storie di straordinario pick up – my Myanmar 16.

10 marzo 2012   sabato  05:12

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Siccome l’eventuale lettore che ha resistito fin qui sa già come si è conclusa la giornata del 3 – ma in realtà  4 – marzo, perché l’ho raccontato due puntate fa, basterà dirgli adesso per completezza come è iniziata e come si è svolta, e la cosa potrà anche essere rapida, considerando che essa è stata tutta occupata dal trasferimento da Bagan all’Innle Lake, credo circa 200 km, fatti verso l’interno e verso est, con diversi mezzi.

* * *

Il primo tratto del viaggio, su un bus non turistico, dalla Guest House alla città intermedia – Thazi, credo, no, è Meiktila – non avrebbe nulla di notevole, se non fosse per una scena decisamente speciale, almeno per me, ma che attira l’attenzione un poco sgomenta un poco eccitata anche di parecchi birmani, e si svolge ad una sosta del bus poco prima dell’arrivo in una zona centrale di una piccola città, sotto un albero, su un pezzo di terra straordinariamente rossa.

Le esclamazioni dei presenti mi fanno volgere l’occhio ad uno strano groviglio in movimento convulso sul terreno, che ad uno sguardo più attento si rivela essere un serpente verde di media grandezza arrotolato attorno alla sua vittima, della quale emerge soltanto una grossa coda scura, che si contorce nel dolore e nella morte, potrebbe essere quella di un ratto.

Il serpente è talmente concentrato nell’assaporare l’agonia e lo strangolamento dell’essere ancora vivo che inutilmente si dibatte tra le sue spire, e sempre più debolmente, da non badare ai passanti che lo osservano, e uno gli tira anche dei sassi e della polvere per provare a distoglierlo dal piacere dell’assassinio.

Talmente è fisso e determinato invece il rettile, da rendersi quasi invisibile, tanto che un altro passante frettoloso sta per calpestarlo, e io urlo mettendolo in guardia all’ultimo momento.

Credo che sia questo rapporto speciale con la morte che rende il serpente così orribile: tutti i carnivori uccidono le loro vittime, ma possibilmente in maniera tanto veloce da risultare quasi indolori; poche eccezioni, come il gatto che gioca a lungo col topo prima di farlo morire, o il licaone che afferra la sua vittima per i genitali paralizzandola per il dolore e poi comincia a divorarglieli mentre è ancora viva, ma per nessuno riesco a trovare una identificazione così completa con la morte stessa che è quella spirale squamata che stringe ascoltando se c’è ancora lo sforzo di respirare o se il cuore batte ancora.

Ora che è ben sicuro che la storia di quella vita è finita ed è stata ridotta a carne per il suo pasto, ecco che il serpente si srotola dal grosso ramarro crestato che ha ucciso, molto più grande di lui, ed inizia ad ingoiarlo dalla testa, che è molto più grande della sua bocca, ma ci passerà lo stesso.

Tutti passeremo per una simile bocca mortale che cancellerà quel che siamo stati e ci restituirà allo stato di pura materia, mio dio.

* * *

c’è una prima bella notizia in questa giornata, comunque interessante più per me in quel momento che per il lettore adesso, ed è che l’orribile mal di stomaco che mi ha quasi completamente rovinato gli ultimi due giorni e impedito il corteggiamento di Christine, che da stamattina ha ripreso un suo viaggio distinto dal mio, non si ripresenta: è come se avesse voluto colpire la scelta di lasciarmi andare per una volta e in via provvisoria ad una piccola vacanza di gruppo, dato che in effetti a Bagan non ho mai deciso nulla di testa mia, ma mi sono sempre rimesso alle decisioni degli altri e ho seguito la loro volontà, almeno fino a che il gruppo ne ha avuta una; ed ora che sono tornato da solo, si direbbe che non posso più permettermi di stare male, fosse anche solo per le conseguenze di una eccessiva ingestione di alcool.

Ma è anche l’ultima buona notizia: perché la seconda è che la città in cui l’autobus ci sbarca per la coincidenza per il lago d’Innle e che abbiamo visto insolitamente piena di moschee, intanto sembra non avere alcuna stazione per i bus, vi è soltanto un piazzale verso il quale ci avviamo trascinando i nostri borsoni in un gruppo di sette turisti, di cui, per ciascuno degli altri sei, avrei potuto essere padre o zio, se non proprio nonno.

