381. l’album di famiglia. 3. a Vittorio, non ancora Veneto, nello Studio De Poi.

nessuna ricerca filologica potrà mai restituirci fino in fondo il mistero di una identità perduta, e ogni identità che scompare carnalmente dal mondo trascina con sè di solito quasi tutti i suoi segreti: le poche eccezioni sono conquistate col sangue e con una buona dose di fortuna in più durante una vita intera.

non è stato il caso della donna che si è disposta, dove? quando? perché?, davanti all’obiettivo del fotografo, e la cui identità è oggi quasi completamente perduta. (per rivedere la foto, per favore cliccate qui).

il retro della fotografia, dicevamo, individua un luogo, ma non riesce a precisare il tempo della foto, più di quanto potevamo già sapere dalla fotografia stessa.

in un tempo nel quale il lavoro del fotografo era ancora molto vicino a quello del pittore, tanto è vero che davanti a lui, che usava una macchina, invece del pennello, si doveva ancora posare, il timbro sul retro della foto della sconosciuta conferma prima di tutto il nome della bottega, De Poi Antonio.

nome collocato all’interno di un bizzarro e quasi indecifrabile disegno, nel quale si distinguono però, come parte del fregio, delle pellicole stilizzate, e poi l’orgogliosa qualifica, Fotografo.

la cui attività doveva poi essere anche intensa e redditizia, se la fotografia, accuratamente classificata, ha un numero progressivo di lavorazione decisamente alto: questo è l’esemplare n. 3 della foto n. 11.518 dello studio.

e le altre copie, come minimo due, dove saranno finite?

* * *

alcune persone con questo raro cognome De Poi, una cinquantina, vivono oggi in provincia di Treviso, la maggior parte nel paese di Vidor; 4 vivono a Vittorio Veneto; ma non sembra che abbiano a che fare col mondo della fotografia.

quanto a Vittorio, che compare nel timbro, si chiamava ancora così il Comune della parte settentrionale della provincia di Treviso, al quale venne aggiunto l’aggettivo di Veneto solo nel 1923, quando gli venne attribuito anche il titolo di Città, a nobilitazione della battaglia lì combattuta che aveva segnato per l’Italia la fine della prima guerra mondiale e la disfatta dell’esercito austriaco; ed era stato costituito nel 1866, quando il Veneto fu tolto all’Austria ed annesso all’Italia, col nome nuovo in onore del re di allora, Vittorio Emanuele II, fondendo i precedenti comuni di Ceneda e di Serravalle.

negli anni che precedettero la prima guerra mondiale era già un centro piuttosto importante, con circa 20.000 abitanti.

capace, evidentemente di attrarre clienti da un’area piuttosto estesa: Camino e Oderzo, da cui proveniva la famiglia di mio padre, sono all’estremità sud-orientale della stessa provincia, a conferma del fatto che farsi una fotografia era un fatto straordinario, meritevole anche di un lungo viaggio.

* * *

che il timbro riporti questa denominazione del paese, Vittorio, conferma che la foto precede la prima guerra mondiale, ma per datarla un po’ meno approssimativamente non ci resta che ritornare al sussidio della storia della moda, che riporta un abito di fattezze simili all’inizio degli anni Novanta dell’Ottocento: rispetto ai quali l’abito della sconosciuta ha un’aria più casereccia e meno sontuosa, ma ha lo stesso taglio delle maniche sul gomito, con quel buffo rigonfiamento che qui si vede nell’abito rosso.

solo che in quegli anni mia nonna aveva soltanto una decina d’anni, essendo nata nel 1880, e questo la esclude del tutto dal poter essere lei la donna fotografata; non ci rimane altra possibilità di spiegare alcune isolate somiglianze fisiche di mia nonna con questa signora, che accettare la attribuzione orale: questa è la foto della madre di mia nonna.

di questa bisnonna esiste anche un ritratto su tela, e questo lo possedeva mio cugino Andrea, nella sua casa di Dolceacqua, in Liguria, quasi al confine con la Francia: lui che era il depositario maggiore delle tradizioni della famiglia di mio padre purtroppo non c’è più, ma io una volta l’ho visto, mi pare di ricordare che, effettivamente, sì, c’era una certa somiglianza tra quel ritratto e la fotografia, ma non ci sarebbe neppure niente di strano, perché Andrea aggiunse, se non ricordo male, che il ritratto era stato ricavato dalla fotografia, dopo che quella nostra bisnonna era morta prematuramente.

* * *

vi è una sola stranezza in quell’abito: quella moda imponeva, come ben si vede dalle illustrazioni qui sopra, il vitino di vespa: la sconosciuta non ha proprio il fisico adatto, e il vitino proprio non è neppure accennato.

però c’è di più: guardando bene, si può vedere addirittura un leggero rigonfiamento del ventre, lievemente antiestetico, ma che evidentemente non si poteva proprio comprimere.

non c’è dubbio, secondo me, la sconosciuta aspetta un bambino.

ma vi sembra questa l’espressione di una donna incinta?

* * *

donna sposata, che ostenta una fede al dito, che si colloca fra una sedia dozzinale e una nobile pianta ornamentale, verso la quale tende la mano, mentre con una mano tiene ben chiuso un fazzolettino bianco, mentre quello che sembra uscire dalla manica come un capriccioso fazzolettino colorato è in realtà semplicemente una foglia.

con quel gesto essa dice che il suo mondo è questo, non quello ordinario.

ma la sua espressione è cupa, davanti al portone squadrato che le chiude ogni spazio alle spalle.

se era lei, aveva già una figlia decenne, Maria Rossi, e un marito, perché non ci sono?

se era lei, stava aspettando il secondo figlio, Giuseppe Rossi.

