267. Andrea, D. e gli occhi dolci.

caro Mauro, cara D.,

se vogliamo dire la verità, mio nipote D. è un totale stronzo; e se vogliamo continuare con la verità, è chiaro che nel momento in cui io mi sono formato questo giudizio, ogni speranza di cavare fuori qualcosa da una “terapia dell’amore” è una solenne cazzata, dato che di questo amore non sussistono i presupposti, o meglio, se qualche input d’amore unilaterale viene dalla mia parte, naufraga contro la sua solida costruzione contraria che si protegge perfettamente da ogni forma di amore sgradito riducendolo a debolezza da utilizzare ai propri scopi.

niente di strano: moltissimi adulti sono anafettivi (orribile parola che qualcuno ha inventato per designare quelle persone incapaci di provare sentimenti, che tuttavia sanno utilizzare benissimo i sentimenti degli altri) e si comportano esattamente come fa D. normalmente.

l’unico aspetto strano della faccenda è che io sia andato a tirarmelo addosso, questo personaggio che è il ritratto perfetto di mia sorella (non a caso, visto che è un esclusivo prodotto del suo metodo educativo) e che in esso riconosco con un certo raccapriccio e in versione maschile mia madre, che ha rovinato anche me.

più in là il mio sguardo non riesce ad andare, ma occorrerebbe una analisi transpersonale di almeno un paio di tradizioni familiari (per quel che riguarda il mio versante, che è poi quello materno), mentre mi manca del tutto il versante paterno, ma del padre posso solo dire quel poco che so, che truffò mia madre carpendole la sua buonafede per farsi prestare a suo tempo diversi milioni di lire che non le restituì mai e che per qualche traffico poco pulito è finito in galera, ha scontato la sua pena ed è stato espulso in Senegal, dove ora vive.

* * *

chiedo scusa ad Andrea se a questo punto della sua mail mi intrometto io, con le mie solite stoie mentali.

non riesco a capire come mai il metodo freudiano nella psicanalisi si concentri così strettamente nella relazione fra l’individuo e i suoi genitori, limitando la visione all’orizzonte immediato; deve essere un effetto del suo razionalismo e dell’impostazione conseguente, che mira a comprendere l’Unbewußt, l’inconscio, a partire dalle sue manifestazioni individuali (sogni, sintomi nevrotici e associazioni mentali), senza nessun riferimento alla presenza oggettiva, strutturale, dell’inconscio transpersonale, che è dato prima di tutto dal deposito profondo della memoria genetica, per definizione aliena dalla coscienza, ma poi da molti altri depositi riconducibili alla storia famialiare e sociale.

anzi, direi che la coscienza individuale stessa costituisce più che altro un solido e quasi invalicabile riparo costruito per allontanare dal quadro mentale dell’individuo quello che davvero lo determina per come è, la sua storia familiare e quella della sua cultura e della società in cui è inserito.

per cui il semplice sforzo di capire D., caro Andrea, esigerebbe una riscoperta ampia delle sue radici familiari e una ricostruzione completa di una storia del mondo della quale D. costituisce, come ognuno di noi, solo un occhio particolare, una sezione laser lineare che ritaglia nell’universo una immagine che è quella individuata da una linea retta perfetta, che si fa ologramma e simula le quattro dimensioni.

* * *

un blog vagamente soreliano e post-futurista che ho incrociato ieri, e che è oggetto del mio post precedente, si avvicina casualmente a questa verità sfiorandola senza capirla, quando scrive:

L’analisi (…) costringe l’uomo a guardare dentro di sè: ma se in sè è vuoto, il suo sguardo introspettivo condurrà alla perdizione, a un continuo escatologico rivoltarsi di domande che non potranno che avere altro che una sola soluzione: la morte in vita. (…)

Non possiamo permetterci di ridurci ad individuo.

L’individuo conta, ma l’individualismo produce alienazione, e l’alienazione (nella sua illusione di porci egoisticamente al centro della Via Lattea) ci rende massa morta.

l’analisi che considera l’individuo il centro, lo costringe a a guardare dentro l’individuo e dunque a interrogare il vuoto, dato che l’interno dell’individuo è vuoto: l’individuo non è altro che un centro di raccordo delle forze esterne che lo plasmano e che in ogni caso si strutturano diversamente agendo qual più qual meno sulle diverse personalità.

ma questo significa che non si può comprendere l’individuo se non si è compreso il mondo; questo è il limite individualistico dell’analisiti freudiana, che muove dal presupposto che l’individuo non sia semplicemente un particolare principio di individuazione ma una realtà dotata di un proprio centro dinamico e decisionale: l’anima, che nella moderna versione laica diventa la persona, dotata, come la prima, di libero arbitrio.

quale penosa confusione che induce a caricare ogni essere umano della enorme responsabilità di essere liberamente quello che è, e quale fonte inesauribile di conflitti, dato che ognuno risulta colpevole dei suoi impulsi, e persino di non essere capace di dominarli, come nel caso di D., ma io direi anche di Andrea.

ma qui forse è giunto il momento di ridare la parola a lui.

