dalla Palestina alle Ande. la sofferenza araba e il Risorgimento arabo. 25 gennaio 2011 – wp 38 – 99

wordpress, martedì 25 gennaio 2011 20:24

la rivoluzione araba si allarga dall’Algeria, alla Tunisia, ora all’Egitto, e forse risparmierà soltanto la troppo torpida e spopolata Libia, tiranneggiata da Gheddafi.

in quei paesi la sacrosanta lotta per il pane si confonde oramai con la lotta per la democrazia e contro i regimi corrotti sostenuti dall’Occidente per tenere sotto l’ultimo controllo sostanzialmente neocoloniale questa grande civiltà.

può dispiacerci, perché si tratta di un ossimoro storico, ma la lotta per la democrazia degli arabi non ha chiare distinzioni  dalla lotta per la shaariia: la democrazia è un concetto sconosciuto alla cultura islamica, anzi religiosamente proibito, gli islamici sono l’unica cultura umana che ha prodotto una propria dichiarazione islamica dei diritti umani; la libertà per un islamico convinto coincide col rispetto letterale del Corano.

non ci piace, ma questa è la democrazia per cui si battono le masse islamiche sospinte da una fame che ha dell’incredibile e da una voglia di islamizzazione delle loro terre che è semplicemente riconquista dell’identità nazionale.

sono stato in Egitto cinque anni fa: la paga MENSILE di un insegnante era di euro 13 al mese! ed erano invidiati i poliziotti che ne guadagnavano 18; nelle strade principali di Luxor, ad esempio, ogni 100 metri si incontrava una garritta, alta a vigilare su una sola gamba di cemento, della quale non potevi mai dire se fosse piena o vuota.

il contagio inquieto riguarda un insieme di popoli vessati come nessun altro nella storia recente.

arabi! che si sono visti rovesciare addosso il bubbone velenoso dello stato ebraico che per decenni ha destabilizzato la regione ed agito come agì per secoli la chiesa cattolica nella storia italiana: impedendone l’unificazione.

con l’aggravante che almeno la Chiesa era signoria italiana tra le signorie, mentre Israele è un corpo estraneo trapiantato a forza.

* * *

da tempo ritengo che gli ebrei debbano andarsene dalla Palestina, nel loro stesso primario interesse, dato che non sono capaci di integrarvisi e glielo impedisce prima di tutto la loro convinzione razzista di essere il popolo eletto.

il Rinascimento arabo che si profila attraverso la rivolte che stanno facendo cadere il castello di carte del dominio occidentale, è anche la campana a morte per l’esperimento fasullo della nuova crociata che 750 anni dopo ha cercato di ricreare uno stato confessionale in Palestina, che credo non durerà nemmeno tanto come quello fondato dalle crociate medievali.

* * *

bene, è a questo punto che il Guardian e la televisione Al Jazeera, sulle orme del mitico Assange, fanno il secondo colpo storiografico del secolo e trovano gli appunti di alcuni incontri diplomatici dell’allora Segretario di Stato Condoleeza Rice.

la quale aveva addirittura avuto la pensata di trasferire i palestinesi in Cile o in Argentina!

paesi spopolati in alcune regioni, dove magari ci starebbero bene alcuni milioni di profughi della Palestina come quelli del Libano descritti su questo blog e mostrati nei video su You Tube da mcc43.

pensate un po’: si dovrebbero trapiantare in regioni loro completamente estranee alcuni milioni di persone colpevoli solamente del fatto che gli ebrei gli hanno portato via le case e la terra.

scusate, ma trapianto per trapianto, perché non trapiantare gli ebrei in Argentina e in Cile (accanto agli ultimi hitleriani in fuga) e restituire ai palestinesi la loro terra, ricostituendo l’unità araba?

se fossi un ebreo (ma qualche mio antenato indubbiamente si convertì), farei io per primo questa proposta: dopotutto a fine Ottocento qualche altro diplomatico aveva proposto di trasferirli in Madagascar o nella penisola Camciackta, ai confini orientali della Siberia.

alcune di queste sistemazioni, grazie all’effetto serra, promettono di diventare particolarmente accoglienti in futuro, molto di più della Palestina, e se gli ebrei avessero accettato queste proposte mezzo secolo prima del genocidio, anziché incaponirsi ancora una volta e come sempre per la Gerusalemme altrui, si sarebbero risparmiate molte disgrazie.

