120. Obama, leader morale della rivoluzione araba (il discorso del Cairo 2009).

in fondo potrei accontentarmi di darvi questo link: obama-discorso-al-cairo-testo-integrale.html

un blogger meritevole ha già pubblicato  l’intero testo tradotto del discorso di Barack Obama all’università del Cairo l’8 giugno 2009 .

perché lo ricopio invece?

direi di leggere, e poi provo a rispondere alla domanda….

* * *

Sono onorato di trovarmi qui al Cairo, in questa città eterna, e di essere ospite di due importantissime istituzioni. Da oltre mille anni Al-Azhar rappresenta il faro della cultura islamica e da oltre un secolo l’Università del Cairo è la culla del progresso dell’Egitto. Insieme, queste due istituzioni rappresentano il connubio di tradizione e progresso.


sono stato in questa università nei primi giorni del gennaio 2006: lo tsunami dello Sri Lanka mi aveva bloccato il giorno prima della partenza (che avevo spostato all’ultimo momento, altrimenti sarei atterrato nel momento stesso dello tsunami all’aeroporto di Negambo) e avevo ripiegato per una partenza improvvisa per Luxor, da cui ero passato ad Assuan e poi in un viaggio in treno di notte ero calato al Cairo.

l’università mi fece una pessima impressione (ne ho già parlato più volte, e chiedo scusa di ripetermi): la vista della grande sala dove circa duemila giovani studenti maschi provenienti dalle più diverse parti islamiche del mondo si inchinavano ritmicamente recitando a memoria il Corano la trovai particolarmente deprimente, quasi come le mederse del Marocco in cui si ripeteva lo stesso rito (che io ascoltavo da fuori) coi bambini che urlavano spaventati i versetti sacri mentre il maestro faceva sibilare la frusta: quale bagno di menoria nella scuola della mia infanzia!).

quanto sarà stato onesto e sincero Obama a definire questa Università “la culla del progresso dell’Egitto”?

eppure come sottovalutare la grandezza della cultura islamica e l’apporto reale apportato da questa università al sapere del mondo arabo?

Sono grato di questa ospitalità e dell’accoglienza che il popolo egiziano mi ha riservato. Sono altresì orgoglioso di portare con me in questo viaggio le buone intenzioni del popolo americano, e di portarvi il saluto di pace delle comunità musulmane del mio Paese: assalaamu alaykum.

Ci incontriamo qui in un periodo di forte tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, tensione che ha le sue radici nelle forze storiche che prescindono da qualsiasi attuale dibattito politico. Il rapporto tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre di religione. In tempi più recenti, questa tensione è stata alimentata dal colonialismo, che ha negato diritti e opportunità a molti musulmani, e da una Guerra Fredda nella quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come Paesi che agivano per procura, senza tener conto delle loro legittime aspirazioni. Oltretutto, i cambiamenti radicali prodotti dal processo di modernizzazione e dalla globalizzazione hanno indotto molti musulmani a considerare l’Occidente ostile nei confronti delle tradizioni dell’Islam.

Violenti estremisti hanno saputo sfruttare queste tensioni in una minoranza, esigua ma forte, di musulmani. Gli attentati dell’11 settembre 2001 e gli sforzi continui di questi estremisti volti a perpetrare atti di violenza contro civili inermi ha di conseguenza indotto alcune persone nel mio Paese a considerare l’Islam come inevitabilmente ostile non soltanto nei confronti dell’America e dei Paesi occidentali in genere, ma anche dei diritti umani. Tutto ciò ha comportato maggiori paure, maggiori diffidenze.

Fino a quando i nostri rapporti saranno definiti dalle nostre differenze, daremo maggior potere a coloro che perseguono l’odio invece della pace, coloro che si adoperano per lo scontro invece che per la collaborazione che potrebbe aiutare tutti i nostri popoli a ottenere giustizia e a raggiungere il benessere. Adesso occorre porre fine a questo circolo vizioso di sospetti e discordia.

Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo; l’inizio di un rapporto che si basi sull’interesse reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell’uomo.

Sono qui consapevole che questo cambiamento non potrà avvenire nell’arco di una sola notte. Nessun discorso o proclama potrà mai sradicare completamente una diffidenza pluriennale. Né io sarò in grado, nel tempo che ho a disposizione, di porre rimedio e dare soluzione a tutte le complesse questioni che ci hanno condotti a questo punto. Sono però convinto che per poter andare avanti dobbiamo dire apertamente ciò che abbiamo nel cuore, e che troppo spesso viene detto soltanto a porte chiuse. Dobbiamo promuovere uno sforzo sostenuto nel tempo per ascoltarci, per imparare l’uno dall’altro, per rispettarci, per cercare un terreno comune di intesa. Il Sacro Corano dice: “Siate consapevoli di Dio e dite sempre la verità”. Questo è quanto cercherò di fare: dire la verità nel miglior modo possibile, con un atteggiamento umile per l’importante compito che devo affrontare, fermamente convinto che gli interessi che condividiamo in quanto appartenenti a un unico genere umano siano molto più potenti ed efficaci delle forze che ci allontanano in direzioni opposte.

In parte le mie convinzioni si basano sulla mia stessa esperienza: sono cristiano, ma mio padre era originario di una famiglia del Kenya della quale hanno fatto parte generazioni intere di musulmani. Da bambino ho trascorso svariati anni in Indonesia, e ascoltavo al sorgere del Sole e al calare delle tenebre la chiamata dell’azaan. Quando ero ragazzo, ho prestato servizio nelle comunità di Chicago presso le quali molti trovavano dignità e pace nella loro fede musulmana.

Ho studiato Storia e ho imparato quanto la civiltà sia debitrice nei confronti dell’Islam. Fu l’Islam infatti – in istituzioni come l’Università Al-Azhar – a tenere alta la fiaccola del sapere per molti secoli, preparando la strada al Rinascimento europeo e all’Illuminismo. Fu l’innovazione presso le comunità musulmane a sviluppare scienze come l’algebra, a inventare la bussola magnetica, vari strumenti per la navigazione; a far progredire la maestria nello scrivere e nella stampa; la nostra comprensione di come si diffondono le malattie e come è possibile curarle. La cultura islamica ci ha regalato maestosi archi e cuspidi elevate; poesia immortale e musica eccelsa; calligrafia elegante e luoghi di meditazione pacifica. Per tutto il corso della sua Storia, l’Islam ha dimostrato con le parole e le azioni la possibilità di praticare la tolleranza religiosa e l’eguaglianza tra le razze.

So anche che l’Islam ha avuto una parte importante nella Storia americana. La prima nazione a riconoscere il mio Paese è stato il Marocco. Firmando il Trattato di Tripoli nel 1796, il nostro secondo presidente, John Adams, scrisse: “Gli Stati Uniti non hanno a priori alcun motivo di inimicizia nei confronti delle leggi, della religione o dell’ordine dei musulmani”. Sin dalla fondazione degli Stati Uniti, i musulmani americani hanno arricchito il mio Paese: hanno combattuto nelle nostre guerre, hanno prestato servizio al governo, si sono battuti per i diritti civili, hanno avviato aziende e attività, hanno insegnato nelle nostre università, hanno eccelso in molteplici sport, hanno vinto premi Nobel, hanno costruito i nostri edifici più alti e acceso la Torcia Olimpica. E quando di recente il primo musulmano americano è stato eletto come rappresentante al Congresso degli Stati Uniti, egli ha giurato di difendere la nostra Costituzione utilizzando lo stesso Sacro Corano che uno dei nostri Padri Fondatori – Thomas Jefferson – custodiva nella sua biblioteca personale.

Ho pertanto conosciuto l’Islam in tre continenti, prima di venire in questa regione nella quale esso fu rivelato agli uomini per la prima volta. Questa esperienza illumina e guida la mia convinzione che una partnership tra America e Islam debba basarsi su ciò che l’Islam è, non su ciò che non è. Ritengo che rientri negli obblighi e nelle mie responsabilità di presidente degli Stati Uniti lottare contro qualsiasi stereotipo negativo dell’Islam, ovunque esso possa affiorare.

Ma questo medesimo principio deve applicarsi alla percezione dell’America da parte dei musulmani. Proprio come i musulmani non ricadono in un approssimativo e grossolano stereotipo, così l’America non corrisponde a quell’approssimativo e grossolano stereotipo di un impero interessato al suo solo tornaconto. Gli Stati Uniti sono stati una delle più importanti culle del progresso che il mondo abbia mai conosciuto. Sono nati dalla rivoluzione contro un impero. Sono stati fondati sull’ideale che tutti gli esseri umani nascono uguali e per dare significato a queste parole essi hanno versato sangue e lottato per secoli, fuori dai loro confini, in ogni parte del mondo. Sono stati plasmati da ogni cultura, proveniente da ogni remoto angolo della Terra, e si ispirano a un unico ideale: E pluribus unum. “Da molti, uno solo”.

Si sono dette molte cose e si è speculato alquanto sul fatto che un afro-americano di nome Barack Hussein Obama potesse essere eletto presidente, ma la mia storia personale non è così unica come sembra. Il sogno della realizzazione personale non si è concretizzato per tutti in America, ma quel sogno, quella promessa, è tuttora valido per chiunque approdi alle nostre sponde, e ciò vale anche per quasi sette milioni di musulmani americani che oggi nel nostro Paese godono di istruzione e stipendi più alti della media.

E ancora: la libertà in America è tutt’uno con la libertà di professare la propria religione. Ecco perché in ogni Stato americano c’è almeno una moschea, e complessivamente se ne contano oltre 1.200 all’interno dei nostri confini. Ecco perché il governo degli Stati Uniti si è rivolto ai tribunali per tutelare il diritto delle donne e delle giovani ragazze a indossare l’hijab e a punire coloro che vorrebbero impedirglielo.

Non c’è dubbio alcuno, pertanto: l’Islam è parte integrante dell’America. E io credo che l’America custodisca al proprio interno la verità che, indipendentemente da razza, religione, posizione sociale nella propria vita, tutti noi condividiamo aspirazioni comuni, come quella di vivere in pace e sicurezza, quella di volerci istruire e avere un lavoro dignitoso, quella di amare le nostre famiglie, le nostre comunità e il nostro Dio. Queste sono le cose che abbiamo in comune. Queste sono le speranze e le ambizioni di tutto il genere umano.

Naturalmente, riconoscere la nostra comune appartenenza a un unico genere umano è soltanto l’inizio del nostro compito: le parole da sole non possono dare risposte concrete ai bisogni dei nostri popoli. Questi bisogni potranno essere soddisfatti soltanto se negli anni a venire sapremo agire con audacia, se capiremo che le sfide che dovremo affrontare sono le medesime e che se falliremo e non riusciremo ad avere la meglio su di esse ne subiremo tutti le conseguenze.

Abbiamo infatti appreso di recente che quando un sistema finanziario si indebolisce in un Paese, è la prosperità di tutti a patirne. Quando una nuova malattia infetta un essere umano, tutti sono a rischio. Quando una nazione vuole dotarsi di un’arma nucleare, il rischio di attacchi nucleari aumenta per tutte le nazioni. Quando violenti estremisti operano in una remota zona di montagna, i popoli sono a rischio anche al di là degli oceani. E quando innocenti inermi sono massacrati in Bosnia e in Darfur, è la coscienza di tutti a uscirne macchiata e infangata. Ecco che cosa significa nel XXI secolo abitare uno stesso pianeta: questa è la responsabilità che ciascuno di noi ha in quanto essere umano.

Si tratta sicuramente di una responsabilità ardua di cui farsi carico. La Storia umana è spesso stata un susseguirsi di nazioni e di tribù che si assoggettavano l’una all’altra per servire i loro interessi. Nondimeno, in questa nuova epoca, un simile atteggiamento sarebbe autodistruttivo. Considerato quanto siamo interdipendenti gli uni dagli altri, qualsiasi ordine mondiale che dovesse elevare una nazione o un gruppo di individui al di sopra degli altri sarebbe inevitabilmente destinato all’insuccesso.

Indipendentemente da tutto ciò che pensiamo del passato, non dobbiamo esserne prigionieri. I nostri problemi devono essere affrontati collaborando, diventando partner, condividendo tutti insieme il progresso.

Ciò non significa che dovremmo ignorare i motivi di tensione. Significa anzi esattamente il contrario: dobbiamo far fronte a queste tensioni senza indugio e con determinazione. Ed è quindi con questo spirito che vi chiedo di potervi parlare quanto più chiaramente e semplicemente mi sarà possibile di alcune questioni particolari che credo fermamente che dovremo in definitiva affrontare insieme.

Il primo problema che dobbiamo affrontare insieme è la violenza estremista in tutte le sue forme. Ad Ankara ho detto chiaramente che l’America non è – e non sarà mai – in guerra con l’Islam. In ogni caso, però, noi non daremo mai tregua agli estremisti violenti che costituiscono una grave minaccia per la nostra sicurezza. E questo perché anche noi disapproviamo ciò che le persone di tutte le confessioni religiose disapprovano: l’uccisione di uomini, donne e bambini innocenti. Il mio primo dovere in quanto presidente è quello di proteggere il popolo americano.

