui ha capito che io ho capito, l’ultimo mio sguardo è stato fulminante; immaginate che io ho notoriamente occhi che parlano da soli anche quando non voglio, figuratevi quando non mi sforzo di censurarli neppure!

depresso, ma sempre rigido, il figuro finalmente molla la presa e si siede sul muretto come se col gesto volesse dire: che ti credi? che cosa pensi? guarda che sono un turista anche io; peccato solo che si sieda al contrario, con le spalle al sole  che scende al mare con la stessa solennità ultraterrena che aveva un anno fa a Varanasi durante l’eclisse totale.

* * *

nelle prime veloci ombre della sera risalgo da questo momento rovinato; solo l’indomani casualmente scopro di esserne uscito molto meno intatto di quanto credevo; l’occhio mi cade sui pantaloni e sulla tasca posteriore del portafoglio: il tessuto in corrispondenza è tutto corroso su un lato, in qualche modo il ladro si stava facendo strada forse con qualche acido di cui era spalmata la borsa oppure chissà con quale altro marchingegno: ci avrebbe trovato dentro che qualche centinaio di rupie, spiccioli, dato che il bottino grosso, qualche centinaio di euro alla bisogna, lo tengo in una borsa ascellare, mica sono fesso: ma tuttavia sufficiente a dover mandare al macero un bel vestito estivo di lino, che avrei usato anche sul lavoro.

ma più che altro mi avrebbe fregato invece patente, bancomat di due stati e tre banche, tessera sanitaria, codice PIN pieno di 0 (zero) di numero indefinito, come tutti ben sappiamo, capaci  di far fallire almeno una volta su tre le transizioni bancarie internazionali, carta VISA, MastroCard, il telefono dell’assicurazione dell’auto, e in insomma tutti i trabiccoli vari, non stiamo neppure ad elencarli tutti, tanto sappiamo bene in quale orgia di tessere plastificate e di numeri inverosimili siamo tutti  costretti a vivere: roba capace di rovinarmi la vita per sei mesi se il delinquente fosse arrivato a quei forse 10 euro in tutto che tenevo in tasca a portata di chissà quale lametta per quelli come lui.

* * *

 

è quasi tardi quando mi muovo per il Marthuval Malai, che la guida descrive come „la montagna della medicina, e che, secondo la leggenda, è un pezzetto di Himalaya staccatosi da un monte sacro che Rama stava trasportando nello Sri Lanka e caduto qui; del resto tutto il panorama di montagne attorno in questa estrema punta dell’India è particolarmente fascinoso, con un che di dolomitico, se non nelle forme prevalentemente arrotondate, almeno n´nel colore, ancora più marcatamente rosato qui..

parto tardi perché l’impegnatività del mio viaggio comincia a farsi sentire edevo più volte ripetermi che sono autorizzato a starmene rilassato nel letto a sorvegliare i vari malesseri fisici che si vanno accumulando; del resto l’inserviente odioso è già passata a portarmi il thé col latte, e quindi ho già dempiuto ai principali doveri della giornata: resta solo quello di raggiungere Trivandrum, a 80 km e tre ore di autobus da qui, in tempo utile per l’aereo di domattina alle 11,

quindi, quando finalmente mi decido, mi permetto il lusso di andarci in motoriksciò, al Marthuval Malai, e ho sforato il budget di 200 euro in tutto per il viaggio solo di 20 euro che ho cambiato ieri sera: sono solo 15 km da Kanyakumari, verso il nord; non mi concedo però quello di farmi aspettare lì sotto il monte, per il ritorno, dal driver (lui stesso dice che c’è un bus per Nanyakumari ogfni 5 minuti, e comunque mi lascia il suo numero di cellulare mi servisse: mi ha portato per strade campestri fino ai piedi di un sentiero comodo, ma che comincia subito a inerpicarsi ripido, passato il sacerdote coronato di fiori in preghiera al prima sacello.

anche il sadhu, o santone (per non dire saggio) che incontro più su non mi ispira molto, mentre bellissimo e quasi sacrale è il paesaggio sul quale respiro, con la vista che si allarga fin quasi a raggiungere il mare, più indovinato che visibile nella foschia all’orizzonte.

a metà circa della salita una signora di mezza età dai capelli semirasati, che assomiglia in un certo modo alla figlia di Aldo Moro, si affaccia da una porticina così piccola da risultare fatata e mi sorride, se volessi dare un’occhiata alla sua casa.

casa che si può solo guardare chinandosi sulla soglia, appunto, perché consiste in una grotterella dipinta di azzurro chiaro non più alta di un metro e mezzo e non più profonda, tanto che calcolo mentalmente che l’eremitessa non può dormirci dentro altro che rannicchiata secondo la curva della roccia; sul pavimento di sasso pulitissimo ci sta uno straccio e ben pochi oggetti, fra cui una specie di bacile piatto di bronzo dorato.

