373. l’album di famiglia. 1. foto digitali e no.

chissà se esistono ancora gli album con le fotografie di famiglia nell’era digitale, forse hanno perduto il loro senso, a fronte degli archivi sterminati puramente virtuali e depositati in memorie elettroniche: in fondo oggi basta un buon sistema di classificazione della enorme quantità di foto che si fanno nell’arco di una vita per avere il più monumentale degli album di famiglia virtuali.

per non dire delle riprese digitali, che hanno sostituito le vecchie rarissime e costose pellicole, e che ora si possono riprodurre con facilità estrema, senza ricorrere al rito del videoproiettore, del telone con lo schermo, del buio della stanza.

ci si perde anche qualcosa, ma inutile farsi prendere da una nostalgia che possono semmai capire solo i coetanei e passare per un vecchio fuori del tempo agli occhi delle nuove generazioni, che conoscono solo il presente, e ritengono che questo sia anche un vantaggio.

* * *

ecco dunque che, attirato dai prodigi della modernità (facilità, riproducibilità, modificabilità), sto dedicando una piccola parte del mio tempo attuale di vacanza alla conversione digitale dei vecchi album fotografici di famiglia: fotografando pazientemente ad una ad una le vecchie foto incollate sulle pagine, e riportandole in questo modo molto empirico al formato elettronico.

il risultato non è sempre entusiasmante: le foto risultano sempre un poco deformate dalla prospettiva, che non è mai perfettamente allineata; ci sono foto molto piccole nell’album, che sono soltanto dei provini di negativi oramai perduti, che è difficile mettere a fuoco da vicino; i difetti delle fotografie, che quasi sfuggono ad occhio nudo, risultano ingigantiti dalle foto digitali, che ci hanno abituato a standard di assoluta perfezione visiva; difficilissimo eliminare i riflessi, e in alcuni casi impossibile, dato che il corpo di carta della foto è piegato, slabbrato, ricurvo, e il digitale è invece per definizione incorporeo.

così che rimane quasi sempre evidente che sto producendo la foto digitale di una foto di carta, e raramente riesce l’operazione che si vorrebbe realizzare: quella cioè di una perfetta FALSIFICAZIONE della realtà, che produca in chi guarderà la foto digitalizzata l’illusione che la foto stessa sia stata fatta con una macchina digitale.

* * *

ma non è soltanto un problema di percezione visiva, è anche una questione di linguaggio interno della fotografia stessa.

intendo dire che la fotografia del passato era un fatto fuori dall’ordinario e chi veniva ritratto esprimeva questa percezione e la trasmette tuttora a chi osserva: sono sguardi che dicono, con una punta di orgoglio, “guardami, io sono fotografato”, ho il benessere necessario per potermi fare ritrarre e attraversare il tempo per arrivare sino a te, anche se non sono un principe e non è un pittore a disegnare le mie forme, ma un diverso tipo di artista, il fotografo.

questo messaggio è così evidente in particolare proprio in quella che è la più antica foto del mio personale album di famiglia.

ma chi è questa donna?

la foto costituisce in se stessa un piccolo enigma, direi un piccolo giallo se non avessi paura di esagerare, ma insomma non sono neppure sicuro che la signora qui rappresentata faccia davvero parte dell’album, e infatti non ci è incollata sopra, ma soltanto allegata in una sua busta interna.

* * *

ma rinviando questo aspetto, vorrei tornare al modo stesso nel quale si propone questa foto, che impedisce per sempre allo spettatore di oggi di credere che possa essere presa nel modo in cui lui conosce: il piccolo immediato clic, senza quasi significato.

che risparmia non solo il consumo delle pellicole, il rito dell’inserimento, il piacere più raffinato della camera oscura, della lampada ad infrarossi, delle vaschette in cui l’immagine prende forma, dello scatto da cacciatore con cui nella penombra incerta, bisogna estrarla dalla vaschetta degli acidi, prima che si oscuri per sovraccarico di tinta, la carta da fotografia che si è nel frattempo trasformata in fotografia (eppure questi riti non sono ancora scomparsi del tutto e professionalmente sopravvivono ancora, ma sono usciti dalla vita dei dilettanti).

la foto ottocentesca invece dichiara di essere il frutto di questo lavoro artigianale, complesso, amoroso: proclama di non essere un atto banale, ma un significativo affondo nel mondo della bellezza curata che dà significato alla vita stessa.

e incornicia tanta attenzione, per rivendicare la sua sorellanza con la pittura, di cui riprende le movenze e le pose e per avvicinarsi al quadro che pretende sia solo una sua fase tecnica più antica.

ne ha preso il posto, costringendo nella storia la pittura a diventare qualcosa di completamente diverso da quel che era sempre stata, e che non si era ancora mai visto: gesto espressivo puro.

* * *

ma credo di averla già fatta troppo lunga, e potrei passare ora al piccolo giallo che riguarda questa foto.

ma mi fermo qui, per il momento, anche per un motivo molto banale: che la foto è così pesante che rende molto difficile continuare a lavorare sul file.

rinvio tutto il resto ad una prossima puntata.

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8 risposte a “373. l’album di famiglia. 1. foto digitali e no.