La situazione in Afghanistan dimostra quali siano gli obiettivi dell’America, e la nostra necessità di lavorare insieme. Oltre sette anni fa gli Stati Uniti dettero la caccia ad Al Qaeda e ai Taliban con un vasto sostegno internazionale. Non andammo per scelta, ma per necessità. Sono consapevole che alcuni mettono in dubbio o giustificano gli eventi dell’11 settembre. Cerchiamo però di essere chiari: quel giorno Al Qaeda uccise circa 3.000 persone. Le vittime furono uomini, donne, bambini innocenti, americani e di molte altre nazioni, che non avevano commesso nulla di male nei confronti di nessuno. Eppure Al Qaeda scelse deliberatamente di massacrare quelle persone, rivendicando gli attentati, e ancora adesso proclama la propria intenzione di continuare a perpetrare stragi di massa. Al Qaeda ha affiliati in molti Paesi e sta cercando di espandere il proprio raggio di azione. Queste non sono opinioni sulle quali polemizzare: sono dati di fatto da affrontare concretamente.

Non lasciatevi trarre in errore: noi non vogliamo che le nostre truppe restino in Afghanistan. Non abbiamo intenzione di impiantarvi basi militari stabili. È lacerante per l’America continuare a perdere giovani uomini e giovani donne. Portare avanti quel conflitto è difficile, oneroso e politicamente arduo. Saremmo ben lieti di riportare a casa anche l’ultimo dei nostri soldati se solo potessimo essere fiduciosi che in Afghanistan e in Pakistan non ci sono estremisti violenti che si prefiggono di massacrare quanti più americani possibile. Ma non è ancora così.

Questo è il motivo per cui siamo parte di una coalizione di 46 Paesi. Malgrado le spese e gli oneri che ciò comporta, l’impegno dell’America non è mai venuto e mai verrà meno. In realtà, nessuno di noi dovrebbe tollerare questi estremisti: essi hanno colpito e ucciso in molti Paesi. Hanno assassinato persone di ogni fede religiosa. Più di altri, hanno massacrato musulmani. Le loro azioni sono inconciliabili con i diritti umani, il progresso delle nazioni, l’Islam stesso.

Il Sacro Corano predica che chiunque uccida un innocente è come se uccidesse tutto il genere umano. E chiunque salva un solo individuo, in realtà salva tutto il genere umano. La fede profonda di oltre un miliardo di persone è infinitamente più forte del miserabile odio che nutrono alcuni. L’Islam non è parte del problema nella lotta all’estremismo violento: è anzi una parte importante nella promozione della pace.

Sappiamo anche che la sola potenza militare non risolverà i problemi in Afghanistan e in Pakistan: per questo motivo stiamo pianificando di investire fino a 1,5 miliardi di dollari l’anno per i prossimi cinque anni per aiutare i pachistani a costruire scuole e ospedali, strade e aziende, e centinaia di milioni di dollari per aiutare gli sfollati. Per questo stesso motivo stiamo per offrire 2,8 miliardi di dollari agli afgani per fare altrettanto, affinché sviluppino la loro economia e assicurino i servizi di base dai quali dipende la popolazione.

Permettetemi ora di affrontare la questione dell’Iraq: a differenza di quella in Afghanistan, la guerra in Iraq è stata voluta, ed è una scelta che ha provocato molti forti dissidi nel mio Paese e in tutto il mondo. Anche se sono convinto che in definitiva il popolo iracheno oggi viva molto meglio senza la tirannia di Saddam Hussein, credo anche che quanto accaduto in Iraq sia servito all’America per comprendere meglio l’uso delle risorse diplomatiche e l’utilità di un consenso internazionale per risolvere, ogniqualvolta ciò sia possibile, i nostri problemi. A questo proposito potrei citare le parole di Thomas Jefferson che disse: “Io auspico che la nostra saggezza cresca in misura proporzionale alla nostra potenza e ci insegni che quanto meno faremo ricorso alla potenza tanto più saggi saremo”.

Oggi l’America ha una duplice responsabilità: aiutare l’Iraq a plasmare un miglior futuro per se stesso e lasciare l’Iraq agli iracheni. Ho già detto chiaramente al popolo iracheno che l’America non intende avere alcuna base sul territorio iracheno, e non ha alcuna pretesa o rivendicazione sul suo territorio o sulle sue risorse. La sovranità dell’Iraq è esclusivamente sua. Per questo ho dato ordine alle nostre brigate combattenti di ritirarsi entro il prossimo mese di agosto. Noi onoreremo la nostra promessa e l’accordo preso con il governo iracheno democraticamente eletto di ritirare il contingente combattente dalle città irachene entro luglio e tutti i nostri uomini dall’Iraq entro il 2012. Aiuteremo l’Iraq ad addestrare gli uomini delle sue Forze di Sicurezza, e a sviluppare la sua economia. Ma daremo sostegno a un Iraq sicuro e unito da partner, non da dominatori.

E infine, proprio come l’America non può tollerare in alcun modo la violenza perpetrata dagli estremisti, essa non può in alcun modo abiurare ai propri principi. L’11 settembre è stato un trauma immenso per il nostro Paese. La paura e la rabbia che quegli attentati hanno scatenato sono state comprensibili, ma in alcuni casi ci hanno spinto ad agire in modo contrario ai nostri stessi ideali. Ci stiamo adoperando concretamente per cambiare linea d’azione. Ho personalmente proibito in modo inequivocabile il ricorso alla tortura da parte degli Stati Uniti, e ho dato l’ordine che il carcere di Guantánamo Bay sia chiuso entro i primi mesi dell’anno venturo.

L’America, in definitiva, si difenderà rispettando la sovranità altrui e la legalità delle altre nazioni. Lo farà in partenariato con le comunità musulmane, anch’esse minacciate. Quanto prima gli estremisti saranno isolati e si sentiranno respinti dalle comunità musulmane, tanto prima saremo tutti più al sicuro.

La seconda più importante causa di tensione della quale dobbiamo discutere è la situazione tra israeliani, palestinesi e mondo arabo. Sono ben noti i solidi rapporti che legano Israele e Stati Uniti. Si tratta di un vincolo infrangibile, che ha radici in legami culturali che risalgono indietro nel tempo, nel riconoscimento che l’aspirazione a una patria ebraica è legittimo e ha anch’esso radici in una storia tragica, innegabile.

Nel mondo il popolo ebraico è stato perseguitato per secoli e l’antisemitismo in Europa è culminato nell’Olocausto, uno sterminio senza precedenti. Domani mi recherò a Buchenwald, uno dei molti campi nei quali gli ebrei furono resi schiavi, torturati, uccisi a colpi di arma da fuoco o con il gas dal Terzo Reich. Sei milioni di ebrei furono così massacrati, un numero superiore all’intera popolazione odierna di Israele.

Confutare questa realtà è immotivato, da ignoranti, alimenta l’odio. Minacciare Israele di distruzione – o ripetere vili stereotipi sugli ebrei – è profondamente sbagliato, e serve soltanto a evocare nella mente degli israeliani il ricordo più doloroso della loro Storia, precludendo la pace che il popolo di quella regione merita.

D’altra parte è innegabile che il popolo palestinese – formato da cristiani e musulmani – ha sofferto anch’esso nel tentativo di avere una propria patria. Da oltre 60 anni affronta tutto ciò che di doloroso è connesso all’essere sfollati. Molti vivono nell’attesa, nei campi profughi della Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, aspettando una vita fatta di pace e sicurezza che non hanno mai potuto assaporare finora. Giorno dopo giorno i palestinesi affrontano umiliazioni piccole e grandi che sempre si accompagnano all’occupazione di un territorio. Sia dunque chiara una cosa: la situazione per il popolo palestinese è insostenibile. L’America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, alle pari opportunità, a uno Stato proprio.

Da decenni tutto è fermo, in uno stallo senza soluzione: due popoli con legittime aspirazioni, ciascuno con una storia dolorosa alle spalle che rende il compromesso quanto mai difficile da raggiungere. È facile puntare il dito: è facile per i palestinesi addossare alla fondazione di Israele la colpa del loro essere profughi.

è certamente facile, semplicemente perché è vero: chi altro è responsabile di fonte ai palestinesi della perdite delle loro case, che gli state sottratte, se non gli ebrei venuti dall’Europa soprattutto, ma anche da altre parti del mondo, a impossessarsi della Palestina?

È facile per gli israeliani addossare la colpa alla costante ostilità e agli attentati che hanno costellato tutta la loro storia all’interno dei confini e oltre. Ma se noi insisteremo a voler considerare questo conflitto da una parte piuttosto che dall’altra, rimarremo ciechi e non riusciremo a vedere la verità: l’unica soluzione possibile per le aspirazioni di entrambe le parti è quella dei due Stati, dove israeliani e palestinesi possano vivere in pace e in sicurezza.

non è affatto chiarito se questo comporta il ritorno dei profughi palestinesi cacciati dalle loro terre e che cosa comporterebbe questo, in termini di sostenibilità da parte di un territorio piccolo e povero: i profughi palestinesi sono i grandi assenti del discorso di Obama.

e senza una risposta alla domanda sul loro destino ogni proposta politica di convivenza è semplicemente monca.

Questa soluzione è nell’interesse di Israele, nell’interesse della Palestina, nell’interesse dell’America e nell’interesse del mondo intero. È a ciò che io alludo espressamente quando dico di voler perseguire personalmente questo risultato con tutta la pazienza e l’impegno che questo importante obiettivo richiede. Gli obblighi per le parti che hanno sottoscritto la Road Map sono chiari e inequivocabili. Per arrivare alla pace, è necessario ed è ora che loro – e noi tutti con loro – facciamo finalmente fronte alle rispettive responsabilità.

I palestinesi devono abbandonare la violenza. Resistere con la violenza e le stragi è sbagliato e non porta ad alcun risultato. Per secoli i neri in America hanno subito i colpi di frusta, quando erano schiavi, e hanno patito l’umiliazione della segregazione. Ma non è stata certo la violenza a far loro ottenere pieni ed eguali diritti come il resto della popolazione: è stata la pacifica e determinata insistenza sugli ideali al cuore della fondazione dell’America. La stessa cosa vale per altri popoli, dal Sudafrica all’Asia meridionale, dall’Europa dell’Est all’Indonesia. Questa storia ha un’unica semplice verità di fondo: la violenza è una strada senza vie di uscita. Tirare razzi a bambini addormentati o far saltare in aria anziane donne a bordo di un autobus non è segno di coraggio né di forza. Non è in questo modo che si afferma l’autorità morale: questo è il modo col quale l’autorità morale al contrario cede e capitola definitivamente.

È giunto il momento per i palestinesi di concentrarsi su quello che possono costruire. L’Autorità Palestinese deve sviluppare la capacità di governare, con istituzioni che siano effettivamente al servizio delle necessità della sua gente. Hamas gode di sostegno tra alcuni palestinesi, ma ha anche delle responsabilità. Per rivestire un ruolo determinante nelle aspirazioni dei palestinesi, per unire il popolo palestinese, Hamas deve porre fine alla violenza, deve riconoscere gli accordi intercorsi, deve riconoscere il diritto di Israele a esistere.

Allo stesso tempo, gli israeliani devono riconoscere che proprio come il diritto a esistere di Israele non può essere in alcun modo messo in discussione, così è per la Palestina. Gli Stati Uniti non ammettono la legittimità dei continui insediamenti israeliani, che violano i precedenti accordi e minano gli sforzi volti a perseguire la pace. È ora che questi insediamenti si fermino.

Israele deve dimostrare di mantenere le proprie promesse e assicurare che i palestinesi possano effettivamente vivere, lavorare, sviluppare la loro società. Proprio come devasta le famiglie palestinesi, l’incessante crisi umanitaria a Gaza non è di giovamento alcuno alla sicurezza di Israele. Né è di giovamento per alcuno la costante mancanza di opportunità di qualsiasi genere in Cisgiordania. Il progresso nella vita quotidiana del popolo palestinese deve essere parte integrante della strada verso la pace e Israele deve intraprendere i passi necessari a rendere possibile questo progresso.

Infine, gli Stati Arabi devono riconoscere che l’Arab Peace Initiative è stato sì un inizio importante, ma che non pone fine alle loro responsabilità individuali. Il conflitto israelo-palestinese non dovrebbe più essere sfruttato per distogliere l’attenzione dei popoli delle nazioni arabe da altri problemi. Esso, al contrario, deve essere di incitamento ad agire per aiutare il popolo palestinese a sviluppare le istituzioni che costituiranno il sostegno e la premessa del loro Stato; per riconoscere la legittimità di Israele; per scegliere il progresso invece che l’incessante e autodistruttiva attenzione per il passato.

