394. l’album di famiglia. 5. Nietsche, Severino e l’arte della fotografia.

come siamo arrivati sino a questo punto? quasi trascinati…

redpoz 25 luglio 2012

aspettiamo allora notizie sul giallo della foto….

perché il semplice marginale accenno al carattere enigmatico di questa foto vedo che ha risvegliato un accenno di curiosità, allora il blogger deve seguire i suoi lettori, dare spazio alle loro attese, trasformare quello che aveva in mente in un giallo vero e proprio, con la giusta dose di suspence.

(non è neppure la prima volta che provo a scrivere su un mio blog un giallo per l’estate, e non era neppure quello il primo giallo tentato in assoluto; so già che vi deluderò perché entrambi sono rimasti non finiti affatto, e credo capiterà così anche per il terzo, se ben mi conosco).

bortocal 26 luglio 2012 

la foto di cui mi sto occupando, certamente la più antica in assoluto del mio album di famiglia, sta giusto qui al confine, ma è il primo gesto imperioso con cui una persona, una donna, afferma: io sono qui, io sono questa, ricordatemi.

il resto del racconto, se la mia soluzione del giallo è corretta, spiegherà perché.

* * *

ma la soluzione del primo enigma a cui siamo arrivati nella costruzione di questo giallo che non si è neppure ben delineato ancora, non è altro che il punto di partenza di altre domande: arrivato ad una prima solida acquisizione, attraverso l’analisi critica della fotografia, della sua attribuzione alla mia bisnonna paterna (per linea materna, insomma alla mamma della mamma di mio padre), ora l’enigma da risolvere si allarga e dilaga.

aiuta quello strumento straordinario che è la rete, nient’altro che comunicazione umana, ma quanto potenziata.

Caro Mauro,

ho letto la storia della foto della bisnonna; ho anche chiamato Bianca (di Andrea) per sapere se le sovveniva qualche particolare.
Mi ha detto che loro a Dolceacqua hanno sì un quadro della bisnonna, quadro che era stato ricavato da una foto (mezzo busto di profilo).
Il quadro è stato dipinto da “Pierre” il compagno della prozia Blanche che Andrea simpaticamente definiva “peintre de jour e chansonnier la nuit”.
Non conosco molto, anzi conosco pochissimo, della storia di famiglia. In casa non si parlava per niente. Non c’era mai occasione per  scambio di opinioni o rivangamenti del passato. C’era il lavoro innanzi tutto e con quel tipo di attività non si pranzava mai assieme. Non esistevano festività da dividere in tranquillità in famiglia.
Sulla bisnonna avevo sentito una storia strana (che fosse caduta nel fiume e annegata) forse accidentalmente forse no nel “Navisego”.
Andrea diceva che la bisnonna era la figlia illegittima di un conte ed aveva sposato il fattore, sempre alle dipendenze dell’aristocratico.
Ricordo che la nonna diceva che sua mamma era morta quando lei aveva appena sei anni e vivevano in una casa in centro ad Oderzo.

Questa casa, sempre che la memoria non mi inganni, è ora di proprietà del marito di una mia amica, tale Dino S., il cui padre l’aveva acquistata da …… (non mi viene, ma ne saprò di più).
Ti aggiornerò
Nel frattempo un abbraccio forte forte

* * *

questa mail di mia cugina riempie di uno straordinario potenziale narrativo la storia appena abbozzata: conferma il ritratto non preso dal vero da un pittore francese, ma ricavato da una seconda fotografia di profilo; ribalta gli scenari sinora noti, introducendo non una morte di parto, ma per  misterioso annegamento, forse un suicidio, aggiungendo variazioni leggendarie alla vicenda base della morte precoce; modifica i rapporti temporali acquisiti, perché fissa a sei anni l’età della nonna quando sua madre morì, e non a 10 come avevo calcolato, anticipando quindi la data della foto come minimo al 1886.

e soprattutto crea finalmente un’aura compiutamente romanzesca, con la nascita illegittima, il matrimonio combinato, la morte oscura.

non mi resta che lasciare alle reliquie dell’invenzione sbagliata alcuni particolari degli scenari sinora tracciati, ed aspettare gli sviluppi degli eventi, confidando sull’apporto di alcune persone che mi vogliono bene e mi sono care.