* * *

no, questo post non è un antidoto alla Giornata della Memoria, che rispetto profondamente e celebro anche io: l’olocausto resta uno dei drammi più mostruosi della storia, e dimostra, assieme al massacro di Nanjing, lo sterminio dei tutsi, le foibe croate in Istria, i gas italiani in Etiopia o lo sterminio dei libici, la persecuzione dei palestinesi, o il genocidio suicida dei Khmer rossi in Cambogia, a quali aberrazioni sia disponibile e aperta la mente umana e ogni popolo senza distinzione, anche se ognuno è disposto a rinfacciarlo agli altri e non riconoscerlo a sè.

però, oltre a commuoverci per i delitti del tempo che fu, non sarebbe male turbarsi per i delitti che vengono progettati attorno a noi.

viva il Risorgimento arabo e viva la rivolta delle masse islamiche, nella speranza che ne esca una nazione araba unita e degna.

5 risposte a “dalla Palestina alle Ande. la sofferenza araba e il Risorgimento arabo. 25 gennaio 2011 – wp 38 – 99

  1. ricopio questo commento qui, dato che mi pare si riferisca più a questo post che a quello dove è stato apposto.

    mcc43

    Mi posiziono sotto Tunisia, apripista delle ribellioni, per rifletttere sulle sollevazioni popolari. Ne hai molto parlato nel post 40, che considero un editoriale di grande ampiezza e che non potrei commentare nel dettaglio, però da là prendo questa formulazione:
    “in quei paesi la sacrosanta lotta per il pane si confonde oramai con la lotta per la democrazia e contro i regimi corrotti sostenuti dall’Occidente per tenere sotto l’ultimo controllo sostanzialmente neocoloniale questa grande civiltà” più la domanda più pertinente di tutte che metterò in fondo.

    Ribellione per il pane e contro la corruzione certamente. In quanto alla democrazia l’Occidente è ipocrita. Se la parola significa maggioranza popolare, allora qualora la maggioranza di un paese segua un’ortodossia islamica, si deve rispettare l’eventuale volontà di applicare la sharia. Basta ricordare l’Iran, come si strumentalizzano i dissensi e si sminuisce il consenso ad Ahmadinejad, per capire che l’Occidente sostiene ma non pratica il principio di autodeterminanzione. Il colonialismo è un camaleonte che non muore mai, completamente d’accordo.

    Ma quando si intravede nelle sollevazioni popolari — allo stato attuale — una valenza islamica, secondo me non è centrato.

    Tunisia – Quello che ha motivato le ribellioni è la miseria, l’impossibilità di un lavoro, di un’iniziativa individuale, prova ne sia la pratica terrificante delle immolazioni personali. Si può immaginare una disperazione personale più grande di questa?

    (((( Tu conosci la dormiente Djerba e quel minuscolo agglomerato che è Midoun. Avresti immaginato che lì, fra caffè e ashishe, negozi di spezie e souvenir, un uomo individuato come spia del regime appena caduto è stato giustiziato sul posto? Non l’ho letto in rete, l’ho saputo da un’amica che vive là, e mi ha spiegato cos’è piombare sotto coprifuoco, uscire di corsa per infilarsi in un negozio che non ha più niente da vendere, tremare se bussano alla porta perchè bande criminali in ambulanza si spacciano per medici e infermieri venuti a prestare assistenza. Questo mentre la gran parte dei bravi tunisini pulisce le macerie dietro le bande di ladri all’assalto delle case dei funzionari caduti. )))

    Dietro la fine del regime di Ben Ali, c’è anche un progetto Usa che però non si spinge a prevedere una transizione democratica all’occidentale, http://www.adnkronos.com/IGN/Aki/Italiano/Politica/Tunisia-stampa-francese-ruolo-Usa-dietro-caduta-Ben-Ali_311567220467.html

    tanto è vero che il nuovo governo ingloba personalità fino a ieri alla mensa del sistema corrotto. Le autoimmolazioni continuano e contro i manifestanti che stamattina chiedevano la caduta del neo-vecchio governo la polizia ha usato i lacrimogeni. Rivoluzione dei gelsomini…. ma chi avrà mai inventato questa definizione. Meglio “rivoluzione del cou cous”.