L’America allineerà le proprie politiche mettendole in sintonia con coloro che vogliono la pace e per essa si adoperano, e dirà ufficialmente ciò che dirà in privato agli israeliani, ai palestinesi e agli arabi. Noi non possiamo imporre la pace. In forma riservata, tuttavia, molti musulmani riconoscono che Israele non potrà scomparire. Allo stesso modo, molti israeliani ammettono che uno Stato palestinese è necessario. È dunque giunto il momento di agire in direzione di ciò che tutti sanno essere vero e inconfutabile.

Troppe sono le lacrime versate; troppo è il sangue sparso inutilmente. Noi tutti condividiamo la responsabilità di dover lavorare per il giorno in cui le madri israeliane e palestinesi potranno vedere i loro figli crescere insieme senza paura; in cui la Terra Santa delle tre grandi religioni diverrà quel luogo di pace che Dio voleva che fosse; in cui Gerusalemme sarà la casa sicura ed eterna di ebrei, cristiani e musulmani insieme, la città di pace nella quale tutti i figli di Abramo vivranno insieme in modo pacifico come nella storia di Isra, allorché Mosé, Gesù e Maometto (la pace sia con loro) si unirono in preghiera.

Terza causa di tensione è il nostro comune interesse nei diritti e nelle responsabilità delle nazioni nei confronti delle armi nucleari. Questo argomento è stato fonte di grande preoccupazione tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica iraniana. Da molti anni l’Iran si distingue per la propria ostilità nei confronti del mio Paese e in effetti tra i nostri popoli ci sono stati episodi storici violenti. Nel bel mezzo della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno avuto parte nel rovesciamento di un governo iraniano democraticamente eletto. Dalla Rivoluzione Islamica, l’Iran ha rivestito un ruolo preciso nella cattura di ostaggi e in episodi di violenza contro i soldati e i civili statunitensi. Tutto ciò è ben noto. Invece di rimanere intrappolati nel passato, ho detto chiaramente alla leadership iraniana e al popolo iraniano che il mio Paese è pronto ad andare avanti. La questione, adesso, non è capire contro cosa sia l’Iran, ma piuttosto quale futuro intenda costruire.

Sarà sicuramente difficile superare decenni di diffidenza, ma procederemo ugualmente, con coraggio, con onestà e con determinazione. Ci saranno molti argomenti dei quali discutere tra i nostri due Paesi, ma noi siamo disposti ad andare avanti in ogni caso, senza preconcetti, sulla base del rispetto reciproco. È chiaro tuttavia a tutte le persone coinvolte che riguardo alle armi nucleari abbiamo raggiunto un momento decisivo. Non è unicamente nell’interesse dell’America affrontare il tema: si tratta qui di evitare una corsa agli armamenti nucleari in Medio Oriente, che potrebbe portare questa regione e il mondo intero verso una china molto pericolosa.

Capisco le ragioni di chi protesta perché alcuni Paesi hanno armi che altri non hanno. Nessuna nazione dovrebbe scegliere e decidere quali nazioni debbano avere armi nucleari. È per questo motivo che io ho ribadito con forza l’impegno americano a puntare verso un futuro nel quale nessuna nazione abbia armi nucleari. Tutte le nazioni – Iran incluso – dovrebbero avere accesso all’energia nucleare a scopi pacifici se rispettano i loro obblighi e le loro responsabilità previste dal Trattato di Non Proliferazione. Questo è il nocciolo, il cuore stesso del Trattato e deve essere rispettato da tutti coloro che lo hanno sottoscritto. Spero pertanto che tutti i Paesi nella regione possano condividere questo obiettivo.

Il quarto argomento di cui intendo parlarvi è la democrazia. Sono consapevole che negli ultimi anni ci sono state controversie su come vada incentivata la democrazia e molte di queste discussioni sono riconducibili alla guerra in Iraq. Permettetemi di essere chiaro: nessun sistema di governo può o deve essere imposto da una nazione a un’altra.

Questo non significa, naturalmente, che il mio impegno in favore di governi che riflettono il volere dei loro popoli, ne esce diminuito. Ciascuna nazione dà vita e concretizza questo principio a modo suo, sulla base delle tradizioni della sua gente. L’America non ha la pretesa di conoscere che cosa sia meglio per ciascuna nazione, così come noi non presumeremmo mai di scegliere il risultato in pacifiche consultazioni elettorali. Ma io sono profondamente e irremovibilmente convinto che tutti i popoli aspirano a determinate cose: la possibilità di esprimersi liberamente e decidere in che modo vogliono essere governati; la fiducia nella legalità e in un’equa amministrazione della giustizia; un governo che sia trasparente e non si approfitti del popolo; la libertà di vivere come si sceglie di voler vivere. Questi non sono ideali solo americani: sono diritti umani, ed è per questo che noi li sosterremo ovunque.

La strada per realizzare questa promessa non è rettilinea. Ma una cosa è chiara e palese: i governi che proteggono e tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior successo, i più sicuri. Soffocare gli ideali non è mai servito a farli sparire per sempre. L’America rispetta il diritto di tutte le voci pacifiche e rispettose della legalità a farsi sentire nel mondo, anche qualora fosse in disaccordo con esse. E noi accetteremo tutti i governi pacificamente eletti, purché governino rispettando i loro stessi popoli.

Quest’ultimo punto è estremamente importante, perché ci sono persone che auspicano la democrazia soltanto quando non sono al potere: poi, una volta al potere, sono spietati nel sopprimere i diritti altrui. Non importa chi è al potere: è il governo del popolo ed eletto dal popolo a fissare l’unico parametro per tutti coloro che sono al potere. Occorre restare al potere solo col consenso, non con la coercizione; occorre rispettare i diritti delle minoranze e partecipare con uno spirito di tolleranza e di compromesso; occorre mettere gli interessi del popolo e il legittimo sviluppo del processo politico al di sopra dei propri interessi e del proprio partito. Senza questi elementi fondamentali, le elezioni da sole non creano una vera democrazia.

Il quinto argomento del quale dobbiamo occuparci tutti insieme è la libertà religiosa. L’Islam ha una fiera tradizione di tolleranza: lo vediamo nella storia dell’Andalusia e di Cordoba durante l’Inquisizione. Con i miei stessi occhi da bambino in Indonesia ho visto che i cristiani erano liberi di professare la loro fede in un Paese a stragrande maggioranza musulmana. Questo è lo spirito che ci serve oggi. I popoli di ogni Paese devono essere liberi di scegliere e praticare la loro fede sulla sola base delle loro convinzioni personali, la loro predisposizione mentale, la loro anima, il loro cuore. Questa tolleranza è essenziale perché la religione possa prosperare, ma purtroppo essa è minacciata in molteplici modi.

Tra alcuni musulmani predomina un’inquietante tendenza a misurare la propria fede in misura proporzionale al rigetto delle altre. La ricchezza della diversità religiosa deve essere sostenuta, invece, che si tratti dei maroniti in Libano o dei copti in Egitto. E anche le linee di demarcazione tra le varie confessioni devono essere annullate tra gli stessi musulmani, considerato che le divisioni di sunniti e sciiti hanno portato a episodi di particolare violenza, specialmente in Iraq.

La libertà di religione è fondamentale per la capacità dei popoli di convivere. Dobbiamo sempre esaminare le modalità con le quali la proteggiamo. Per esempio, negli Stati Uniti le norme previste per le donazioni agli enti di beneficienza hanno reso più difficile per i musulmani ottemperare ai loro obblighi religiosi. Per questo motivo mi sono impegnato a lavorare con i musulmani americani per far sì che possano obbedire al loro precetto dello zakat.

Analogamente, è importante che i Paesi occidentali evitino di impedire ai cittadini musulmani di praticare la religione come loro ritengono più opportuno, per esempio legiferando quali indumenti debba o non debba indossare una donna musulmana. Noi non possiamo camuffare l’ostilità nei confronti di una religione qualsiasi con la pretesa del liberalismo.

È vero il contrario: la fede dovrebbe avvicinarci. Ecco perché stiamo mettendo a punto dei progetti di servizio in America che vedano coinvolti insieme cristiani, musulmani ed ebrei. Ecco perché accogliamo positivamente gli sforzi come il dialogo interreligioso del re Abdullah dell’Arabia Saudita e la leadership turca nell’Alliance of Civilizations. In tutto il mondo, possiamo trasformare il dialogo in un servizio interreligioso, così che i ponti tra i popoli portino all’azione e a interventi concreti, come combattere la malaria in Africa o portare aiuto e conforto dopo un disastro naturale.

Il sesto problema di cui vorrei che ci occupassimo insieme sono i diritti delle donne. So che si discute molto di questo e respingo l’opinione di chi in Occidente crede che se una donna sceglie di coprirsi la testa e i capelli è in qualche modo “meno uguale”. So però che negare l’istruzione alle donne equivale sicuramente a privare le donne di uguaglianza. E non è certo una coincidenza che i Paesi nei quali le donne possono studiare e sono istruite hanno maggiori probabilità di essere prosperi.

Vorrei essere chiaro su questo punto: la questione dell’eguaglianza delle donne non riguarda in alcun modo l’Islam. In Turchia, in Pakistan, in Bangladesh e in Indonesia, abbiamo visto Paesi a maggioranza musulmana eleggere al governo una donna. Nel frattempo la battaglia per la parità dei diritti per le donne continua in molti aspetti della vita americana e anche in altri Paesi di tutto il mondo.

Le nostre figlie possono dare un contributo alle nostre società pari a quello dei nostri figli, e la nostra comune prosperità trarrà vantaggio e beneficio consentendo a tutti gli esseri umani – uomini e donne – di realizzare a pieno il loro potenziale umano. Non credo che una donna debba prendere le medesime decisioni di un uomo, per essere considerata uguale a lui, e rispetto le donne che scelgono di vivere le loro vite assolvendo ai loro ruoli tradizionali. Ma questa dovrebbe essere in ogni caso una loro scelta. Ecco perché gli Stati Uniti saranno partner di qualsiasi Paese a maggioranza musulmana che voglia sostenere il diritto delle bambine ad accedere all’istruzione, e voglia aiutare le giovani donne a cercare un’occupazione tramite il microcredito che aiuta tutti a concretizzare i propri sogni.

Infine, vorrei parlare con voi di sviluppo economico e di opportunità. So che agli occhi di molti il volto della globalizzazione è contraddittorio. Internet e la televisione possono portare conoscenza e informazione, ma anche forme offensive di sessualità e di violenza fine a se stessa. I commerci possono portare ricchezza e opportunità, ma anche grossi problemi e cambiamenti per le comunità località. In tutte le nazioni – compresa la mia – questo cambiamento implica paura. Paura che a causa della modernità noi si possa perdere il controllo sulle nostre scelte economiche, le nostre politiche, e cosa ancora più importante, le nostre identità, ovvero le cose che ci sono più care per ciò che concerne le nostre comunità, le nostre famiglie, le nostre tradizioni e la nostra religione.

So anche, però, che il progresso umano non si può fermare. Non ci deve essere contraddizione tra sviluppo e tradizione. In Paesi come Giappone e Corea del Sud l’economia cresce mentre le tradizioni culturali sono invariate. Lo stesso vale per lo straordinario progresso di Paesi a maggioranza musulmana come Kuala Lumpur e Dubai. Nei tempi antichi come ai nostri giorni, le comunità musulmane sono sempre state all’avanguardia nell’innovazione e nell’istruzione.

Quanto ho detto è importante perché nessuna strategia di sviluppo può basarsi soltanto su ciò che nasce dalla terra, né può essere sostenibile se molti giovani sono disoccupati. Molti Stati del Golfo Persico hanno conosciuto un’enorme ricchezza dovuta al petrolio, e alcuni stanno iniziando a programmare seriamente uno sviluppo a più ampio raggio. Ma dobbiamo tutti riconoscere che l’istruzione e l’innovazione saranno la valuta del XXI secolo, e in troppe comunità musulmane continuano a esserci investimenti insufficienti in questi settori. Sto dando grande rilievo a investimenti di questo tipo nel mio Paese. Mentre l’America in passato si è concentrata sul petrolio e sul gas di questa regione del mondo, adesso intende perseguire qualcosa di completamente diverso.

Dal punto di vista dell’istruzione, allargheremo i nostri programmi di scambi culturali, aumenteremo le borse di studio, come quella che consentì a mio padre di andare a studiare in America, incoraggiando un numero maggiore di americani a studiare nelle comunità musulmane. Procureremo agli studenti musulmani più promettenti programmi di internship in America; investiremo sull’insegnamento a distanza per insegnanti e studenti di tutto il mondo; creeremo un nuovo network online, così che un adolescente in Kansas possa scambiare istantaneamente informazioni con un adolescente al Cairo.

