l’art. 18, l’Europa e i burosauri sindacali. 132

20 marzo 2012  martedì 17:05

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Mauro Poggi, nel suo blog sempre interessante e mai banale, anche quando non ne condivido le posizioni mauropoggi.wordpress.com, pubblica il seguente diagramma, dedotto da uno studio dell’OCSE, che mostra a che punto è la tutela del lavoro in Italia, rispetto ad altri paesi ad economia avanzata (con un punteggio 28 su 100, rispetto al 48 su 100 della Germania, per esempio) e come cambierebbe, se l’art. 18 venisse abolito: in punteggio, 24 su 100.

ma questo studio OCSE dimostra forse altre cose da quelle che dice il mio omonimo, visto che sono mauro anche io,  oppure forse ANCHE altre cose.

la prima è lo scarso significato dell’art. 18, la cui completa abolizione (che non pare nelle intenzioni di nessuno) sposterebbe il grado di tutela dei lavoratori italiani (molto basso) di soli 4 punti; figuriamoci il semplice ritocco che effetti avrebbe.

come dice Di Pietro, e lo dice lui: Stiamo parlando di circa cinquanta casi all’anno in tutta Italia.

molto interessante a questo punto sarebbe invece chiedersi come mai i lavoratori italiani abbiano un grado di tutela così basso NONOSTANTE l’art. 18 e come mai i sindacati italiani, che si sono dimostrati tanto incapaci di tutelare i loro iscritti, facciano tutto questo casino su un aspetto tutto sommato palesemente secondario.

che sia per nascondere la loro inefficienza e la loro arretratezza?

la mia esperienza personale diretta è di burocrazie sindacali non molto diverse per qualità da quelle politiche e di partito, ugualmente sclerotiche ed impreparate; però sarà un giudizio soggettivo influenzato da certe esperienze personali negative, che ora non è il caso di rivangare.

il punto debole dell’art. 18 è che non tutela i dipendenti delle aziende con meno di 15 addetti, tanto da avere agito come ulteriore spinta alla frammentazione produttiva del nostro sistema industriale, che si rivela sempre di più come il suo principale punto di debolezza.

e dal non considerare per nulla tutti i nuovi lavoratori diversamente precari, rispetto ai quali il sindacato dei lavoratori a tempo indeterminato e dei pensionati ha mantenuta una olimpica serenità e indifferenza di stampo leghista.

e non uso l’aggettivo a caso, dato che vivo in una zona dove il metalmeccanico sindacalmente FIOM intransigente e politicamente leghista è una merce tutt’altro che rara.

un sindacato che ha non ha saputo impedire il precariato giovanile e che non tutela i lavoratori delle piccole aziende ha le carte in regola per una difesa esclusiva dei lavoratori delle grandi aziende?

a mio parere no, perché il punto debole dell’attuale art. 18 è che non consente alle aziende di licenziare neppure in situazione di crisi economica conclamata, e questo allontana gli investimenti e, in caso di crisi, produce l’effetto “muoia Sansone con tutti i filistei”, perché l’azienda che non può ristrutturarsi affonda con tutti i suoi dipendenti illicenziabili, e questo non mi pare propriamente un obiettivo sindacale.

non è certamente il caso di indebolire le tutele dei lavoratori italiani dai licenziamenti facili o arbitrari, come ho già scritto altra volta  398-lart-18-lart-2-lart-7-lart-2119, ma personalmente ritengo che il sindacato farebbe bene a rinnovare certe sue vedute: sentirsi dire fino alla nausea che l’art. 18 non si tocca, come se fossero le tavole dei Dieci Comandamenti, neppure di fronte a carenze evidenti, a me fa l’effetto dei Brontosauri di Jonesco.

se non ricordo male la riforma del mercato del lavoro era nella lettera mandata dall’UE a Berlusconi durante l’estate (anzi, mi corregge Poggi, dalla Banca Centrale Europea); non credo alla favola dell’Europa cattiva che ci vuole affamare: credo di più allo scenario di paesi che hanno tutti dei sistemi di tutela del lavoro più avanzati dei nostri (come mostra la tabella) e che ci chiedono di darci una mossa a modernizzarci un po’.

anche contro il veto di burocrazie sindacali arcaiche e inefficienti.

* * *

siccome questo post è nato come commento al post di Mauro Poggi, pubblico volentieri anche la sua replica; la mia controreplica si può leggerla nei commenti.