* * *

ma c’è qualcosa di ben più terribile nella storia della nascita di D. che certamente tu non sai, solo che per oggi non mi sento di raccontartela ancora, tanto è mostruosa e talmente contorta da risultare difficilmente credibile.

per questi o chissà per quali altri fattori la costruzione della personalità di D. è andata per qualche motivo in un verso che ha prodotto una persona che – non avendo mai provato nè ricevuto l’amore dalla sua fonte primaria, quella materna – neppure sa che cosa sia, quindi neppure può restituirlo, ma è chiuso nel cerchio stregato di un egoismo assoluto, considera gli altri esseri umani dei fantasmi da utilizzare solo per sè, coltiva – in una specie di oscura consapevolezza della propria mutilazione – l’immaginario di una famiglia felice da costruire, senza rendersi conto che c’è solamente da augurarsi che questa non venga mai a costituirsi (come del resto giusto accade ai propri fratellastri, e come analogamente avveniva agli zii di sua madre), perché sarebbe minata nelle sue stesse fondamenta e altamente patogena a sua volta.

* * *

stamattina verso le nove, quando l’ho sentito arrivare di ritorno dalla nottata disko a Vicenza, che gli avevo finanziato ieri sera, mi sono alzato e l’ho aspettato dal parapetto che dà sulla scaletta di legno con cui si sale dalla porta al pianerottolo del quarto piano, a questo quinto dove sta il mio open space di 80 metri quadri, la vecchia soffitta recuperata.

“che fai lì sopra come un avvoltoio?”, mi ha detto sgradevole D. che saliva affaticato, mentre Malcolm provava a fargli feste senza riscuotere nessun successo neppure lui.

mi si è spento il sorriso, e gli ho chiesto risentito: “perché? ti do fastidio?”

“sì, stai sempre a rompere il cazzo!”, ha risposto D.

lui sarà anche un anafettivo, ma io ho il problema opposto: sono un iperaffettivo, o persona sensibile, se volete dirlo in modo classico; credo di avere adottato questa strategia, desumendola da mio padre, per reagire al clima di anafettvità che mia madre cercava di impormi; risultato finale una affettività squilibrata per eccesso, causa di continue sofferenze, ma sempre meglio che niente affettività, mi dico a mio conforto.

“che persona sgradevole sei!” gli ho risposto e ho imprecato un bel po’ ad alta voce dall’angolo della casa dove vivo io, in modo che potesse sentire, se voleva, ma credo che sia caduto addormentato praticamente all’istante.

* * *

(da una lettera a D., la mia amica):
ahh ahhh ahhh, carissima D.: “sollevàti dalle responsabilità”!
ma ti rendi conto quanto poco è appropriato questo per me nella situazione in cui sono?
oggi litigio telefonico con mia sorella, oramai solidamente impiantata nella figura della madre degenere e della strega, e successive tensioni con D., che rifiuta perfino di iscriversi ad un corso di inglese di 20 giorni.
mi sono andato a ficcare fra due fuochi, fra due che sono sostanzialmente alleati, anche se non lo sanno, nel volere rovinarsi reciprocamente la vita.
giuro, D., mi verrebbe una voglia tremenda di dare un calcio a mia sorella e a suo figlio, e che se la sbrighino loro due, per dio! che cosa c’entro io???
scusami tantissimo se ti uso come momentanea valvola di sfogo, ma vorrei capire che cosa mi ha spinto a rovinarmi la vita in questo modo…
ovviamente tutti noi che giriamo attorno a questa storia siamo assolutamente convinti delle sue radici ultrapersonali nella storia familiare; ti dirò che sono certo che l’attenzione vada concentrata su mia madre, non tanto come carnefice, ma come vittima, e che la vera inziatrice di questa saga è la bisnonna di D., secondo me: la bimba precocemente orfana cresciuta da una matrigna nemica, subito morta anche lei giovanissima come la madre, cresciuta dalla serva, che era anche l’amante segreta del padre, e che si sposò a 17 anni con un uomo di vent’anni più maturo di lei, abbandonando il padre per cercarne un altro, e che permetteva a sua figlia, la nonna di D., di chiamarlo “nonno”, crescendo anche lei senza padre.
e insomma, questo ci porta ad una storia senza colpevoli, dato che la nonna della nonna di Demian non morì certo per colpa della figlia.
però proprio per questo, io credo che ci manca comunque completamente l’altra metà di questa storia familiare multipla il cui prodotto finale è D.: ed è quella del padre, che mai si è assunto chiaramente – pur nelle enormi difficoltà – il ruolo di genitore, e resterebbe da capire perché.
per questo il viaggio in Senegal per andarlo a trovare: viaggio molto rischioso, comunque, se D. dovesse trovare proprio lì il modello negativo di sè che cercava.
lo stesso dicasi per il rapporto con mio figlio, che una volta D. è andato anche a trovare per conto suo, con grande piacere mio.
ma mio figlio ha 15 anni più di lui e quindi D. lo vede esattamente come io potevo vedere quel mio cugino che prese il posto di mio padre per qualche tempo, quando morì abbastanza precocemente.
questo significa che per D. mio figlio è soltanto un adulto un poco più giovane, qualcuno che potrebbe prendere come padre, dato che io gli appaio certamente piuttosto come un nonno, che credi che non lo capisca?
purtroppo questo rapporto fra D. e mio figlio ha un ostacolo inspiegabile, ed è il mio nipotino di un anno: ogni volta che vede D. scoppia in un pianto dirotto e incontrollabile: gli fa istintivamente paura e stiamo cercando di capire perchè: forse per la spilla che ha sulla faccia?
scusa, ancora un lampo, un’intuizione!
“dato che la nonna della nonna di D. non morì certo per colpa della figlia”.
ma questo è vero solamente se parliamo della trisnonna materna di Demian!
perchè la trisnonna paterna di D. (personaggio quanto mai inquietante perché dotato di poteri paranormali postumi – almeno nella saga familiare, e che comparve varie volte dopo morta in diverse circostanze, una volta anche a me e a mia moglie, che la vedemmo entrambi, senza essere ovviamente sicuri al 100% di poterla riconoscere) quella sì morì in un certo senso “per colpa della figlia”, della bisnonna paterna di D., dato che morì di parto nel metterla al mondo!