Per quanto concerne lo sviluppo economico, creeremo un nuovo corpo di volontari aziendali che lavori con le controparti in Paesi a maggioranza musulmana. Organizzerò quest’anno un summit sull’imprenditoria per identificare in che modo stringere più stretti rapporti di collaborazione con i leader aziendali, le fondazioni, le grandi società, gli imprenditori degli Stati Uniti e delle comunità musulmane sparse nel mondo.

Dal punto di vista della scienza e della tecnologia, lanceremo un nuovo fondo per sostenere lo sviluppo tecnologico nei Paesi a maggioranza musulmana, e per aiutare a tradurre in realtà di mercato le idee, così da creare nuovi posti di lavoro. Apriremo centri di eccellenza scientifica in Africa, in Medio Oriente e nel Sudest asiatico; nomineremo nuovi inviati per la scienza per collaborare a programmi che sviluppino nuove fonti di energia, per creare posti di lavoro “verdi”, monitorare i successi, l’acqua pulita e coltivare nuove specie. Oggi annuncio anche un nuovo sforzo globale con l’Organizzazione della Conferenza Islamica mirante a sradicare la poliomielite. Espanderemo inoltre le forme di collaborazione con le comunità musulmane per favorire e promuovere la salute infantile e delle puerpere.

Tutte queste cose devono essere fatte insieme. Gli americani sono pronti a unirsi ai governi e ai cittadini di tutto il mondo, le organizzazioni comunitarie, gli esponenti religiosi, le aziende delle comunità musulmane di tutto il mondo per permettere ai nostri popoli di vivere una vita migliore.

I problemi che vi ho illustrato non sono facilmente risolvibili, ma abbiamo tutti la responsabilità di unirci per il bene e il futuro del mondo che vogliamo, un mondo nel quale gli estremisti non possano più minacciare i nostri popoli e nel quale i soldati americani possano tornare alle loro case; un mondo nel quale gli israeliani e i palestinesi siano sicuri nei loro rispettivi Stati e l’energia nucleare sia utilizzata soltanto a fini pacifici; un mondo nel quale i governi siano al servizio dei loro cittadini e i diritti di tutti i figli di Dio siano rispettati. Questi sono interessi reciproci e condivisi. Questo è il mondo che vogliamo. Ma potremo arrivarci soltanto insieme.

So che molte persone – musulmane e non musulmane – mettono in dubbio la possibilità di dar vita a questo nuovo inizio. Alcuni sono impazienti di alimentare la fiamma delle divisioni, e di intralciare in ogni modo il progresso. Alcuni lasciano intendere che il gioco non valga la candela, che siamo predestinati a non andare d’accordo, e che le civiltà siano avviate a scontrarsi. Molti altri sono semplicemente scettici e dubitano fortemente che un cambiamento possa esserci. E poi ci sono la paura e la diffidenza. Se sceglieremo di rimanere ancorati al passato, non faremo mai passi avanti. E vorrei dirlo con particolare chiarezza ai giovani di ogni fede e di ogni Paese: “Voi, più di chiunque altro, avete la possibilità di cambiare questo mondo”.

Tutti noi condividiamo questo pianeta per un brevissimo istante nel tempo. La domanda che dobbiamo porci è se intendiamo trascorrere questo brevissimo momento a concentrarci su ciò che ci divide o se vogliamo impegnarci insieme per uno sforzo – un lungo e impegnativo sforzo – per trovare un comune terreno di intesa, per puntare tutti insieme sul futuro che vogliamo dare ai nostri figli, e per rispettare la dignità di tutti gli esseri umani.

È più facile dare inizio a una guerra che porle fine. È più facile accusare gli altri invece che guardarsi dentro. È più facile tener conto delle differenze di ciascuno di noi che delle cose che abbiamo in comune. Ma nostro dovere è scegliere il cammino giusto, non quello più facile. C’è un unico vero comandamento al fondo di ogni religione: fare agli altri quello che si vorrebbe che gli altri facessero a noi. Questa verità trascende nazioni e popoli, è un principio, un valore non certo nuovo. Non è nero, non è bianco, non è marrone. Non è cristiano, musulmano, ebreo. É un principio che si è andato affermando nella culla della civiltà, e che tuttora pulsa nel cuore di miliardi di persone. È la fiducia nel prossimo, è la fiducia negli altri, ed è ciò che mi ha condotto qui oggi.

Noi abbiamo la possibilità di creare il mondo che vogliamo, ma soltanto se avremo il coraggio di dare il via a un nuovo inizio, tenendo in mente ciò che è stato scritto. Il Sacro Corano dice: “Oh umanità! Sei stata creata maschio e femmina. E ti abbiamo fatta in nazioni e tribù, così che voi poteste conoscervi meglio gli uni gli altri”. Nel Talmud si legge: “La Torah nel suo insieme ha per scopo la promozione della pace”. E la Sacra Bibbia dice: “Beati siano coloro che portano la pace, perché saranno chiamati figli di Dio”.

Sì, i popoli della Terra possono convivere in pace. Noi sappiamo che questo è il volere di Dio. E questo è il nostro dovere su questa Terra. Grazie, e che la pace di Dio sia con voi.

* * *

perché ho ricopiato questo discorso?

perché credo davvero che fosse necessario rileggerlo, e perché penso che esso sia la radice stessa di quello che sta succedendo nel mondo arabo in queste settimane: fatti sconvolgenti e tragici di cui non conosciamo bene lo sbocco futuro.

capisco che una affermazione simile in un paese come l’Italia reso cinico e amorale ogni sera da uan televisione asservita ad una visione degradante della vita umana possa far sorridere gli italiani troppo furbi.

personalmente però credo in un mondo dove i valori contano, dove le idee cambiano la storia, dove gli esseri umani hanno una dignità che nasce dalle loro convizioni (e chi vuole chiami pure queste convinzioni fede, fregandesene della mia disapprovazione).

l’America di Obama ha una nuova strategia verso il mondo arabo, nella quale non c’è posto per i tiranni che hanno soffocato senza distinzione i loro popoli accumulando alla stessa maniera immensi patrimoni personali all’estero alle spalle dei loro popoli spesso affamati, sia chi lo ha fatto come agente dell’Occidente (in Tunisia o in Egitto), sia chi lo ha fatto seguendo una populistica politica antioccidentale (in Libia) ed per questo stesso motivo è stato fatto oggetto di attacchi ripetuti e violenti e dinostra oggi qualche capacità di resistenza in più.

senza questa disponibilità dalla parte americana la rivoluzione araba per la democrazia non sarebbe probabilmente cominciata, oppure sarebbe stata fin dall’inizio una violenta rivoluzione antiamericana ed antioccidentale, cosa che al momento non è.

ecco perché occorre rileggersi Obama nella tremebonda e confusa Europa della conservazione: stiamo bene attenti, perché le posizioni di appoggio alle dittature declinanti e l’isterismo antiislamico possono davvero contribuire a creare e concretizzare il mostro che agitano per speculare sulla paura e spingere verso l’integralismo una rivoluzione che è nata per la democrazia, e tagliarci fuori dal dialogo interculturale globale condannandoci ad un penoso isolamento.

* * *

da ultimo, come è sorprendente questa America capace di rigenerarsi, senza che neppure ce ne accorgiamo noi, rinchiusi nel cerchio meschino delle nostre abitudini ottuse e delle nostre ossessioni.

e sapete qual è la forza che riporta questo paese, anche nel colmo della sua crisi economica più mortale, alla ribalta dela storia, dandogli la capacità di portare un messaggio di rinnovamento nel mondo che è poi la base stessa della sua forza?

il rigore morale.

o America, che hai avuto la fortuna di nascere dai puritani in fuga e non hai ancora disperso il patrimonio di saggezza e determinazione che questo ti ha dato!

quanto più infelici i popoli che si sono sviluppati attorno a coloro che sono rimasti, chinando la testa al conformismo e all’ipocrisia!

* * *

mcc43:

Questo discorso di Obama mi aveva favorevolmente colpito, a parte qualche inesattezza nel citare dettami coranici, una venialità anche per gli ascoltatori del Cairo galvanizzati dall’onore che l’uomo più potente del mondo stava tributando al mondo arabo rovesciando la diffidenza dell’era Bush.

Con l’accumularsi di eventi e informazioni, intravedo questo discorso come una medaglia, quindi con una seconda faccia da osservare.

Aumenta la convinzione che l’intento fosse piacere alle masse arabe, ma non in vista di una semplice pacificazione dei rapporti.

Ne elenco i motivi

— Brzezinski: Nel post 61 64-brzezinski-e-il-terzo-lato-del-riscatto-linvidia hai ricordato, e abbiamo commentato, il suo discorso che descriveva come temibile la generazione di giovani acculturati e tecnologizzati del terzo mondo.

Obama li elogia, lui li teme, ma di fatto ne parlano installandoli nell’immaginario collettivo.

— Tecnologie: Google (da Le Monde del 3.2.2011) è definita “l’arma della diplomazia americana”.

Il governo la considera apertamente impresa strategica a vari livelli, tanto che quando il motore di ricerca ha dichiarato d’essere oggetto di hackeraggio della Cina, vi è stato in tempo reale un intervento del Governo a sostegno di Google, che è una impresa privata!

Inoltre il governo intende sostenere economicamente progetti o strumenti che lavorano in favore della libertà di espressione online, l’apertura di account Twitter in cinese, russo e hindi dopo quelli in persiano e arabo; ed era a suo tempo intervenuto su Twitter per evitare interruzioni di servizio che avrebbero penalizzato la dissidenza durante le ultime elezioni in Iran.

Straordinaria è la copertura mediatica dei blogger, l’attribuzione di una rivoluzione a Facebook ,l’insistenza sulla estraneità degli aderenti a qualsiasi movimento politico, sulla loro gioventù e l’ostilità mirata a personaggi già politicamente screditati a livello internazionale.

— La giornalista franco-inglese Manon Loizeau http://mecanoblog.wordpress.com/2009/10/16/etats-unis-a-la-conquete-de-lest-video/ ha condotto una inchiesta sulle rivoluzioni colorate, da quella di “velluto” in Serbia fino a quella degli impermeabili “arancione” in Ucraina nel 2005, rilevando che in tutte vi era l’occulta regia degli USA.

Rimando ai video che vale la pena di vedere, almeno la parte in cui G. Bush riceve i giovani leader dell’est per ringraziarli, o quella nella quale si vede uno di questi giovani leader ora prestatore d’opera in una organizzazione della Albright.

— L’assistenza “culturale” Usa – Ciò che conta sapere è che varie organizzazioni “culturali” americane sono, alcune, finanziate direttamente dal governo, altre dalla Camera di Commercio degli Stati Uniti, dall’Unione sindacale AFL-CIO, e da una organizzazione della OSI che fa capo alla Fondazione Soros.

Il logo OTPOR (acronimo serbo) con un pugno chiuso, è stato ripreso da tutti i movimenti successivi, suggerendo la forte collaborazione tra di loro.

L’ideologia sottesa a questi movimenti risale al “Machiavelli della nonviolenza”, Gene Sharp, politologo e filosofo americano.

Il suo libro Dalla dittatura alla democrazia è in rete in tutte le lingue; e come modello di liberazione Sharp indica la Polonia (non a caso collabora con la Conferenza dei vescovi americani)-

—-Il caso Egitto. E ‘il movimento “6 aprile” che ha guidato la protesta popolare egiziana ed è stato il principale artefice della caduta di Hosni Mubarak.

E’ composto da giovani della classe media, attivisti, appassionati di nuove tecnologie.

Il manifesto del movimento è in rete e comincia così http://shabab6april.wordpress.com/shabab-6-april-youth-movement-about-us-in-english/

Giovani che amano l’Egitto

Siamo un gruppo di giovani egiziani riuniti per l’amore d’Egitto e il desiderio di riforma.

Anche se la stragrande maggioranza di noi non appartiene ad alcuna tendenza politica o legata alla politica, siamo determinati a completare la strada, crediamo di poter continuare da dove altri si sono fermati.

Siamo convinti delle nostre capacità e del nostro diritto di cambiare questa triste realtà.

Abbiamo concordato sul patriottismo e il sacrificio per esso e il desiderio di riformare questa nazione, abbiamo iniziato il 6 aprile 2007, questo giorno storico nella vita degli Egiziani, abbiamo chiesto un sciopero generale per protestare contro il deterioramento delle condizioni di vita con tutti i mezzi, compreso il popolare sito Facebook; […]

I nostri giovani sono i futuri leader, e la nostra energia di oggi.”

Firmato: Gioventù egiziana

Conclusione: richiesta di invio dei propri dati e qualifiche per formare un data base di attivisti.

Dopo il reportage della Loizeau questo sa di storia vecchia, anche il vantato nazionalismo.

Come possa essere sfuggito tutto questo a un regime dittatoriale come quello di Mubarak mi è oscuro, eppure la giornalista blogger Abdel Fattah Israa , chiamata “Facebook girl” ce l’ha fatta.

