il suicidio di Antinoo e la nascita del cristianesimo. 177

09 aprile 2012 lunedì 09:22

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chiunque abbia letto quel monumento alla saggezza e all’amore che è Memorie di Adriano della Yourcenar sa bene chi era Antinoo, l’essere umano che nella sua vita dimostra più di chiunque altro, forse, che l’amore è follia, ma questa follia è l’unica saggezza concessa all’uomo.

leggo di una mostra dedicata a lui, a Tivoli, dove di recente è stata identificata l’enorme tomba, o piuttosto tempio, che l’imperatore Adriano aveva cominciato per lui e che rimase interrotta per la sua morte, nel 138, a 62 anni, una età a cui era normale morire ai suoi tempi.

le notizie lette per caso in relazione a questa mostra hanno suscitato in me alcune riflessioni, non so quanto attendibili, ma mettetele nel conto di quelle follie del pensiero che arricchiscono la vita e la rendono degna di essere vissuta, almeno secondo me.

prendetevi tempo per leggere, se ve ne venisse voglia, perché me ne prendo anche io.

* * *

prima di tutto un breve riepilogo dei fatti.

Adriano aveva conosciuto Antinoo in Bitinia, Asia Minore, l’attuale Turchia, durante un suo viaggio di ricognizione dell’impero, nel 124: Antinoo aveva 14 anni, colpì l’imperatore, che se lo prese al seguito; Antinoo lo accompagnò per il resto del suo viaggio, e poi visse con lui e con la moglie di Adriano alla corte imperiale, allora in costruzione a Tivoli.

vi fu un secondo viaggio di Adriano attraverso il suo impero nel 128, e poi un terzo nel 130: Adriano li giustificava con l’esigenza di conoscere direttamente i problemi delle “province”, cioè dei vari popoli che erano entrati a far parte di quello stato che si estendeva su quasi tutto il mondo conosciuto in Occidente allora, dal Mare del Nord al Mar Rosso, dall’Atlante al Caucaso, dalla Britannia alla Siria, che aveva come confini terrestri settentrionali il Danubio, quando non lo aveva varcato, in Dacia, l’attuale Romania, e meridionali e orientali i deserti, quello arabico e quello del Sahara; ed aveva una popolazione addirittura di 50 milioni di abitanti, governati da una metropoli immensa di un milione di abitanti, accalcati tra le case a cinque piani delle suburre mescolati alla più incredibile rassegna di monumenti che l’umanità avesse mai visto: Roma.

ma, siccome Adriano fu l’unico imperatore romano a sentire questa esigenza di conoscenza diretta dei luoghi del suo potere senza limiti e tutti gli altri governarono benissimo o meno bene restandosene semplicemente nella capitale a leggere rapporti, credete a me: questo significa soltanto che Adriano era un viaggiatore e, come sanno tutti coloro che appartengono a questo tipo umano, restare fermo in un luogo solo gli era doloroso; quindi viaggiava, e Antinoo con lui.

non sappiamo se Antinoo era un viaggiatore che condivideva questa passione – tutto però fa pensare di sì -, se era semplicemente preso dall’imperatore, oppure se non poteva rifiutarsi perché era una specie di gigolò gay, a servizio fisso dell’unico uomo a cui nessuno poteva dire di no; sappiamo soltanto che nel corso di questo terzo viaggio, in Egitto, mentre la nave imperiale solcava il Nilo, Antinoo finì nel fiume di notte e annegò.

aveva vent’anni e la sua morte, come tutte le morti senza testimoni, tanto più quelle di un giovane, rimase misteriosa: delitto? incidente? suicidio? e, se suicidio, una fuga oppure un sacrificio?

non credo al delitto, che sarebbe maturato nella corte per porre fine ad una situazione intollerabile: tale appare a noi, dopo secoli di cristianesimo, ma non vi era nulla di strano in questa vicenda dal punto di vista della cultura di allora: Nerone non aveva forse voluto pubblicamente sposare un suo schiavo sessant’anni prima? e che cosa avrebbe mostrato un secolo dopo Eliogabalo, in un’epoca in cui oramai il dilagare del moralismo coprì di scandalo i comportamenti che qualche decennio prima erano comunemente accettati?

