Domenico Corradini H. Broussard, Il figlio del testimone (tra Zagrebelsky, Monti e Scalfari).

27 agosto 2012 lunedì  14:02

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Ciò che sconcerta l’omino di media cultura antropologica è che nel suo editoriale di venerdì scorso Ezio Mauro abbia chiamato Mancino «testimone di rango»,

e l’omino di media cultura antropologica l’ha già sentita una roba simile, e siccome domani deve testimoniare in tribunale si chiede se lui è un testimone di basso rango o senza rango, tipo maniscalco o verduraio o pesciaio o lattaio o arrotino o calzolaio,

e si compiace l’omino di media cultura antropologica che nell’editoriale di oggi Eugenio Scalfari si sia cimentato con problemi economici e non giuridici,

e solo lo lascia perplesso il «Post scriptum», dove l’amicizia con Mauro è sventolata ai quattro venti e del rapporto con Zagrebelsky niente si dice,

e dove si afferma che la Consulta «garantisce la costituzionalità delle leggi e dei comportamenti», e il figlio avvocaticchio dell’omino di media cultura antropologica gli sussurra all’orecchio che no, che

anche il giudizio su un conflitto d’attribuzione, papà – Scalfari si ostina a scrivere «conflitto di attribuzioni» – è un giudizio di legittimità su leggi ordinarie,

papà, Scalfari e Monti non hanno invitato Napolitano a parlare delle due telefonate con Mancino, e invece hanno pressato la procura di Palermo per tacere,

e intorno a Napolitano hanno costruito un cerchio di fuoco per proteggerlo da un’ondata di opinione pubblica imbufalita o delusa,

papà, quei due hanno proceduto a ranghi serrati, e tu vai a pensare al rango e al basso rango e al senza rango,

e tu vai a pensare alla Costituzione che tutti ci vuole pari in dignità sociale,

il corpo del re è sacro in ogni mitologia,

e difenderlo è più che un dovere, è un privilegio,

e chi per il re muore vissuto è assai,

e io proprio non ti capisco, papà.

* * *

postilla

«I promessi righini alla Signora Rosarosa dopo l’autorizzazione del Direttore».

Nell’intervista di ieri alla Stampa a firma di Francesco Grignetti, la Severino ha detto:

«Quanto alle intercettazioni: precisato che il testo pendente è stato votato già in alcune parti da Camera e Senato, e che alcune parti di esso sono ampiamente condivise, va risolto laicamente il problema se ripartire da quel ddl o confluire in un testo nuovo.

Decisione politica, com’è evidente.

Ma nell’uno come nell’altro caso siamo molto avanti, grazie anche al contributo del confronto svolto con i responsabili dei partiti che sostengono il governo».

Mi pare che pecchi per eccesso d’ottimismo, questa diagnosi. Si fa presto ad arrivare a Natale. E a gennaio comincerà la campagna elettorale e i parlamentari, nell’incertezza del dopo-Monti, avranno ben altro a cui pensare.

L’omino di media cultura antropologica direbbe che purtroppo «siamo molto indietro». Forse.

E anche direbbe che la rosa della Severino non è mai esplosa. Forse.

21 risposte a “Domenico Corradini H. Broussard, Il figlio del testimone (tra Zagrebelsky, Monti e Scalfari).

  1. La paura dei fattacci può essere l’inizio della sapienza. Noi cittadini non siamo nulla di fronte all’intrigo dei potenti, ma possiamo disconosce chi ci ha reso schiavi della menzogna e del complotto.
    Dice Hegel :” la servitù nel proprio compimento diventerà… il contrario di ciò ch’essa è immediatamente; essa andrà in se stessa come coscienza riconcentrata in sé e si volgera nell’indipendenza vera”. E’ d’accordo con Hegel, Professore? io sì. Ma dobbiamo essere in tanti

    • gentile commentatrice, Le scrivo per farLe notare che “i righini” dedicati a Lei, su Sua richiesta, dal prof. Corradini sono stati inseriti alla fine di questo post come postilla.