Da qui, tramite una inchiesta di Al Jazeera http://dissidentvoice.org/2011/02/the-junk-bond-%E2%80%9Cteflon-guy%E2%80%9D-behind-egypt%E2%80%99s-nonviolent-revolution/ veniamo a sapere che questi giovani del movimento hanno avuto contatti con il movimento OTPOR che ha tuttora base in Serbia e crea centri che sono finanziati dalla Fondazione Soros.

Nell’inchiesta, Ahmed Maher, maggior artefiche della “rivoluzione”, ammette di essere sempre stato in stretta collaborazione con Mohamed ElBaradei, ex capo della IAEA (agenzia atomica internazionale) rientrato prontamente al Cairo a fine gennaio per l’ultima spallata a Mubarak.

Mi fermo qui.

L’intenzione non è contestare, ma mettere in evidenza i punti più importanti che, a partire dagli anni del rovesciamento dello Scià, vedono gli Usa dietro i grandi rovesciamenti di regime.

Questo non permette di escludere che il discorso di Obama sia anche come mossa funzionale alla promozione dei fatti del Nord Africa, dove in nessuna piazza si è sentito uno slogan anti-Usa, nonostante il supporto dato da questo paese a Ben Alì e a Mubarak nel corso degli anni.

* * *

colgo nel tuo commento un contributo che arricchisce il mio discorso in maniera sostanziale.

tutti gli osservatori interpretarono a suo tempo il discorso di Obama come un generico appello buonista alla riconciliazione tra occidente ed islam e come il tentativo di porre una pietra tombale sulla guerra di civiltà di bushiana e ratzingeriana memoria.

è stato interessante rileggerlo alla luce dei fatti di oggi, ed accorgersi, invece, che è un vero e proprio manifesto politico e un programma d’azione che viene agito con grande determinazione e che si sta realizzando.

con questo discorso Obama ha lanciato un appello ai giovani arabi per una alleanza contro i vecchi regimi e l’appello è stato raccolto; a questo punto Obama è stato coerente nello sviluppare il suo disegno e a sua volta ha risposto facendo cadere i primi vecchi regimi.

con Gheddafi il discorso è più complesso: in Egitto il malessere economico-sociale si è confuso con la lotta per la democrazia, e quindi l’appoggio alla rivoluzione è stato molto largo e in una certa misura indistinto, ma in Libia vi è un relativo benessere, e dunque – a parte l’appoggio della Cirenaica storicamente ostile a Tripoli e di qualche tribù – la lotta qui è più difficile, perché più mirata proprio sul tema della libertà politica: Gheddafi gode di qualche appoggio nel mondo popolare a Tripoli, mi pare (vedi la donna che grida il suo nome col pugno chiuso nel mio video sulla medina di Tripoli): chi gli era ostile in città, a quel che ho potuto vedere, è il mondo degli immigrati sfruttati, da lui trattati in maniera molto “leghista”.

sul carattere strategico di google nella politica americana come diffusore di un vero e proprio sistema di valori, che è quello della libertà di ricerca intellettuale, hai già detto benissimo e con grande documentazione.

interessante è una continuità di lunga durata che tu evidenzi almeno negli ultimi trent’anni, da Carter in poim nell’uso di questi strumenti e in una certa immagine libertaria dell’America, anche quando cambiano gli avversari.

 

29 risposte a “120. Obama, leader morale della rivoluzione araba (il discorso del Cairo 2009).

  1. A nord – noi dibattevamo qui sulle Verità e le verità, sulle troppe notizie e i pregiudizi e il fidarsi di una improbabile obiettività, e sugli arabi, Jawdar e l’Edipo

    A sud, di là dal mare – N. il (nostro amico) Algerino, scomparso appena dopo aver commentato qui in un post, si dotava lui pure di un Blog! Sarà per combinazione, sarà un’idea che gli è venuta da qui, chi lo sa…

    fatto sta che adesso è ricomparso, e da questo suo blog ho avuto la nuova puntata della novella, che aveva iniziato a pubblicare, un pò profeticamente, poco prima dei fatti di Tunisia: L’imbarcato

    E’ la storia di un ragazzo che per noia sartriana si aggrega a un gruppo di migranti su una carretta verso l’Europa. Il brano che segue lo descrive insieme ad uno dei suoi cinque compagni di viaggio, e insieme sono due facce della medaglia, e tutto è in consonanza con le nostre considerazioni qui.

    “””Tra noi c’era uno istruito. Un ingegnere, allievo del Politecnico,con delle idee non di casa nostra, di cui ho avuto agio di farmi un’idea durante la traversata. Fuggiva dal paese, lui, perché aveva da due anni i militari al sedere. Gli ingiungevano, m’informò, con dei foglietti spediti ogni tre mesi al suo domicilio, di raggiungere la caserma. E ciò così insistentemente che si era deciso a tagliare la corda. ‘Signor Karim Blaktef ti invitiamo a presentarti alla caserma regionale di El Bayeud e questo per sottometterti al dovere di coscrizione al più presto, vai ragazzo a questo pomeriggio e non dimenticare di sbrigarti perché se no avremo il dispiacere di condurtici a pedate nel sedere.’
    Era così come lo tormentavano i “miloufs”, enormemente e senza pausa, per così dire, come ha riferito col suo linguaggio.

    Ma la sua disgrazia era che provava a comprendere al tempo stesso troppe cose. Non si ha sempre un diavolo a disposizione che ci aiuti per quello che vogliamo fare. Dio, la nazione, la libertà, il diritto e poi era pieno di altre nozioni astratte su argomenti sui quali non mi ero mai posto delle domande ,che lo rodevano terribilmente. Oltre alla coscrizione militare, beninteso, alla quale voleva costi quel che costi scappare. “””

    … e per puro piacere di comprende il francese (coccoliamoli…) ti metto in lingua originale la conclusione. E’ così che s’imbarcano quelli più fortunati…

    Dahmène nous a donné les dernières consignes avant le départ dans des termes très lapidaires, ‘pas de cigarette à bord, pas de portable, pas de chahut et pas de mouvements inutiles’. Le premier qui contreviendra au règlement sera jeté par-dessus bord, a-t-il conclu, ferme et autoritaire.
    Il nous a prié par la suite d’aller faire nos besoins et de fumer une dernière clope pendant qu’il mouillerait l’embarcation.
    Nous avons pris place dans la felouque. Trois à bâbord, adossés au bastingage. Moi, Ali et l’ingé. Les trois autres nous faisaient face. Dahmène, le commandant de bord, restait derrière à la manœuvre.
    A une heure du matin, nous avons levé l’ancre. Le moteur a brui dans la nuit bercée par la rumeur de la mer. La lune, au loin, splendide, comme un médaillon dont se serait paré l’horizon, nous faisait face. L’Espagne aussi.

  2. Prima voglio chiarire una cosa: i fatti separati dalle opinioni , per quanto possibile! Per Obama i miei dubbi sono “opinioni” e lo dico – ma la maggior parte delle volte, per esempio sugli aggiornamenti delle sommosse, i miei commenti sono deduzioni dai fatti esposti.

    “l’obiettività è una fatica di Sisifo” vero, ma che ci possiamo fare? E’ la natura umana, quello che fa la differenza è lo sforzo che facciamo a fronte di quelli che si lasciano convincere dal titolo più grosso, dall’argomento più ripetuto, o che vanno a simpatia o antipatia, o che ci mettono le loro rabbie e frustrazioni nel decidere se una cosa è vera o falsa.

    Narcisismo è una parola tanto comune oggi, che è sempre necessario un foglietto di istruzioni sul significato che le si dà.
    Quando dico o sento narcisismo io intendo veramente Narciso, ovvero una persona che non si conosce, crede a ciò che lo specchio rimanda, e per specchio intendo quello concreto, ma anche gli occhi degli altri, il gradimento ottenuto, le lodi i giudizi.

    Non è la vanità, perché si può essere vanitosi e conoscersi molto bene; il narcisista invece investe su quello che crede di essere, perciò anche le sue emozioni sono in un certo modo prese a prestito, mimate, come i sentimenti. Il narcisista non soffre perché non sa di soffrire e se qualcosa incrina la supposta conoscenza di sé va a pezzi.

    E’ una “malattia” molto diffusa, in forme anche non gravi, ma che spiega la scarsissima empatia nella società; molte persone che commettono violenze e si divertono vedendo le reazioni della vittima non hanno la capacità di comprendere che soffre. In piccolo, il giovanotto che in metro se ne sta seduto mentre davanti ha delle persone anziane o in difficoltà è stato educato male, certo, ma lui non ha la capacità di mettersi nei panni di chi ha dei problemi.

    Allora, certamente persone così non sono obiettive, e non sono nemmeno capaci di comprendere le necessità sociali, sono quindi giornalisti che non hanno testa per capire che 1000 o 10000 morti non è la stessa cosa, o pessimi politici e amministratori.

    Avevo anticipato che nominavo Chomsky, solo perché ricordavo il nome, ma sottolineo: quanti avrebbero delle idee accettabili dai più ma sono ignorati dai media. Così crediamo che Obama e la Palin non abbiano alternative nei loro partiti.

    Le “anime belle” in lista alle elezioni urtano anche me, sono la causa della disaffezione degli elettori di sinistra.

    Che gioia: Cohelo è di una ributtante banalità! Sai a me vien da definirlo : veltroniamo, che è tutt’altro che un complimento.
    (((Adesso provo: cosa pensavi di quel romanzo diventato cult “Va dove ti porta il cuore” ? Le dita quasi si rifiutavano di scrivere questo titolo. ))))

    L’hai detto, ora devi farlo: vogliamo la foto dei piatti da lavare! e ci chiederemo tutti “ Dopo la festa o vita da single? “

    Non sai quanto aiuta le intuizioni lavare le pentole e farle brillare! 😉

    • Va dove ti porta il cuore?

      hai mai letto una simile schifezza?

      no, ho letto di peggio: Moccia, che ha venduto un milione di copie con una storia rivoltante.

      la foto dei piatti da lavare?

      su tutto il resto condivido, ma con questa piccola feroce precisazione essenziale: che nessuno può tirarsi fuori dal tuo ritratto spietato, e non basta essere un poco più complesse come tu ed io per non doverce ammetetre che siamo fatti della stessa pasta degli altri!

      promesso.

      ma è solo verso il fine settimana che assumono la loro tipica forma a Torre di Babele!

      • Evviva un altro anti-Tamarro. Un romanzo ipocrita e privo di ogni empatia con gli umani… ma lasciamo perdere. Avevo un’amica che in serrata sequenza mi ha regalato Celestino (due volte!!! in edizioni diverse) e quest’altro. Ha messo a dura prova la ns amicizia, che infatti poi si è dissolta per manifesta differenza emotiva e intellettuale. Ma Moccia no, nessuno me l’ha regalato, non avevo obblighi morali, mica l’ho comperato!!

        Ma di grazia: quale sarebbe il ritratto spietato che avrei fatto io- di chi? … spiega

        • il tuo ritratto spietato è quello del cittadino del mondo-massa.

          quanto a Moccia l’ho comperato usato ad un euro su una bancarella, e l’ho pagato anche troppo!

          • non capisco lo stesso, l’unico ritratto è quello del narcisista, e se è quello mi tiro fuori eccome! Io so quando soffro e so di soffrire, e non sono mai andata a pezzi se è mi capitato di credere che la mia immagine fosse stata incrinata.

            Moccia, allora puoi dire di aver almeno aiutato il commerciante della bancarella. Se hai un caminettto lo usi per accendere il fuoco…

            • mi riferivo a questo, che sta a monte del ritratto del narciso moderno e in qualche modo lo prepara (se non ho capito male):

              “E’ la natura umana, quello che fa la differenza è lo sforzo che facciamo a fronte di quelli che si lasciano convincere dal titolo più grosso, dall’argomento più ripetuto, o che vanno a simpatia o antipatia, o che ci mettono le loro rabbie e frustrazioni nel decidere se una cosa è vera o falsa”.

              secondo me la differenza è debole e non basta a… fare la differenza.

              • secondo me sì, mica sto incensando noi due, chissà quante fesserie diciamo.. Però ci proviamo sia a riflettere che a non farci indottrinare come pappagalli.
                Comportametno che auspicovada diffondendosi.
                adesso sei tu ridottoalla tagliatella 😆

                • la tua era una tagliatella larga di tipo cinese che dà ancora un margine di replica…

                  come vedi difficile mettermi alle corde e perfino alle tagliatelle, eh eh

                  e buona notte per
                  oggi

  3. Io non mi offendo se dici che la mia OPINIONE ha basi fragili, mi sarei offesa se avessi detto che ho dei pre-giudizi, con o senza trattino in mezzo 😉
    Infatti le chiamo opinioni, perché – e io pure non voglio esser e polemica – non vivo il bisogno di trovare sempre la verità ma quello di cercarla.