“tu conduci una vita da divorziato”, mi dice la donna, ed io sobbalzo: come fa a saperlo?

fossi un poco più lucido e meno disposto a farmi suggestionare, potrei farmi prendere dal dubbio che lei abbia detto invece che “divortional”, “devotional”, e in questo caso, invece che azzeccare la previsione, l’avrebbe clamorosamente sbagliata.

ma non faccio a tempo a scuotere la polvere del mio scetticismo, che lei continua, lasciandomi di sasso: “tu un anno fa sei stato in Kerala e in Tamil Nadu”: Dio mio, questa è TROPPO azzeccata, rido senza riuscire a fermarmi, chiedendole “ma come fai?”

lei si limita a sorridere e mi fa cenno di chinarmi e di togliermi gli occhiali: mi scruta a lungo nel fondo dei miei occhi grigio-azzurrognoli, io mi stacco come per chiederle “e adesso dimmi quello che sai”, ma lei è molto tranquilla e si direbbe che non abbia visto lì dentro niente che possa turbarla: comunque vuole guardare ancora.

la lascio nuotare con lo sguardo nei miei fondali interiori, poi mi stacco di nuovo aspettandomi una risposta di parole che di nuovo non viene.

invece la donna tira a sé il piatto di bronzo su cui ora sta una scodellina, in cui lei intinge un dito estraendone una pasta rossa scarlatta: non è la solita tinta leggera con cui ti viene spesso stampato nei templi, in cambio di una piccola offerta, il simbolo della religione hindù fra i due occhi, questa pasta è più densa, anche se mi viene stesa egualmente sulla fronte, all’incrocio delle ciglia.

l’operazione mi sfugge nel suo significato, ma è finita, come mi fa capire il sottile sorridente cenno del capo; chiedo allora se posso andare e lei mi risponde dolcemente di sì dondolando il capo come per dire un no molto leggero, alla maniera degli indiani.

mentre mi alzo mi dà un frutto da mangiare, molto strano, non capisco che frutto è, anche perché è ricoperto della stessa pasta rossa che mi è stata passata sulla fronte: è aspro, come la conoscenza.

mi volto e fotografo per l’ultima volta quel piccolo frammento di cielo azzurro rinchiuso in una grotta, e ricomincio a salire leggero, attratto da strani canti di uccelli.

il sentiero è solitario sotto i roccioni a strapiombo, si incontra qualche coppia di giovani ragazzi, turisti come me, ma indiani, nelle piccole edicole sacre che tagliano il percorso e nello stesso tempo offrono un ricovero se l’umidità si addensa nel cielo, come ora, e comincia a minacciare pioggia.

sono turbato dalla esattezza della informazione della donna sui miei viaggi in India e quasi preoccupato dal fatto che, dopo avermi letto l’anima, lei non abbi a ritenuto di dovermi dire niente: che significato devo dare a questo silenzio? positivo o negativo? non mi ha forse detto il mio destino perché non ne ho neppure uno? oppure ha taciuto sul mio futuro perché oramai è finito e che ne so? domattina l’aereo cadrà?

l’unica cosa che non mi sfiora neppure la mente è di non dargliene assolutamente nessuno, di significato, a quei gesti.

in una edicola sacra, mentre riposo sul sedile, un ragazzo si stacca dal suo amico e si siede vicino a me per parlare, mi chiede che lavoro faccio e gli rispondo; ah sì, fa lui, e aggiunge una definizione esattissima del lavoro che facevo fino ad agosto, lo dice al presente, come se non avessi ancora smesso di farlo del tutto, e in un certo senso ha ragione; sono veramente fuori di me dalla meraviglia; ma che avete voi su questo monte? il dono della preveggenza tutti?

ma oramai comincia a piovere a gocce grosse e larghe, devo scendere.

* * *

il senso di quel che è successo mi è stato chiaro solo due giorni dopo, lunedì, quando dal mio ufficio ho chiamato al telefono l’ufficio dell’anno scorso, quello così bene descritto dall’inconsapevole studente.

“buongiorno, signora F., bentornata dalle ferie”, ho detto.

dall’altra parte ho sentito la voce della signora F. tremare: “ma, dottore, come fa a sapere che sono tornata oggi dalle ferie?”

“veramente io non lo sapevo, signora F.”

sul Marthuval Malai l’eremitessa ha scandagliato il mio mondo interiore e l’ha giudicato degno, dopo avere visto che io non avrei approfittato del suo dono, poi ha aperto a colpi di dolcezza nel mio cranio il terzo occhio.

quello che ti permette di conoscere le cose senza saperlo.

temete, o lettori, Bortocal, ora che ha un altro occhio in più! l’occhio della sapienza inconsapevole…

* * *

ma niente di tutto questo si è ancora fatto strada nella mia mente, semplicemente scendo dalla montagna, ora che diluvia, e già che ci sono perdo anche il sentiero e finisco sull’orlo di un burrone da cui devo faticosamente risalire, altro che terzo occhio!

in fondo, ovviamente non c’è nessun riksciò ad aspettarmi, con questo tempo da lupi e, per arrivare alla fermata del bus, dopo essermela fatta indicare inutilmente, dato che resterà desolatamente vuota e l’unico autobus che passa non si ferma, devo fare più di un chilometro nei campi, sotto il cielo aperto come un catino rovesciato, anche il riksciò giallo che mi spinge ad una deviazione poco dopo è desolatamente vuoto.

e allora io sperduto sotto il Marthuval Malai col mio terzo occhio rosso vivo che si stinge, io che ni sento un duio che trabocca di salute e di vita sotto la pioggia diluviale, a braccia aperte, D’Annunzio senza la rompiballe Ermione o Eleonora fra i piedi: povera Duse che parla ad un poeta che non l’ascolta, al quale non interessa quello che dice; e come mai nelle scuole non si evidenzia che questa poesia affascinante è anche un manifesto del maschilismo italico? mica è troppo lontana la linea che congiunge a Pescara il divino Gabriele al superdotato Rocco, due manifesti del porno maschilista italiano in secoli diversi.

io che deliro sotto il monsone e mi becco anche, goccia dopo goccia, una mezza bronchite che mica è ancora passata…

8 risposte a “392. XI, 14. il terzo occhio del Marthuval Malai.

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