      per il resto, il prof. Corradini mi aveva quasi riconciliato con Hegel, che prima della conversazione con lui ero portato a considerare piuttosto indigesto; ma Lei con questa citazione me lo ha risospinto al porto delle nebbie della mia antipatia… 😦 😉

      a me pare di ritrovare il solito Hegel che fa acrobazie verbali per giustificare l’ingiustificabile…

  2. Gentilissimo Direttore, cercherò di rimediare. Hegel è amabile e non sa fare acrobazie. Parla difficile, questo è vero, ma la frase da me ricordata ha un significato importante. Io posso riassumerlo, senza pretese, ma il Professore potrebbe fare assai meglio, anche perchè ha un linguaggio che trasporta. Io ci provo. Credo che il nostro simpatico Hegel abbia voluto dire che il servo nel momento in cui prova paura per il signore prende coscienza della propria condizione e comincia a disconoscerlo come tale. Sicché, se il servo dice al signore “tu non devi essere” comincia a dire “io sono” .E se si è si possono fare miracoli. Pretendo un voto, Direttore.

    • no, voti di filosofia non pretendo di darne, almeno fino a che l’interrogazione non sia finita… 🙂

      ringrazio della spiegazione, ma non mi pare che colga il senso del problema che avevo posto (indubbiamente male; ora provo a spiegarmi meglio).

      provi a riconsiderare questa frase: “la servitù nel proprio compimento diventerà… il contrario di ciò ch’essa è immediatamente”; non si riesce a distinguere se è la descrizione di un fatto oppure un ordine, ma assomiglia certamente di più al secondo, perché del futuro non può darsi osservazione.

      quel che dice Hegel è acuto e interessante, ma è apodittico; si sente che dietro frasi di questo tipo ci sta questa indistruttibile e balorda convinzione che il reale è razionale: idea peraltro pericolosissima, oserei dire (scherzando) da mettere al bando delle università e da dichiarare incostituzionale.

      Hegel si siede in cattedra, squaderna tutte le possibilità del linguaggio, le dichiara razionali, e PER CIO’ STESSO reali.

      ma viene dopo gli empiristi e dopo Kant: quel che era perdonabile in Parmenide o Platone in lui diventa un consapevole delitto.

      può darsi che la paura del padrone generi la rivolta, ma può darsi anche di no; chi può dire quale delle due alternative è quella razionale, e perché?

      non resta che la paziente e differenziata indagine: quando succede in un modo, quando in un altro, cercare di capire da dove nascono queste sconcertanti varianti, ecc. ecc.

      purtroppo da Hegel questo atteggiamento mentale del voler dettare le leggi al mondo (per “cambiarlo”, nientepopodimeno) è passato a Marx e da lui, per il tramite marxista-leninista, agli intellettuali di sinistra, che ne sono stati a lungo succubi, prima di estinguersi quasi completamente, e se ne servivano in funzione consolatoria ed autopromozionale.

      ma occorre liberarsi da questo modo di filosofare: dovrebbe essere Popper, non Hegel, il nostro punto di riferimento filosofico.

      insomma in Hegel la difficoltà del linguaggio è funzionale al nascondere l’errore del metodo.

      che cosa mi risponde, signorina?

  3. Cari Amici

    ho ritrovato un mio appunto databile alla prima metà degli anni Ottanta.

    Ve lo offro. Se non va bene, cestinatelo. Tanto non me ne accorgo perché sto andando a ninna.

    «Il servo contro il signore».

    La lotta contro il diritto, che si può condurre senza odio e senza desiderio di vendetta, è esemplarmente rappresentata dalla dialettica hegeliana della signoria e della servitù.

    Signore e servo: non due figure storiche, ma due figure archetipiche, due figure nelle quali si compendiano tutte le situazioni storiche in cui un soggetto sottomette l’altro al suo dominio, cioè si pone con l’altro in relazione, ma in una relazione in cui l’altro è considerato un semplice mezzo da utilizzare a piacimento.

    Il servo è legato alla cosa, allo strumento di produzione, alla terra. La cosa non dipende dal servo. Rispetto al servo, la cosa è «l’indipendente essere» (das selbständige Sein) (Fen., p. 159).

