[a Mingun; e poi] come sono entrato nella compagnia dei Moustache Brothers di Mandalay – my Myanmar 11 – 108

1 marzo 2012   mercoledì  15:25

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L’appuntamento col motodriver per il battello per Mingun è alle 8:30, per un viaggio previsto dalle 9 alle 13 e che dovrebbe consentirmi oggi di radicarmi meglio destinando la visita ad una sola località, rispetto alla indigestione turistica di ieri.

Ci salutiamo senza altri appuntamenti: penso che sa a che ora rientra il battello, se non si farà vivo, sarà meglio per lui, perché dimostrerà che ha trovato qualche altro cliente più redditizio, e non sarà un problema per me, considerando che l’imbarco non è lontano dalla Guest House; e infatti così andrà.

* * *

Questo luogo stesso però è affascinante e tumultuoso di vita: povertà e voglia di fare si confondono, ma rimane in mezzo anche lo spazio per una partitella al pallone e una musica sacra buddista diffusa da altoparlanti fortissimi: decine di barche, battelli, imbarcazioni si mescolano in un continuo movimento che coinvolge la maggior parte, e dove non lavorano i marinai, si svolgono i lavori connessi alla manutenzione dei navigli. Ovunque si respira polvere ed attivismo; la vitalità prevale sulle immagini della miseria, che tuttavia si prestano a scorci fotografici espressivi, non mi stancherei mai di trovarne di nuovi, e del resto lo spettacolo che si svolge lì sotto ha il fascino del mare che si rompe regolare e sempre diverso sulla costa.

Finalmente ci viene dato il segnale di salire a bordo: la nostra imbarcazione, azzurra, è particolarmente povera; mi viene proibito di sedermi sopra, al sole, devo stare con gli altri su ruvide e scomode panche, vicina a me una signora di nazionalità indefinita, che a giudicare dalla profondità delle rughe nel viso dovrebbe avere almeno una decina d’anni più di me, e mi pare di ottimo auspicio che sulla soglia degli ottant’anni, presumo, questa donna fiera e solitaria giri il mondo da sola, e non senza il tocco di civetteria che viene dalle unghie dei piedi tinte di viola e dagli occhiali neri che cercano di nascondere lo strazio peggiore che il tempo fa di una persona, parlo di quello degli occhi.

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L’oretta di navigazione ci avvicina gradualmente all’immagine di cartolina di un borgo racchiuso fra due diverse pagode bianche e raccolto sotto il profilo di un’alta collina tondeggiante, che però non è naturale, ma è il risultato del tentativo di un sovrano locale di costruire qui il più grande stupa del mondo, che avrebbe dovuto raggiungere i 150 metri di altezza, come la più grande piramide egizia, quella di Cheope, ma fu lasciato a metà strada, quando venne meno la fiducia di farcela: meno organizzati degli egizi, i birmani cominciarono a rendersi conto che più un edificio cresce, più diventa difficile farlo crescere ancora perché il nuovo materiale deve superare fisicamente, cioè di fatto scavalcare, quello già depositato, e non pare ci avessero pensato prima.

L’aspetto di Mingun, sia naturalezza, sia malizia turistica, è di un bucolico assoluto: carretti trascinati da buoi bianchi attendono i turisti più stanchi, non me per il momento, sotto le tende appoggiate su archi ristretti che ne congiungono le sponde; le case sono fatte di stuoie, e dalla spiaggia sabbiosa, piegando un poco a destra arrivi subito sotto il primo tempio candido, proprio dal lato della scalinata d’accesso che dà direttamente sul mare.

Salendola scopri una schiera di pupazzetti bianchi, come dei pinocchi fuori contesto, che ti aspettano diligentemente allineati a guardare il fiume senza l’ombra di un pensiero nella testa che non sia quello dell’obbedienza.

La pagoda è di uno stile diverso da quelli visti sinora, sembra più antico, ma condivide con gli altri momenti di grande stupore già vissuti in questo viaggio la purezza del contrasto tra il biancore delle pareti costruite dall’uomo e l’azzurro del cielo.

* * *

Non troppo distante è lo stupa incompiuto; ci accedo dapprima dal suo lato meridionale, paurosamente spaccato dalle fenditure di un tremendo terremoto, tra molte sterpaglie, che sembrano terra di serpenti: davanti a me una quarantenne fotografa nevrotica e inquieta, che d’ora in poi mi ritroverò davanti ad ogni momento, strana fotografa che forse cerca soggetti da fotografare, ma più che altro sembra che cerchi di essere notata e fotografata: dal desiderio.