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  4. una prima constatazione è che sto riscoprendo anche io i “vecchi” supporti di comunicazione: ho chiesto infatti agli amici di inviarmi qualche cartolina per tracciare i posti in cui ho vissuto.
    così come ammiro un pacchetto di vecchie foto o di lettere che si sono spediti i miei genitori quando mio padre faceva il servizio militare….

    insomma, non è solo nostalgia di un altro modo, ma la vera e propria cosciente riscoperta di tecniche, di stili di vita ormai superati e legati ad una fisicità che -proprio perchè sta scomparendo- ci affascina tanto.
    una fisicità che, ancora una volta, ci rassicura rispetto alla volatilità dei formati digitali, ci riallaccia ad una concretezza storica. un pò come le tombe….

    aspettiamo allora notizie sul giallo della foto….

    • allora non è del tutto vero quello che pensavo? e cioè che questi vecchi riti stanno scomparendo? forse si stanno solo trasformando, cambia la natura del supporto, ma il rapporto psicologico che abbiamo con loro è sempre lo stesso?

      perché loro ci mettono davanti al problema del passato, che non è un problema umano nato oggi.

      il vero motivo per cui è nato questo post era proprio il desiderio di fare il punto su questo tema, dopo una discussione sul blog di Rozmilla, su cui abbiamo registrato una radicale differenza di vedute, per intenderci il tema è se il passato esista, oppure se non esista, con pesanti conseguenze anche sulla presunta esistenza del presente…

      ma da questo tuo commento capisco che questo tema, se verrà mai affrontato, lo sarà molto più in là.

      perché il semplice marginale accenno al carattere enigmatico di questa foto, vedo che ha risvegliato un accenno di curiosità, e allora il blogger deve seguire i suoi lettori, dare spazio alle loro attese, trasformare quello che aveva in mente in un giallo vero e proprio, con la giusta dose di suspence.

      (non è neppure la prima volta che provo a scrivere su un mio blog un giallo per l’estate, e non era neppure quello il primo giallo tentato in assoluto; so già che vi deluderò perché entrambi sono rimasti non finiti affatto, e credo capiterà così anche per il terzo, se ben mi conosco).

      • credo di no, cioè credo che il rapporto con la memoria sia radicalmente influenzato dalla diversità dei supporti (anche un quadro non è una foto- anzi, paradossalmente è più vicino ad una foto digitale che ad una analogica! questo è quasi un ritorno al passato….).
        quello che non cambia è il bisogno di memorie, cioè questi riti del ricordo non potranno mai scomparire (bhè, mai… almeno non in breve tempo). di conseguenza, sì: quello che cambia è il rapporto, la relazione fra passato, la sua conservazione nel presente e la sua percezione.

        • il tuo no si riferisce alla mia domanda se quelli che ho chiamato i “vecchi riti” della memoria attorno a quello straordinario strumento di sua condensazione che è la fotografia (ma poi tanto vecchi non sono, invece, se ben ci pensiamo) “si stanno solo trasformando, cambia la natura del supporto, ma il rapporto psicologico che abbiamo con loro è sempre lo stesso”.

          tu dici “che il rapporto con la memoria” è “radicalmente influenzato dalla diversità dei supporti”, e adesso provo a rifletterci su.

          prima di tutto direi che ci sta, a monte di tutto, un legame che viene a stabilirsi tra la memoria e una immagine, bi- o tridimensionale (statua) nel momento in cui l’immagine scopre il ritratto, cioè una raffigurazione non più astrattamente simbolica, ma individualizzata e concreta.

          non saprei ben dire quando questo avviene: mi viene di primo colpo in mente nell’arte egizia la fase dell’imperatore Ekhnaton (spero di averlo scritto giusto), in parallelo al momento della sua fallita riforma monoteistica; è gusto l’epoca di Nefertiti, per intenderci, il più celebre ritratto in 3D dell’Egitto, a chissà se già prima c’era stato qualcosa di simile; e qualcosa del genere avviene anche in Mesopotamia, ma non saprei dire quando; invece l’arte cinese, se ricordo la rassegna del Museo si Shanghai, rimane a lungo refrattario nei bronzi alla riproduzione stessa della figura umana.

          considerazioni disordinate e senza spessore, lascio perdere: sta di fatto che gradualmente l’umanità ha scoperto questa capacità dell’artista figurativa di dare un “ritratto”: il supporto è la tela, il marmo, il bronzo o altro materiale modellabile, la carta (per i designi): l’operazione artigianale e complessa; il tutto rende l’operazione complessa e costosa, e la riserva in linea generale alle classi privilegiate (re, imperatori, nobili, clero, solo occasionalmente qualche punta emergente del terzo stato).

          questo fa sì che la riproduzione di un viso si presti poco ad operazioni memoriali, ma mantenga un prevalente aspetto celebrativo pubblico: le gallerie degli antenati non servivano ad alimentare la nostalgia, ma a documentare la potenza e il fasto.

          e qui non ho capito perché secondo te “un quadro, paradossalmente, è più vicino ad una foto digitale che ad una analogica!”, il concetto non mi risulta così intuitivo, chiedo scusa ma dovresti spiegarmelo.

          l’invenzione della fotografia inizialmente non cambia di molto il carattere celebrativo della produzione di immagini; è vero che la fotografia si presta meno ad un uso pubblico di tipo espositivo, ma si presta alla riproducibilità e quindi rappresenta per le arti figurative a due dimensioni l’equivalente con quattro secoli di ritardo, di quello che la stampa è stata per la scrittura.

