Shwedagon, Yangon, universo – My Myanmar 25. 159

1 aprile 2012 domenica 08:22

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per uno scherzo del caso questo post finisce con l’essere un omaggio ad Aung San Suu Kyi (Aung San è il cognome e Suu Kyi il nome), oggi eletta al parlamento del Myanmar; di lei e di suo padre, l’eroe dell’indipendenza birmana, si parla anche nel post.

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Signore, allontana in fretta da me il calice del terzo rifacimento di questo post, e donami almeno che quando avrò finito di ricomporlo io non possa paragonarlo alle altre due versioni che la rete ha disperso, una in Myanmar e una in Italia, e che conosco solo io, ma che possa considerare la loro morte prematura solo un dono del caso, per non dovere vergognarmi ancora una volta del mio vizio di scrivere.

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l’impatto visivo all’uscita dalla galleria dell’ascensore della grande piattaforma al cui centro spicca la grande pagoda rivestita d’oro puro, scintillante nel sole, è come un urlo di gioia che scoppia dentro la mente.

possiamo disquisire per mesi della bellezza senza incontrarla una volta sola, possiamo cercarla dentro di noi con umile e frustrata dedizione senza trovarla mai, ma quando lei decide di venirci incontro e di sorriderci con labbra di mistero, nessun dubbio è possibile, direi  anche: nessuna disquisizione.

o bellezza irraggiungibile, che semplicemente sei, e che tanto più risplendi quanto più sai che il tuo segreto ci sfuggirà per sempre, eccomi davanti a te, sotto questo sole nitido che disegna tutti i tuoi contorni come se fossero pieghe della nostra anima.

mai ho immaginato che potesse esistere nell’universo un luogo simile a questo, e neppure le foto viste riuscivano a darmene davvero la percezione, così come, nonostante tutto il mio impegno, ci riuscirà neppure il video che metto in apertura di questo post, ma ora è come se ti avessi sempre visto, è come se io ritrovassi qui qualcosa che era già dentro di me, una potenzialità occulta della mia stessa mente, che non è stata e non viene creata da un artista solo, ma è il frutto di una stratificazione di gesti, di impulsi, di sogni di una invenzione corale, di popolo e di credenti.

la Shwedagon Pagode è dunque la condensazione di una incredibile creatività storica, ma anche spaziale: la sua bellezza non è quella di una pura forma, ma di una invenzione vitale e contaminata: lei non è solo questa somma di decine di strutture architettoniche, apparentemente disordinata, ma regolata da corrispondenze segrete, ma anche il passo devoto e indolente delle centinaia di uomini che le passano accanto come in una specie di trance devota, che in questo momento è anche la mia, di ateo commosso e partecipe ad un sentimento umano, la fede, che posso condividere solo per interposta persona.

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mi capita di pensare di essere in un luogo emozionante come sarebbero piazza San Marco o san Pietro a chi li vedesse per la prima volta senza neppure averne una qualche anticipazione, e lo spessore storico del luogo è lo stesso: questo è il cuore simbolico dell’intero Myanmar – o almeno del suo nucleo birmano, il punto ai piedi del quale è nata la città -, della perdita dell’indipendenza e del saccheggio inglese, dell’inizio della riscossa e della lotta per l’indipendenza, delle proteste contro la dittatura di mezzo secolo dei militari.

ma poi, scrivendo qui oggi, e scrivendone per la terza volta, una osservazione nuova mi attraversa la mente, ed è quella che spiega o cerca di spiegare la straordinaria sensazione di vitalità che questo luogo trasmette.

la struttura delle piazze che ho citato, ma meglio la struttura di tutte le piazze italiane identifica la piazza con un vuoto centrale, attorno a cui si dispongono degli edifici, e da noi quel modello si è trasmesso all’Europa, ma lo si ritrova poi anche, forse attraverso la mediazione di Roma, nelle piazze islamiche.

