447. la riforma elettorale del secolo: l’astensionismo attivo.

tristemente periodicamente ritualmente veniamo informati che i partiti non sono riusciti a raggiungere nessun accordo sulla legge elettorale.

Napolitano protesta, la vuole a tutti i costi, il popolo (ammesso che si possa pensare che ci sia ancora un popolo in Italia) se ne disinteressa.

lasciatemi essere dalla parte del popolo bue per una volta, lasciatemi lanciare da subito la proposta elettorale del secolo: facciamola noi la riforma elettorale.

nel modo più semplice e chiaro: non andando massicciamente a votare, facendo in modo che una chiara e netta maggioranza di cittadini diserti le urne.

lasciando che il governo venga eletto da un gruppo residuo di persone manovrabili con le televisioni o con i blog e più ancora con la rete delle clientele mafiose.

lasciamolo nudo il governo corrotto di chi vota per i partiti corrotti; che vengano a dircelo, dopo, che governano in nome nostro!

non scegliamo il male minore, scegliamo il bene maggiore, che è quello di non avere niente a che fare con questa classe politica e di tagliarle l’erba sotto i piedi.

* * *

da un anno i partiti italiani hanno solo una cosa da fare: provare a salvarsi, cambiando la legge con cui i cittadini li votano, e provare a riconquistare la nostra fiducia, e non sono capaci neppure di fare questo.

il  panorama è agghiacciante: sono totalmente impallati, una specie di escrescenza, un cheloide, come diceva un commentatore l’altro giorno.

l’ultima, ma è l’ultima da un anno fa, è che Berlusconi vuole il premo di maggioranza per il partito più grosso, non per la coalizione vincente .

viene la nausea solo a pensarci: un modo perfino sfacciato di dire che chi va con la massa è più uguale degli altri, che i conformisti di gruppo valgono per definizione più del popolo pensante e libero.

il premio di maggioranza alla coalizione ha una parvenza di senso perché serve a garantire la cosiddetta governabilità.

ma un premio di maggioranza al partito potrebbe avere effetti devastanti e rendere il paese assolutamente ingovernabile.

immaginate che il primo partito risulti il Cinque Stelle, per dirne una.

oppure il Partito Democratico dove le primarie le vince Renzi, come qualcosa comincia a far immaginare, cioè un Partito Democratico grillizzato e berlusconizzato.

* * *

nello stesso tempo i partiti sono ancora il ritratto di questo paese.

sono impallati perché il paese è impallato.

sono osceni perché osceno è il paese che li definisce osceni.

il loro paese è quello stravolto dalla cementificazione delle tangenti; cemento che non è solo una metafora, purtroppo, e che ha ad esempio distrutto completamente e irreversibilmente il paesaggio lombardo, quello di cui parlava Manzoni, qualcuno ha presente?

il Partito Democratico che pensa di vincere le elezioni riproponendo la liturgia bolsa della sua mediocre cricca dirigente è la sconsolante manifestazione di un paese senza idee e senza novità.

dove le uniche alternative sono Renzi e Grillo e queste sarebbero le nuove idee.

* * *

la noia mortale e il disinteresse pubblico con cui si svolge questo dibattito inconcludente sul modo di farci votare per tornare ad approvare dei partiti che in realtà non vuole più nessuno salvo chi li sfrutta per fare sporchi affari, sono giusti.

ma poi di che libere elezioni stiamo parlando?

un paese con 2.000 miliardi di debito pubblico non è un paese indipendente e non può esserlo, fino a che non si libera almeno della parte di questo debito che appartiene a poteri esterni.

non siamo noi a decidere chi ci dovrà governare, sono i creditori,

così come in una famiglia strozzata dai mutui il bilancio non viene deciso attorno al tavolo della cena, ma dal direttore della banca che comunica la rata mensile.

tutta questa manfrina per farci dire che ci va bene Monti, che i creditori hanno già scelto?

* * *

Monti ci ha salvato da Berlusconi, o meglio da Berlusconi ci hanno salvato la Germania e la Goldman Sachs (per dire, con questo slogan, la finanza mondiale), non finiremo mai di ringraziarlo, i pochi che eravamo davvero contrari al berlusconismo, non glielo perdoneranno mai i berlusconiani anche inconsapevoli che infestano il paese.