se vi fosse stato il minimo segno di una congiura, non avrebbe Adriano scovato e punito in maniera esemplare i colpevoli? possibile che dovesse rassegnarsi ad una specie di ragion di stato e accettare quel colpo al suo potere senza dare segno di reazione? e allora come si sarebbero spiegati i suoi comportamenti successivi, che furono ancora più eclatanti e conclamati, su una relazione che avrebbe anche opotuto restare semisegreta e riservata alla sua vita privata?

già, perché Adriano alla morte del suo riamante amato fece di quella sventura un fatto pubblico e universale, identificò l’impero intero nel suo lutto, fece innalzare le statue del ragazzo in ogni città, scoprì addirittura una nuova stella nel firmamento che volle che fosse lui, decise insomma che fosse un dio, romano ed egizio: doveva essere venerato, ammirato, che si celebrassero sacrifici per lui.

Antinoo divenne il simbolo stesso della bellezza e della sua desiderabilità.

ma anche della devozione e dell’amore.

quando Adriano scrisse la poesia dei suoi ultimi giorni, consapevole di morire, era anche ad Antinoo che pensava, a quella morte di soli otto anni prima; parla di se stesso, oppure parlava di lui?

animuccia smarrita e dolce

compagna e ospite del mio corpo

ora ti prepari a discendere

in un mondo incolore, arido e spoglio

dove non avrai i tuoi piaceri consueti.

un istante ancora

guardiamo insieme le rive familiari

le cose che certamente non vedremo mai più…

cerchiamo anche noi di entrare nella morte a occhi aperti…

* * *

secondo lo storico Cassio Dione Antinoo non si era propriamente suicidato, si era sacrificato; è questa la versione che preferisco.

un profezia dei sacerdoti egizi aveva preannunciato a Traiano brevissima vita ancora, occorreva qualcuno che prendesse il suo posto, per placare gli dei, e Antinoo lo aveva fatto: aveva offerto i decenni di vita che restavano davanti a lui in cambio di qualche anno di vita in più per l’imperatore; forse i segni di una decadenza che avrebbe portato Adriano ad una morte che noi oggi considereremmo prematura avevano accelerato la sua decisione.

Antinoo era entrato nella morte ad occhi aperti.

forse però la sua vita valeva poco agli occhi degli dei; l’Imperatore gli sopravvisse solo otto anni.

* * *

otto anni  di follia amorosa senza più oggetto.

e di delirante culto della personalità trasposto dall’imperatore, che sempre ne era stato oggetto, a chi era stato oggetto del suo amore inesausto, ora che era scomparso.

se per gli Egizi chi cadeva nella corrente sacrale del Nilo e vi moriva, diventava per ciò stesso un dio, Adriano volle che questa divinizzazione entrasse nel culto ufficiale dell’impero.

Adriano cambiò con questo il senso stesso della divinizzazione imperiale, che fino a quel momento aveva riguardato la persona dell’imperatore, fino a che era in carica, e i suoi familiari.

questa divinizzazione riguardava più la funzione che gli esseri umani concreti che la rivestivano; era peraltro a termine e praticamente cessava con la morte: chi sacrificava più ad un imperatore defunto?

era la divinizzazione del potere, così caro alla cultura romana e poi alla religione universale apostolica romana che ne ha raccolto l’eredità.

ma con Adriano la divinizzazione diventava un gesto d’amore: era l’amore, il suo amore, che Adriano metteva sugli altari, e che amore!

* * *

noi siamo tutti cristiani, oggi, anche quando non lo siamo e quando parliamo di amore non riusciamo neppure a capire che cosa fosse l’amore in quel mondo che noi mettiamo a fondamento della nostra cultura e della nostra civiltà, ma che ne è separato per sempre dalla cesura storica irrimediabile del cristianesimo e della manipolazione della sessualità che esso ha introdotto nella storia.

parlare di Antinoo e di Adriano significa metterci a nostra volta nel percorso di un viaggio che potrebbe apparire su un altro esotico pianeta, tanto è distante ed incompatibile con esso quello che vi avveniva e che è oramai lontano ed irrecuperabile per noi.

dopo il cristianesimo, perdita dell’innocenza.