E’ vero che l’art 18 non tutela i dipendenti delle aziende con meno di 15 addetti, ma va detto che il principio di giusta causa sussiste anche per costoro; nella sostanza la differenza sta nel fatto che nel loro caso non esiste l’obbligo di reintegro ma solo di indennizzo. Questo comporta comunque un discrimine, è vero, però è lecito chiedersi perché allora non estendere la tutela a chi non l’ha anziché toglierla a chi ce l’ha.
Altro punto debole, che deriverebbe dal precedente, è che “agisce come ulteriore spinta alla frammentazione produttiva del nostro sistema industriale”. Favorirebbe cioè, se ho capito bene, il proliferare di piccole imprese, che per evitare la ghigliottina del 16° dipendente rinunciano a crescere. Questa tesi non è fondata: sostenuta dal giornalista Fabrizio Rondolino durante un dibattito a Omnibus, gli è stata contestata – seppur a malincuore – da uno degli invitati, il direttore della Confindustria Giampaolo Galli, il quale ha ammesso che se si guarda il grafico della distribuzione delle aziende per lavoratori occupati non si nota alcuno scalino a quel livello, come dovrebbe invece essere se la tesi fosse corretta. Onore all’onestà intellettuale di Galli.
La vera negatività dell’art 18 è che in caso di vertenza un processo ha i tempi biblici della giustizia italiana, quindi può andare avanti per alcuni anni con l’obbligo per l’imprenditore , nel caso di sentenza sfavorevole, non solo di reintegrare il lavoratore ma corrispondergli tutto il pregresso. Tuttavia direi che questo è un problema della giustizia italiana, non dell’articolo in sé.

Del resto questa negatività è un potente disincentivo alle vertenze: il datore di lavoro preferisce di norma concordare con il lavoratore e le RSU una adeguata buonuscita che induca a dimissioni spontanee; e ciò spiega perché le cause per licenziamento ingiustificato sono ben poca cosa rispetto al mare dei licenziamenti.

Devo anche farti presente che non è assolutamente vero che esso “non consente alle aziende di licenziare neppure in situazione di crisi economica conclamata”: in realtà i licenziamenti collettivi hanno tutt’altro iter, ma sono fattibilissimi se le condizioni sussistono. Personalmente, da “controparte” quale sono stato durante la maggior parte della mia vita professionale, ho dovuto affrontare ben tre ristrutturazioni aziendali, una delle quali nemmeno giustificata da crisi economica ma da ragioni produttive che avevano comportato la chiusura di un reparto.

Non fraintendermi, io non sono contrario alla modifica, anche sostanziale, dell’articolo: ritengo però che debba seguire – e non precedere – quella sostanziale degli ammortizzatori sociali.

Perché i sindacati fanno tutto questo casino? Magari proprio perché il grado di tutela è così basso, come tu osservi. O magari perché l’art 18 ha una valenza simbolica molto più forte del suo valore concreto. Ma si può anche invertire la domanda: perché il Governo dovrebbe aprire un conflitto su un aspetto tutto sommato palesemente secondario?

I sindacati hanno le carte in regola per una difesa esclusiva dei lavoratori delle grandi aziende? No. Grava su di loro il peccato di avere pensato ai loro iscritti e non ai lavoratori in generale, primi fra tutti i precari. Questo mi ricorda i partiti, che pensano alla loro base elettorale e non agli interessi generali del paese: anche loro hanno ben pochi titoli per rappresentarci. La questione è: chi, in mancanza d’altro?

Quanto all’Europa, temo che la mia opinione in materia sia meno indulgente della tua. La famosa lettera a Berlusconi è stata inviata non dalla UE ma dalla BCE, e nessuno mi ha ancora spiegato a che titolo. Nemmeno il Parlamento pare essersi mai posto il problema, ma è vero che lì dormono (erano in sei, qualche giorno fa, ad ascoltare la relazione sulla modifica costituzionale che impone il pareggio di bilancio).

Stiamo cedendo quote di sovranità nazionale senza ricevere nessuna contropartita di sovranità europea; l’unica istituzione democraticamente eletta, il Parlamento Europeo, conta come il due di picche.

Questa Europa tecnocratica non è quella che mi ero immaginato. Forse non sarà cattiva, ma la maggior parte degli economisti ormai, sia qui che oltre oceano, denuncia un giorno sì e l’altro pure l’assurdità di misure ostinatamente recessive in un momento di profonda recessione (prova a cercare in rete gli ultimi commenti sul Fiscal Compact da parte di economisti non solo keynesiani ma anche liberisti). La Grecia intanto ringrazia, a seguire il Portogallo. Poi vedremo… Se questa non è cattiveria, allora è è colpevole stupidità.