Berlusconi è stato cacciato dai poteri forti del mondo perché non garantiva più niente, era il marasma organizzato.

quindi non sono contrario a Monti per la politica economica che fa, restando all’interno del sistema, perché è l’unica possibile in questo quadro, e appare relativamente efficace, cosa che i berlusconisti inconsapevoli non capiscono, dato che non hanno coscienza della gravità delle situazione.

nello stesso tempo vedo bene che tutta questa politica è solo un prender tempo ed aggravare i problemi futuri, ma tant’è, fino a che l’opinione pubblica non si renderà conto delle vere contraddizioni del sistema planetario.

non sono contrario a Monti neppure per la politica del mercato del lavoro che ha fatto la Fornero, sulla quale si è gingillato per mesi il parlamento e il paese in uno scontro fasullo e inconsistente di pregiudizi.

su tutte queste cose io non mi oppongo a Monti, perché non possiamo deciderle noi, ed e ridicola una opposizione alla realtà che pretende di restare nella realtà.

ci si oppone a Monti sul piano della politica economica non col moderatismo irreale del neokeynesismo, ma negando questa realtà radicalmente, in nome di un’altra, che però nessuno vede, salvo qualche visionario come me.

quindi, resto con i piedi per terra, posso oppormi solo in nome di una alternativa più radicale, che al momento non c’è, ma non rinuncio né ai sogni né all’attesa di una nuova realtà, che verrà quando negheremo radicalmente il sistema, e creeremo un mondo senza denaro: senza denaro contante, ad esempio.

* * * 

ma io sono un oppositore di Monti per tutti i motivi per cui la cosiddetta sinistra italiana non si oppone a lui in maniera sistematica ed organizzata.

sono contrario per la politica estera e la vergognosa sceneggiata nazionalista sui marò in India.

sono contrario per la continuità deprecabile col rifiuto berlusconiano e clericale della fecondazione assistita.

sono contrario a Monti per l’incapacità doi condurre una lotta seria all’evasione fiscale e per la complicità su questo con la chiesa cattolica.

sono contrario a Monti per l’appoggio dato alle pretese monarchiche del presidente Napolitano sulla faccenda delle intercettazioni agli indagati che lo chiamano al telefono.

in una parola sono contrario a Monti perché il suo governo è ideologicamente di destra.

ma non mi mescolo alla presunta opposizione che ritiene che l’alternativa a Monti possa essere dentro questo sistema e non capisce di quale radicale rottura ci sia bisogno per fare una opposizione vera, su come sia necessaria una guerra frontale per la liberazione del mondo dall’oppressione della èlite dei super-ricchi.

per super-ricchi sono da intendere quegli 8 milioni e mezzo scarsi di esseri umani, poco più di 1/1000 della popolazione mondiale, che concentrano nelle proprie mani una parte del reddito mondiale che sta crescendo del 36% all’anno, mentre la classe media è formata da quel miliardo e 20o mila persone approssimativamente che avevano nel 2004 il 63% della ricchezza mondiale e il cui reddito reale sta diminuendo dell’1,3% all’anno.

(dal mio post 392. Sabet: impoverire il ceto medio, obiettivo dell’economia globalizzata.)

* * *

è una posizione molto minoritaria al momento, e forse anche per sempre.

ma nello stesso tempo è una posizione maggioritaria nella voglia ampiamente condivisa da almeno metà della popolazione italiana di dare politicamente un calcio a tutti i partiti e di non andare a votare.

non andiamo a votare, allora, ma non asteniamoci in silenzio.

asteniamoci in modo attivo, facciamolo sapere che rifiutiamo questo sistema.

mettiamoli in crisi rivelando che non ci rappresentano in nessun modo né Berlusconi, né Bersani, né la Bindi, ma neppure Renzi né Grillo.

diciamolo che noi siamo oltre, che guardiamo al futuro vero, che non ci avranno, che ci devono, semmai, riconquistare.

prima che noi ci liberiamo non di loro, servi sciocchi di parata, ma dei veri padroni del mondo: i super-ricchi.

