feeling con Mandalay – my Myanmar 9. 106

28 febbraio 2012   martedì 13:09

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Bene, sto sbarcando a Mandalay, è domenica mattina 26 febbraio – o meglio, è il 26 febbraio, ma è lunedì, perché nessuno mi ha avvisato dell’errore? io ho perso il conto dei giorni della settimana e d’ora in poi viaggerò con un calendario mentale settimanale sfasato da un giorno –

in realtà è sbagliata anche la correzione: è il 27 febbraio ed  è lunedì, preoccupante un sessantenne che viaggia dimenticandosi che giorno è, vero? – nota del 21 maggio 2012.

mi sto carezzando il mento stuzzicando i peli della barba, come faccio spesso, e in due mosse successive, ecco che mi ritrovo in mano in due pezzi, senza averli cercati, i punti della cucitura del mento, senza sangue né quasi cicatrice visibile più, come controllerò appena arrivato alla Guest House.

* * *

La città, maltrattata dalla mia guida per oscuri motivi, che sono forse la scarsa voglia di viaggiare di chi l’ha scritta, nell’arrivo sotto la luce chiara del mattino avanzato, a me ha invece fatto una bella impressione, con qualche guglia dorata qua e là, nella sua estensione indolente e priva delle estemporanee ambizioni di Yangon, ma soprattutto, credo, per il clima: non fa caldo come 650 km più a sud e più vicino al mare.

Comunque la guida cita un certo Theroux, a me ignoto, che nel 1973 la trovò “grande, ma priva di interesse; un nome magico, niente di più”; Orwell, che alla Birmania ha dedicato un libro, la definisce la città delle 5 p: “porci, puttane, paria, pagode e preti”; comunque ci sono 150 monasteri; si aggiunga che fu bombardata e distrutta nella seconda guerra mondiale e che nel 1984 un furioso incendio ne ridusse in cenere un terzo: stavo quasi per saltarla.

e invece, anche se la sua struttura moderna è anonima e gli incendi hanno disperso le tracce della città antica di legno, è qui che si deve venire per respirare anche solo le tracce della Birmania autentica precoloniale: Yangon è la capitale coloniale, Mandalay è una città che è in parte precoloniale e in parte post-, ma che ha poche tracce della storia del Myanmar sotto gli inglesi, se non per la sua parte negativa, cioè distruttiva.

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su un trabiccolo o camioncino che attende fuori stazione, allo stesso prezzo di un taxi, attraverso un bel pezzo di città moderna e tranquilla; intanto però almeno la Royal Guest House è all’altezza del nome e della pubblicità della guida: elegantina e solo di poco più costosa della bettola yangonese; di fianco, trovato quasi subito un internet center modernissimo (ma con connessione sempre lenta) che mi rivende a prezzi davvero stracciati un aggeggio per collegare con porta USB la mia scheda su cui ricopio i testi che scrivo quando ne ho voglia, per poterli postare nel blog.

Serve a poco, perché poi sono privi del programma free source per leggerli (ho abbandonato Windows almeno sul netbook) e, siccome non riescono neppure a scaricarlo, la soluzione più semplice viene di andarmi a prendere alla Guest House il netbook, che loro collegano ad internet wireless, in un bel clima collaborativo dove ci diamo da fare al gioco di chi ha la pensata giusta per spuntarla.

Ho lasciato cadere il discorso, ma domattina lo riprendo, quando torno per questi ultimi due post: per due dollari vogliono vendermi un aggeggino tascabile per prendere appunti e lasciare a casa il netbook: incredibile!