* * *

la società classica antica ci appare oggi caratterizzata da un maschilismo conclamato e innocente e da una straordinaria mancanza di pudore: nel mondo greco un rito annuale, alquanto diverso da quelli della Pasqua e del Natale, erano le falloforie o fallagogie: processioni solenni in onore di Priapo, il dio dell’erezione, e di Dioniso, il dio di ogni forma di ebbrezza e delirio: enormi membri virili di legno venivano fatti portare in processione da ragazze vergini, fra canti della folla come questo, scherzosamente allusivo all’atto sessuale:

Indietro, fate posto al dio!

Enorme, turgido, eretto,

ecco che vuole

entrare qui in mezzo.

e i gesti osceni che accompagnvano il canto si possono facilmente immaginare.

gli stessi riti esistevano a Roma nelle campagne,  le processioni con il fallo terminavano versando sui campi dal fallo stesso, come racconta Plutarco, in una simbolica eiaculazione rituale, accompagnata da cori adeguati, acqua mista a miele e succo d’uva, per propiziare il raccolto.

qualcosa del genere si trova oggi solo nel culto del lingam e della yoni in India, oppure ne rimane traccia nei bassorilievi erotici molto espliciti che decorano all’esterno i templi indo-buddisti del Nepal con scene di sesso anche perverso e trasgressivo.

ma in quelle terre il ruolo moralizzatore del buddismo è stato simile a quello esercitato in occidente dal cristianesimo, con la parallela invenzione del monachesimo, sconosciuto alle religioni pagane e all’induismo; ed oggi questo mondo di sessualità sacra, che affonda le sue radici sino alle veneri delle statuette preistoriche, rimane solo pallida traccia anche lì.

come pensare oggi a santuari religiosi dove si esercitava la prostituzione sacra come in quelli orientali della Dea Siria, che attiravano i pellegrini con la promessa di un piacere estatico, garantito dalle sacerdotesse espertissime nelle arti erotiche, che li avrebbe uniti agli dei?

ancora il sufismo, nel mondo islamico, con la sua teoria dell’orgasmo che ci congiunge a Dio, è un altro pallido ricordo di questo mondo primigenio della sessualità trionfante; così come del resto Jeshu stesso predicava – secondo uno dei vangeli più antico, quello poi condannato di Filippo – il rito sacro della camera nuziale come unico sacramento che ci congiunge a Dio.

senza questo sfondo di divinizzazione del desiderio e del sesso che è dell’umanità primitiva e che si andava spegnendo nei secoli della creazione dei grandi imperi e delle grandi religioni parallele a loro, come comprendere gli sboccati canti nuziali che accompagnavano in corteo gli sposi appena unitisi in matrimonio alla camera da letto?

era fede, quella, non lascivia.

nel mondo in cui l’eros rappresentava il collante sacro della vita umana condivisa, il sesso vi veniva trattato con l’esplicita libertà di parola che nessuna cultura ha più recuperato del tutto, neppure nell’età ipermoderna che ha generato con la pornografia la totale libertà di immagine, ma non di parola del tutto: dove l’opera di Anais Nin, di Arthur Miller e L’amante di Lady Chatterley di Lawrence restano delle eccezioni creatrici di scandalo.

perché questi sono i libri segreti della trasgressione, ma non è immaginabile del tutto, o forse non ancora, oggi, che con l’assoluta naturalezza di Platone un filosofo di oggi racconti in una discussione sulla natura dell’amore, come un ragazzo, Alcibiade, si infili nel letto del suo maestro, Socrate, per tentare di sedurlo.

mondo che consentiva tutto, riconoscendo il divino in ogni manifestazione sessuale, in cui la pedofilia omosessuale dei greci era consentita come manifestazione di una bisessualità talmente diffusa, che gli stupri della soldataglia romana vittoriosa creavano terrore perché non facevano distinzione di sesso.

ma poteva anche succedere che a farsi violentare per libera scelta fosse il generale romano vittorioso, in questo caso proprio il grande Cesare, i cui amori con un re conquistato facevano cantare ai suoi soldati che ne celebravano il trionfo “viva la regina di Bitinia”; vizio diffuso nel fondatore poco fortunato dell’impero, dei cui amori con Cleopatra da cui nacque Cesarione si sapeva benissimo che erano basati su un rovesciamento dei ruoli sessuali e su tecniche erotiche egizie certamente innominabili oggi (ma magari raffigurabili…).