il modello qui è diverso: l’edificio è centrale, la piazza, ma meglio noi la chiameremmo spianata, non riconoscendola come tale, è come un residuo attorno al pieno, come un suo alone, una sua vibrazione che degrada dalla pienezza perfetta dell’oro quasi pindarico; e diventa mani giunte, monaci con un bastone ricurvo, vecchie che passano con un ombrello per ripararsi dal sole, bambini che si si girano a lungo verso il viaggiatore che li riprende con la sua videocamera.

le nostre piazze sono monoteiste (anche quelle islamiche): hanno al loro centro un vuoto che si chiama Dio, in funzione del quale si organizza la vita degli edifici lì attorno: questa assenza di vita è assunta come il pieno capace di organizzare la vita e darle un senso, ed ha un nome solo: potere.

le piazze monoteiste organizzano il vuoto, riempiendolo di senso e chiamandolo Dio: costringono lo sguardo a correre attraversandolo verso il gesto architettonico che ne conclude una visione obbligata, da qui a qui, e impongono il trionfo del sacro come unica interpretazione capace di dare un senso al nulla della vita in cui siamo.

qui il significato si è capovolto, perché siamo nel Vaticano di una religione senza Dio, il cui collante non è un Jahvè onnipotente come l’Allah dall’altra parte del Mediterraneo, ma la consapevolezza del carattere doloroso dell’esistenza; e dunque non vi è nessuna direzione obbligata, non vi è un vuoto che obbliga a guardare secondo una certa interpretazione dello spazio; tutto è circolare, fluido, scorrevole, la gente si muove in circolo attorno alla sterminata massa d’oro, che però è un solo punto di riferimento dello spirito, ma non impone percorsi prefissati, salva soltanto la direzione di marcia, che deve essere verso ovest, la direzione del sole, dall’alba al tramonto, la direzione della vita, dalla nascita alla morte.

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la gente si muove in circolo, ho detto, e anche io lo faccio, respingendo la tentazione di cadere nel gusto perverso dell’enciclopedia, che occhieggia dalle pagine della guida Routard che descrive analiticamente, passo dopo passo, i diversi edifici e la loro storia.

volgo le spalle alla pagoda e mi immergo nei cento percorsi possibili tra gli stupa diversi, le tettoie, i monumenti, i mostri: qui c’e un vecchio albero di baniano recintato: sarà quello dove si è riposato il Buddha, lì degli affreschi che dipingono un naufragio circondato di mostri; neppure mi importa dove potranno essere esattamente conservati gli otto capelli del Buddha, evidentemente non alieno da un certo culto della personalità, visto che li dispensava come dono, che hanno dato origine a questo santuario immenso.

per oggi non voglio saperne di più, e neppure qui tedierò me stesso con le descrizioni, mi accontento di una superficiale serie di impressioni.

su tutte la purezza del bianco candidissimo di alcune figurette che spiccano contro il giallo brillante dei rivestimenti d’oro puro diffusi dovunque – e con sorpresa mi rendo conto adesso che il bianco e l’oro della più grande pagoda buddista del mondo sono i colori stessi dello Stato del Vaticano.

mi affascinano i gesti casti delle persone che lavano le statue più piccole e accessibili, con un amore e una gestualità che sono gli stessi con cui in India si abbracciano gli idoli mentre gli si versa l’acqua addosso, ma qui sono stati purificati da una riflessione filosofica, che poi scompare al momento in cui il fedele si trova davanti alla propria familiare divinità.

su qualche pavimento sacro c’è gente che dorme in una specie di abbandono sacro: nessun europeo oserebbe dormire in chiesa, accorrerebbe subito un sagrestano, o forse un prete, a cacciarlo, per l’offesa a Dio; ma questo stesso modo di venerare il sacro, abbandonandovisi, l’ho incontrato nello Yemen, ad esempio, in qualche moschea: non vi è mancanza di rispetto, ma fiducia.

si può pregare anche col sonno, così come nel Nepal è il vento a pregare per noi facendo vibrare le bandierine colorate sospese contro il cielo, o in Cina sono i grandi rotoli della preghiera che mormorano le preghiere col rumore della loro rotazione veloce sotto l’impulso della mano.

il sonno del resto, nel buddismo, è ancora più sacro come modello e anticipazione del nirvana, dell’abbandono al grande nulla finale, che è lo scopo dell’ascesi e delle reincarnazioni.