    È il servo a dipendere dalla cosa: «questa è la sua catena» (es ist seine Kette) (ib.). E siccome il signore domina la cosa, è proprietario della cosa, ne deriva che il signore è anche dominatore del servo (ib.). Il servo, inoltre, lavora la cosa, produce dalla cosa beni di consumo, e così consente al signore di «acquietarsi nel godimento » (ivi, p. 160).

    Il destino del servo sembra inevitabilmente segnato. Il servo inesorabilmente condannato a rimanere servo.

    Eppure il servo ha una possibilità di uscire da questo vicolo: è la possibilità di scoprire la propria identità predicando di sé ciò che lui non è, predicando il mè ón del suo essere essente.

    Allora, e solo allora, nello spazio della differenza, il servo potrà dire: io sono; anzi, io sono un servo, il differente del differente, il differente dal signore.

    Il servo ha questa capacità di autoriconoscersi, la capacità della Selbstanerkennung. E ciò vuol dire che generalmente il servo non si conosce. Scrive infatti Hegel: «Lo schiavo non sa la sua essenza, la sua infinità, la libertà, egli non sa sé come essenza; – ed egli in tal modo non sa sé, cioè, egli non pensa sé» (Lin., par. 21, ann.).

    La capacità di autoriconoscimento viene messa in moto, nel servo, dalla paura. Il servo non odia. Il servo può provare paura, e deve provare paura per liberarsi dal signore o almeno per cominciare a liberarsi.
    Dalla Fenomenologia dello spirito: «la paura del signore » è « l’inizio della sapienza» (p. 162). Die Furcht des Herrn: da qui der Anfang der Weisheit.

    Adesso, provando paura nei confronti del signore, il servo sa la sua essenza, la sua infinità, la libertà, egli sa sé come essenza, e in tal modo sa sé, pensa sé (si pensa).

    Il conflitto tra signore e servo sembrava all’inizio volgersi a favore del signore. Ora, le cose sono mutate.
    La paura del signore ha consentito al servo di avere consapevolezza della contraddizione – consapevolezza del conflitto: della contraddizione o del conflitto che esiste tra lui e il signore.

    Ma il servo non deve arrestarsi a questa consapevolezza, non deve fermarsi sulle soglie della sapienza (Weisheit), ma deve procedere oltre e compiere altri passi sulla via della liberazione.

    Il servo deve rischiare di morire: scrive Hegel. Deve riappropriarsi di Thanathos: soffrire, ma per far trionfare le ragioni di Eros. Se il servo si arresta sulla soglia della sapienza, come impietrito dallo sguardo di Medusa, diventa allora una «coscienza infelice». E non a caso, Hegel definisce la coscienza infelice come coscienza «ancora del tutto impigliata nella contraddizione »; e dunque come coscienza che non sa uscire dalla contraddizione.

    Il signore è il «negativo oggettivo» del servo. Dinanzi al suo negativo oggettivo, dinanzi a questo potente differente, «la coscienza servile ha tremato» (Fen., p. 163). Ma poi la coscienza servile «distrugge questo negativo che le è estraneo» (ib.). E finisce così il conflitto. Finisce con la vittoria del servo, ma non nel senso che il servo ha preso il posto del signore. Finisce con la vittoria del servo, nel senso che sono venute a mancare simultaneamente tanto la signora che la servitù:

    « nessun signore, quindi nessuno schiavo, ma altrettanto nessuno schiavo, quindi nessun signore » (Lin., al par. 57). Kein Herr kein Sclave – ebenso aber kein Sclave kein Herr.

    Il servo vince nel conflitto che lo opponeva al signore, ma senza odio. E la fine del conflitto (nessun signore, quindi nessun servo) è anche la fine della paura provata dal servo, che appunto ha tremato; è la fine di un momento legato a Thanathos, e di conseguenza l’ingresso trionfale di Eros.