Ma di questo avremo occasione, temo, di discutere ancora…

Finisco con una comunicazione di servizio: Abbiamo in comune non solo il nome ma anche l’età :)

* * *

allego per completezza di informazione il testo della lettera del 5 agosto scorso dell’allora presidente (uscente) della Banca Centrale Europea, Trichet, e del neo designato Draghi: in quel momento l’Italia sembrava avviata al default.

il passo che riguarda questa discussione è il seguente:

c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

di seguito il testo integrale tradotto:

Francoforte/Roma, 5 Agosto 2011
Caro Primo Ministro,
Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori.
Il vertice dei capi di Stato e di governo dell’area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell’euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali». Il Consiglio direttivo ritiene che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali.
Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti.

Nell’attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:
1. Vediamo l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l’aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro.
a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.
b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

2. Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.
a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L’obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell’1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.
b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.
c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l’assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo.

Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.
3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.
Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate.
Con la migliore considerazione,

Mario Draghi, Jean-Claude Trichet

13 risposte a “l’art. 18, l’Europa e i burosauri sindacali. 132

  1. Non ho trovato il tuo commento sul mio blog (misteri informatici, suppongo), ma ti ringrazio di essere passato a visitarmi. Rispondo qui sperando di non essere troppo prolisso.

    E’ vero che l’art 18 non tutela i dipendenti delle aziende con meno di 15 addetti, ma va detto che il principio di giusta causa sussiste anche per costoro; nella sostanza la differenza sta nel fatto che nel loro caso non esiste l’obbligo di reintegro ma solo di indennizzo. Questo comporta comunque un discrimine, è vero, però è lecito chiedersi perché allora non estendere la tutela a chi non l’ha anziché toglierla a chi ce l’ha.
    Altro punto debole, che deriverebbe dal precedente, è che “agisce come ulteriore spinta alla frammentazione produttiva del nostro sistema industriale”. Favorirebbe cioè, se ho capito bene, il proliferare di piccole imprese, che per evitare la ghigliottina del 16° dipendente rinunciano a crescere. Questa tesi non è fondata: sostenuta dal giornalista Fabrizio Rondolino durante un dibattito a Omnibus, gli è stata contestata – seppur a malincuore – da uno degli invitati, il direttore della Confindustria Giampaolo Galli, il quale ha ammesso che se si guarda il grafico della distribuzione delle aziende per lavoratori occupati non si nota alcuno scalino a quel livello, come dovrebbe invece essere se la tesi fosse corretta. Onore all’onestà intellettuale di Galli.
    La vera negatività dell’art 18 è che in caso di vertenza un processo ha i tempi biblici della giustizia italiana, quindi può andare avanti per alcuni anni con l’obbligo per l’imprenditore , nel caso di sentenza sfavorevole, non solo di reintegrare il lavoratore ma corrispondergli tutto il pregresso. Tuttavia direi che questo è un problema della giustizia italiana, non dell’articolo in sé. Del resto questa negatività è un potente disincentivo alle vertenze: il datore di lavoro preferisce di norma concordare con il lavoratore e le RSU una adeguata buonuscita che induca a dimissioni spontanee; e ciò spiega perché le cause per licenziamento ingiustificato sono ben poca cosa rispetto al mare dei licenziamenti.
    Devo anche farti presente che non è assolutamente vero che esso “non consente alle aziende di licenziare neppure in situazione di crisi economica conclamata”: in realtà i licenziamenti collettivi hanno tutt’altro iter, ma sono fattibilissimi se le condizioni sussistono. Personalmente, da “controparte” quale sono stato durante la maggior parte della mia vita professionale, ho dovuto affrontare ben tre ristrutturazioni aziendali, una delle quali nemmeno giustificata da crisi economica ma da ragioni produttive che avevano comportato la chiusura di un reparto.

