Patrizia Caffiero, Vicina del terremoto.

22 giugno 2012 venerdì 20:28

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Caro Mauro, ti ringrazio di avermi invitata a scrivere sul tuo blog.

Tu lo sai che, oltre a pregiarmi della tua amicizia (ormai dal 2005…), stimo la tua scrittura incisiva, capace di tagliare a fette le notizie, di non subirle passivamente; e di mettere nelle trame delle storie di cronaca (o di vita vissuta) un’impronta personale.

Proverò a versare qui alcune pillole della mia esperienza da “vicina di casa” dei luoghi attraversati dal terremoto in Emilia.
A presto.
Patrizia

* * *

“Lei parla di vento” disse improvvisamente la Filifiocca, “il vento che fa volare il bucato.

Ma io parlo di cicloni. Tifoni, cara la mia Gaffsa. Tornado, trombe d’aria, tempeste di sabbia…ondate che trascinano via case…ma soprattutto alludo a me stessa e alle mie paure, anche se so che non si deve.

So che ci sarà un cataclisma. Ci penso tutto il tempo, anche quando sto lavando il mio tappeto a righe.
Mi capisce? Prova anche lei le stesse sensazioni?”
“Ha provato con l’aceto?” Chiese la Gaffsa con gli occhi fissi sulla sua tazza. “I tappeti mantengono i loro colori se si mette un po’ d’aceto nell’acqua del risciacquo”.
Tove Jansson, “Racconti dalla Valle dei Mumin”

1. Essere vicini di casa di luoghi “da terremoto”.

Sono stata abituata sin dall’infanzia a considerare i luoghi colpiti da sisma, tsumani, inondazioni, luoghi altri, lontani da me. Sono nata molti anni dopo l’ultima guerra mondiale, e non a Serajevo.
Sono stata, insomma, finora, graziata.
Dalla mia nascita fino al 1996 ho vissuto a Lecce, dove non arriva a scendere quasi mai la neve, figurarsi i terremoti o le piene dei fiumi. Noi non abbiamo fiumi, ma piccoli torrenti quasi sempre secchi; per questo viviamo attaccati all’acquedotto come se fosse un tubo ombelicale. I turchi non vengono più a decapitarci, da secoli. Il mare è una risorsa blu e indaco che ci ingentilisce il clima e porta turisti innamorati pazzamente, stregati dal paesaggio eterogeneo e da un piccolo popolo viscerale e caloroso nelle sue esternazioni.
Al Sud siamo stabili, eterni. La stabilità non è stata intaccata neppure dalla crisi economica: lì si lavora in nero da un’eternità, si è disoccupati da un’eternità, e nelle campagna si sta ancora ad aspettare in gruppo la mattina presto i caporali, se si è nati con la pelle scura.
I figli della borghesia piccola e media, invece, a Lecce, esercitano l’attività di avvocato e di notaio, o di banchiere; gli altri sono sparsi per l’Italia e per il mondo, migranti benestanti e bene accolti, ormai.
Io sono una migrante della piccola borghesia, approdata in Emilia Romagna.
Mi pregio, quasi come a scusarmene, di essere stata precaria per 15 anni. Ho pagato dazio.
Dal 2008 sono un’impiegata comunale; una bibliotecaria, in un comune di 12.000 abitanti che, soprattutto a me, pugliese, sembra la casa delle bambole, il paese dei giocattoli, con una qualità di vita molto alta.