* * *

però, nell’attesa, ora chiederò all’eventuale lettore la pazienza di sorbirsi alcune riflessioni su quel che sto scrivendo, che riguardano l’eventuale senso di questa battaglia disperata per restituire sostanza di vita a una immagine sbiadita e giallognola, ad una antica foto.

il tema è quello della lotta contro il tempo che tutti ci consuma: il tema è quello di una protesta contro la morte di tutte le cose che rende insignificante in breve tempo quel che siamo stati.

il tema è questo dolore del morire che ci portiamo dentro, da quando siamo consapevoli che non c’è nessuna differenza tra l’essere e il non essere stati.

enigma straziante, di cui cui cercherò di dare una versione presuntuosamente filosofica.

non pretendo che sia letta: se risulterà indigesta, e probabilmente lo sarà, si può saltare; saltare questo post e anche il successivo, e attendere il post numero 6 che proverà a tornare nella Oderzo di fine Ottocento per capire come morì la donna cupa della fotografia, se non morì di parto, ma annegata nel fiume.

* * *

quando scrivevo il primo post di questa serie, interrotto quasi soltanto per la sua lunghezza, non pensavo che sarebbe stato il punto di partenza di un racconto lungo; il vero motivo per cui era nato era il desiderio di affrontare questo tema: se il passato esista, oppure se non esista, attraverso un caso concreto, dopo una discussione sul blog di Rozmilla, nella quale avevamo registrato una radicale differenza di vedute.

“la realtà è la memoria”, ho scritto tre giorni fa, in un’ideale sintesi del mio pensiero e quasi una anticipazione del tema di questo post di oggi.

mi ha scritto redpoz, commentandomi:

questa riflessione andrebbe anche rapportata a… Nietzsche?

forse forzando il suo pensiero, il ricordo è in qualche modo “contrario alla vita”.

ma allora dovremmo ammettere che la realtà è contraria alla vita….

Nietsche parlava in realtà della memoria artificiale e culturale, io invece intendevo parlare di quella naturale, per la quale non so quanto sia valida l’estensione della sua critica.

però per Nietsche certamente la memoria in genere è il segno di un vivere intellettualistico e controllato e dunque tale da porsi in conflitto con la vita autentica, da intendere come pura espressione degli istinti di un eterno presente.

ma la conclusione a me pare filosoficamente paradossale: l’eterno presente nietschiano abolisce il valore della memoria, per lui è la memoria che è malata e introduce il perturbante del flusso di coscienza in un mondo perfetto nella sua immobilità eternamente presente.

ma allora rimane inspiegabile e tragica la transitorietà della coscienza, che osserva  le cose per conto loro eternamente presenti.

* * *

Nietsche rifiuta Eraclito: non sono le cose che scorrono, ma l’occhio che le guarda.

ma da dove si genera allora questa coscienza infelice in un mondo perfetto?

no, preferisco pensare che imperfetto è il mondo e che è la coscienza che cerca di portarvi un ordine e un senso, di cui il primo mattone è la memoria.

la quale fa sì che le cose non muoiano completamente nel momento stesso in cui esistano, ma almeno parzialmente sopravvivano in una continuità che viene data loro dal fatto che vi sia la possibilità di ricordarle.

ed è la memoria che costruisce la sua propria storia, cioè la memoria della memoria, senza la quale neppure sarebbe possibile parlare del presente come di qualcosa che si distingue dal passato.

l’assoluto eterno presente neppure potrebbe essere definito come presente se non vi fossero la memoria e l’immaginazione a distinguerlo dal passato e dal futuro.

* * *

la realtà è dunque questo processo mentale, il passato non esiste al di fuori della mente che lo ricrea, oppure ricorda: recordari, da riportare alla radice di “cor”, il cuore (il cuore anche di cor-pus, se posso citarmi).

faccio fatica a metterla a fuoco perfettamente, questa parola, con quel prefisso re-, che significa “di nuovo”, e il valore medio della forma verbale che sottolinea l’interesse personale che muove l’azione: qualcosa come “rimettersi nel cuore”?, dove il cuore è chiaramente l’autocoscienza, quello che noi oggi diremmo e diciamo “testa”.

* * *

in una linea filosofica nietschiano-severiniana vi è un assoluto eterno presente da cui le coscienze attingono le loro esperienze solo apparentemente transitorie; in una linea interpretativa ancora neo-neo-kantiana, nel mondo oscuro di una presenza senza tempo la coscienza crea la realtà e la consolida attraverso l’interpretazione.

nella prima narrazione del mondo il passato preeesiste alla coscienza che lo ricorda e la sua eterna potenziale presenza fa sì che noi possiamo sempre attingervi; nella seconda il flusso delle cose tumultuoso e oscuramente inconoscibile, neppure propriamente reale fino a che non è vissuto, permette alla coscienza di strappare alla morte istantanea frammenti quasi insignificanti del percepito e cancellato.

sui quali si ricostruisce quella fragile tela di eventi che chiamiamo realtà.

* * *

ma è ben chiaro che, se il passato non esiste in se stesso e fuori di noi, questo ha pesanti conseguenze anche sulla presunta esistenza del presente…

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Una risposta a “394. l’album di famiglia. 5. Nietsche, Severino e l’arte della fotografia.

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