il porto fluviale di Mandalay. – 305

17 giugno 2012 domenica 07:57

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anche ieri pomeriggio, come già il 29 febbraio, sono uscito dalla Royal Guest House di Mandalay che il sole era sorto da un pezzo, sono salito sulla moto del mio driver, che mi aspettava con un sorriso cordiale che ho ricambiato, e poi lui mi ha portato direttamente al porto sul fiume Irrawaddy, con un percorso piuttosto breve rispetto alle decine di km di ieri, tanto che non ci sono neppure riprese del viaggio, questa volta.

inutile ripetere il già detto 108. come sono entrato nella compagnia dei Moustache Brothers di Mandalay – my Myanmar 11.:

Ci salutiamo senza altri appuntamenti: penso che sa a che ora rientra il battello, se non si farà vivo, sarà meglio per lui, perché dimostrerà che ha trovato qualche altro cliente più redditizio.

mi sono riparato per qualche momento all’ombra di una turistica tettoia a fianco della biglietteria, dove ho comperato il ticket per una navigazione di una decina di km fino a Mingun, ancora una capitale provvisoria e decaduta nei dintorni di Mandalay, la quinta e, mi pare, la più antica di tutte.

sono arrivato con molto anticipo, il battello partirà fra quasi un’ora, e ben presto mi sono addentrato lungo questa riva polverosa del fiume, densa di vita.

ho con me la mia camera video-fotografica e la mia mente, di cui lei costituisce in questo momento una specie di protesi che esteriorizza le immagini che sto cercando in modo molto meno efficiente di memorizzare anche nel mio cervello, qui più attraverso le parole che attraverso le immagini.

Questo luogo stesso però è affascinante e tumultuoso di vita: povertà e voglia di fare si confondono, ma rimane in mezzo anche lo spazio per una partitella al pallone e una musica sacra buddista diffusa da altoparlanti fortissimi: decine di barche, battelli, imbarcazioni si mescolano in un continuo movimento che coinvolge la maggior parte e, dove non lavorano i marinai, si svolgono i lavori connessi alla manutenzione dei navigli.

Ovunque si respira polvere ed attivismo; la vitalità prevale sulle immagini della miseria, che tuttavia si prestano a scorci fotografici espressivi, non mi stancherei mai di trovarne di nuovi, e del resto lo spettacolo che si svolge lì sotto ha il fascino del mare che si rompe regolare e sempre diverso sulla costa.

foto e video delle mie memorie hanno da tempo saturato il computer fisso e sono stato costretto ad acquistare un hard disk fisso in cui depositarlo, lo stesso che rompendosi l’anno scorso me ne ha fatto disperdere larga parte.

queste sono successive al guasto e mi permettono di ripercorrere non solo ieri nel montaggio, ma anche oggi in una soddisfatta rivisitazione i miei passi momento per momento.

data e orario delle foto e delle riprese video segnalano il carattere invasivo di questa dolce ossessione: alcune foto mi paiono belle, molte decisamente no, alcune sono anche mal riuscite, ma ne ho cancellata una sola, tengo anche quelle un poco sfuocate o fuori campo, tengo tutto.

l’ossessione è quella di vivere non una volta sola ma mille volte, non in una persona, ma in mille persone, o meglio quella ventina che prima o poi andranno a godersi il video, che però è potenzialmente regalato al mondo intero.

e di vivere non da solo, ma assieme alla povera felice gente che riprendo e di cui nessun altro che me parlerà mai; che non sapranno mai che io mi sono occupato, mi sto occupando, di loro, perché i loro umani sorrisi, le loro umane piccole felicità vengano un po’ meno rapidamente dimenticate.

io, il piccolo disperato rallentatore del tempo.

il tempo non è più lo stesso nell’età di internet, vorrebbe diventare l’eterno tempo presente di Nietsche.

16 o 17 giugno 2012, e io viaggio di nuovo sulle polverose rive del Mandalay, tra le nenie buddiste che escono dagli altoparlanti di un camion, nel formicare della vita povera e felice, felice io stesso, felice per sempre ed ogni volta che qualcuno cliccherà su questo piccolo video di felicità pura, felice senza neppure saperlo, felice attraverso un’altra mente, se non si annoierà a guardare (potrebbe essere possibile, per non dire probabile, chissà), se sentirà anche per un momento solo quelle onde di serena felicità che mi attraversavano quando passavo con passo indolente, birmano fra i birmani, fra il loro lavorare, il loro giocare, il loro pregare, il loro guardare il cielo limpido e i battelli grandi e piccoli pronti a salpare.

3 risposte a “il porto fluviale di Mandalay. – 305

  1. Caro Mauro è molto bello quello che scrivi . C’è l’umanità di cui avremmo bisogno tutti .
    Apprezzo molto video e foto. Ci saranno persone che guarderanno e vedranno bene l’importanza di occuparsi della vita .
    I commenti che ti ho scritto in precedenza sia su questo blog che sull’ultimo non sono andati a buon
    fine anche se avevo tentato di pubblicare ,perché dove mi trovo non c’è “campo ” o rete, internet funziona pochissimo .
    In compenso c’è il mare …L’acqua è un bene necessario, preziosissimo .
    Ho letto che in Myanmar la situazione è brutta . Dopo il golpe del 2021 si sta pure peggio , la siccità è aumentata , con pochissima acqua come faranno a vivere ? I crimini di guerra avvengono anche da loro … Mi dispiace tanto. Ciao

    • peccato per i commenti perduti, dei quali in effetti si notava la mancanza… 🙂
      posso ripeterti il consiglio che io stesso non riesco a seguire, e anche a me è successa la stessa cosa in questi giorni: scriverli prima in word e salvarli, ma se è troppo macchinoso dal cellulare, ricopiarli e salvarli prima di cliccare invio.
      ora faffio io stesso questa operazione con questo.
      grazie!
      (sì quest’ora trascorsa nel porto di Mandalay ad aspettare il battello per Mingun, credo sia stata una delle più intense di quel viaggio.
      quanto al fiume Irrawaddy, è meno famoso del Nilo, ma ben più interessante, secondo me, come si vedrà nei prossimi giorni attraverso la cronaca visiva di una lunga crociera di un giorno su un comune battello di linea.

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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