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a lungo dura il mio girovagare tra le mille meraviglie del luogo e anche fra alcune cadute di tono riscattate dalla maestosità dell’insieme, forse lo percorro due volte intere, secondo spirali più o meno profonde, continuando a scattare foto che non finirebbero mai di entusiasmare me, perché vi ritrovo la stessa delirante ripetitività delle cantilene buddiste.

ma alla fine – il sole è ben alto e la sua luce picchia – mi ricovero per un quarto d’ora all’ombra di una piattaforma coperta e ombreggiata: un passerotto saltella lì intorno, un monaco che accompagna degli adolescenti viene davanti a me per fotografarli contro un muro che riflette lo splendore del primo pomeriggio, i cento metri di altezza dello stupa centrale e le  decine degli altri più piccoli che lo circondano mi raggiungono con i loro riflessi accecanti, il gioco dei volumi dei terrazzamenti che preparano lo slancio ascensionale finale disegnano una geometria che è anche mentale, e tutto questo mi impedisce di assopirmi: rimango vigile, attento, aperto ad ogni emozione.

i pilastri di questa specie di veranda aperta coprono una grande e logorata campana di bronzo, la storia di questa campana merita di essere raccontata.

* * *

nel 1824 iniziò la conquista inglese della Birmania, che passò attraverso tre guerre e si concluse sessant’anni dopo, nel 1885, con la sottomissione completa e la trasformazione del paese tutto intero in una provincia dell’Impero delle Indie, nonostante la sua distinta individualità: dal punto di storico il dominio inglese non durò molto: solo altri sessant’anni, perché nel 1945 viene proclamata l’indipendenza, con due anni di anticipo sull’India di Gandhi, dal generale Saung San, padre della patria, come già sappiamo, e padre anche di Suu Kyi, la celebre protagonista dell’opposizione democratica alla dittatura militare, che mai lo conobbe, dato che venne ucciso con molti suoi collaboratori nel 1947, e lei aveva solo due anni.

nel 1824 Yangon, che si chiamava prima Dagon, da cui anche il nome della pagoda, fu investita per prima dall’avanzata britannica, data la sua vicinanza al mare e la sua facile accessibilità; gli inglesi conquistandola, la chiamarono invece Rangon, perché il significato del suo nome in birmano, “fine dei combattimenti”, non pareva loro di buon auspicio, evidentemente.

nel saccheggio della città che seguì gli inglesi si impadronirono anche di questa campana e decisero di portarsela a Calcutta, la loro capitale indiana; la trascinarono al fiume, che si chiama Rangon come poi la città, e la misero su una imbarcazione, che però affondò quasi subito, fossero state le correnti insidiose oppure la forza di qualche maledizione dei nat, gli spiriti che riempiono il mondo nell’immaginario solo semi-buddista dei birmani.

gli inglesi non riuscirono a recuperare la campana, ma i birmani erano più attaccati a quel simbolo di loro, in virtù della loro fede che vi faceva riconoscere ben di più che qualche tonnellata di economico bronzo: la campana era stata donata da un re che non aveva molte possibilità di raggiungere il nirvana in quella sua vita, per le molte colpe, ma provò a cancellarne qualcuna e a dare una prova di disinteresse e distacco dai valori del mondo, facendo fondere queste 16 tonnellate in omaggio del Buddha.

e la campana era, già solo per questo, il simbolo di una liberazione dalla pena e dalla colpa.

i birmani che si offrirono di ritirarla fuori dal fiume chiesero però in cambio che la campana, una volta recuperata, tornasse al suo posto, e gli inglesi accettarono, più che altro per dileggio e sarcasmo, dato che erano sicuri che i birmani non sarebbero potuti arrivare dove non erano arrivate la loro tecnologia e le loro macchine.

il popolo si mise dunque all’opera, sotto gli occhi irridenti dei colonizzatori, che guardavano, senza capire, schiere di uomini seminudi che trascinavano dei grandi pali di bambù verso il fiume: poi si tuffavano nelle acque fangose, portandoli con sè e scomparivano alla vista.