  4. Caro Direttore, leggo ora la sua riflessione e devo riflettere prima di rispondere, altrimenti mi rimanda a settembre, e io ci resto male. Non prenda nota ai fini del voto, e io ritorno sulla frase: “la servitù nel proprio compimento diventerà… il contrario di ciò ch’essa è immediatamente”. Sarà la mia ignoranza, ma non ci trovo
    niente di poco chiaro. Credo si voglia svelare l’importanza della consapevolezza del proprio stato come presupposto di libertà. Torno alla frase e provo a fare la versione in prosa:
    se la servitù è servitù, con quello che comporta in termini di lacerazione, porterà alla scomparsa della servitù stessa nel momento in cui il servo rifiuta all’annientamento del padrone e non ne rispetta l’ordine ingiusto né il ruolo. Come dire uno scatto d’orgoglio.Il servo non è più servo e il padrone non è padrone senza il servo. Certo il servo dovrebbe avere
    la forza di resistere e di contraddire e di farsi ammazzare. Se il servo riesce nell’operazione descritta da Hegel, attraverso il dolore del cambiamento, vale a dire le bastonate e le sevizie del padrone, può cambiare mestiere e diventare magari servo del sistema.
    Ritornerò sull’argomento ai fini del voto e dopo aver studiato. Intanto sono d’accordo sul fatto di dover cambiare modo di filosofare e sulla tagliola della razionalità. Complimenti al Professore per i suoi scritti che, forse, mi hanno dato ragione.

    • ma il centro della mia critica non è l’oscurità linguistica in se stessa, ho scritto: “non si riesce a distinguere se è la descrizione di un fatto oppure un ordine, ma assomiglia certamente di più al secondo, perché del futuro non può darsi osservazione”.

      vedo di fare fatica a spiegarmi, comunque ritengo che l’errore metodologico di Hegel sia quello di pensare di parlare della realtà, ma non si dice nulla sulla realtà analizzando soltanto il linguaggio.

      la mia critica è condotta dal punto di vista di un empirista: per sapere come vanno le cose fra servo e padrone occorre osservarle, non sedere a pontificare come “devono” andare, dato che il reale è razionale.

      considerando la difficoltà di questo concetto, la quale per me è sorprendente, ma empiriricamente parlando verifico sia piuttosto notevole invece per gli altri, l’ottimo voto lo darò a me se sarò riuscito a trasmetterlo.

      altrimenti, bocciatura del Direttore, direi…! 🙂

      (già avvenuta, peraltro).

  5. «Congedo».

    Il commento della Professoressa Doriana Bruni è rivolto a me, e mi sembra che con abbondante vis polemica a me sia rivolto, e io alla vis polemica non ci sono abituato, a nessuna vis essendo abituato, e può darsi che le mie parole siano un trastullo, un fuoco d’artificio che fa divertire, ma io non sono un trastullo né un uomo con «troppe» qualità né un artificio pirotecnico, e siccome per tardanza d’anni e per malattia in corso ho pur da pensare a garantirmi una vecchiaia decente, e a garantirmela nella quiete della mia Dimora del Vento in Cáscina [Pisa] alla via Sant’Ilario 5, in questa quiete torno per portare a termine ante mortem meam alcuni incompiuti saggi di filosofia e un incompiuto poemetto che tra epica e lirica mi par che ondeggi e alcune traduzioni da Yeats e Joyce e Rilke e dall’arbrësh Jeroním De Rada, dimenticatemi, e anche lei, Direttore, mi dimentichi, e veda, Direttore, non c’è niente di male che lei si tenga il suo Popper e io il mio Marx e il mio Hegel mi tenga, dove c’è più liberalismo di quanto lei non creda, e lo argomentammo negli anni Settanta Hilting e D’Ondt e io e Becchi infine, e in monografie che ci costarono sangue lo argomentammo e non nel digitare veloce su un blog, e veda, Direttore, le generalizzazioni non portano da alcuna parte o forse alla nebulosa dell’invettiva politica portano, ed è una generalizzazione dire che l’«atteggiamento mentale del voler dettare leggi al mondo», che per lei sarebbe tipico di Hegel reo addirittura di un «consapevole delitto» e per me no, «è passato […] agli intellettuali di sinistra, che ne sono stati a lungo succubi, prima di estinguersi quasi completamente, e se ne servivano in funzione consolatoria ed autopromozionale», e mi creda, Direttore, io mai succube di una qualche dottrina sono stato, e non sono ancora estinto, mi estinguerò perché cum crescimus vita decrescit, e però non sono ancora estinto, e la mia immagine non amo coltivarla nella società dello spettacolo, che è il tempo dell’apparenza in cui si vale per ciò si appare e non per ciò che si è, e preferisco il de consolatione philosophiae a un ipotetico de philophia consolationis, e sì, il reale è razionale, e non nel senso che il razionale santifica il reale, e invece nel senso che il reale è spiegabile con la ragione, e pure l’irrazionale del reale con la ragione è spiegabile, e se questo mio congedo fosse irrazionale, e io penso che non lo sia, la ragione sarebbe in grado di spiegarlo, e non l’intelletto di Kant con la vuotezza dei suoi giudizi analitici a priori che la vuotezza del sillogismo aristotelico ripetono, e grazie per l’ospitalità, e l’ospite è quel pesce che dopo tre giorni puzza, e io tolgo il disturbo, con distinzione salutando in concordia discors.