    Egitto- La situazione sociale ha componenti interne storicamente in conflitto e la ribellione scorre in vari rivoli non tutti evidenti. E’ forte l’organizzazione islamista Fratelli musulmani e, con l’avvicinarsi delle elezioni, la ribellione consiste anche in giochi politici e derive religiose nascoste sotto la spinta dell’indigenza, probabilmente anche un pò meno drammatica che altrove. Da li’ un rischio di contagio estremista per gli altri paesi.

    Libia- Situazione molto diversa. 5 milioni di abitanti, quasi tutti a Tripoli dove ci sono una borghesia agiata, discendente dai precedenti dominatori turchi, un nuovo e soddisfatto terziario per i riflessi dell’abbondanza petrolifera, una certa acculturazione dei giovani. Lo sfruttamento avviene sugli immigrati dai paesi vicini. La sommossa di qualche giorno fa a Sebha non chiedeva pane ma la consegna degli appartamenti (li ho visti: casermoni in costruzione in mezzo al nulla…). In più Gheddafi è capo/non capo, avendo abbandonato ogni carica istituzionale dalla quale si può essere scalzati, e si è dato l’onorifico titolo di guida della rivoluzione. No da lì non ne verrà un’altra per fame, ciò che potrebbe accadere è una ribellione degli immigrati cavalcata da elementi stranieri islamisti, e spingerà il regime a mostrare la sua faccia.

    — Ai laghi nel Sahara avevo chiacchierato con un Tuareg, avvocato e venditore di souvenir, gli ho chiesto perchè il suo popolo diviso fra più stati non abbia mai rivendicato un’unione. Risposta: non parliamo la stessa lingua. Aggiungo io: a differenza dei Saharawi? Proprio così, risponde.

    —–

    Marocco – Chi lo ricorda il popolo Saharawi? Qui rincorriamo le notizie che rincorrono le ribellioni del momento, ma il Marocco è un Israele ante litteram. Occupa il territorio che i nativi rivendicano come proprio e li confina dietro un muro di cemento. Entro il 2009 doveva avvenire il referendum per l’autodeterminazione. Che ne è stato? Cosa si aspetta, una fila di torce umane perchè i giornalisti ne parlino? Forse nemmeno in quel caso, perchè ancora i Saharawi non hanno un governo da corrompere e far schierare agli interessi occidentali, ma il Fronte Polisario non è morto, potrebbe ancora stringere alleanze islamiste.

    – Quello che intendo sottolineare è che il nord Africa non è per niente omogeneo. C’è chi lotta per avere uno stato, e nessun paese occidentale fa pressioni sulla monarchia “illuminata” del Marocco perchè ciò avvenga. C’è chi si ribella per fame e i media piantano lì la bandiera delle libertà democratiche. —–

    Algeria – A sorpresa, vedo in questo paese l’ago della bilancia. Se Bouteflika, invece che del suo parrucchino, si occuperà del paese, se aprirà a delle libertà civili insieme alle riforme economiche, smantellando il sistema della corruzione, sarà un modello per movimenti popolari degli altri paesi e salverà il suo.
    Ho chiesto a un contatto algerino: perchè la protesta si è fermata? “Les Algériens sont traumatisés, on a payé un lourd tribut de sang. 500 victimes lors du soulèvement d’Octobre 88 et plus de 150.000 pendant la guerre civile.” Possiamo tradurre con “gli algerini hanno più paura di se stessi che del governo”. Ma non si può tirare all’infinito quando la maggior parte della nazione ha fame e voglia di lavorare.

    I dittatori somministrano con astuzia fame e promesse, fino al momento in cui sbagliano le proporzioni e allora vengono scalzati. A a quel punto arrivano da tutte le parti gli avvoltoi con nel becco finte religioni o libertà civili che non fanno restare vivo chi muore di fame.

    “possono esistere diritti senza cibo?” chiedi tu. Ottimo. Secondo me no, prima bisogna restare vivi.

