386. l’album di famiglia. 4. l’enigma tedesco, risolto.

i precedenti post di questa serie si possono trovare cliccando su questo link: album

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è stata quella scritta in tedesco sul retro della foto che fino ad allora pensavo fosse della mia bisnonna  a mettere in crisi tutte le mie certezze: la mia bisnonna non era mica tedesca!

di qui l’idea che la foto fosse estranea alla famiglia, capitata in mezzo alle altre foto sparse in varie e confuse buste per qualche strano caso, e poi assunta a parte di una tradizione fasulla.

un gruppo di fotografie di famiglia, una importante famiglia milanese, di quello stesso periodo, è giunta pure, attraverso vicende strane, in mio possesso: documenta i soggiorni sul lago di Garda con i suoi parenti nella villa di Bogliaco dell’ingegnere che progettò la strada favolosa da quel paese a Tremosine: non poteva appartenere a queste ed essersi scambiata semplicemente di posto?

questo impatto emotivo legato alla assoluta straordinarietà di quel commento in tedesco è stato tale da farmi trascurare altri dettagli, come il timbro del fotografo della città di Vittorio, che la riportavano invece, anche se vagamente, in un ambito geografico familiare.

insomma, questa è davvero la mia bisnonna, che mi guarda con lo sguardo intenso e cupo da un anno intorno al 1890: per dirmi che cosa?

lo sapremo, lo sapremo presto – non prendetemi per pazzo, ma vi spiegherò anche questo: lei “sapeva” che io sarei arrivato a capirlo.

lei sapeva che avrei scritto questo racconto su di lei, lei si è fatta fotografare proprio per questo.

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non mi sono mai soffermato attentamente su quella frase tedesca: l’ho fatto in questi giorni, e il suo risultato è stato talmente stupefacente che ho bisogno come di diluirlo, di farlo emergere a poco a poco.

ma inventiamoci prima di tutto una qualche spiegazione su perché la scritta sia in tedesco.

prima di tutto: il fotografo De Poi non lo era, a giudicare dal cognome italiano (a meno che non fosse il figlio di qualche immigrato in Germania, nato lì e poi rientrato già adulto, a impiantare lo studio fotografico, abituato all’uso del tedesco come prima lingua).

ma questa scritta è sua? non potrebbe essere, semplicemente che lui fosse il gestore della ditta e che nel suo negozio operasse un fotografo tedesco? e che l’annotazione fosse di questo?

comunque sia, è proprio il fatto che io scopra un’altra volta la scritta tedesca e mi dedichi a cercare di carpirle i suoi segreti proprio ora che sono in Germania, che acuisce il mio interesse e lo rende quasi morboso.

mi pare che nulla in questa storia maledetta di morte che riappare a 120 anni di distanza sia casuale: neppure la lingua del fotografo!

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prima di tutto bisogna interpretarle, queste scritte.

a partire dal fatto che sono composte di due parti o forse tre: una parola in alto, difficilmente leggibile; una parola sotto, capovolta rispetto alla prima, e pure illeggibile, sembra: e una frase sotto, l’unica che, almeno in apparenza, a prima lettura dà un senso:

di(e) Frau bekom(m)t dunkle Bluse

la donna riceve camicetta scura

che razza di imbroglio! che cosa significa?

si tratta forse di una ricevuta? la donna aveva lasciato in pegno al fotografo una camicetta scura ordinando la foto, non avendo al momento il denaro per pagarla?

e allora la parola capovolta lì sopra è la ricevuta con la quale sottoscrive di averla ricevuta indietro al momento in cui è tornata a ritirare la foto e l’ha pagata?

che scenario narrativo bislacco.

passi che il fotografo De Poi sia un italiano tedeschizzato (ma ci scommetto come su un due di coppe a briscola), ma che la signora sia una morta di fame che corre a farsi la fotografia della sua vita (non ce ne sono certo altre) senza neppure i soldi in tasca!

e che motivo mai ci poteva essere così urgente per una scelta alquanto dissennata?

l’indagatore ritira le sue scombinate ipotesi e riprova ancora.

anche se una cosa gli sembra comunque accertata: che la scritta non è stata apposta dopo, in altre circostanze, ma è proprio legata alla realizzazione della foto.