    dchb@libero.it

    • caro professore,

      il commento di Doriana, indaffarata in questi giorni un faticosissimo trasloco agostano, appartiene al tono ironico e leggero della sua comunicazione e voleva essere, se non intendo male, solo un simpatico congedo perché presa da impegni pressanti.

      oltretutto non è qui il suo commento, quindi non penso che leggerà mai la risposta.

      ma credo che a Doriana sia toccato fare da schermo a strali rivolti a me; è un peccato questa chiusura improvvisa di dialogo (che non mi pare giustificata, diciamolo): io su Hegel sono un orecchiante e Lei un esperto che gli ha dedicato una parte notevole della Sua attività intellettuale, di stupefacente livello.

      se Lei mi dice che in Hegel c’è molto liberalismo, io Le credo: Lei ne sa più di me, qui e non solo qui.

      perché non continuare a parlarne? e magari a correggere la mia visione sbagliata…

      io non dico che la Sua lo sia, espongo i motivi per cui la citazione che nel commento a questo post è stata portata non mi piace con la stessa serenità con cui ho scritto che mi sono molto piaciute le citazioni che mi ha fatto leggere Lei: non ho preconcetti, il sapere è un percorso, arroccarsi sulle proprie idee comunque un errore.

      in ogni caso l’osservazione sugli intellettuali di sinistra era più che altro autoironica, mi preme sottolinearlo, dato che questa definizione nella vita è toccata a me, e non credo sia riferibile a Lei, che ha ricoperto un ruolo diverso dal mio.

  6. Professore, mi dispiace davvero che Lei si sia congedato dal blog. Lei però ha fatto riferimento alla vis polemica di qualcuno, trascurando chi, come me, ha di lei una grande stima. Vero sono piccola ma anch’io ho diritto di sentirla e da vivo, non posso aspettare 100 anni per leggere i suoi post mortem. Perché tanta cura per i polemici e poca per i pacifici? E poi mi sento in colpa per aver tirato in ballo quella frase di Hegel che starà ridendo di me. Forza Professore, lei è un combattente e ci vuole ben altro. Il Direttore è simpatico e le ha scritto cose carine. Si convertirà a Hegel? Forse vuole essere convinto da lei. Professore se va via lei io chi commento? Posso commentare il direttore che commenta?