    • bortocal Dice: 26 gennaio 2011 at 21:20 e

      leggo con estremo interesse queste informazioni di prima, a volte primissima mano di una persona esperta di storia e cultura araba e apprendo volentieri, senza avere dissensi da rimarcare: sarebbe da farne un post anche qui, ma questa volta ti chiedo il permesso.

      voglio solo chiarire meglio il mio confuso pensiero sul rapporto fra islam e democrazia nel mondo arabo: la prima manifestazione della lotta contro le dittature è il bisogno di “democrazia”, e intendo con questa parola un autentico controllo popolare sui governi.

      ma nel mondo arabo questa potere popolare non può passare attraberso le forme culturali della democrazia rappresentativa occidentale e i suoi riti.

      il potere arabo nella tradizione coranica si esprime attraverso l’obbedineza a un capo voluto da Allah.

      ecco perché nel mondo arabo le uniche espressioni di potere popolare autentico sono le dittature.

      e qui si chiude il cerchio perverso in cui soffoca la politica nei paesi islamici, nei quali certe forme di espressione politica come le elezioni devono passare attraverso una profonda preventiva laicizzazione dello stato, che però appare come una concessione all’Europa.

      sono stato in Iran, mi guardo bene dal mitizzare quel regime, che – almeno nell’ottica dei 15 milioni di abitanti di Tehran – appare una imposizione crudele.

  2. Caro mio, insieme al problema di dove sta la mente, quello democrazia – paesi islamici è il più spinoso. Accetto di affrontarlo perchè qui siamo due persone che dialogano per liberarsi, almeno, degli stereotipi che ci vengono sottoposti in questa società dell’illusione.

    —Il primo argomento di cui tengo conto io è la struttura della società con legami famigliari molto forti, per cui un individuo non avverte un gran bisogno di differenziarsi. L’Io individuale è meno protervo e volitivo del ns, l’idea di obbedire non è umiliante, purchè l’autorità abbia caratteristiche del buon padre. Discutevo con due giovani tunisini: noi arabi abbiamo bisogno di qualcuno che decida per noi. Non è ciò che ha sostenuto secoli di monarchia anche qui? Io non mi scandalizzo. Entrambi però erano sfiniti dal regime corrotto di Ben Alì, che bloccava ogni iniziativa, anche l’emigrazione legale.

    –Incide davvero molto l’Islam per la visione dello stato ? Secondo me in parte, come rivendicazione di identità nei ns. confronti. Mai ho sentito nessuna persona araba augurarsi un governo di imam; non parlano di forme di governo, solo di buon governo.
    Sono i gruppi formatisi sotto il colonialismo nel secolo scorso, ad avere una visione politica. Il più strutturato e potente, con molti agganci nella diaspora, è i Fratelli musulmani, nato in Egitto al tempo degli inglesi, probabile mandante dell’assassinio di Nasser. Loro hanno fuso l’idea della lotta al colonialismo con l’Islam, poi con le rivendicazioni politiche, creando di fatto quello che dobbiamo chiamare islamismo. Hai letto la Trilogia del Cairo di Naghib Mafuz? La nascita di questi gruppi sotto la dominazione inglese è molto ben illustrata.

    Poi ci sono gli intellettuali. Pensa che Ibn Khaldon, tunisino del 1300, è considerato l’inventore della sociologia; se Grenada non fosse caduta e gli arabi cacciati dalla Spagna, una sconfitta cui non sanno di essersi mai ripresi, forse non ci sarebbe questo fossato fra le due culture. Se ci pensi, stiamo ancora gestendo tutti gli straordinari eventi del 1492.
    Oggi gli intellettuali che hanno rapporti con l’occidente assumono orientamenti “democratici”, ma fino a che si continuerà a sostenere Israele contro i Palestinesi e si compreranno i dittatori, le idee degli intellettuali arabi avranno poco seguito.
    Se hai voglia, in questo video, 8 minuti di un francese lento e piacevole, Mohammed Arkoun http://www.youtube.com/watch?v=kfDvv7WL4ps , purtroppo scomparso a settembre, spiega con lucidità e ampiezza ciò che ho appena accennato.

    Ma soprattutto Arkoun ci dà una visione diametralmente opposta al ns stereotipo: la religione vuole impadronirsi dello stato. Al contrario: spiega come i governi per legittimarsi abbiano puntato proprio sulla religione! Hanno favorito la creazione di moschee come centro di aggregazione e formazione dle consenso. Ovvio che questi emigrando vogliono continuare le loro abitudini, creando in noi tanto allarme.