    Non fraintendermi, io non sono contrario alla modifica, anche sostanziale, dell’articolo: ritengo però che debba seguire – e non precedere – quella sostanziale degli ammortizzatori sociali.
    Perché i sindacati fanno tutto questo casino? Magari proprio perché il grado di tutela è così basso, come tu osservi. O magari perché l’art 18 ha una valenza simbolica molto più forte del suo valore concreto. Ma si può anche invertire la domanda: perché il Governo dovrebbe aprire un conflitto su un aspetto tutto sommato palesemente secondario?
    I sindacati hanno le carte in regola per una difesa esclusiva dei lavoratori delle grandi aziende? No. Grava su di loro il peccato di avere pensato ai loro iscritti e non ai lavoratori in generale, primi fra tutti i precari. Questo mi ricorda i partiti, che pensano alla loro base elettorale e non agli interessi generali del paese: anche loro hanno ben pochi titoli per rappresentarci. La questione è: chi, in mancanza d’altro?
    Quanto all’Europa, temo che la mia opinione in materia sia meno indulgente della tua. La famosa lettera a Berlusconi è stata inviata non dalla UE ma dalla BCE, e nessuno mi ha ancora spiegato a che titolo. Nemmeno il Parlamento pare essersi mai posto il problema, ma è vero che lì dormono (erano in sei, qualche giorno fa, ad ascoltare la relazione sulla modifica costituzionale che impone il pareggio di bilancio). Stiamo cedendo quote di sovranità nazionale senza ricevere nessuna contropartita di sovranità europea; l’unica istituzione democraticamente eletta, il Parlamento Europeo, conta come il due di picche. Questa Europa tecnocratica non è quella che mi ero immaginato. Forse non sarà cattiva, ma la maggior parte degli economisti ormai, sia qui che oltre oceano, denuncia un giorno sì e l’altro pure l’assurdità di misure ostinatamente recessive in un momento di profonda recessione (prova a cercare in rete gli ultimi commenti sul Fiscal Compact da parte di economisti non solo keynesiani ma anche liberisti). La Grecia intanto ringrazia, a seguire il Portogallo. Poi vedremo… Se questa non è cattiveria, allora è è colpevole stupidità.
    Ma di questo avremo occasione, temo, di discutere ancora…

    Finisco con una comunicazione di servizio: Abbiamo in comune non solo il nome ma anche l’età 🙂

    • sarà l’età, sarà l’omonimia, siamo meno distanti di quel che sembra.

      intanto grazie della correzione della svista: ma a che titolo la Banca Centrale Europea ha scritto al governo italiano indicandogli un preciso programma di cose da fare?
      forse in base al diritto che viene dal fuoco al culo? scusa l’eccessiva immediatezza…
      ci ricordiamo quale era la situazione di agosto-novembre?

      sull’estensione delle garanzie dell’art. 18, per i licenziamenti discriminatorii, anche alle aziende sotto i 15 dipendenti, è proprio quello che intendevo dire anche io (e l’avevo scritto anche nel post di qualche tempo fa); ma che sorpresa sentire che questa è giusto la proposta del governo: del governo, capisci? mica della CGIL!

      alla quale sono stato iscritto decenni, giusto per precisare, ma le fette di salame sugli occhi non le ho, e qui non abbiamo più a che fare con la gloriosa classe operaia marxiana, consapevole di se stessa come classe, ma di un ceto chiuso nella difesa di alcuni microprivilegi corporativi e caratterizzato da egoismo sociale.

      oltretutto incapace di porsi il problema di come mai i salari italiani siano i più bassi dell’Europa avanzata…

      sul carattere negativo di questa discriminazione attorno al numero di 15 dipendenti non mi hai convinto: una dichiarazione isolata non basta, e lo scalino non si pone necessariamente proprio sul salto fra 15 e 16, ma si può spalmare anche su diversi numeri di dipendenti sotto i 15; rimane il fatto della frammentazione del sistema aziendale italiano; non credo che la ragione principale sia nel vecchio art 18, però in qualcosa contribuisce, fosse anche solo come riflesso di una mentalità che ritiene la piccola impresa meritevole di tutela speciale, cioè di garanzie di arbitrio paternalistico.

      su altro convergiamo apertamente; che i licenzimenti per motivi di crisi siano resi difficili non tanto dall’art. 18 in sè, ma dal contesto in cui si è inserito e dalla giurisprudenza che gli si è creata intorno, è giudizio comune; se è sbagliato, approfondisci, per favore.

      e forse anche sul giudizio globale sull’Europa concordiamo; quanto alla politica economica attuale, io mi limito, di fronte all’imperversare delle critiche, ad osservare che è facile agli Stati Uniti fare una politica espansiva di indebitamento, essendo la prima potenza del mondo; può anche non piacerci (ma a me in fondo non dispiace), ma l’Europa non è una potenza, è una Unione parziale e fragile, con parecchie debolezze.

      non credo che gli economisti come Draghi o Monti siano degli sprovveduti: credo che abbiano più elementi di valutazione e uno visione più completa di tanti soloni della domenica che considerano facile e fattibile un ulteriore indebitamento: io sono perplesso, anche sulla politica economica di Obama; il tempo dirà chi ha ragione.