La salita sulla schiena del mostro non può rinunciare al solito presunto studente semitrentenne che si offre di fare la guida, raccontando del suo bisogno di soldi per continuare gli studi (repertorio classico, arrivato oramai fino al Myanmar), ma la sua presenza si rivela preziosa per un paio di passaggi scabrosi, che non avrei potuto fare da solo; rivela al primo arrampicarsi la sorpresa di due enormi culoni in mattone di animali mitologici, semiavvolti dalla vegetazione, ed ora non più identificabili, dato che il terremoto ne ha fatto crollare la parte anteriore, che infatti giace loro davanti spezzata in confusi ammassi, ma erano leoni, mi dice la guida.

Qui la salita è breve, ma ancora una volta la soffro tantissimo; la guida mi conforta: sono le undici, a quest’ora ci saranno 35 gradi, dice, però verso l’una la temperatura sarà tra i 40 e i 45 gradi; davvero? Manco ci avevo fatto caso, avevo solo sentito che effettivamente faceva abbastanza caldo da una certa ora in poi; ma forse l’informazione è compresa nella mancia e fa parte del repertorio dei clienti anzianotti che sputano tutto il loro fiato su quei gradini dissestati dal terremoto; e già che ci siamo: è su questi gradini che gli operai dovevano trasportare i mattoni per i successivi cento metri di stupa da innalzare?

 

* * *

il borgo trabocca di negozietti turistici: un burattino birmano mi ha quasi convinto, ma ho già comperato un piccolo gong la prima sera a Mandalay, e poi ho scoperto che il grande elefante ricamato che ho comperato tempo fa dal rigattiere tedesco, credendo fosse indiano, è invece birmano anche lui, dato che ne ho trovati di simili, anche se meno belli, proprio l’altro giorno; quindi non riempiamo la casa già traboccante di troppi souvenir; è vero che questo potrebbe anche essere il mio ultimo viaggio (anche se in fondo neppure me la sto cavando troppo male), ma non si deve dire così di ogni viaggio, anzi di ogni momento della propria vita?

Dico che lo prenderò al ritorno, ma quando ripasserò, di molta fretta, la ragazza non c’è più e non ho il tempo di mettermi a cercarla, né di contrattare.

Invece, subito dopo c’è la seconda campana più grande del mondo, che dio solo sa perché si trovi proprio qui, ma che non suona più, dice la guida, perché il terremoto l’ha fatta cadere dal suo sostegno e si è incrinata, ma la Routard non riesce ad impedire ai ragazzetti del luogo di colpirla con dei piccoli pali e farla risuonare lo stesso.

Rimane l’ultima pagoda, e la più bella, ma visitata già con qualche fretta, e sinceramente, scrivendo il giorno dopo, se non la vedo nelle foto non mi sento di parlarne.

* * *

si sbarca di ritorno a Mandalay, dopo che ho tentato di rientrare su una barca che parte in contemporanea, ma ha in più delle bellissime poltroncine di canna, dove mi riposo un po’, perché ho scoperto, con tutto il mio correre, di essere il primo dei passeggeri ripresentatosi per il rientro.

E qui, in assenza del driver, ricorro ad un classico risciò a pedali, battuto in velocità dalla ritrovata vecchietta solitaria, che eccola che corre davanti a me su un simile baracchino, ma sotto uno splendido ombrellino rosa, che mi saluta con molto entusiasmo da lontano, ora che l’ho finalmente fotografata.

* * *

il pomeriggio lo dedico ad un neghittosissimo riposo, esco dalla Guest House che sono già le otto, pensavo di andare allo spettacolo dei Moustache Brothers, ma è oramai troppo tardi, per combinare spettacolo e cena; d’altra parte sono giorni che mangio pochissimo, e comincio a sentire bisogno di un risarcimento.

A sciogliere i miei dubbi pensa il nuovo motodriver, che staziona sotto la Guest House, e si rivelerà molto più imprudente e aggressivo di quello che ho perduto: il ristorante dove voglio andare è a tre isolati da qui, dice, e non c’è problema ad arrivare allo spettacolo in tempo; neppure gli chiedo quanto vuole, tanto la fame mi acceca, e per la prima volta eccomi in un localino turistico – ci sono anche degli italiani, anzi dei veneziani – ad abbuffarmi, con due minestre e due pietanze, che trangugio in dieci minuti; poi si attraversa quasi l’intera città nel vento.