* * *

una sola vistosa eccezione culturale a questo quadro, condiviso fino all’India antica e attraverso la Cina al Giappone delle geishe: un popolo piccolo, orgoglioso sino a ritenersi il popolo eletto, chiuso in se stesso attraverso l’identificazione esclusiva in una religione che da culto degli antenati si era evoluta in monolatria pur sempre in un quadro concettuale politeista e infine, attorno al quinto secolo avanti Cristo, in parallelo alla grande evoluzione internazionale verso il superamento del politeismo, in monoteismo, con la riorganizzazione complessiva nell’unico testo sacro della Torah delle diverse e successive versioni precedenti, in un tutto dall’unità apparente che proclamava forte l’esistenza di un unico Dio, ancora sconosciuta in Occidente, salvo il tentativo fallito un millennio quasi prima, dell’imperatore Ekhnaton in Egitto.

a conferma del parallelismo fra monoteismo ed impero.

l’atteggiamento verso la sessualità degli ebrei era la netta opposizione alla religione dell’eros: forse per distingersi dai culti libertini della confinante Siria, che ho appena ricordato, la religione ebraica proponeva una dura e anche feroce regolamentazione della vita sessuale, che prevedeva, come punizione di ogni forma di trasgressione, in particolare femminile, la lapidazione, regolarmente eseguita.

la fitta gragnuola di sassate che sopprimeva ogni slancio d’amore di ragazza fuori dal matrimonio, ogni caduta occasionale nella colpa di due ragazzi incapaci di controllare la loro eccitazione giovanile esuberante o la ricerca morbosa di particolarità sessuali era un modo di controllare il sesso, che agiva anche come elemento di identificazione e rendeva orgogliosi di essere diversi da tutti gli altri popoli e prescelti da Dio.

pesante eredità ideologica lasciata a chi è subentrato in quel comparto umano, al mondo islamico anche oggi.

difficile resistere alle tentazioni in mezzo a quel mondo di culti arrapanti, ma ogni trasgressione veniva maledetta dai profeti, punita da Jahvé in persona, sempre vigilante sul comportamente del Suo popolo, e castigata anche individualmente da un ceto di sacerdoti che controllavano la morale pubblica, a partire da quelle dei re.

la storia di Israle la possiamo leggere infatti anche come una storia della repressione sessuale e della lotta sanguinosa dei custodi dei libri sacri contro la licenziosità e la lussuria, come oramai veniva definita la libera ricerca della libertà erotica da questo popolo fanatizzato, e a nulla serviva che in un angolino del testo sacro stesso rimanesse un Cantico dei cantici che testimoniava che un tempo anche l’austera Israele aveva cantato l’amore sessuale come forma di ringraziamento al divino dell’universo e della vita umana: ci pensava l’allegorismo a provare a cancellarne il valore…

* * *

due mondi opposti quindi vivevano nel quadro della medesima cultura mediterranea antica e andavano sempre più polarizzandosi attorno a un politeismo che gli avversari definivano perverso e libertino e ad un monoteismo di ascendenza ebraica che gli avversari definivano incolto e fanatico.

ma le ripetute sconfitte politiche e militari avevano disperso l’ebraismo in ogni dove: gli ebrei non erano più il popolo plasmato dal sacerdote Esdra nel ritorno in Palestina di quella parte degli esuli che era abbastanza integralista da volerlo seguire, ma erano una minoranza di sinagoghe e sabati sacri sparsi a Roma, in Egitto, in Anatolia, in ogni angolo dell’impero: un decimo circa della sua popolazione globale, circa 5 milioni di esuli che vivevano come minoranza organizzata, contrapponendosi alla potenza romana in nome della propria diversità e della costruzione di un loro regno futuro che si sarebbe sostituito a quello romano e che era loro garantito dal loro testo sacro e dalle profezie.

quando i tempi esattamente fissati al profeta Daniele si compirono e l’erede discendente in linea primogenita da Davide si presentò a Gerusalemme per rivendicare il trono, ma venne consegnato ai Romani e morì in conseguenza della croce senza essere riuscito a fondare quel regno, i suoi seguaci, capeggiati dal vecchio Lazzaro figlio di Jair tentarono ancora la riscossa della dinastia, ricca di fratelli e forse anche di un figlio, con una grande rivolta che si concluse nella guerra ebraica devastante e perduta nel 70 dopo Cristo.

ma, pur cacciati dalla Palestina, gli integralisti ebrei continuarono a vivere nel resto dell’impero e a mantenere vivo il segreto di quella promessa di dominio del mondo.

