il mio arrivederci al Myanmar – My Myanmar 20. – 122

14 marzo 2012  mercoledì  09:58

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Scrivo l’ultima puntata della mia breve saga birmana a letto, la mattina, dopo una settimana esatta dal mio rientro che non è riuscita ancora a farmi superare il jet lag, che non avevo neppure sentito all’arrivo, come se questo fosse il segno che desideravo fuggire, ma che mi pesa l’essere rientrato, accorgendomi di essere, forse per questo, forse per l’atmosfera troppo buddista respirata laggiù, un po’ distaccato da tutto, le irregolarità del mio cuore che a volte percepisco ora mi fanno un effetto strano, non mi sento più così spavaldo, poco fa ad una piccola scarica mentre parlavo via skype con mia figlia a Beijing ho pensato di stendermi a letto in via precauzionale, nel caso fossi svenuto di nuovo.

Nuova fase della vita, legata a piccoli fatti banali della biologia: l’eliminazione dello zucchero dalla dieta mi lascia spossato e privo di energie, se non vi è qualche altra causa.

Nello stesso tempo mica mi risparmio né ho perso un filo della mia allegria; perfino, l’urgenza di viaggiare si è fatta ancora maggiore, le foto vengono gradualmente salvate sul pc, lasciando le card libere per nuove registrazioni, una card mezza inutilizzata è scivolata fuori dalla tasca di una camicia da portare in lavanderia (e sarebbero state qualche centinaio di foto in più degli ultimi due giorni), ho appena finito di montare il primo video di questo viaggio, quello dedicato al volo e tra un po’ lo posterò su You Tube.

* * *

così ritorno alle prime ore del viaggio nello stesso momento in cui mi concentro sulle ultime, in una specie di cerchio magico che lo rinchiude come una gemma preziosa.

Con Bernd e Maria a cena non siamo soli la sera del 5 marzo: una ragazza canadese è al nostro tavolo con un ragazzo ventiquattrenne tedesco, la ragazza di Toronto, più o meno trentenne è di una comunicativa travolgente, occupa la serata con racconti e risate, il ragazzo, un angiolone efebico un poco in carne, ha un’aria vagamente inquietante, invece, come se la sua fosse una bellezza malata: non guarda mai mai negli occhi il suo interlocutore; dalle sue parole concise e come appesantite da qualcosa si capisce che è partito il giorno dopo avere dato un esame (come me! solo che il mio era clinico e il suo universitario), che non si era bene informato prima di partire e quindi è arrivato senza soldi, trovandosi subito in una situazione di emergenza, data l’impossibilità di riceverne qui e l’assenza di bancomat, che lo ha costretto ad andare all’ambasciata tedesca per farsi aiutare e alla fine è riuscito a riceverli in un grande albergo, pagando una commissione decisamente più alta di quella che io ho lasciato nelle mani dei cambiatori clandestini della pagoda Sule.

Oggi è il suo compleanno, che trascorre quaggiù da solo, bevendo questa birra grande che potrebbe uccidermi, lontano dalla sua ragazza, dalla sua famiglia, con l’aria non del vero viaggiatore, che è aperto, solare, curioso, ma di uno che fugge da qualcosa e non sa neppure che cosa.

Eccolo che a fine cena si immerge nel buio, avviandosi verso la solita precaria passerella sul canale, perché non dorme qui, e traverserà la notte di Taungshwe con l’aria di essere un poco brillo un poco angosciato: bona notte, comunque, e buon compleanno!

* * *

con Bernd e Maria concordiamo invece un risveglio molto precoce domattina, perché nel paese è giorno di mercato, che si tiene a rotazione ogni 5 giorni nelle varie località attorno al lago e prevediamo sarà un’occasione di fotografie spettacolari, come in effetti sarà, a partire proprio dalle prime che dedichiamo alla sfilata dei monaci giovani, avvolti nelle loro tuniche violacee, che mendicano il cibo da una donna che li aspetta sulla strada con un pentolone pieno di poverissimo riso bollito, privo di alcun condimento, e ne dispensa con un mestolone nelle ciotole, come prima razione del pasto della giornata prima che si affrettino verso la pagoda per le preghiere del mattino.

Forse, vedendo la povertà di questi monaci, mi capita di pensare che questa istituzione fosse uno strumento molto efficace di controllo delle nascite e dei consumi nella società del passato: dopotutto una parte importante della popolazione maschile veniva sottoposta all’obbligo della castità, cioè esclusa dalla riproduzione, e mantenuta con un livello di sussistenza elementare, anche se non troppo diverso dal resto della popolazione e nei momenti fortunati di mancanza di carestie, oltretutto.

Metodo decisamente più avanzato e meno doloroso della guerra, che controlla le nascite trovando il modo di far morire invece una quota importante della stessa popolazione.