Il bus per il lago d’Innle? Il prossimo, domani mattina. Come? E mentalmente bestemmio. La spiegazione che probabilmente ci siamo persi la coincidenza stando a guardare il serpente in questo momento non mi serve, e quindi neppure mi viene in mente. Penso soltanto che allora non è stato un caso se il gestore della Guest House non è fatto pagare il biglietto per questa seconda tratta, dicendomi di farla direttamente sul bus.

Occorrerà prendere un pick up, allora: i pick up sono dei furgoncini in gran parte coperti da un telone con sei sedili veri e propri davanti (ma ci stanno almeno otto persone) e due panchettine dietro, sui quali può salire un numero indefinito di viaggiatori, considerando anche quelli che semplicemente si accontentano di starci appesi dietro; per il tragitto mi vengono chiesti ottomila kyat, cioè otto euro, che mi sembrano troppi, e rifiuto.

A questo punto scatta una specie di emergenza, sia per i guidatori di pick up che si devono accaparrare i sette clienti che stanno provando a fare gruppo per avere più forza contrattuale, sia per me che non posso permettermi di perdere i contatti col resto del gruppo, pena il rischio di restare in questa città così antipatica.

Vince l’asta, e scendiamo da un pick up su cui eravamo già saliti, un driver che all’ultimo momento ci offre il viaggio a 7 euro; ma poi, dopo averci convinto, ci abbandona sul pick up; e quando torna ci fa passare su un altro veicolo, con alcuni birmani già a bordo, che però neppure parte: il driver torna dopo mezzora e ci dice che, se vogliamo il pick up tutto per noi, e che parta subito, dobbiamo dargli altri 3mila kyat a testa, che in tutto fa decisamente una bella somma.

È palesemente una truffa e io propongo di non darglieli, ma siccome nessuno mi bada, mi adatto anche io a tirarli fuori di tasca e a consegnarli all’avido faccendiere, che infatti, dopo avere riscosso, se ne va indifferente, e non farà comunque partire il pick up prima che si sia riempito di altri clienti.

è la prima e fortunatamente anche l’ultima volta che mi capita una esperienza simile nel mio viaggio in Myanmar e, ditelo pure pregiudizio, lo collego al carattere ampiamente islamico di quella città.

E al fatto che, mentre il buddismo e il cristianesimo sono religioni inclusive, e infatti lasciano i loro luoghi di culto aperti a tutti, l’islamismo – come l’induismo – no, e nel caso dell’islam questo conduce ad una doppia morale, per la quale certi comportamenti come la violazione della parola data o in generale la disonestà, esclusi verso i correligionari, sono invece consentiti verso gli infedeli.

(anche se occorre poi non dimenticare quel che sono stati capaci di fare i cristiani teoricamente universalisti verso gli altri esseri umani in America Latina o in altre colonie: ne hanno semplicemente negato la natura umana, per poterli massacrare liberamente).

* * *

Ma non è esagerato considerare islamica una città birmana solo perché ci si sono viste tre moschee arrivando?

Direi di no, perché c’è un altro aspetto che lo conferma, ed ora si vedrà quali spericolate considerazioni verranno sviluppate a partire da una osservazione tanto banale.

Quel che mi rende abbastanza sicuro che questa città sia ampiamente islamica è che vi è un alto numero di birmani con la barba, e non si può neppure immaginare come questo modifichi profondamente la loro immagine maschile, pur essendo naturalmente la struttura di base la stessa.

dei birmani dal viso duro e deciso, non liscio e sorridente, che sembrano quasi degli arabi, tanto la pelle è scura, e dagli arabi potrebbero davvero discendere, pur se sembra così strano per questa città così lontana dal mare, dato che in effetti alcuni arabi arrivarono a stabilirsi sulle coste, per sviluppare i commerci col loro mondo, in particolare di gemme e pietre preziose, di cui la Birmania è massima produttrice mondiale.

Un arabo in effetti sembra del tutto il giovane bene in carne che, ridendo in modo tipicamente arabo, mi offre sul pick up, del betel da masticare, e già mi era stato offerto nei giorni scorsi quando mi ero soffermato a guardarne la preparazione, con una sorta di cremina bianca, con una bacca rossa, una spruzzata di tabacco tritato e poi le verdi foglie vere e proprie, e potrei distrarmi un attimo e credere di essere in Yemen, ma mica ha voglia di fare prove proprio adesso che lo stomaco si è rimesso in ordine, .

Ma il fatto che agli islamici piaccia molto esibire la barba, tipico carattere sessuale secondario maschile, assieme a quello di tenere così sotto controllo le donne, non sarà forse legato ad una forma di insicurezza legata alla circoncisione?