* * *

a questo punto del mio lungo monologo interiore il cellulare di D., che stava dormendo di là, ha fatto quella specie di muggito che è il suo segno distintivo, l’ho sentito dietro l’angolo dell’armadio D. che si è svegliato e rideva e scherzava con un suo amico sul divano zatterone e poi è comparso davanti a me in slip con uno smagliante sorriso:

“scusami, per prima, ero distrutto dal viaggio, è stata durissima in treno senza biglietto, e avevo un malditesta tremendo”.

“ah, sono contento che sei ritornato in treno, gli ho risposto, sai sto sempre un poco in pensiero all’idea che rientriate dalla discoteca in macchina”.

a questo punto lui mi ha fatto crepare dal ridere raccontandomi la dura fuga lungo il treno per sfuggire al controllore (dato che lui e i suoi amici erano ovviamente tutti senza biglietto), il quale invece cercava solamente di avvisare tutti i viaggiatori che dovevano cambiare treno per lo sciopero.

fino a che li ha avvisati un signore, diverso dalla vecchietta leghista bresciana che gli ha gridato l’altro giorno sull’autobus “tornatevene al vostro paese”, perché parlavano troppo forte.

e D. le ha replicato: “e quale è il mio paese?”

* * *

l’altro giorno Malcolm, desideroso di libertà, ha approfittato di una porta aperta, ha schivato i muratori che stanno ristrutturando le scale ed è fuggito dal portoncino dabasso aperto, prima che io riuscissi a riacchiapparlo.

io, perché D. non si è mosso, salvo insultarmi furioso perché non ero riuscito a prenderlo; un clima di pericolosa violenza aleggiava per casa e al mio rientro un portavasi di legno in art deco anni Trenta era spezzato, forse casualmente, perché D. ha negato di essere stato; io l’indomani ho preparato un cartello “wanted”, non so se riesco a fartelo vedere.

WANTED

MALCOLM E’ SCAPPATO

MARTEDI’ POMERIGGIO 17 MAGGIO

IN CENTRO STORICO

 CHI L’HA VISTO TELEFONI PER FAVORE A QUESTO NUMERO:    

ma non c’è stato neppure bisogno di esporlo perché in mattinata mi ha chiamato il canile municipale e siamo andati  a prenderlo nel pomeriggio: al canile D. si è innamorato di tre cuccioletti piccolissimi, ma sono riuscito a impormi e nessuno di questi è stato portato a casa in aggiunta a Malcolm.

abbiamo ragionato freddamente semmai di restituire Malcolm, vista la sua indisciplina, ma sarebbe stata una cattiva azione rispetto a lui, sproprozionata rispetto alla sua colpa, e abbiamo deciso concordemente che non si poteva fare.

* * *

D. intanto continua la sua ricerca di lavoro: dice di avere qualche possibilità di finire in una trattoria qui in centro come cameriere.

“ho un curricolo bellissimo”, dice: “quanti ragazzi come me a 17 anni possono avere un curricolo così?

ho visto che il padrone era un poco interessato, il tipo, e gli ho fatto gli occhi dolci”.

già: come li fai con me, quando capisci di avere tirato troppo la corda, dico io tra me.

o come li fa Malcolm quando lo fotografi (Dio li fa e poi li accoppia).

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Una risposta a “267. Andrea, D. e gli occhi dolci.

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