Ma queste considerazioni, sia chiaro, mi si sviluppano apertamente nella mente solo adesso che scrivo, come effetto probabilmente dello spirito creativo del blog, e forse qualcuno se le risparmierebbe anche volentieri; in quel momento restano implicite e nascoste nella mente, o forse non esistono proprio da nessuna parte, dato che tutta la mia attenzione è concentrata sulla ricchezza dei colori, sulle venditrici di fiori in fila sul marciapiede prima dell’ingresso allo spazio coperto con teloni azzurri del mercato, sui controluce del mattino.

Fotografo anche, su insistenza della madre, un bambino che mi ha comunque colpito per la sua aria triste: cerco il giusto effetto di luce per le sue guance ricoperte di giallo, e poi c’è sempre la difficoltà del fissare l’espressione giusta; ma la madre insiste perché lo fotografi ancora, gli afferra una mano e me la mostra con una specie di raccapricciante spavalderia: guarda, guarda bene, mi dice di sicuro nella sua lingua, mentre mi miagola qualcosa, e infatti il bambino ha due pollici invece di uno solo, e sei dita in tutto: i pollici sono piccolini e affiancati; cerco di fare una foto al bambino nel suo insieme, non sono venuto qui in cerca di mostruosità, mi sono bastate le sorelle giraffa, mentre la madre sciagurata a questo punto pretende una elemosina, cosa che giustifica la sofferenza di quel viso di un bambino che è umiliato ogni giorno e che sarà esibito ancora chissà quante volte ai turisti prima di sera.

* * *

il mercato è davvero molto interessante: i prodotti artigianali limitati ad un banchetto solo, in un altro troviamo finalmente Bernd ed io qualche CD con musica: commentiamo entrambi con la stessa osservazione che abbiamo fatto, che il Myanmar sembra un paese senza musica, dato che non si trova da nessuna parte da comperarne.

In realtà non è così, e l’osservazione è sbagliata in modo tipicamente occidentale; è vero che la recitazione cantilenata delle preghiere sembra a volte essersi presa una parte dello spazio che noi dedichiamo invece alla musica vera e propria, ma non si può negare che anche i birmani cantino e suonino come tutti gli altri popoli: ricordo una ragazza che ho ripreso fra le rovine di Anarapura, mi pare, che vendeva qualcosa, in un baracchino a fianco dei binari della ferrovia, sola, con una voce bellissima, e io credevo che vendesse CD musicali, prima di accorgermi che erano biglietti di una lotteria.

E l’ultimo giorno, girando per Down Town di Yangon ho visto invece parecchi venditori di CD, tanto che ne ho comperato, a caso, ancora qualcuno, oltre ai tre del mercato di Taungshwe, ed ho capito che semplicemente le zone rurali sono troppo povere perché ci sia un mercato di questi prodotti.

Non manca la musica, mancano i riproduttori di CD; e così sono sconosciuti gli MP3 che chiedo al venditore, semplicemente per potere avere delle raccolte di brani più ricche, e che gli risultano del tutto sconosciuti.

* * *

il mercato è dunque per i locali, e finisce per essere una specie di estratto o riassunto della loro vita: i pentoloni fumanti sopra un fuoco alimentato a legna in cui ribollono minestre coloratissime e misteriose, le erbe profumate raccolte in grandi mazzi e le verdure, i diversi tipi di pane, fra i quali io mi perdo, attirato da un grandi cialde sottili semitrasparenti in cui stanno incastonati, come i diamanti sulla guglia della pagoda Shwedagon di Yangon, dei semini neri allungati, ed io ne compero uno e lo addento suscitando le risate delle donne del mercato: per cui capisco, assieme alla percezione gustativa immediata di molliccio, che il pane va cotto in qualche forno di povera legna, prima di mangiarlo, e quindi lo regalo.

Assieme alla varietà delle merci, la diversità degli abbigliamenti e soprattutto dei copricapi: domina il cappello di vimini intrecciati, ovviamente, ma la forma è differente, o quella per noi classica tondeggiante, con una falda circolare intorno, oppure quella conica allargata tipicamente indocinese; ma poi anche queste forme hanno delle varianti, che dipendono da quanto può essere schiacciato questo cono, oppure da quanto può essere evidente la sua conclusione in basso, sottolineata o meno da una specie di rilievo; ma accanto a questi cappelli ci stanno poi i copricapo coloratissimi degli han, come quello della guida di Kekku, ma molto vari nelle combinazioni dei colori, perché poi sono formati semplicemente annodandosi un comune asciugamano attorno alla testa, ma in modo tale spesso che dietro ci sia una ricaduta, oppure che l’architettura incastellata sopra il capo risulti piuttosto complessa.

In tutto questo, da veri consumisti occidentali, noi impazziamo facendo le foto; non solo Bernd e io, ma anche Maria; e spesso si osserva che cosa stanno fotografando gli altri per cercare di cogliere l’inquadratura o il soggetto che ci sono sfuggiti, in una gara che è la vera gara di bellezza, dove ogni competitività manca, e succede di voler condividere al momento con Maria i risultati davvero migliori (Bernd continua con le vecchie foto su pellicola, come sapete già, e quindi è escluso).