      in ogni caso concordo sulla critica all’Europa tecnocratica, però ricordo come principio di realtà che i popoli di alcuni stati hanno bocciato la Costituzione Europea e che la fragilità dell’Europa è anche il frutto della fragilità della coscienza europeista della sua popolazione.

      su questi temi ci sarà da discutere ancora, concordo.

      grazie della risposta, per niente prolissa, o almeno non più prolissa della mia 😉

  2. Pingback: 133. la CGIL, un brontosauro nel mercato del lavoro. « Cor-pus·

  3. Grazie Bortocal.
    Torneremo sicuramente sull’argomento Europa (cosa di cui mi dolgo in anticipo, perché vorrà dire che i problemi che io vedo non avranno trovato soluzione)…
    Sull’art 18 aspetto di vedere le modifiche nel loro testo definitivo; da quello che ho orecchiato non mi sembrano così negative, tanto più che paiono essere accompagnate da una riforma degli ammortizzatori sociali, che per essere davvero efficienti dovrebbero “tutelare il lavoratore e non il posto di lavoro”. Staremo a vedere!

    • giusta prudenza la tua ed esigenza di documentazione precisa; ma non è una mia virtù.

      sull’Europa torneremo, effettivamente.

      dimenticavo ieri: sull’essere coetanei: hai un avatar di qualche anno fa oppure effettivamente ti porti gli anni meglio di me? 🙂

      • La foto è stata scattata durante un trek a Creta nel 2008. Cappello che nasconde pelata e occhiali che coprono il 50% del volto sono un modo efficace per dissimulare le devastazioni degli anni.
        … ma, effettivamente, forse è giunto il momento di aggiornare il mio avatar 😀

        • beh, confesso che anche il mio sulla mia pagina You Tube, dove c’è il viso completo, risale a quel periodo: non è il caso di diventare sadici con noi stessi, basta già il sadismo della natura, alla nostra età… 🙂

  4. Quoto totalmente quanto scrivi.
    La verità pura e semplice, che né i sindacalisti né tanta sinistra vogliono riconoscere, è che come i partiti anche i sindacati non hanno saputo adattare il loro compito a tempi radicalmente, cambiati.
    Licenziamenti impossibili, nessuna tutela per i precari… un sistema economico sull’orlo della crisi.

    In Germania i licenziamenti per motivi economici (quindi i licenziamenti in generale) sono molto più semplici che da noi, eppure la tutela complessiva è quasi doppia! Oltre a ciò, i lavoratori tedeschi hanno retribuzioni decisamente più alte e molto più potere di incidere nelle scelte azienali.

    Secondo me il problema dell’art. 18 è in sé un falso problema, perchè una modesta riforma di questo simbolo potrebbe portare anche grandi vantaggi agli stessi lavoratori: primo fra tutti un nuovo assegno di disoccupazione al posto della vetusta CIG. Inoltre qutto questo ragionamento va inserito in un contesto più ampio, contesto nel quale -come giustamente scrive Poggi- deve entrare anche una riflessione sulla giustizia, sulla ricerca universitaria ed industriale….

    • condivido anche io quel che scrivi, condividendo gli spunti offerti, ma poi arricchendo il discorso.

      ne sono contento, perché mi aspettavo più critiche che consensi.

  5. sono colpito dalla superficialità e la fallacia con cui voi -che non siete nè ignoranti nè stupidi nè snza esperienza- valutate questo tema.
    Innanzitutto sono oltre 7,9 milioni i lavoratori assunti in società con più di 15 lavoratori, quindi tutelati dall’ art 18.
    L’ art 18 avrebbe bisogno di una sola modifica: una definizione concreta dei casi di “giusta causa”, e tempi processuali più brevi: questo, che è un problema giuridico e non economico, lo renderebbe perfetto per lavoratori e capitale.
    Invece la riforma Fornero mira a svuotarlo e renderlo inefficace con l’invenzione del “licenziamento economico” (giustificato motivo oggettivo) per il quale è previsto -se giudicato illegittimo- solo un limitato indennizzo e non il reintegro.
    Ovviamente le imprese addurranno sempre cause economiche al licenziamento mascherando così licenziamenti selettivi e persecutori -in ultima analisi- discriminatori.
    Questo per quelli individuali (e ne basteranno pochi per terrorizzare tutto il personale), che finora possono procedere uno al mese….
    Ma credo che non si fermeranno qui, presto toccheranno anche la disciplina dei licenziamenti collettivi.
    L’ obiettivo è licenziare senza problemi e costi; chi non lo capisce è cieco.

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