* * *

neppure linguisticamente i conti tornano del tutto: come mai manca l’articolo davanti a Bluse? doveva essere, semmai: di(e) Frau bekom(m)t /eine oppure die/ dunkle Bluse: la donna riceve /una oppure la/ camicetta scura.

e perché Bluse è sottolineato tre volte?

ora che ho trovato la soluzione, sembrerà ridicolo che ci abbia messo dei giorni per arrivarci: l’evidenza è semplice e immediata.

le frasi sono due:

di(e) Frau bekom(m)t

dunkle Bluse!!!

la seconda è un ordine: le tre sottolineature sono come tre punti esclamativi.

il fotografo è incazzato…: “mettetele una camicetta scura!!!”.

e una volta che si capisce che bekommt non ha complemento oggetto, è intransitivo, ecco che emerge un suo significato particolare: bekommen, aspettare un bambino, essere incinta.

ve l’avevo detto io, no? a guardare bene la foto, si vede che la bisnonna è incinta e, giuro, quando ho fatto questa osservazione non avevo ancora capito la frase…

semmai è stato il contrario, è stata la fotografia che mi ha aiutato a capire le parole.

* * *

chi dirige quel laboratorio fotografico è dunque un tedesco, osserva tutto con scrupolo e pignoleria.

ma è anche un italiano: ha un notevole gusto estetico.

sì, il fotografo De Poi è un italiano tornato dalla Germania (come me).

e io, vedi un po’ la coincidenza, conosco per motivi di lavoro un poco meglio della media la storia della immigrazione italiana in Germania.

c’erano già degli italiani che andavano a lavorare in Germania nei secoli passati: prima, nel Seicento e nel Settecento, erano soprattutto artisti e loro lavoranti, con l’Ottocento arrivarono anche carpentieri per altri lavori sempre di costruzione…

ricordo anche confusamente, ad esempio, una immigrazione italiana a Rastatt già nella prima metà dell’Ottocento per la costruzione della ferrovia.

credo proprio che oggi vado a farci un giro, non l’ho neppure mai vista salvo che di fretta e per lavoro…

* * *

De Poi…

“poi” in tedesco si dice Dann; e il cognome Dann esiste – anche in Germania, e il suo centro di diffusione è Karlsruhe, a 20 km da Rastatt; tre famiglie col cognome Dann esistono comunque anche in questa città.

ma Dann sembra a sua volta una tedeschizzazione grafica di Dan, diminutivo di Daniel o Daniele.

un Daniele che va in Germania, vi viene chiamato Dann, e poi ritorna, lui o il figlio, in Italia e lo chiamano von Dann, figlio di Dann, ma tradotto in italiano “De Poi”.

santo cielo, ma come si muovono gli uomini, e i loro nomi/cognomi con loro!

* * *

scenario: Von Dann, di professione fotografo, attorno agli anni Settanta dell’Ottocento si unisce a qualche italiano di Vittorio che è andato in zona a costruire la ferrovia che passa anche per Rastatt, oppure è figlio di qualcuno che lo ha fatto (la differenza fra padre e figli non è più così importante a un secolo e mezzo di distanza) ed è diventato amico suo e ora rientra in Italia; e Von Dann è venuto in Italia a fare il fotografo…

il mondo del resto è pieno di Dann che si occupano di fotografia: Robert Dann, Inghilterra; Maya Dann, Israele, è su Facebook; Jonathan Dann, Florida, USA (non cliccate, ha sito civetta, non vi mollerà più e vi farà guardare tutte le sue foto; troppo tardi?); Geoff Dann, London; dannadams, Alabama, non so bene se rientri in questa categoria; e sono stato solo alla prima pagina google.

ma siamo su un sentiero morto, o meglio su un sentiero che apre su altri sentieri senza fine.