    • Gentile Signora Rosarosa

      non rispondere a lei sarebbe farle uno sgarbo e io per indole sono persona mite e dicono anche educata

      sì, io sono un combattente, come il mio papà lo fu nella lotta partigiana contro il nazifascismo

      ma non combatto chi ama far polemica solo per il gusto di far polemica o scrive solo per il gusto di scrivere o per il gusto d’aggredire scrivendo o perché ha un io digitale molto sviluppato

      la mia email la conosce

      le lascio anche il mio numero telefonico: 050.744288

      il mio congedo dal blog è irrevocabile

      è un addio

      mi resterà il ricordo dei suoi buoni pensieri, ne sia certa

      con stima e sempre beneaugurando

      dchb

      • scrivo questo commento per la terza volta, dopo che per due volte l’inconscio ha trovato modo di distruggerlo, il che significa che proprio gli dispiace che io DEBBA mandarlo.

        primo: c’è qualcuno che ama far polemica solo per il gusto di far polemica su questo blog? e chi è?

        escludendo che sia l’amabile doriana oppure Rosarosa, non resto che io come oggetto di questi strali, per non dire più semplicemente e spontaneamente di questa stronzata.

        dopo le attestazioni perfino imbarazzanti di stima, sia pubbliche sia private, Lei professore scrive questo di me, cambiando idea di colpo solo perché io non amo Hegel (anche se Lei me ne ha fato vedere qualche aspetto a me poco noto e meno fastidioso del solito per una sensibilità come la mia)?

        cioé, se Lei fa polemica con altri, è giusta e razionale, ma se qualcuno fa polemica con Hegel, allora non va bene e io divento troppo polemico o amante della polemica fine a se stessa?

        secondo: qualcuno scrive solo per il gusto di scrivere qui?

        qui c’è gente che ha il gusto di scrivere, effettivamente, e per fortuna scrive con piacere, come me, ma anche se si fermasse a questo sarebbe con ciò stesso gente comunque apprezzabile.

        ma i più sono qui alla ricerca di una discussione aperta, ed io fra questi.

        e allora? il piacere della scrittura intelligente non si avverte anche in Lei?

        vuol forse farci intendere che Lei scrive per mestiere e noi no? che Lei è più bravo di noi nella scrittura?

        ma non l’ha mica obbligata nessuno a mescolarsi con noi, povera plebe della scrittura; è stato Lei a onorarci della Sua presenza, se si è stancato tanto rapidamente, il Suo congedo poteva essere anche più cortese.

        terzo e quarto: qualcuno scrive per il gusto d’aggredire scrivendo? o perché ha un io digitale molto sviluppato?

        che cos’è? una analisi introspettiva?

        questo blog aggredisce volentieri solo i fanatici di ogni tipo; se Lei si è messo da solo in questa categoria, così poco congeniale alla Sua azione complessiva, con questa reazione poco assennata non si sa bene a che cosa, non è colpa mia.

        per delle critiche, ammettiamolo pure per ipotesi, grossolane e semplificatorie ad Hegel?

        e Lei risponda: se non ha la pazienza di rispondere neppure a chi scrive su questo blog, per chi scrive? per una cerchia ristretta di superesperti che si contano sulle dita?

        Le consiglio una visita alla casa museo di Hegel a Stuttgart, la sua città natale, da cui io provengo: ci vada con le bombe a mano, però :), perché sarà colto nell’atrio da una grossa citazione di Schopenhauer, che in Germania non impressiona nessuno: Hegel, il più grande ciarlatano della storia.

        la cultura democratica della moderna Germania si è distaccata da Hegel da tempo, il fragile amore per la democrazia degli italiani ne fa ancora un pilastro della formazione delle classi dirigenti di questo paese.

        opinioni, evidentemente, divergenti evidentemente.

        sbagliate le mie, e più giuste le Sue? può essere, possibile, persino probabile, ma non ancora certo: e io, come i miei lettori, siamo qui per imparare.

        ma come possiamo farlo se le divergenze diventano occasione di fratture insanabili?

        mah!

        sulla stazione centrale di Stuttgart, 1917 sta una frase di Hegel, l’ho citata varie volte: “perché il dubitare di sbagliare, questa è la radice stessa dell’errore…”.

        Lei è un perfetto hegeliano professore? io no.

        io di Hegel dubito, io da questo Hgel dissento; Lei dice che c’è molto di liberale nel suo pensiero; mi sembra una frase riduttiva, perdoni: c’è molto di riduttivo nel padre dei totalitarismi del Novecento?

        di nuovo sbaglio? eLei corregga.

        però capisco di essere considerato un alunno irrecuperabile.