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Insomma il feeling con Mandalay si intensifica; fatemi rilassare, prendere finalmente una doccia del tutto regolare, ricaricare gli apparecchi che sono esausti, a differenza di me a cui il trattamento intero di una notte in quel treno dissestato sembra avere dato una carica di energia meglio di un idromassaggio (e chi vuole cogliere consapevolmente l’ironia di uno che facendo idromassaggio è svenuto e finito in ospedale, prego, si accomodi pure).

basta aggiungere che sotto la Guest House stazionano, tra i guidatori di risciò a pedale o i conducenti di camionette come quella che mi ha portato qui, anche dei motociclisti; avevo giusto l’intenzione di andare alla collina di Mandalay, una piccola contrattazione sul costo di un giro completo, col tipo disposto sad aspettarmi mentre fotografo, mi metto il casco, salto sul posto di dietro, “Are You ready?”, e vai! Potrebbe venirmi in mente Lo zen e l’arte della motocicletta, ma qui siamo in Myanmar, mica in Giappone.

* * *

Poche centinaia di metri e la meraviglia si spalanca sotto forma delle mura del palazzo reale di Mandalay, che fu appunto l’ultima capitale del regno birmano (altro che le bislacche teorizzazioni di ieri sulla mancanza di segni del potere politico a Yangon; questo semmai riguarda solo la Birmania indipendente di oggi, non la Birmania storica).

Del palazzo altro non sono rimaste che queste mura, ma che dirne? Sono un quadrato, circondato da un ampio fossato, che ha un lato di un chilometro e 600 metri secondo la guida Routard, e 2 km secondo la guida tedesca: potrebbe venirmi in mente Angkor, ma le dimensioni di quel tempio, pure immenso ed egualmente impostato su un’area quadrata circondata dall’acqua, erano minori; oppure la città proibita di Beijing, ma se vi dico che anche questa, almeno per le dimensioni, sembra un modellino?

Per rendere l’idea torno, come altra volta, al paragone con la Città del Vaticano, tutta intera, che ha una superficie di meno di mezzo km quadrato; qui la superficie destinata al palazzo è di 2 km quadrati e mezzo: ci starebbero dentro quasi sei Città del Vaticano tutte intere, oppure, a stare alla misura della guida tedesca, nove.

Le mura merlate scandiscono un tempo solenne che sembra indifferente alla storia che pure invece lo ha fatto a pezzi, e sono coronate con regolarità da intrecci di tetti e di guglie annerite come da un incendio; il mio motociclista personale mi fa scendere in un paio di punti a fotografare, ma come spesso succederà anche oggi, come già ieri, mi trovo in una situazione nella quale una bella fotografia non è neppure in questione: qualunque gusto o inventiva possa cercare di avere un povero fotografo come sono io lascia il passo alla forza dirompente che sta dall’altra parte dell’obiettivo, che lo sovrasta del tutto e lo induce a cliccare nevroticamente solo per fissare in qualche modo il ricordo.

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Al palazzo reale, che già mi ha emozionato, seguono, in immediata successione, basta svoltare tra i prati e gli alberi, molto vicini gli uni agli altri, alcuni monasteri buddisti, che finiscono di sconvolgermi del tutto.

Il primo ha uno stupa centrale, cioè la cupola generalmente piena tipica del buddismo, circondato da un numero impressionante di pagode minori, tutte con guglia d’oro e all’interno delle lastre di marmo con una immensa biblioteca buddista; il gioco delle forme nel cielo di un azzurro surreale mi lascia del tutto senza parole, non ho altro che da ascoltare la voce interiore che mi ricorda come sono fortunato ad essere arrivato fino a qui, e so bene che cosa vuol dire quando questa ondata di entusiasmo arriva: significa che il viaggio ora è davvero iniziato, e che piangerò e maledirò me stesso e il mio stupido amore per il mio lavoro quando arriverà il momento di tornare a casa.

Posso essere di parola? Rimasto senza parole? E rimanete anche voi per un momento senza post, fino a che non arriveranno le foto e i montaggi video ad aggiungere qualcosa a quel che la parola, almeno la mia, è incapace di dire oltre.

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i video sono ora inseriti.

6 risposte a “feeling con Mandalay – my Myanmar 9. 106

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