Prima della grande guerra Anzola dell’Emilia era una cittadina povera. Le galline raspavano nella piazzetta principale polverosa e bianca, sotto i gradini di marmo della statua dei caduti della prima guerra mondiale. I confini del villaggio si confondevano presto nella piana circostante. Nell’area immensa dei campi attorno dei casali di pochi padroni e di qualche residenza estiva di vescovi, agiva la miseria più atroce e scura.. Mezzadria, che significava sottomissione alle pretese avide del proprietario del fondo. E nel gradino più basso, bracciantato duro. Pochi artigiani. Una popolazione con magre risorse economiche ma pronta a ribellarsi, a organizzarsi nelle lotte antifasciste, a morire per un ideale.
Nel dopoguerra, le aziende migrarono come uccelli quasi esotici dalle città vicine, specie da Bologna. Anzola cominciò ad arricchirsi, arrivando ad oggi quasi a incarnare quello che Bologna era anni fa, un esempio bilanciato di “progresso e sviluppo culturale”, secondo il dettato di Pasolini.

2. Il terremoto dei vicini di casa

Non si può mai dire. Il terremoto, se vuole, non risparmia nessuna terra che calpestiamo.
Però (per adesso) Anzola è rimasta intoccata dai danni del sisma; io provo la sensazione di qualcuno che si sia trovato in autostrada coinvolto in un maxi-tamponamento, ma ne venga fuori senza dolo.
A 13 km da Anzola, a San Giovanni in Persiceto, 500.000 forme fresche di sei mesi di stagionatura di parmigiano sono andate distrutte nel crollo degli scaffali. Oltre cento milioni di danni. Alcune vecchie chiese sono inagibili. A 28 Km da Anzola, Crevalcore ha chiuso il suo centro storico lesionato. A 42 km da Anzola Finale Emilia (e le vicine Camposanto, Sant’Agostino, Cavezzo…) ha sussultato molto, troppo: la città era proprio seduta sull’epicentro. Qui ci sono state delle vittime. I suoi abitanti adesso vivono nelle due tendopoli della protezione civile o in camper acquistati, prestati, noleggiati, in container posteggiati sotto casa, nei giardini, dovunque.

3. spostarsi di trenta chilometri per affondare nella Realtà.

Nel mio paese, l’atmosfera è strana.
Dopo tanti anni che vi abito e ci lavoro conosco un po’ tutti. Provo a chiacchierare dell’argomento tendopoli. In molti noto disagio. Si cambia volentieri discorso.
L’onda lunga del disastro non ci ha preso, ci ha solo sfiorato, sembrano dire, non ci pensiamo troppo. Alcuni miei concittadini stanno dando una mano alla vicina Crevalcore, offrendo volontari per vari servizi al migliaio di sfollati distribuiti in due tendopoli (ma molti ospiti di amici e parenti).

Troppo silenzio, osservo.
Il perseguimento di un’atmosfera di “tutto è nella norma”, che non posso accettare.
Questo non vuol dire che loro non siano solidali con i paesi vicini.

Due settimane fa, in accordo con il comune di Crespellano (anch’esso vicino di casa, e non colpito dal sisma) solo ad Anzola – in due giorni di raccolta- abbiamo riempito un grande camion di materiali richiesti per la vita della tendopoli ( seguendo un elenco dettagliato fornito dalla protezione civile). Il nostro camion è confluito in una colonna di altri sette camion colmi di roba raccolta a Crespellano. A Finale Emilia, abbiamo scaricato i pacchi al magazzino di uno dei campi per lunghe ore, sotto il sole rovente. Altri camion hanno fatto più volte, da Crespellano, lo stesso tragitto in altri giorni.

Intanto, il cielo continua ad essere azzurro, come un grande occhio di topazio.

Abbiamo smesso da due settimane di raccogliere beni di necessità per i magazzini dei campi perché sono colmi fino all’orlo di alimenti, lenzuola, pannolini, pannoloni, shampoo, eccetera eccetera.

Non è stupendo dovere fermare una raccolta per eccesso di amore del prossimo? Adoro questo concetto .

Mi ha frastornato l’amore dell’Emilia per i propri corregionali. Non si contano le iniziative benefiche più creative, le cene di sostegno che si stanno organizzando.
È uno dei motivi centrali per cui sono innamorata della regione che mi ha adottato, l’ossatura della solidarietà che la rende forte e affidabile come diamante grezzo, che la fa ancora resistere – per ora- sulla linea di galleggiamento nel mare imbrattato, di devastazione delle azioni maldestre di un cattivo governo centrale.