          (incidentalmente osservo che alla scrittura, per chi sapeva scrivere, è capitato molto prima un processo analogo, che ne ha fatto, fino a pochissimo tempo fa, il luogo privilegiato per la memoria individuale, sotto forma di diari, autobiografie, lettere, racconti).

          e come si passa dal grande e monumentale codice miniato, da esporre in senso celebrativo, al libro a stampa che circola in migliaia di copie, così anche la fotografia conferisce all’immagine lo stesso tipo di riproducibilità e dunque un diverso tipo di pubblicità, che consiste non nella solennità della presentazione di un unicum, ma nella possibilità di moltiplicarne senza fatica le copie, per i personaggi pubblici.

          ma la fotografia si orienta comunque di più ad un uso privato, le sue dimensioni ridotte necessariamente per motivi tecnici la costringono a questo nuovo ruolo.

          che diventa prevalente quando la semplificazione delle tecniche e l’abbattimento dei costi consentono la moltiplicazione delle fotografie, cioè delle immagini e un decisivo salto di qualità verso la loro estrema individualizzazione.

          si passa da un mondo in cui si poteva forse essere fotografati una volta sola nella vita, ed è il caso certamente di questa foto, ad un mondo in cui la fotografia documenta momenti rari ed essenziali della vita individuale (matrimoni, nascite, ricorrenze diverse), fino al momento in cui essa penetra capillarmente nella nostra vita e, se vogliamo, può documentarla addirittura momento per momento: prendi i nostri reportage fotografici di viaggio, indipendentemente dal carattere più o meno maniacale e quasi ossessivo che possono assumere per alcuni (me, per esempio).

          è in questo contesto che la fotografia di massa degli ultimi decenni e in particolare la fotografia digitale dematerializzata perfino dal punto di vista dei costi, praticamente, assumono un carattere del tutto nuovo, e appaiono quasi lo strumento dominante della cultura di massa, dato che ognuno può farsi e si fa fotografo più facilmente di quanto non possa farsi scrittore.

          mi rendo conto di essermi fatto prendere molto la mano, e che come risposta al tuo commento non ti sei meritato una chiacchierata così lunga, ma alla fine credo che sia servita a spiegare anche a me stesso perché io veda la fotografia come uno sviluppo lineare di qualcosa che era implicito nella pittura e nella fotografia digitale un ulteriore sviluppo delle potenzialità implicite nella fotografia analogica.

          quindi ti do ragione sul “rapporto con la memoria radicalmente influenzato dalla diversità dei supporti”, ma poi forse ti do anche torto sulla tua affermazione successiva: “quello che non cambia è il bisogno di memorie, cioè questi riti del ricordo non potranno mai scomparire”.

          questi riti del ricordo sono recentissimi, e propri di una civiltà che sparirà come le altre, invece.

          sullo sfondo infatti ci sta un enorme problema aperto, che credo ti possa interessare, perché te ne sei occupato a lungo: in che misura questi strumenti hanno modificato il rapporto dell’uomo con se stesso come individuo?

          la possibilità di riprodurci artificiosamente come individui in immagine e non solo ci rende tutti più individualisti?

          e poi la domanda delle domande: non è proprio questa inedita capacità di documentazione del tempo che alimenta la nostra paura della dissoluzione individuale ponendoci continuamente sotto gli occhi le tappe concrete della nostra trasformazione che altrimenti sarebbero cancellate dall’oblio?

          insomma la memoria così puntuale del passato non ha qualcosa di negativo in se stessa, non ci inchioda in maniera irrimediabile alla nostra transitorietà e insignificanza nel mondo proprio nel momento in cui ci dà invece l’illusione di sfuggire alla morte e di lasciare tracce incancellabili di noi?

          mi rendo conto di avere in realtà scritto più o meno la terza puntata del mio giallo, che si fonderà su queste considerazioni con pochi adattamenti per farle virare verso una forma più letteraria, e mi scuso di nuovo di averle inflitte a te, anziché lasciarle alloro più,adatta dimensione solipsistica, ma mi sono fatto prendere la mano…

          ma alla fine questo dissenso è circoscritto ad un punto solo, perché quando dici che “quello che cambia è il rapporto, la relazione fra passato, la sua conservazione nel presente e la sua percezione”, i ritrovo di nuovo d’accordo con te: ma è proprio perché cambia questo rapporto che il bisogno di memorie è solo così recente.

          la foto di cui mi sto occupando, certamente la più antica in assoluto del mio album di famiglia, sta giusto qui al confine, ma è il primo gesto imperioso con cui una persona, una donna, afferma: io sono qui, io sono questa, ricordatemi.

          il resto del racconto, se la mia soluzione del giallo è corretta, spiegherà perché.

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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