Per la verità io mi sarei anche quasi pentito e avrei cambiato la mia meta nel teatro tradizionale delle marionette, che la guida però definisce turisticizzato; i Moustache Brothers sono invece una specie di Dario Fo locale di più modesto spessore e diluito in tre attori diversi, due fratelli e un cugino, i fratelli sono quelli coi baffi; la loro fama alimentata dalle guide per viaggiatori solitari è nata nel momento in cui il maggiore di loro, ad uno spettacolo di compleanno per la leader dell’opposizione nel 1996 fece qualche battuta politica, fu subito arrestato, condannato ai lavori forzati, che si fece anche per cinque anni, prima che Amnesty International riuscisse a tirarlo fuori (a proposito, che fine ha fatto il blogger dell’Arabia Saudita estradato dalla Malesia un paio di settimane fa?).

Da allora recitano nel grande soggiorno di casa loro, dove ci stanno al massimo una decina di spettatori: recitano in inglese, e quindi parte delle battute io me le sono perse (figuriamoci poi se erano in birmano), e in parte su temi tipicamente occidentali (lo spettacolo è retto dal fratello minore, quello che aspetta sempre, dice, di diventare il boss se arrestano di nuovo suo fratello, sottolineando che lui non l’hanno incarcerato mai); poi per fortuna ci sono anche dei pezzi di danza e musica locali, affidati a ballerine del secolo scorso, impressionanti più che altro per la forza e l’ostinazione di restare in scena.

Poi però irrompe in scena il più giovane attore della famiglia, un bambinetto di meno di tre anni che saltella e si sforza di ballare in scena con nonni e zie, suppongo: il futuro Moustache che si allena alla sua futura carriera di attore, che forse gli sarà resa difficile, però, dalla grossa voglia violacea che gli occupa la metà sinistra del viso.

* * *

Accomodato in prima fila sulla seggiolina bassa, tra spagnoli e un americano, a metà spettacolo divento io stesso spettacolo nello spettacolo, e offrirò l’occasione ai due sfegatati improvvisatori di un bel po’ di lazzi e di battute sul mio conto (continuo così la collaborazione avviata con Dario Fo, che non solo portai a Brescia nella fatidica data del 12 dicembre 1969, ma che mi fece arrestare in diretta a Lumezzane per sovversivismo, in uno spettacolo sul Cile da poliziotti che sembravano veri e che io ignoravo fossero attori suoi).

Mi accorgo infatti di colpo di non avere più il portafoglio nella tasca destra dei calzoni corti che ho sostituito per l’occasione stasera vista la sporcizia di quelli portati sinora; nel panico, perché lì dentro ci stanno tutti i miei documenti, tranne il passaporto, e non avendolo trovato ad una rapida ricerca sotto il sedile, mi alzo di scatto senza trattenere segni di disperazione e faccio per uscire, ma a fare che? Se il portafoglio mi si è sfilato dalla tasca dove lo avevo così imprudentemente messo non ho nessuna possibilità di ritrovarlo nei km fatti.

Intanto il Moustache minore mi chiede, perfido, se ho bisogno della toilette, facendo ridere il pubblico…; io sono in stato confusionale e non mi ricordo come cazzo si dice portafoglio in inglese, ma i segni della mia disperazione sono abbastanza evidenti perché il Moustache mi dica di fermarmi e di guardare meglio…

Ed ecco che miracolosamente il portafoglio riappare tra le sue mani da sotto il sedile dove io non lo avevo visto.

Se mai qualcuno dei lettori di questo blog dovesse recarsi prossimamente allo spettacolo dei Moustache Brothers a Mandalay, mi faccia sapere per favore se questo sketch lo ripetono tutte le sere, scegliendo ogni volta il più fesso degli spettatori nella loro piccola platea, oppure se è davvero tutto mio il merito di questa spettacolare variazione che ha molto divertito il resto del pubblico, che forse mi ha considerato un membro occidentale della compagnia!

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  8. 😅✌️Ti è andata bene … È il karma tanto auspicato che ricompare . Sia “benedetto “il karma 😉
    E la compagnia credo che faccia come può …Decodificare i significati non credo sia semplice se non si conoscono …

    • credo che il karma non c’entri, oppure è cambiato, chissà .
      (ma il karma può cambiare nel corso della vita?)
      perché due anni fa, quando ho perso il portafoglio con 1.200 euro a Dubai, mica me l’ha fatto ritrovare… ahahah.

      ma è anche vero che lì non c’era nessun complice dei Moustache che probabilmente me lo aveva sfilato dalla tasca per organizzare lo scketch…. 😉

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