* * *

in ogni caso il fotografo tedesco che lavorava da De Poi, con cognome italianizzato, se era De Poi stesso credo accertato che si chiamasse in origine Dann; e i pochi De Poi che esistono in Italia, in un’area che raggia da un paesino vicino a Vittorio, discendono tutti da lui.

il tedesco era un perfezionista: della silhouette della dama troppo arrotondata sul ventre noi ci accorgiamo appena, ma con la moda dei vitini di vespa questo era uno scadimento intollerabile nel gusto.

von Dann controlla sempre le foto che un suo lavorante gli presenta: si tratta di un prodotto di alta qualità e di costo; e qui ordina di rifare la fotografia, mettendo alla dama una camicetta scura che nasconda meglio la sua condizione.

* * *

ma c’era poco da fare oramai, c’era poco da nascondere…

prima di dedicarci a queste ulteriori domande, finiamo di risolvere l’enigma del resto che ci sta scritto; ora con qualche sforzo, aiutato dal senso compreso, credo di esserci riuscito.

in alto, orientato come il resto della scritta c’è “Brust”, il petto.

e di traverso, annotato con più fretta, tanto da scrivere l’articolo (sempre con ortografia sbagliata) attaccato al nome: d(e)rStuhl, der Stuhl, la sedia.

il fotografo di allora ha visto con i miei stessi occhi tutto quel che non va nella fotografia: la sedia troppo rozza, il petto non abbastanza in rilievo, l’evidenza di una maternità avanzata: rifare!

fine della strana storia di Daniele che divenne Dann o von Dann e ridivenne poi, attraverso i suoi discendenti, De Poi.

ritorna nel nulla totale da cui per un istante l’ho fatto uscire…

* * *

ma la bisnonna le tre foto le prese com’erano, pagò senza discutere: non le importava che si capisse che era incinta, anzi voleva proprio che si capisse, in fondo la foto l’aveva fatta proprio per quello.

chi era attorno a lei, marito, figlia, lo sapeva già e non ci avrebbe fatto caso.

il tempo avrebbe cancellato in fretta un dettaglio tanto importante, ma ci sarebbe stato qualcuno in grado di scoprirlo di nuovo, se fosse rimasto almeno accennato.

meglio che si vedesse quel difetto (o devo dire quella colpa?).

la bisnonna non rifece più il viaggio lungo e difficile allora per Vittorio, non tornò più dal fotografo, non ebbe neppure più molto tempo per farlo.

perché proprio nel mettere al mondo quel figlio morì.

ci furono urla, pianti, disperazione, qualcosa si era messo di traverso, sembrava tutto impossibile, e invece il buio calò per sempre e solo il bambino si salvò.

un maschio, Giuseppe, ma questo lo sapete già.

* * *

lei morì, intendo alla vita reale, perché non cessò per questo di intervenire nella vita della famiglia in altri modi.

ma di questo altra volta, certamente.

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3 risposte a “386. l’album di famiglia. 4. l’enigma tedesco, risolto.

  1. bella storia, complimenti per la ricostruzione. ancor più bella pensando alle vite che ci sono dietro…
    ed affascinantissima la ricostruzione “filologica” sui nomi e cognomi degli immigranti!

    • è un mio difetto, non sono capace di costruire storie di fantasia e non lo trovo neppure interessante, devo per forza occuparmi di argomenti reali; poi, come dici tu, credo che in questo si senta il bisogno di uno spessore emotivo profondo che è data anche dalla consapevolezza della realtà di queste storie e di queste persone.

      realtà! ho detto realtà! ma vedrai come mi contraddico.

      è che la filologia, qui applicata ad argomenti molto spuri, è l’unica arte che conosco davvero…

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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