In ogni caso, a considerare gli effetti, l’islam accentua il maschilismo, l’aggressività e in una parola il machismo dei suoi aderenti fin dall’aspetto fisico, il buddismo viceversa sottolinea attraverso l’etica opposta della rinuncia, quel che di femminile o quasi femmineo c’è in ogni maschio.

E qui la religione diventa essa stessa identità.

* * *

Il viaggio vede il pick up salire dopo Meiktila molto lentamente per una strada dissestatissima di montagna, e siccome sto scrivendo sul pullman che la percorre a rovescio per rientrare a Yangon e domani prendere l’aereo del ritorno, posso testimoniare che è ben diverso percorrerla su un pick up che te ne fa vedere da vicino e quasi toccare il dissesto, sbattendoti con la testa contro le intelaiature del furgoncino oppure su un autobus con l’aria condizionata che ignora quasi i sobbalzi e costa in proporzione un terzo.

Comincia a piovere, fa freddo a Kalaw che si trova a 1.500 metri, ed è una specie di stazione turistica di montagna da cui si parte perfino per piccole spedizioni di trekking, sto maledicendo il mio spirito di avventura, mentre tremo, ma poi si discende nel buio, la temperatura si risolleva almeno un po’, si arriva, sono le nove, eccomi alla passerella sul canale a dire tra me che quel simpatico ragazzino del risciò poteva anche accompagnarmi, non c’è un cavolo di insegna, si entra in un cortile semibuio e si chiede se c’è una camera free, e c’è, ed è l’ultima, You are the lucky man, commenterà l’albergatrice, entrata in confidenza, fra due giorni…

11 risposte a “storie di straordinario pick up – my Myanmar 16.

  1. EFFETTIVAMENTE QUANDO I RELIGIOSI PROFESSIONISTI CI RACCONTANO FINO ALLA NAUSEA DI UN DIO MISERICORDIOSO E BONTA’ INFINITA……CONFRONTANDO QUESTE AFFERMAZIONI CON IL MONDO DELLA NATURA,SUA CREAZIONE,FIN DA PICCOLO MI SONO DETTO CHE UN DIO BONTA’ INFINITA NON POTEVA CREARE UNA NATURA COSI’ TERRIBILE E SANGUINARIA PERCHE’ NON POTEVA NEPPURE IMMAGINARLA…!
    LA PROPENSIONE POPOLARE ALLA BESTEMMIA PROBABILMENTE DERIVA DA UNA PIU’ NATURALE PERCEZIONE DELLA DIVINITA’ RISPETTO ALLE LOGICHE CONTORTE CHE LA CULTURA A VOLTE DONA.
    LA SALUTO EDOARDO

    • condivido le considerazioni sulle contraddizioni insanabili della fede in un Dio buono, in particolare di ritorno ancora una volta da quel grande Oriente che ignora una simile fede.

      quanto alla bestemmia interiore di cui ho parlato nel post, si tratta solo di una metafora: non avendo l’abitudine di bestemmiare a voce alta, non viene neppure di farlo mentalmente; però di imprecare nei momenti di stress più acuto quello ovviamente capita anche a me, e in un contesto di serenità e purezza come quello del Myanmar anche questa tacita imprecazione è una bestemmia.

  2. Ti visito ancora solo oggi e sono balzato subito al tuo ultimo post (non è carino saltare subito alla fine ma se non hai tempo vuoi almeno sapere se tutto va bene…). E devo concordare con te sul fatto che spesso gli islamici sono più ostili e tendono a fregare “l’infedele” con maggiore entusiasmo. La regione che io frequento, nell’ Himalaya indiano, è a maggioranza buddista ma diventa islamica avvicinandosi a Kargil (sulla via di Srinagar-Kashmir). La differenza tra gli atteggiamenti è veramente vistosa. Da una parte sei accolto, dall’altra tollerato. Da una parte prevalenza di sorrisi, dall’altra di sguardi duri e ostili. Cmq domani parto per una settimana per il Marocco (spero che non leggano questo mio commento nel frattempo…) e, intanto, un grande abbraccio a te.
    D

    • ciao Dud,

      buon Marocco prima di tutto, anche se una settimana è decisamente poco.

      beh, anche se hai letto questo post saltando gli altri, poco male: non è ancora l’ultimo vero e proprio, è solo l’ultimo per oggi.

      penso che prima o poi dovrò ripercorrere le tue tracce in quella zona dell’India di cui parli: per quanto gli islamici abbiano tendenzialmente l’atteggiamento culturale che abbiamo testimoniato, questo non impedisce spesso delle amicizie molto belle, quando si resce a superare il filtro di questa dffidenza ideologica.

      buon viaggio!

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