* * *

come subirono gli ebrei puritani e sessuofobi la delirante grandezza del rimpianto dell’imperatore per il suo amato Antinoo? come sopportarono le città dell’impero che si riempirono delle statue nude del suo corpo bellissimo? come gestirono l’obbligo di venerarlo come un dio?

come un dio, ho detto: non come l’uomo divinizzato che gestiva, investito dalla potenza divina, l’immenso impero, ma come un uomo comune che diventava dio per decisione dell’imperatore e al quale si era tenuti a celebrare sacrifici?

nel mondo culturale greco-romano la divinizzazione di Antinoo non creava scandalo per il contenuto del rapporto omosessuale che veniva divinizzato, la bisessualità era la condizione comune dell’uomo antico, e neppure per la sua novità ideologica: Antinoo era da considerarsi dio, non un semplice eroe o semidio; ma nel politeismo di allora vi era una certa interscambiabilità di ruoli tra il dio e l’uomo, i comportamenti degli dei erano gli stessi, Zeus aveva una sessualità sfrenata, assumeva forme animali per accoppiarsi con donne che non disdegnavano accoppiarsi con animali, come quelle raffigurate sulle formelle dei templi di Kathmandù, e dunque questo era in fondo possibile.

questo concetto era invece del tutto alieno dal mondo dell’ebraismo puro e paragonabile ad una bestemmia: per gli ebrei essere dio significava essere Dio: inaccettabile.

* * *

in nome di questo rifiuto della divinizzazione di un uomo gli integralisti ebrei, detti messinaisti per la loro attesa del re ebraico universale (“christinai” in latino, con parola derivata dalla traduzione grece del termine ebraico “mashia”, re sacro) e già perseguitati da Nerone perché all’inizio della rivolta ebraica avevano messo a fuoco Roma, avevano poi cominciato a rifiutare di sacrificare all’imperatore come forma di protesta politica: si dichiaravano sudditi di un altro impero, rifiutavano di riconoscere la giurisdizione esistente in nome del regno che doveva venire: erano come guerriglieri della Brigate Rosse, cioè delle brigate ebraiche, che si appellavano alla giustizia del futuro, quella che sarebbe arrivata, del regno di Dio o dei cieli come dicevano loro, cui era proibito anche solo nominarlo, Dio: del loro regno.

ma è proprio attorno alla diffusione del culto di Antinoo, voluto da Adriano, che cambia qualcosa di fondamentale.

state attenti alle date: nel 130 muore Antinoo e comincia la sua divinizzazione; nel 132 scoppia l’ultima grande rivolta degli ebrei, quella di Bar Kokhba (o Bar Kokheba), cioè “il Figlio della Stella”; nel 135 Adriano la sconfigge in un terribile bagno di sangue, con l’uccisione si calcola di circa 700.000 ebrei, una specie di anticipazione della soluzione finale hitleriana; e nel 140 Marcione pubblica le lettere di Paolo di Tarso, che dice di avere scoperto, ma che assomigliano un po’ troppo alla teologia che sta cercando di diffondere.

nelle lettere di Paolo, personaggio storico probabilmente esistito come ebreo ortodosso persecutore degli ebrei integralisti che si richiamavano alla figura di quell’aspirante sconfitto al regno di Davide, ma che qui viene rappresentato come convertito, si costruisce per la prima volta la teologia che definisce quel Jeshu figlio di Dio e Dio a sua volta; e nasce l’interpretazione teologica grandiosa e folle della sua morte come sacrificio richiesto dal padre per la salvezza di una umanità condannata al male.

Jeshu, fino ad allora uomo, anzi “figlio dell’uomo” secondo il modo di dire ebraico, oppure figlio di Dio, in quanto ebreo, come tutti gli ebrei, diventa figlio di Dio in quanto lui stesso Dio: figlio Unico del Dio unico, però, non un dio fra i tanti dell’Olimpo.