    Siamo in dissonanza, non tanto sugli strumenti ma proprio sulla convinzione di partenza: mentre i fatti avvengono per me è “naturale” non insensato lo sforzo per capire il quadro “vero” oggi, sapendo che domani l’accadere di nuovi fatti inattesi cambierà le valutazioni-

    Posso dire? E’ talmente “naturale” che da 5000 anni l’immaginazione collettiva pensa alla creazione come un processo che scorre nel tempo, nei fatidici sette giorni, altri la pensano persistente tuttora. Ciò esclude per la massa, cioè quelli come me, l’ansia del momento definitivo della Verità, e va bene una verità dell’oggi. Avendo però bene compreso il passato, dove qualce solida verità può essere intravista.

    Questa non te la passo: * tu le chiami “le proprie tendenze”, ma allora lo sfondo concettuale non è piuttosto quello del narcisismo? * Su narcisismo bisognerà proprio chiarirsi perché io uso questa parola in un modo che mi sembra assai diverso da te.

    Verissimo quello che dici di Kennedy; per il futuro senza Obama, pensaci bene: disponiamo solo dei papabili di cui i media parlano. Ora tacciono, ma non c’era quel radical Noam Chomsky che ha cercato di presentarsi alle elezioni? Certo dietro di lui non stanno le lobby; bada che lo cito solo perché è un nome che ricordo, ma altri ce ne sono sicuramente, ma non varcano i confini dei loro media.

    No con Napoleone non avrei avuto le stesse riserve che ho oggi su Obama, perché sarei stata una persona di quel tempo, che aveva una concezione pratica della vita; in altre parole non mi sarebbero interessati i motivi dietro l’azione ma solo l’azione stessa. Dei secoli passati, noi due – così come siamo – somigliamo più a un Richelieu o un Mazarino (non offendiamoci!) a Metterninch o Cavour.
    Ma se citi Hitler, citi il secolo della psicologia, i colti già sapevano che dietro la facciata degli uomini ci sono zone oscure, che quelle zone oscure possono avere agganci oscuri. Lì credo che qualche dubbio me lo sarei fatta venire, ma ovviamente è solo una ipotesi, vorrei che fosse così.

    Mio caro, non dobbiamo confondere i sani dubbi nelle analisi con l’invidia dei meschini o, come nel caso seguente, la maldicenza dei pavidi. Quando ottenni un trasferimento per ragioni di famiglia dalla casa madre di Torino a una succursale di Milano, fu perché erano ben contenti di liberarsi di una rappresentante sindacale un po’ scomoda mandandola in una realtà dormiente, ma quando arrivai mi trovai isolata dai colleghi perché “ quella ha fatto un accordo per controllarci e fare la spia” . Ho dovuto mettere in piedi un consiglio fabbrica per riuscire a superare la diffidenza dei più!!! Ora ne rido, ma ho passato giorni molto neri, molto neri.

    Ho letto solo un libro di Cohelo, lo Zohar, ricordo di averlo trovato … non lo definisco, nel caso ti fosse piaciuto, troverei troppo onore per lui dedicargli una discussione. No parlo di altri alchimisti, di quelli che rischiavano la morte o la follia per i vapori che salivano dal loro crogiolo, perché l’alchimia non è rassicurante e piacevole, è cuocere se stessi insieme alla materia, in un incessante solve et coagula. Senza aiuto di Mefistofele, troppo comodo. 😉

    Così i razionalisti moderni buttano via la pentola? Però! Nessuno ha loro insegnato quanto si impara tirando a lucido una pentola annerita, con pazienza e crescente volontà di non bruciacchiarla più? 😉 ah ah pigroni.

    • adesso penserai che sto cercando il litigio a tutti i costi, ma quel che penso delle tue opinioni lo penso anche delle mie e quindi allontano dal tavolo questo caloce del sospetto reciproco.

      quel che in tutto il commento-post di poco fa ho cercato di dimostrare è che nessuno di noi riesce a dare voce altro che alle proprie inclinazioni (e tu chiamale anche pre-giudizi, se vuoi), dato che l’obiettività è una fatica di Sisifo.

      ognuno di noi è costretto a regolarsi ad occhio, considerando una certa fonte piuttosto attendibile che no, e ben raramente sulla base del fatto che l’abbiamo scoperta effettivamente con le mani nella marmellata – che è l’unica certezza, che neppure serve a nulla, dato che chi ha mentito sempre potrebbe una volta dire la verità e soprattutto viceversa…

      sul narcisismo intendevo dire che ciascuno di noi, se arriva a questa coscienza della limitatezza intrinseca delle proprie opinioni, che non sono in grado di avere in sè neppure un frammento minuscolo di verità parziale e provvisoria, diventa poi, nel dirle, semplicmente un narcisista e non qualcuno che tenta di dare il suo piccolo contributo al processo del sapere.

      narcisista nel dirsi, senza altro scopo che il dirsi stesso, questo intendo qui per narcisismo…

      Chomsky: a parte l’età, e a parte l’enorme e meritato prestigio culturale, che cos’altro potrà mai essere se non un testimone di un pensiero minoritario?

      contro la guerra in Iraq una volta ho fatto un pubblico dibattito con uno di quei candidati alla presdienza USA terribilmente testimoniali e residuali, che vanno bene solo quando la partita è già persa in partenza: ma disapprovo nettamente i Turigliatto che si candidano per mettere in Parlamento non il bisogno di sconfiggere la destra ma l’esibizione della loro purezza tanto inutile quanto, proprio per questo, invincibile.

      su Coelho, la pensiamo alla stessa maniera: di una ributtante banalità; infatti la mia battuta era sarcastica.

      sul buttare via la pentola, potrei fotografare la pila dei piatti nel lavello e metterla in bortografia domattina: direbbe da sola la mia vera concezione del mondo.

      lo confesso: non ho mai capito perché la gente si ostina a lavare le pentole, soggettivamente parlando, e non ne compera semplicemnete una nuova ogni settimana… 🙂 🙂 🙂

  4. Gheddafi è nella stessa situazione di Berlusconi: può vincere la battaglia, ma non può vincere la guerra, però se vince la battaglia può sempre sperare che gli altri smettano di fargli la guerra, visto che non ne hanno grandissima voglia…

    sulle tue opinioni su Obama non mi pronuncio: non lo conosco in profondità, mi pare che abbia fatto un grosso sostanziale errore nel salvataggio delle banche, credo che per giudicare più a fondo dovrei studiare il personaggio mezza vita.

    constato quindi che le mie valutazioni hanno una base estremamente fragile, ma anche le tue (scusami se te lo dico, non è per gustio della polenica, sto cercando di sviluppare una riflessione comune), visto che il loro fondamento è “l’incredulità che senza una importante famiglia alle spalle, come Kennedy, o una sudata carriera politica sia diventato candidato alla presidenza se non con qualche appoggio segreto”.

    mi domando se avresti applicato la stessa metodologia a Napoleone, che a 27 anni era diventato generale, certo con qualche appoggio politico iniziale di chi pensava di utilizzarlo, ma poi alla fine per forza propria: è così strano? e che dire di Hitler? c’è mai stato un uomo altrettanto senza qualità di lui, salito così in alto (e certamente con precisi appoggi)?

    la domanda è fatta, con un soffio di malumore, :), da un self-made-man, del resto!

    come mi ha sempre rotto le palle ogni volta che superavo un concorso sentirmi mormorare alle spalle che però ero di sicuro raccomandato!

    fino a che una presidente di commissione, a parte, mi svelò l’inghippo: senta, noi, ogni 100 raccomandati dobbiamo prenderne anche 2 o 3 davvero bravi per pararci il c…. (era una simpatica romagnola senza peli sulla lingua), perché altro pensa che l’abbiamo fatta passare?

    succederà anche nella storia?

    mah: quel che è certo è che Kennedy aveva dietro non solo la famiglia miliardaria, con ricchezze dalle origini molto sporche, ma anche la mafia; e questo non gli impedì di combatterla (quasi quanto Berlusconi, eh eh 😉 ) e di essere un grandissimo presdiente; e allora?

    “e se il M.O. sfugge di mano, che ne sarà di lui alla rielezione?”

    questo interessa meno: sta di fatto che dopo Obama ci sta solo la destra fascistoide, visto che un altro candidato democratico migliore non si è profilato, ma l’America comunque NON PUÒ tornare alla politica di Bush, e allora l’elezione di Obama, visto l’obbligo di fare una politica di apertura, appare come la più ragionevole delle scelte possibili, senza tanti dietrismi non dimostrati.

    – sullo scadimento generale professionale dell’informazione italiana concordiamo, è un aspetto del declino del paese anche questo, e tuttavia nel mio commento ponevo anche problemi più di fondo, secondo me, sulla difficoltà oggettiva di gestire l’informazione nell’età di internet.

    “avere un quadro completo è l’unica verità possibile”.

    appunto: ma ti rendi conto che “avere un quadro completo” è impossibile?

    se la completa conoscenza è l’unica verità possibile, allora dobbiamo dire che non esiste verità possibile.

    e proprio la necessità che l’informazione sia completa dimostra che è “insensato, allora,” anche il semplice “sforzo di sapere di più”.

    se anche la verità con l’iniziale minuscola esige le stesse condizioni di praticabilità della Verità con la maiuscola, allora diventa altrettanto irraggiungibile, pur essendo più limitata.

    certamente tengo “il blog per il piacere di argomentare intorno a un fatto”, e certamente per il piacere di “accumulare coi post delle chiarezze di controinformazione”, dando pure per scontati “errori, svolte, ripensamenti”, che sono il sale della ricerca.

    però entro certi limiti: se tutto o quasi tutto si rivela svolta e ripensamento da un giorno con l’altro, cessa il motivo di diffondere in rete opinioni che si deve supporre già potrebbero essere erronee il giorno dopo.

    molto di questo è connesso certamente al vivere in questi giorni, sia pure di lontano, una situazione rivoluzionaria che mette a dura prova la capacità di capire.

    non vi è altro tesoro da cercare che il piacere della ricerca stessa, ma non vi è certamente poacere nello scoprire che non vi sono le condizioni essenziali per poter arrivare alla minima verità e che si tratta solamente di dare voce alle proprie impressioni.

    tu le chiami “le proprie tendenze”, ma allora lo sfondo concettuale non è piuttosto quello del narcisismo?

    preferirei non parlare in questo momento di “razionale/irrazionale”, non mi ritrovo più in questa coppia di antitesi fasulle; vorrei parlare solo di “argomentato e interconnesso oppure no”.

    “Qualcosa si è bruciato e si è attaccato alle pareti del crogiolo”.

    già.

    “Gli alchimisti ricominciavano da capo l’Opera”, credo anche quello di Coelho.

    i razionalisti moderni? il primo pensiero che gli viene in mente è di buttare via la pentola incrostata e di procurarsene un’altra, naturalmente…

    grazie di questo commento!

  5. Mi piace che hai citato Arafat. Quest’ultimo aveva la capacità di mettersi sempre in situazioni disperate, senza via di uscita, che tenevano il fiato sospeso; finora Gheddafi sembrava sempre farsi scivolare addosso errori e nefandezze, ma guarda adesso: ha quasi tutto il mondo contro e la capitale stretta in una tenaglia. Spalle al muro.

    Obama. Come hai capito non ho una grande ammirazione, ma nemmeno credo ciecamente alla controinformazione su di lui. Aspetto, perché non ho ancora potuto maturare un giudizio, e non nascondo che su questo molto influisce l’incredulità che senza una importante famiglia alle spalle, come Kennedy, o una sudata carriera politica sia diventato candidato alla presidenza se non con qualche appoggio segreto- Aveva fiato per essere un perfetto vice presidente di un politico più navigato per fare poi il grande salto.

    Certo queste sono solo OPINIONI, alle quali si aggiungono le voci non celebrative sul suo conto che per me valgono quanto quelle dei maggiori quotidiani. Credo che anche qualche mistero di casa ns di cui almeno abbiamo conoscenza sia usciti da voci isolate. Sul fatto che l’alternativa sia solo la Palin e i tea party, direi che è mancata finora una alternativa dentro il partito democratico, cioè: è stata solo una corsa fra una “moglie” mai molto piaciuta agli americani e questo volto del tutto inedito. Ma un politico con esperienza e delle lobby nazionali a finanziarlo proprio non esisteva? Allora l’America era davvero in crisi; e se il M.O. sfugge di mano, che ne sarà di lui alla rielezione?

    Concordo assolutamente con i critici per mestiere, per principio, per falsità o per idiozia, esiziali per la vita politica del ns paese!!!!