* * *

mi accorgo adesso che è l’8 settembre, l’anniversario della grande tragica festa nazionale del Tutti a casa!

mandiamoceli, allora…

cito uno slogan del Sessantotto: siate realisti, pensate l’impossibile!

poi io mi salvo sempre in calcio d’angolo, comunque, e indico il sottotitolo del mio blog…. 🙂

20 risposte a “447. la riforma elettorale del secolo: l’astensionismo attivo.

  1. “Ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo; del no, per li denar, vi si fa ita” e copiando da un altro grande “A Roma tutto si compra” e copiando ancora con una piccola variazione “C’è del marcio in Italia” ( in ordine, dante, giovenale e shakespeare)
    suggerisci il peggio, non andare a votare, ma in questo caso il peggio è la soluzione migliore
    a questo ci hanno portato, ci hanno portato a situazione infelicissima che non trova altro che un rimedio infelice
    e siamo tristi , ma se non votare ci rende meno tristi sono sicura che è questa la scelta giusta
    e non ci deve scusare se si agisce bene
    cosa può nascere dal disastro?
    altro disastro, dico io, perché se questo è il peggio sono certa che il peggio in mano a costoro può peggiorare
    e allora non avvertire il pericolo è follia
    il potere è risoluto nel far male e trova ogni pretesto per poterne fare di più
    e l’italia muore e muore di freddo
    grazie per quello che hai scritto

    • grazie a te del commento incoraggiante per me soggettivamente.

      approfondisce l’analisi e fortifica il pessimismo.

      ma forse in questo momento il pessimismo è una manifestazione di forza morale.

  2. ci vorrebbe una epidemia che salvasse solo i neonati e le loro madri, quest’ultime possibilmente prese da un morbo epidemia della memoria. ci vorrebbe una nuova memoria, per cambiare la realtà.

    -scusate il delirio-

  3. oggi prevale la tesi sostenuta da Mandeville nella “Favola delle Api” del 1705, rivisitata nel 1728 e rinominata
    “La favola delle api: ovvero vizi privati, pubbliche virtù”

    la riporto

    Un grande alveare affollato di api, che viveva nel lusso e negli agi, e, tuttavia, tanto famoso per leggi e armi, quanto fecondo di numerosi e vitali sciami, era considerato la grande culla delle scienze e delle arti. Mai api ebbero governo migliore, né mai furono più inquiete e scontente. Esse non erano schiave di una tirannide, né governate da una rozza democrazia, ma da re, che non facevano ingiustizia perché la legge ne limitava il potere. […]

    Molto affollato era il fecondo alveare, ma era proprio il gran numero a farlo prosperare. Milioni di esseri si sforzavano d’appagare la reciproca sfrenatezza e vanità, mentre altri milioni erano intenti a consumare !’ingegnoso lavoro di quelli. Rifornivano metà dell’universo, e avevano, tuttavia, più lavoro che lavoratori. Alcuni, con poca fatica e molto denaro, si lanciavano in affari di gran guadagno, altri erano condannati alla falce e alla vanga e a quei duri e pesanti mestieri nei quali miserabili di buona volontà si affaticano ogni giorno e logorano forze e braccia, per mangiare. Mentre altri facevano mestieri per i quali pochi fanno apprendistato, che non richiedono che sfrontatezza e possono essere avviati senza un soldo: truffatori, parassiti, mezzani, giocatori, borsaiuoli, falsari, ciarlatani, indovini, e tutti quelli che, con inimicizia, astutamente volgono senza scrupoli a loro vantaggio la fatica del prossimo buono, ma malaccorto. Costoro venivano chiamati furfanti ma, eccetto che per il nome, da essi non differivano quelli che lavoravano veramente. Mestieri e impieghi avevano tutti i loro imbrogli, non c’era professione che non avesse i suoi trucchi. […]

    Ma chi potrebbe ridir tutti gli inganni? Persino i rifiuti che si vendevano per strada come concime per ingrassar la terra, spesso erano, per un quarto, mescolati con pietre e ciottoli inutilizzabili, e il contadino brontolava lui che vendeva burro pieno di sale. […]