* * *

sì, questa è una ipotesi possibile: la divinizzazione di Jeshu, la posa delle basi della più tarda teologia della Trinità, nacquero allora, come forma di protesta politica e culturale, contro lo scandalo per gli ebrei e per i moralisti che simpatizzavano loro, di un imperatore bisessuale che divinizzava nelle piazze del suo impero, grazie alla sua potenza senza limiti, il suo perduto amante che Dio stesso aveva cancellato dalla faccia della terra per lo scandalo intollerabile rappresentato dalla sua promiscuità sessuale.

ad Antinoo, uomo divinizzato in nome del libero e devastante amore che non conosce limiti, gli immigrati ebrei dell’impero, testardi e sessuofobi, che non potevano essere sterminati come in Palestina, perché diffusi ovunque e la Shoah non poteva neppure essere immaginata in un mondo di tecnologie povere, opposero il loro uomo Dio, Jeshu, il fondatore della loro religione e del loro riscatto.

ma siccome il concetto di uomo Dio era totalmente inaccettabile per l’ebraismo, che vietava agli uomini anche solo di nominare Dio, fu qui, in questo decennio sconvolgente e tragico, che nacque davvero il cristianesimo separandosi dalla religione originaria di riferimento: e infatti fu attorno a questi anni che vennero composti i vangeli ufficiali che noi attribuiamo a dei contemporanei di Jeshu, ma che il primo storico del cristianesimo, Papia, morto nella prima metà del II secolo, non conosce ancora.

da allora crebbero, anche nel nome della necessità di porre un argine alla libertà sessuale, e non solo in virtù della solidarietà che si creava fra loro, della rivalutazione della dignità della donna e del bambino, delle istituzioni caritatevoli.

in nome del loro uomo-Dio contrapposto, del Dio dell’Amore, Jeshu, contro il dio dell’amore, Antinoo, essi morivano, per un mondo nuovo, resistendo alla repressione dell’impero che cercava di salvarsi dalla loro obiezione di coscienza.

era il 138 e Adriano moriva, sconfitto dall’enfisema polmonare: non lo sapeva ancora, ma aveva già perso; il mondo che era davvero e letteralmente suo sarebbe stato dei cristiani; il suo impero universale sarebbe diventato chiesa cattolica universale, apostolica e romana, come l’impero, appunto.

* * *

oppure no, forse Adriano in realtà vinceva: perché i cristiani portavano sugli altari come Dio un uomo che aveva sacrificato la sua vita per l’umanità esattamente allo stesso modo nel quale, e per quello stesso amore puro e filiale per il quale, Antinoo aveva sacrificato la sua breve e in fondo inutile vita una notte egizia, buttandosi in pasto ai coccodrilli nel Nilo, per salvare lui e testimoniargli il suo amore.

questo post ha natura esclusivamente letteraria: ogni riferimento a fatti e persone realmente esistiti va considerato puramente casuale.

5 risposte a “il suicidio di Antinoo e la nascita del cristianesimo. 177

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  2. Un collegamento fantasioso e geniale! Se tutto è collegato in una rete solo apparentemente temporale ma in realtà oltre il tempo – come la fisica quantistica mi sembra dimostri – certamente Gesù e Antinoo si danno la mano in nome di un amore che abita una dimensione dove non ci sono né uomini né donne, dove gli angeli non hanno sesso. Dove l’eros ha una potenza ben superiore e inaudita rispetto ai nostri balbettamenti … umani, miseri e grandiosi. Ma, almeno per ora, siamo solo umani… Complimenti per la grande cultura e per la bellezza della scrittura.

    • bellissimo commento, grazie, e quanto a bellezza della scrittura mi pare che avrei da imparare.

      quello che mi colpisce anche è che abbiamo una visione molto simile, se non identica, della cosiddetta realtà: tutto è collegato in una rete solo apparentemente temporale ma in realtà oltre il tempo – come la fisica quantistica mi sembra dimostri.

      mi farebbe piacere essere visitato ed eventualmente commentato da Lei anche nel mio nuovo blog: https://corpus15.wordpress.com/

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