    Le persone si trasformano, e credo soprattutto in virtù dei rapporti che intrattengono, non solo quelli con altre persone, ma con il collettivo nelle sue varie manifestazioni, fra le quali oggi spicca l’informazione. Come una persona si pone nel ricevere le notizie: passivamente o con atteggiamento attivo, come è il mettere in connessione diverse visioni, e collegare fatti a fatti diversi, è diventato fondamentale proprio per la “qualità” della persona stessa. L’atteggiamento attivo comporta la crescita dell’istruzione (nuovi argomenti che si aggiungono) e del livello culturale (il trarne opinioni personali fondate sui dati raccolti, liberamente concordante o divergente con l’opinione collettiva). La quantità di notizie e informazioni è ampia ovunque, ma il sistema mediatico dei vari paesi è notevolmente diverso. Qui da noi, c’è un appiattimento che in parte origina dall’accorpamento in poche (!!) mani delle testate di carta e dell’etere, ma ho l’impressione di uno scadimento generale professionale. Allora il lettore attivo si trova quasi obbligato a conoscere una lingua straniera per poter avere altre fonti; la diffusione dell’inglese è meglio di niente, ma con la sudditanza psicologica all’America, rischia di far trovare solo la fonte di quelli che sono riassunti fantasiosi in italiano.
    Fino qui credo sei d’accordo, ma adesso c’è da affrontare la parte ultima del tuo commento, che è bella ponderosa. Allora preparo una seconda puntata, domani, anzi: più tardi, visto che è già domani. Stay tune 😉

    • Proseguo:
      “la mia amara morale è che in fondo lo sforzo di capire dove stia la verità è insensato”
      Stiamo parlando di notizie su quello che accade nel mondo, quindi di processi in corso. Come ho già scritto, avere un quadro completo è l’unica verità possibile. Come può essere insensato, allora, lo sforzo di sapere di più?

      Mi sembra di avvertire una segreta incoerenza: parli di notizie, di internet ma sotto le tue parole c’è la fantasmatica presenza della verità “definitiva”, quella da scrivere in maiuscolo.
      Forse è vero “ la conquista della Verità esclusa per definizione”, ma diventa certamente vero se la cerchi anche nelle mutevoli vicende quotidiane collettive.

      “ qui sono alla crisi forse definitiva di questa mia impresa un poco senza senso, parlo del blog. “

      Sembra di intuire da qui che il blog nasceva dal mito sotteso a tutte le manifestazione del mondo moderno, e causa prima delle delusioni in questa era illusoria: la ricerca del Tesoro.
      I miti ci (s)muovono ma non si realizzano nella pratica e sono fonte di scoraggiamento finale.

      Supponevo tu tenessi il blog per il piacere di argomentare intorno a un fatto, almeno uno diverso ogni giorno. Che volessi accumulare coi post delle chiarezze di controinformazione su dei fatti, veder snodare nel corso degli anni la tua ricerca delle verità attraverso scoperte, errori, svolte, ripensamenti.
      Una conquista di verità in campi circoscritti e parziali, almeno, è uno sforzo che ripaga. Se non è questa la sensazione, a (s)muoverti non era il piacere della ricerca, ma il mito del tesoro?

      Internet. Certamente è tanto quello che dà, ma la gran parte è ripetitivo. Senza un accanito senso critico si accumulano conoscenze standardizzate, ma non è questa critica che le persone che si sono formate prima di internet possono immettervi?
      Usi la parola pre-giudizi: ma perchè? Si sceglie e si discrimina in base alle proprie tendenze, ed è giusto, ognuno contribuisce a formare il quadro completo, altrimenti quello che si rischia sono le versioni ufficiali.
      Svaluti ciò che non è completamente razionale; perchè se il massimo dell’esperienza umana è non-razionale? per fortuna, direi, altrimenti la vita sarebbe una noia mortale.

      Penso che ieri sera, come alchimista delle idee, ti mancava un po’ della maestria nel regolare il fuoco. Qualcosa si è bruciato e si è attaccato alle pareti del crogiolo 😉
      Gli alchimisti ricominciavano da capo l’Opera, i razionalisti moderni non so. Intanto ti auguro una buona giornata, Magister 🙂 🙂 🙂

  6. Se questo Cor-pus fosse un campo, dalla mia parte sarebbero spuntate tre piantine e perché non vengano calpestate dallo scorrere dei tuoi post le dovrei salvare trapiantandole in un’aiuola. Vedi cosa ti suggerisce la metafora…. Intanto eccole qui:

    * uno: i leader che possono deludere ( motivo istigante da post 43: Mandela che fa visita ufficiale a Tripoli negli anni in cui la Libia era sotto sanzioni, a motivo del sostegno che Gheddafi aveva dato al suo partito negli anni della prigionia, consentendo di fatto che alla liberazione esistesse una struttura per l’azione politica del grande, inestimabile, Nelson Mandela )
    * due: le comunità che possono deludere (motivo istigante da post 43: la gente del sud Tunisia che, almeno una volta, ha reagito all’afflusso caotico dei fuggitivi dalla Libia abbandonandosi a delle violenze)

    * tre: le ricostruzioni storiche che possono deludere (motivo istigante da post 133: la figura messianica nei vangeli sinottici vs i vangeli apocrifi)

    Fertilizzare per le tre piantine la tua osservazione nel commento del 3.3 al post 43 :
    “” invecchiare è imparare che non ci si deve fidare di nessun idolo, e quindi neppure di se stessi !!! molto faticoso, hai proprio ragione, è una fatica di Sisifo la verità.“”

    Magari, invecchiando si fosse tutti disposti a questa fatica per diradare le nebbie della comprensione! Il fatto è che, lo vediamo da 2000 anni fa, o questo sforzo si fa al più presto possibile e in tanti o le nebbie si ispessiscono.

    Ma anche arrivando ad avere un quadro completo (secondo me la verità in fondo è questo…) resta da superare la tendenza a dare un giudizio definitivo, che potrebbe poi nuovamente rivelarsi inappropriato. Per me il giudizio su Mandela resta di ammirazione, inglobando però nella sua opera politica anche quel gesto, in qualche modo dovuto, per motivi di lealtà. Per me i tunisini terrorizzati dalla marea diffusasi nelle loro strade restano collettivamente brave persone, a loro volta terrorizzate; basta ricordare che hanno reagito come da sempre, fin dalla preistoria, i popoli stanziali all’arrivo dei nomadi: istinto di sopravvivenza che non permette più di ragionare. E se la ricostruzione della vicenda di Gesù secondo i sinottici è, anche alla luce delle scoperte, molto meno convincente di quella che si può trarre dagli apocrifi e dai documenti storici, non so se è decisivo per squalificare l’intera religione visto che, avendo appunto come base una “fede”, sfugge ai giudizi definitivi della logica razionale.
    MA, se domaniPER IPOTESI: Mandela invia armi a Gheddafi, i tunisini formano squadroni della morte, le religioni cristiane vogliono imporre il silenzio alle critiche: il mio giudizio si rovescia restando però in attesa del sorgere di nuovi elementi da tenere in considerazione.

    Per me questo è il tuo – espresso da me anche se con virgolette 🙂 – “non fidarsi degli idoli, e non fare un idolo nemmeno di se stessi”. Se può essere praticabile non fare un idolo degli altri, non dare a stessi completa credibilità è molto difficile. Questa si può definire un’opera di alta educazione che dura ogni giorno della vita, tanto più ardua quanto più razionalmente diciamo di dubitare anche di noi stessi.

    Perché, ti starai chiedendo, con impazienza nel sorbirti questa pedestre esposizione di concetti stranoti per te? Un cervello destro quando cerca di dialogare come un sinistro diventa mortalmente noioso, lo so, ma questa premessa mi era necessaria per arrivare ad un esercizio che si chiama “gratta la vernice dorata sopra un idolo del presente”. La vernice di chi ? Barack Hussain Obama II, presidente ormai in vista della fine del suo primo mandato.

    Ho letto un tuo commento, in questo mare non lo ritrovo, di grande fiducia e poi questo – post 120 – di chiara ammirazione. Avevo commentato, ponendo delle ipoteche sulla genuinità delle intenzioni sottese a quel discorso. Con ciò non intendevo pormi decisamente dalla parte dei suoi detrattori, ma nemmeno dimenticare le loro tesi che in breve riassumo con parole mie, solo perché oggi l’informazione mi ha messo emotivamente al tappeto, ma precisando che le info derivano da articoli di giornalisti americani disallineati come Wayne Madsen e Webster Griffin Tarpley e da altro nelle mie ricerche da segugio della rete. 😉

    Obama incarna il sogno americano: chiunque può in America diventare miliardario o presidente, purchè sia in gamba. Anzi se lo diventa, vuol dire chè in gamba! Questo è il mito nazionale. E possiede qualità che piacciono al pubblico: è bello, giovane, con una bella moglie e figlie perfette, ha il colore di una minoranza etnica (sorvolando sul fatto che non ha mai conosciuto la vita dei ghetti).
    Ma gli uomini che si sono fatti da sé, in anni – o in pochi mesi come quelli che hanno creato microsoft o FB o Yahoo, per esempio – hanno una biografia che documenta il percorso. Ci piaccia o no quello che fanno, sappiamo come ci sono arrivati.

    L’autobiografia di Obama invece non lo spiega; e secondo i detrattori manca di un dettaglio fondamentale: appena uscito dal college ha lavorato per la International Crisi Group che emana da Brzeziski, e che è ovviamente immanicata con la Cia. Perché non dirlo, visto che Brezinski è ora suo consigliere!
    In pratica serviva un volto pulito, che potesse rappresentare una politica estera non più apertamente aggressiva come quella di Bush, anzi promotrice di rivolte popolari “di giovani, internettizzati, apolitici, non violenti” – come per le rivoluzioni nei paesi dell’est Europa, prego vedere di Milena Gabanelli http://www.youtube.com/watch?v=bj3yxB-oueo

    Da Presidente Obama disimpegna truppe in Iraq, ma le aumenta in Afghanistan, nonostante ciò riceve un Nobel per la Pace; va al Cairo per quel bel discorso che fa eco, ammirando, alla “preoccupazione” espressa da Brzezinski sul risveglio dei giovani del terzo mondo.
    Siccome diventare presidente costa, la sua elezione è stata ovviamente finanziata da lobby (in primis da Soros altro magnate “pacifista”) ma la sua riforma sanitaria è amara per i cittadini poveri, costretti a pagarsi un’assicurazione sanitaria. Dicono, io non lo posso sapere : sono un cittadino comune, che il suo accordo sul nucleare con la Russia lascia le cose come stavano; e nonostante la sua Green Economy le centrali nucleari torneranno ad essere costruite, questo è ufficiale.

    Io non intendo dire che Obama sia consapevolmente complice del disegno globale della Trilaterale, l’organismo che domina sulle scelte mondiali e di cui fa parte Brzezinski ( post 61. Brzezinski e il terzo lato del riscatto, l’invidia). Penso possa aver creduto al suo “We Can”, ma adesso dovrebbe pure aprire gli occhi e sentirsi un po’ utilizzato, deluso, da forze più potenti di lui.

    Gli americani che erano stati indotti a credere ad un radicale cambiamento, le sinistre di tutto il mondo che hanno guardato a lui come a un “idolo” dal quale aspettarsi miracoli possono oggi sentirsi delusi. Dovrebbero, anzi, secondo me. Ma ciò come giudizio in corso d’opera che teoricamente Obama potrebbe rovesciare nei mesi restanti del suo mandato. Potrebbe in pratica? Con il tempo sapremo se anche le voci secondo cui la madre era agente Cia sotto copertura avevano fondamento oppure no, e se quell’originale del certificato di nascita che non si trovava è stato poi davvero recuperato. Mi viene da pensare più o meno “Obama, se fai quello che devi il certificato si trova e puoi competere per la rielezione, se no…”

    Quali certezze possiamo avere dalle molte informazioni di cui disponiamo? Nessuna se non stiamo saldamente aggrappati al contesto. Ogni giorno, senza soste. Sisifo.

    [dove la Gabanelli ci parla delel rivoluzioni colorate. Si tratta dei movimenti di giovani ben acculturati dall’America attraverso Brzezinski, e di lui abbiamo parlato nel post 61. La sua strategia non è guerrafondaia, anzi in apparenza pacificista.]

    ,

    • chiedo scusa per l’ultimo periodo, errore di copia-incolla…
      Questo WordPress dovrebbe dare qualche minuto di tempo per rimediare agli errori. E’ più definitivo del Fato…

    • trapiantate le tre piantine in un’aiuola speciale, resta da rispondere al resto.

      Gheddafi non è una figura univocamente negativa: per anni ha impersonificato a modo suo lo spirito rivoluzionario arabo, è stato attaccato e bombardato dagli americani che gli hanno ucciso dei figli, è sempre risorto dalla sue ceneri, simile in questo ad Arafat: Mandela visitò questo Gheddafi, non ha nulla di cui vergognarsi; semmai è Gheddafi che deve vergognarsi di essere diventato quel che è oggi, un dittatore che ha imposto alla Libia un clima cupo e poliziesco, prima, ed oggi uno sfruttatore del suo popolo che ha accumulato ricchezze all’estero e si batte senza risparmio di sangue altrui per restare al potere.

      gli uomini (e le donne) si trasformano: è esperienza esistenziale profonda, che attraversa le crisi dei matrimoni o dei rapporti interpersonali, e le persone non sono un quid totalmente autonomo, ma prima di tutto delle forme di interazioni con i loro rapporti che li accompagnano e vi si adattano in modo proteiforme, rivelando aspetti diversi della loro natura (visto che chiamiamo così la struttura di perosnalità che si organizza variando attorno ad ogni rete di relazioni interpersonali).

      il Gheddafi che dialogava con Mandela non è quello che dialoga con Berlusconi e D’Alema, dopo che Prodi lo sdoganò come Presidente della Commissione Europea, anche se oggi sappiamo che in questo ha volutamente cercato l’umiliazione dell’Italia, vecchia potenza coloniale, e dunque vi era anche in questo una traccia del vecchio leader rivoluzionario.