in realtà, immergendosi, trattenendo il respiro, fino al fondo, i tuffatori fissavano ciascun palo in mezzo al fango e costruivano pian piano una specie di percorso segreto che risaliva verso le rive; e quando questo fu tutto pronto decine di buoi e centinaia di uomini vennero legati a cento corde, fissate sott’acqua alla campana, che cominciò lentamente a scivolare sulla strada che le era stata preparata, mentre gli uomini sbuffavano allo stremo delle forze e i buoi muggivano per qualche pena segreta, o semplicemente perché stanchi anche loro.

fu una vittoria della forza di volontà, della fede, della disperazione, dell’orgoglio? o forse semplicemente della povertà? di una civiltà che gli occidentali consideravano  e considerano tuttora arretrata, ma che invece rivendica la propria originalità?

tutto questo assieme, direi; ma fu anche il segnale chiaro di uno spirito nazionale sottomesso, ma non disposto ad arrendersi.

il dispetto con cui gli inglesi videro riemergere dalle acque la campana si può soltanto immaginare più che descrivere, e fu tale che, anche se lasciarono la campana a Yangon, sostennero con questo di avere rispettato la parola data; ci vollero cento anni perché la campana, rovinata e arrugginita, ritornasse proprio nel recinto della pagoda dove ora io la guardo; e nel frattempo, per riempire il vuoto, in un altro angolo della grande spianata, nel 1841, ne venne collocata un’altra.

il ritorno della campana in questo luogo nel 1926 fu lo squillo più evidente di un appello alla indipendenza senza parole; poco lontano di qui, del resto, su questa stessa piattaforma devota e dorata, solo sei anni prima si erano raccolti alcuni studenti dell’Università e avevano giurato di battersi fino alla morte per ottenerla.

ecco che cosa dice, a chi sa ascoltarla almeno, la campana di Yangon, mentre un ragazzo le si avvicina e vi fa risuonare con un bastone i tre colpi rituali, che fanno fuggire il passerotto ozioso, ma inducono al ritorno anche me.

* * *

il km e mezzo a piedi per rientrare alla Guest House, scendendo per un grande vialone alberato, nell’afa pomeridiana, e poi il breve percorso ulteriore col bagaglio fino alla stazione, la sosta nel grande atrio, superati i varchi, l’attesa del treno e la partenza non meritano particolarmente di essere raccontati.

va solo detto che da qui, da questa giornata, è nato il mio rapporto mentale con il Myanmar, ho cominciato ad entrare nella sua identità così chiusa e riservata, ho cominciato ad aprire la mia mente al suo fascino silenzioso e povero di parole.

non per questo meno forte, anzi, forse proprio per questo ancora più penetrante: il sorriso muto del barcaiolo nell’aiuola di fronte alla pagoda dei gatti saltanti nel lago Inle qualche giorno dopo può restare nella mente come la sintesi di un viaggio che è stato quasi sempre senza parole, ma denso di messaggi che sembravano arrivare semplicemente con l’aria e col respiro.

* * *

ho vinto la mia scommessa e la mia prova, e qui termina il mio reportage birmano; il resto del viaggio, cioè la sua parte successiva, l’ho raccontato già, a partire da questo post: 106 .

i post verranno via via arricchiti e integrati dai relativi montaggi video (a chi interessano), così come fra poco, terminati gli ultimi ritocchi, anche questo.

5 risposte a “Shwedagon, Yangon, universo – My Myanmar 25. 159

  1. giustissimo postare questo video in una giornata così importante per il futuro di un paese che nel corso degli ultimi anni ha così tanto sofferto…speriamo sia il segnale, l’inizio di una nuova vita per queste terre bellissime che anche grazie ai tuoi post sto imparando a conoscere!

    • beh, vedendo il tuo resoconto di viaggio oggi, forse delle foto aiuterebbero la leggibilità del post molto più di un video che quasi lo appesantisce, ma sono ormai vicino al limite di spazio a disposizione per il blog e per questo ho deciso da qualche tempo di limitare molto le foto.

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