Si aiuta il prossimo; ma si parla poco dei vicini di casa in tenda. Forse è rimasta nella faccia onesta dei miei concittadini la trama profonda della loro ascendenza, il comportarsi sano e riservato del contadino, che parla poco e agisce per tutto l’anno, dall’alba al tramonto.

4. L’afa.

L’afa. Questo, ora, rappresenta la seconda piaga, la seconda sventura cascata addosso ai paesini colpiti dopo le scosse del sisma; la calura sta sfrattando una per una le persone dal luogo in cui hanno fatto tana e li fa errare sotto gli alberi, facendoli smaniare per un pezzo d’ombra.

Alcuni di loro, compresi i volontari, sono presi da malori, e i bambini raddoppiano la propria inquietudine.

14 risposte a “Patrizia Caffiero, Vicina del terremoto.

  1. bentornata in questa nuova veste di collaboratrice, cara Patrizia, maestra di scrittura incisiva e tagliente.

    occorre che la la scrittura incida e tagli in carne viva se nasce dalla viva carne.

    tu sai come si fa.

  2. Carissimo,
    grazie ancora dell’ospitalità.
    Questa è l’introduzione…poi passerò a qualcosa che mi muove da dentro 🙂

  3. Pingback: Patrizia Caffiero, Sono tutti volontari! « Cor-pus·

  4. Il terremoto maledetto…non sono abbastanza documentata, però si è diffusa già presto la notizia che nei territori danneggiati, vicino all’epicentro, siano state fatte trivellazioni per estrazione gas che avevano provocato le proteste dei cittadini da tempo, perchè ritenute pericolose. appunto. Maledetto terremoto? e se invece????
    ecco un articolo sul tema:
    http://it.ibtimes.com/articles/30540/20120604/terremoto-emilia-trivellazioni-fracking-klose-ortolani-gas-mare.htm

    • che i terremoti possano avere anche cause umane è indubitabile, come anche che non possiamo ricondurli tutti a cause di questo tipo e dunque che bisogna attentamente valutare caso per caso.

      sul ruolo del fracking nel terremoto emiliano recente c’è da dubitare parecchio ad un primo approccio: il ben più distruttivo ma analogo sciame sismico di Ferrara nel Cinquecento non fu certamente preceduto da fracking.

      tuttavia è abbastanza intuitivo che non si possono estrarre dal sottosuolo miliardi di tonnellate di idrocarburi senza determinare conseguenze sull’equilibrio tettonico.

      in questo post https://bortocal.wordpress.com/2011/04/04/208-terremoti-ed-energia-nucleare-la-scimmia-con-la-pistola/ ho però messo l’accento sulle possibili conseguenze sismiche degli esperimenti nucleari sotterranei dei decenni passati.

      detto questo, evitiamo comunque di cadere in qualche nuova edizione di antropocentrismo sismico! evitiamo il fatalismo e cerchiamo di capire e di studiare come meglio possiamo.

  5. la mia posizione su questo (da non esperta del problema, ovvio) è una via di mezzo, infatti. Diciamo che suona curioso venire a conoscenza di tante proteste della popolazione di qualche scienziato accreditato PRIMA degli effetti sciagurati del sisma e proprio ESATTAMENTE nelle zone dell’epicentro…per il resto occorre andare cauti e valutare bene….ma lo stanno facendo già, stiamo a vedere 🙂

    • indubbiamente hai ragione, però vorrei vedere i documenti di prima mano, personalmente, intendo…

      forse lo farò appena ho tempo, colgo lo spunto, grazie.

  6. Pingback: Patrizia Caffiero, Laboratori di argilla (a Finale Emilia). « Cor-pus·

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