      * * *

      Obama: ha i limiti di chiunque si trova ad operare in un contesto; in un campo limitatissimo capita anche a me quotidianamente di scontrarmi col fatto che la realizzazione di qualche progetto significa sempre necessariamente in qualche modo snaturare alcuni aspetti di quel progetto.

      non intendo mitizzare Obama, ma sono fermamente contrario alla cultura del sospetto e credo che si debba ben vedere che l’alternativa a lui è la Palin e i tea party.

      una tragedia di chi fa qualcosa di buono è che si trova sempre attaccato non solo da coloro che contrastano i suoi progetti, ma anche da quelli che li criticano perché vogliono far credere di essere di tanto migliori.

      come con Prodi, la democrazia uccide volentieri se stessa, non perché si debbano accettare gli idoli, ma perché li si deve attaccare solo sulla basei di analisi realistiche delle situazioni, senza rinunciare a criticarli su punti particolari, ma senza prospettare critiche distruttive e insensate funzionali solo al successo della destra fascista.

      pare che da questa contraddizione non si esca; Prodi è stato sepolto dai suoi, dall’alleanza non detta fra i filoberlusconiani di sinistra e i rivoluzionari di professione che perseguivano lo stesso scopo.

      senza di loro non si vince, ma è perfettamente inutile vincere con loro, dato che significa allevarsi la serpe in seno.

      in ogni caso odio la cultura del sospetto e lo sport di criticare qualcuno sulla base di vaghi sospetti e di dicerie.

      la madre di Obama era un’agente della CIA? non è chiara la biografia di Obama, quando ha costruito il suo successo proprio a partire da una autobiografia letterariamente notevole?

      alcune di queste voci sono francamente ridicole, venga avanti chi ha le prove, altrimenti le cerchi prima di parlare.

      l’esperienza personale diretta mi ha insegnato a riconoscere persone in alcuni casi pagate e stipendiate per compiere queste azioni di confusione e depistaggio.

      troppo facile dichiararsi delusi da parte di coloro che non hanno mai appoggiato coloro che criticano e che se ne stanno alla finestra a predicare.

      però, dopo avere scritto questo commento in fondo aspro, me ne dissocio completamente.

      la mia amara morale è che in fondo lo sforzo di capire dove stia la verità è insensato: e qui sono alla crisi forse definitiva di questa mia impresa un poco senza senso, parlo del blog.

      là dove le informazioni si accavallano praticamente illimitate dicendo tutto e il contrario di tutto, abbiamo criteri di selezione delel notizie così vaghi, che ci mettono praticamente in balia semplicemente dei nostri pre-giudizi.

      a questo punto la ricerca della verità prodigiosamente favorita dalla moltiplicazione dell’informazione in internet viene di fatto vanificata dall’impossibilità della mente umana di orientarsi in questa informazione debordante, se non per parziali atti di autopersuasione non interamente razionali.

      e, se non è possibile arrivare alla verità neppure in campi circoscritti e parziali, essendo la conquista della Verità esclusa per definizione (al contrario di quanto pensavo 5 anni fa quando iniziai sull’altra piattaforma l’avventura dei blog), a maggior ragione è fine a se stessa e ridicola la presunzione di poterla dire.

      la cosa migliore è forse ritirare i remi in barca, smettere di sforzarsi di guidarla in una qualche direzione, e lasciarsi andare alla corrente, come in fondo consigliava Lao Tzu.

  7. Questo discorso di Obama mi aveva favorevolmente colpito, a parte qualche inesattezza nel citare dettami coranici, una venialità anche per gli ascoltatori del Cairo galvanizzati dall’onore che l’uomo più potente del mondo stava tributando al mondo arabo rovesciando la diffidenza dell’era Bush.

    Con l’accumularsi di eventi e informazioni, intravedo questo discorso come una medaglia, quindi con una seconda faccia da osservare.
    Aumenta la convinzione che l’intento fosse piacere alle masse arabe, ma non in vista di una semplice pacificazione dei rapporti. Ne elenco i motivi

    — Brzezinski: Nel post 61 hai ricordato, e abbiamo commentato, il suo discorso che descriveva come temibile la generazione di giovani acculturati e tecnologizzati del terzo mondo. Obama li elogia, lui li teme, ma di fatto ne parlano installandoli nell’immaginario collettivo.

    — Tecnologie: Google (da Le Monde del 3.2.2011) è definita “l’arma della diplomazia americana”. Il governo la considera apertamente impresa strategica a vari livelli, tanto che quando il motore di ricerca ha dichiarato d’essere oggetto di hackeraggio della Cina, vi è stato in tempo reale un intervento del Governo a sostegno di Google, che è una impresa privata!
    Inoltre il governo intende sostenere economicamente progetti o strumenti che lavorano in favore della libertà di espressione online, l’apertura di account Twitter in cinese, russo e hindi dopo quelli in persiano e arabo; ed era a suo tempo intervenuto su Twitter per evitare interruzioni di servizio che avrebbero penalizzato la dissidenza durante le ultime elezioni in Iran-
    Straordinaria è la copertura mediatica dei blogger, l’attribuzione di una rivoluzione a Facebook ,l’insistenza sulla estraneità degli aderenti a qualsiasi movimento politico, sulla loro gioventù e l’ostilità mirata a personaggi già politicamente screditati a livello internazionale.

    — Reportage: La giornalista franco-inglese Manon Loizeau . http://mecanoblog.wordpress.com/2009/10/16/etats-unis-a-la-conquete-de-lest-video/

    ha condotto una inchiesta sulle rivoluzioni colorate, da quella di “velluto” in Serbia fino a quella degli impermeabili “arancione” in Ucraina nel 2005, rilevando che in tutte vi era l’occulta regia degli USA. Rimando ai video che vale la pena di vedere, almeno la parte in cui G. Bush riceve i giovani leader dell’est per ringraziarli, o quella nella quale si vede uno di questi giovani leader ora prestatore d’opera in una organizzazione di Madlen Albright

    — L’assistenza “culturale” Usa – Ciò che conta sapere è che varie organizzazioni “culturali” americane sono, alcune, finanziate direttamente dal governo, altre dalla Camera di Commercio degli Stati Uniti, dall’Unione sindacale AFL-CIO, e da una organizzazione della OSI che fa capo alla Fondazione Soros.
    Il logo OTPOR (acronimo serbo) con un pugno chiuso, è stato ripreso da tutti i movimenti successivi, suggerendo la forte collaborazione tra di loro.
    L’ideologia sottesa a questi movimenti risale al “Machiavelli della nonviolenza”, Gene Sharp, politologo e filosofo americano. Il suo libro Dalla dittatura alla democrazia è in rete in tutte le lingue; e come modello di liberazione Sharp indica la Polonia (non a caso collabora con la Conferenza dei vescovi americani)-

    —-Il caso Egitto. E ‘il movimento “6 aprile” che ha guidato la protesta popolare egiziana ed è stato il principale artefice della caduta di Hosni Mubarak. E’ composto da giovani della classe media, attivisti, appassionati di nuove tecnologie. Il manifesto del movimento è in rete e comincia così
    http://shabab6april.wordpress.com/shabab-6-april-youth-movement-about-us-in-english/

    Giovani che amano l’Egitto

    Siamo un gruppo di giovani egiziani riuniti per l’amore d’Egitto e il desiderio di riforma. Anche se la stragrande maggioranza di noi non appartiene ad alcuna tendenza politica o legata alla politica, siamo determinati a completare la strada, crediamo di poter continuare da dove altri si sono fermati. Siamo convinti delle nostre capacità e del nostro diritto di cambiare questa triste realtà. Abbiamo concordato sul patriottismo e il sacrificio per esso e il desiderio di riformare questa nazione, abbiamo iniziato il 6 aprile 2007, questo giorno storico nella vita degli Egiziani, abbiamo chiesto un sciopero generale per protestare contro il deterioramento delle condizioni di vita con tutti i mezzi, compreso il popolare sito Facebook; […] I nostri giovani sono i futuri leader, e la nostra energia di oggi.” Firmato: Gioventù egiziana, conclusione: richiesta di invio dei propri dati e qualifiche per formare un data base di attivisti.

    Dopo il reportage della Loizeau questo sa di storia vecchia, anche il vantato nazionalismo.
    Come possa essere sfuggito tutto questo a un regime dittatoriale come quello di Mubarak mi è oscuro, eppure la giornalista blogger Abdel Fattah Israa , chiamata “Facebook girl” ce l’ha fatta.

    Da qui, tramite una inchiesta di Al Jazeera http://dissidentvoice.org/2011/02/the-junk-bond-%E2%80%9Cteflon-guy%E2%80%9D-behind-egypt%E2%80%99s-nonviolent-revolution/ veniamo a sapere che questi giovani del movimento hanno avuto contatti con il movimento OTPOR che ha tuttora base in Serbia e crea centri che sono finanziati dalla Fondazione Soros. Nell’inchiesta, Ahmed Maher, maggior artefiche della “rivoluzione” ,ammette di essere sempre stato in stretta collaborazione con Mohamed ElBaradei, ex capo della IAEA (agenzia atomica internazionale) rientrato prontamente al Cairo a fine gennaio per l’ultima spallata a Mubarak.

    Mi fermo qui. L’intenzione non è contestare, ma mettere in evidenza i punti più importanti che, a partire dagli anni del rovesciamento dello Scia, vedono gli Usa dietro i grandi rovesciamenti di regime. Questo non permette di escludere che il discorso di Obama sia anche come mossa funzionale alla promozione dei fatti del Nord Africa, dove in nessuna piazza si è sentito uno slogan anti-Usa, nonostante il supporto dato da questo paese a Ben Alì e a Mubarak nel corso degli anni.

    • carissima,

      continuo a pensare che sia ingiusto che io tenga un blog per dire qualche saccente sciocchezza e tu, che potresti farne uno davvero utile e documentato, ti affidi solo allo spazio di risulta sul mio.

      ma siccome così ti va, mi presterò almeno a farti il lavoro di redattore…

      nel merito, giustamente evidenzi che tutti gli osservatori interpretarono a suo tempo il discorso di Obama come un generico appello buonista alla riconciliazione tra occidente ed islam e come il tentativo di porre una pietra tombale sulla guerra di civiltà di bushiana e ratzingeriana memoria.

      è stato interessante rileggerlo alla luce dei fatti di oggi, ed accorgersi, invece, che è un vero e proprio manifesto politico e un programma d’azione che viene agito con grande determinazione e che si sta realizzando.

      con questo discorso Obama ha lanciato un appello ai giovani arabi per una alleanza contro i vecchi regimi e l’appello è stato raccolto; a questo punto Obama è stato coerente nello sviluppare il suo disegno e a sua volta ha risposto facendo cadere i primi vecchi regimi.

      con Gheddafi il discorso è più complesso: in Egitto il malessere economico-sociale si è confuso con la lotta per la democrazia, e quindi l’appoggio alla rivoluzione è stato molto largo e in una certa misura indistinto, ma in Libia vi è un relativo benessere, e dunque – a parte l’appoggio della Cirenaica storicamente ostile a Tripoli e di qualche tribù – la lotta qui è più difficile, perché più mirata proprio sul tema della libertà politica: Gheddafi gode di qualche appoggio nel mondo popolare a Tripoli, mi pare (vedi la donna che grida il suo nome col pugno chiuso nel mio video sulla medina di Tripoli): chi gli era ostile in città, a quel che ho potuto vedere, è il mondo degli immigrati sfruttati, da lui trattati in maniera molto “leghista”.

      – sul carattere strategico di google nella politica americana come diffusore di un vero e proprio sistema di valori, che è quello della libertà di ricerca intellettuale, hai già detto benissimo e con grande documentazione.

      – non ho colto affatto polemica nel tuo commento, anzi un contributo che ha arricchito il mio discorso in maniera sostanziale.

  8. Pingback: 122. l’ingiusto e l’inutile Panebianco. « Cor-pus·

  9. al blog che ha pubblicato la traduzione del discorso ho mandato questo commento:

    mi spiace che nessuno abbia ancora commentato un’azione così meritoria e utile come la pubblicazione di questo discorso che potrebbe essere ricordato come l’inizio della rivoluzione araba.

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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