* * *

ma c’erano poi addirittura dieci anni di differenza tra mia nonna e suo fratello?

non lo bene, tutto è sepolto dalla nebbia della dimenticanza, dal quale si estraggono faticosamente frammenti non so se di storia o di leggenda familiare, ma credo di sì, per un motivo storico.

questo mio prozio, che di professione era insegnante di Matematica in un liceo di Padova e poi fu anche consigliere comunale negli anni Cinquanta per il Partito Socialdemocratico, ebbe un ruolo, che mia madre definiva importante, nella Resistenza Veneta; sono riuscito a trovarne una misera traccia, che tuttavia segna una conferma.

Istituto: ISTITUTO VENETO PER LA STORIA DELLA RESISTENZA

Fondo: Cln di Padova

Fascicolo: Cassa di risparmio

Busta 21, Fasc. 86

Lettera di delega per la firma del Cln di Padova a Giuseppe Rossi; ricevute di addebito e di accredito, saldi di conto corrente. cc. 99
Date: 18/05/1945 – 27/97/1946;

Compilatore: Suman Marco 31/10/2000.

una ricevuta di 99 centesimi, ecco tutto ciò che la storia ricorda di una vita che ebbe i soi momenti sfolgoranti di pericolo e di qualche grandezza.

* * *

durante l’occupazione tedesca, quindi fra il 1943 e il 1945, il mio prozio Giuseppe fu costretto a nascondersi nella casa di sua sorella, la mia nonna paterna Maria, dove allora viveva anche mia madre, che faceva la staffetta partigiana per conto in particolare di suo cugino Nino, partigiano di Giustizia e Libertà.

la delazione di alcuni vicini, l’irruzione dei soldati nazisti una mattina all’alba, che circondarono la casa per perquisirla, fortunatamente senza esito, perché non trovarono l’improvvisato nascondiglio escogitato sul momento da mia madre, che alla fine portarono via e incarcerarono per un suo gesto sconsiderato di provocazione, sono un episodio altamente drammatico della vita familiare, che ora non voglio raccontare.

lo cito solo per dire che mia nonna era vicina ai 65 anni allora, ma se viera poca differenza di età col fratello, l’età di questo non mi sembra molto congrua, pur se non impossibile, per la latitanza con rischio della vita che Giuseppe affrontò: se invece aveva una decina d’anni di meno ed era attorno ai 55 anni, questo scenario diventa più plausibile.

il fatto che sia morto, a quanto ricordo, poco prima di mia nonna non è di ostacolo, perché mia nonna morì a 85 anni, decrepita e devastata dall’Alzheimer, mentre la sua foto ricordo di uomo sereno e buono ce lo riconsegna ancora lucido e con meno anni a segnargli il viso: sì quella potrebbe essere la foto di un uomo morto prima dei 75 anni.

* * *

ma le incertezze e le incongruenze non sono mica finite!

mia nonna si diceva che non era di Torino, sempre secondo la leggenda familiare: che ci faceva allora sua madre a Vittorio quando lei era ancora bambina?

nello stesso tempo, in virtù del suo cognome, Rossi, che era poi quello degli antichi signori di Camino, uno dei quali Gherardo, citato anche da Dante e con grande rispetto e ammirazione, mia nonna pretendeva di essere una discendente di questa famiglia nobile, che poi in realtà era diventata de’ Rossi, per cui mai pretesa fu più discordante di questa dalla realtà: della povera moglie di un operaio tipografo che pretendeva di essere una contessa decaduta e in incognito…

pur se, a conferma di questa rivendicazione, la famiglia ridotta quasi alla fame aveva trovato i soldi per far affrescare nello stanzone più grande dell’osteria parte della casa di famiglia, proprio i versi di Dante!

scelte tutte incompatibili per una donna torinese…

e quindi io la risolvo così: si deve pensare che la nonna si fosse trasferita a Torino, seguendo il padre, dopo la tragedia che l’aveva colpita dal lato di sua madre, ma non avesse mai perduto i contatti con la terra d’origine.

e vi fosse poi tornata precipitosamente dopo la seconda tragedia che l’aveva colpita dalla parte del fidanzato fedifrago che aveva deciso all’improvviso per un’altra, per sposare in pochi giorni il primo in pratica che l’aveva richiesta, e potere almeno battere sul tempo il traditore.

e per viverci poi la successiva tragedia che l’aveva colpita dal lato di un figlio, il più piccolo e amato dei quattro, tutti maschi, Mario.

ma “se avessi avuto una figlia femmina – lei diceva – le avrei insegnato anche a fare le ali alle mosche”.

* * *

ma è poi proprio il retro della fotografia che solleva l’ultima e irrisolvibile domanda, e lascia sospeso nel nulla dell’incertezza perfino la semplice questione di chi sia veramente la donna: proveremo comunque a costruire qualche risposta su aspetti che sono veramente oscuri.

la domanda nasce allargando il campo di osservazione al di là del timbro dell’orgoglioso fotografo, che ripete il n. 11.518 della sua creazione:

già,  perché di fianco al timbro azzurro, scritta in inchiostro scuro, sta una frase in tedesco, un poco sgrammaticato (tra parentesi indico le correzioni necessarie):

di(e) Frau bekom(m)t dunkle Bluse

ma il solito problema dell’incapacità del netbook di gestire un file carico di tante fotografie mi costringe a rinviare ogni tentativo di spiegazione di questo vero e proprio enigma al prossimo post.

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Una risposta a “381. l’album di famiglia. 3. a Vittorio, non ancora Veneto, nello Studio De Poi.

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