        è strano, sa? ho anche io qualche curriculum alle spalle e cretino non mi ha mai considerato nessuno.

        con tutto questo non mi impedisce di leggerLa con piacere.

        il dolore di essere tacciato come provocatore e aggressore gratuito mi induce a difendermi; sorry, ma mentalmente La aggiungo ad una lista non breve di fanatici apparsi e scomparsi da questo blog: dall’amica che oggi dedica tutto il suo tempo al rimpianto per Gheddafi, alla filosofa che poi faceva propaganda razzista antitedesca, al libero pensatore reazionario che pretendeva si usare il blog per insultare Napolitano, ai sostenitori di Barnard e Bagnai, che non sopportano le mie critiche grossolane e aggressive.

        del resto, che fare quando si ha un io troppo sviluppato, sia digitalmente che nella vita reale?

        che fare quando, come nel suo caso, il grado di intelligenza va di pari passo col grado di originalità e separa dalla gente comune?

        pensare che questo è un blog che vorrebbe farsi leggere anche da un altro tipo di lettori!

        ma non ci riesce, e dunque forse è perfettamente inutile.

        questa è l’unica cosa che ci unisce, in questo momento: la svalutazione di questo blog, che comunque continua, per un po?, fino a che qualcuno lo legge.

        buona fortuna, professore, noi qui comunque La rimpiangeremo per come lo ha animato, sia pure per soli “tre giorni”, prima di mandarci a quel paese.

        e ci spiace di avere invaso le pagine google dedicate al Suo nome: ci creda, non è stata colpa nostra e non si è fatto apposta.

    • cara Rosarosa,
      mi spiace che Lei si sia trovata, senza nessuna colpa, in mezzo a questa rissa improvvisa.

      La ringrazio per il “simpatico”: non sempre lo sono, ma per una volta in questo caso non mi sento di essere stato per nulla antipatico.

      mi pare che Lei abbia colto, ed espresso con la scherzosità che meritava, il senso del mio intervento.

      mi piacerebbe che la discussione continuasse, ma capisco benissimo che senza il professore buona parte del gusto viene meno.

      vede, purtroppo sono vissuto per alcuni anni in ambiente straniero, dove vige ben altra libertà di pensiero rispetto a quella italiana, una cultura dove la suscettibilità uccide regolarmente in fasce il piacere dello scambio di idee differenti e del loro approfondimento.

      temo che questo abbia fatto di me una persona penosamente inadeguata ai riti del riverisco che ammorbano questo paese, che conosce soltanto scontri di potere anche quando discute.

      mi consolo pensando che il mio soggiorno in Italia è oramai per me a termine e che presto potrò trasferirmi definitivamente in ambienti più salubri.

      in ogni caso La capirò benissimo se Lei non vorrà più rispondermi per non prolungare una situazione che, mio malgrado, è diventata sgradevole.

  7. Si vede che mi sono espressa male, mi dispiace, ma è proprio come ha detto Bortocal, per quanto mi riguarda.
    Credevo che la mia stima si notasse molto bene e il mio divertimento era quanto di più lontano ci potesse essere dalla vis polemica…Casomai una simpatica schermaglia sui giochi di parole, uno dei miei hobby preferiti. Ma tant’è, la percezione di tutto è individuale. Rispetto le decisioni altrui. E’ solo un peccato sentirsi fraintesi, ma that’s life!

    • eh già, Doriana: con l’informatica abbiamo inventato la forma di comunicazione più ricca e completa che sia mai stata a disposizione dell’umanità, ma that’s life è sempre that’s life lo stesso: l’umanità mica esce per questo dalla equivocazione che è la base stessa della comunicazione.

      il che solleva dei dubbi molto radicali sulla utilità della medesima, da ogni punto di vista, per altro che non sia la gratificazione individuale.

      in ogni caso non mi pare che tu abbia proprio nulla di cui giustificarti, come – in questo raro caso – neppure io.

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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