* * *

alla fine del giro rientriamo al nostro piccolo e grazioso hotel con i suoi bungalow sparsi e la suite principesca con veranda sul canale, dalla quale tra poco Bernd e Maria mi saluteranno mentre rientro dall’altro lato della passerella; loro infatti sono saliti a riposare e a godersi una giornata vuota, dopo la colazione, io invece esco di nuovo per girovagare nel paese, del quale la guida evidenzia poco di interessante, che pare condannato al suo destino di puro punto di appoggio per le meraviglie più lontane del lago, nel quale si trovano solo pochi resort ed hotel di altissimo livello, e invece ha i suoi scorci accattivanti, le famigliole che si lavano al fiume, le rovine di qualche pagoda che aprono uno squarcio involontariamente archeologico nel cuore delle strade paesane; su di una mi arrampico, a sfida degli eventuali serpenti, per dare un’occhiata all’insieme del borgo da quei trenta metri di altezza.

E fate conto che questo sia il mio addio al lago Innle e al Myanmar interno, perché dopo, con molto nevrotico anticipo ci sta il saldo delle spese, il cambio di qualche euro: ma troppo pochi, altri 20 mi serviranno a Yangon, l’indomani, di nuovo tra i cambiatori in nero della Sule pagode, per chiudere i conti stravolti dal fatto che il tassista, alle 4 di mattina, ora del mio sbarco, mi porta per l’ennesino degli equivoci che hanno contrassegnato questo viaggio, invece che all’economica Sun Flower Guest House, al più costosetto Sun Flower Inn, dove dormirò con aria condizionata (salvo spegnerla quasi subito) pagando di più, anche se poi la mia camera viene a trovarsi ad un ottavo piano senza ascensore.

Insomma, sento l’urgenza di chiudere, anche affastellando le ultime osservazioni: alla Junction, la stazione del bus, una quindicina di km fuori paese mi porta un pick up, ma gratis, per pura simpatia, mentre le donne compagne di viaggio si fanno fotografare ridenti, si mangia assieme a una raccolta varia di turisti, ma stranamente più che altro di turiste sole, spesso di mezza età e diciamo pure non troppo avvenenti.

Il viaggio nel bus dura 14 ore nella notte, e ci lascia il tempo di sbarcare varie volte, sia per pasti velocissimi, sia per gli ultimi acquisti: per la mia amica del cuore, che ora si occupa di fiori, rimane lo spazio in valigia per un bulbo di amarillide.

Resta qualche ora a Yangon, per tornare a girare fra i quartieri popolari che ora conosco molto meglio: per il prossimo viaggio ricordarsi della Okinawa Guest House, nel cuore di queste strade brulicanti di vita, molto migliore, a giudicare dall’esterno, dei due Sun Flower.

Poi il resto lo sapete già, l’ho già anticipato o non vale più la pena di raccontarlo.

* * *

Per il prossimo viaggio?

Sì, credo che tornerò nel Myanmar, ora che ne ho visto la parte più celebrata e turistica, me ne restano almeno tre quarti ancora da conoscere: la costa occidentale, la costa meridionale, e l’ovest montagnoso e probabilmente favoloso: non ho visto la roccia d’oro, in monte Popa, Bago, non ho visto quasi nulla, è stato un semplice mordi e getta.

Che tuttavia mi ha lasciato parecchie riflessioni sul paese, sulla sua condizione, sul suo possibile futuro.

Ma visto che anche questo post si è dilatato oltre le attese, a sorpresa non sarà l’ultimo, me ne riservo ancora un altro, sia per non allungare troppo questo, già cospicuo come gli altri, sia per provare ad arrivare per una volta al lavoro in tempi decenti.

13 risposte a “il mio arrivederci al Myanmar – My Myanmar 20. – 122

  1. Leggendo quello che hai scritto mi sembrava di essere proprio lì, all’interno del tuo racconto a gustarmi il piccolo universo legato intorno alla Birmania.
    Come mi piacerebbe viaggiare e conoscere tutte le popolazioni e le tradizioni del mondo. Perlustrare ogni paese, ogni posto nuovo e gustarlo pienamente..
    Avere la possibilità di farlo…..

    • grazie di questo commento incoraggiante.

      ho visto anche che hai commentato parecchie “bortografie”, che dici? riprendo la rubrica fotografica?

  2. il fatto che tu abbia sentito il jet-lag al ritorno e non alla partenza, è davvero il segno che partire per un viaggio è la cosa migliore che possa esistere, che fa passare in secondo piano anche la stanchezza e i normali problemi biologici dell’essere umano. bella la dedica a dalla nella colonna sonora che hai scelto per montare il video!

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