    ** Analizziamo questa tua convinzione . “il potere arabo nella tradizione coranica si esprime attraverso l’obbedienza a un capo voluto da Allah”. Il Profeta, checchè ne dicano i bigotti, nel Corano è dichiarato infallibile solo nel ripetere la Rivelazione divina, per il resto viene redarguito. Nel Corano non vi è costruzione di gerarchia religiosa o struttura di governo, ma un persistente insegnamento di “rapporti civilizzati” che formino una società, questo sì: grata a Dio, il quale per sè chiede solo di essere ricordato, che si preghi un pò di volte al giorno, e non tradito. Per la società (e parla a un maschio, non schiavo, non nullatenente e in età feconda) chiede giustizia nelle transazioni di denaro, regolarità nell’elemosina, protezione degli orfani e delle vedove, apertura alla liberazione degli schiavi, limita il diritto di farsi giustizia – “se perdonate è meglio” ordina di rispettare ebrei e cristiani, ponendo di fatto la continuità della Rivelazione, impone di combattere, ma, attenzione: qualora si sia impediti dal professare liberamente l’Islam. Le guerre di conquista dopo la morte del Profeta e le rivalità sanguinose che hanno provocato la Scia, non sono imputabili al Profeta e sono in netta contraddizione con il Corano.
    Così come, e veniamo al punto, la pletora di commenti e raccolte di detti di Muhammad che costituisce la “tradizione” dovrebbero cadere sotto la definizione coranica: “congetture” ; e il Corano stesso si dichiara composto di versetti chiari e altri oscuri lasciando aperta nel tempo l’interpretazione.

    E ora il punto dolente: la sharia, la legge islamica. E’ un’etica “dedotta” dal Corano, dai detti del Profeta e da chissà che altro, suppongo possa confliggere con i ns principi democratici, così come la dichiarazione del diritti umani differisce da quella occidentale, ma non nasce dal popolo la volontà di avere uno stato che la applichi. Sono i movimenti islamisti che l’assumono in modo fondamentalista, come parte delle loro rivendicazioni. In fondo è un problema non specifico dell’Islam, larvatamente è vissuto in molte realtà: le religioni tendono a sostenere una società di credenti, e questo limita la libertà di coloro che non lo sono. Usare l’antidemocraticità solo per gli islamici è, secondo me, una falsificazione. Uscendo dagli stereotipi interessati, il nodo è che l’Islam pone con molta evidenza, senza infingimenti, una sacralità dei rapporti umani e della società, che il laicismo non ammette. E’ questo il cerchio da quadrare, e lo si potrebbe fare solo con un confronto sia dotto che comprensivo del vivere quotidiano. Sai che progresso collettivo sarebbe. Calende greche…..

    Sono pronta a tirare le mie somme:
    non c’è nell’arabo musulmano cittadino normale un desiderio di stato confessionale, i dittatori attuali usano la religione come puntello, per ora i fondamentalisti sono ancora una piccola minoranza, favorita dall’Arabia saudita, di confessione wahabita ferocemente avversa all’evolversi delle idee, o dall’occidente paradossalmente in funzione antidemocratica.

    Troppo sommaria l’opinione corrente che l’Islam sia incompatibile con uno stato democratico; come in ogni paese è questione di istruzione e di un minimo standard di vita che permetta poi alla gente di avvertire i bisogni di organizzazione collettiva e partecipazione.
    Per ora, come abbiamo già discusso… più che la democrazia potè il digiuno.

    ps1 io non ammiro il regime iraniano, anche se dà qualche soddisfazione in politica estera 🙂 però non credo che ben 15 milioni di abitanti di Theran siano insoddisfatti, no?
    ps2 abbandono alle tue cure le mie parole, promuovile a post se lo pensi utile. Spero solo di essere stata chiara.
    Aspetto le tue argomentazioni, ma fino a che dura questo tuo ritmo di lavoro, prenditela comoda nel rispondere.
    I post ci aspettano…. mentre tu lavori e io passeggio in riva la mare pensandoli. 😉

  3. Pingback: 45. mcc43, Tunisia, apripista delle ribellioni arabe. « Cor-pus·

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