    Così ciascuna parte era piena di vizi, ma l’insieme un paradiso; adulate in pace e temute in guerra, erano rispettate dagli stranieri e, prodighe delle loro ricchezze e delle loro vite, erano la bilancia di tutti gli altri alveari. Tali erano le benedizioni di questo Stato: le loro stesse colpe contribuivano alla loro grandezza, e la virtù, che dalla politica aveva appreso mille astuzie, per questa felice influenza era diventata amica del vizio; e, quindi, anche la peggiore delle api faceva qualche cosa per il bene comune. […]

    Ma come è vana la felicità dei mortali! Avessero esse solo conosciuto i limiti della felicità, e che la perfezione quaggiù è più di quel che gli dèi possono concedere, le insensate che brontolavano se ne sarebbero state contente coi loro ministri e col loro governo. Ma esse invece, a ogni insuccesso, come creature perdute senza riparo, maledicevano politici, esercito, flotta, e ognuna gridava: Abbasso gli imbrogli! e ingiustamente, benché consapevole dei propri, non voleva sopportare quelli degli altri. […]

    Alla minima cosa mal fatta e che intralciava gli affari pubblici tutte quelle malandrine senza pudore gridavano: Santi dèi, se solo ci fosse un po’ di onestà! Mercurio sorrideva a tanta impudenza e gli altri chiamavano mancanza di buon senso questo inveire contro quel che amavano, ma Giove, preso da indignazione, alla fine, irato, giurò che avrebbe liberato lo schiamazzante alveare dalla frode, e lo fece. In quel preciso momento questa si allontana e l’onestà colma i loro cuori e mostra loro, come il famoso albero, quelle colpe di cui esse si vergognavano e che in silenzio ora confessano, arrossendo per le loro cattiverie, come bimbi, che vorrebbero nascondere una monelleria e, col rossore, rivelano i loro pensieri, immaginando, se qualcuno li guarda, che gli si legge in fronte quel che hanno fatto.

    Ma, o dèi, quale costernazione! Che grande e repentina trasformazione! In mezz’ora, in tutta la nazione, la carne diminuì di un penny per libbra, cadde la maschera dell’ipocrisia al grande statista ed al villano, ed alcuni, notissimi nel falso aspetto che avevano assunto, apparvero, al naturale, come stranieri. Da quel giorno il tribunale fu vuoto, poiché adesso i debitori pagavano spontaneamente anche i debiti che i creditori avevano dimenticato, e costoro li rimettevano a quelle che non potevano pagare. Quelle che erano in torto tacevano e lasciavano cadere i processi cavillosi e vessatori, dal momento che niente poteva prosperare meno degli avvocati in un alveare onesto, tutti, eccetto quelli che avevano guadagnato abbastanza, con i loro calamai se ne andarono in frotta. […]

    Guardate ora il glorioso alveare e vedrete come onestà e commercio vanno d’accordo. Ma lo spettacolo dura poco, rapidamente si dilegua e mostra tutt’altro aspetto, poiché, non soltanto se ne sono andate quelle che ogni anno spendevano grandi somme, ma molte, che ci vivevano sopra, sono anch’esse quotidianamente obbligate ad andarsene. Invano hanno tentato altri mestieri, tutti sono ugualmente affollati.

    Crolla il prezzo della terra e delle case; meravigliosi palazzi, le cui mura, come quelle di Tebe, vennero innalzate con la musica, devono esser dati in affitto, e gli dèi familiari, un tempo lieti nelle ricche dimore, avrebbero preferito morire tra le fiamme piuttosto che vedere la volgare scritta sulla porta irridere a quelle superbe di cui si adornarono. L’arte del costruire è ormai finita, gli artigiani sono senza lavoro. Non c’è più un sol pittore famoso per la sua arte, e sconosciuti sono gli scalpellini e gli scultori. […]

    E mentre vanità e lusso diminuiscono, anche le vie del mare sono abbandonate. Non ci sono più mercanti, e intere fabbriche vengono chiuse. Tutte le arti e i mestieri sono negletti: l’accontentarsi del proprio stato, rovina dell’industria, le induce ad apprezzare i prodotti del paese e a non cercare né desiderare altro. In così poche rimangono nel grande alveare, che non possono difenderne la centesima parte dagli attacchi dei numerosi nemici, ai quali tuttavia esse resistono valorosamente, finché si ritirano in un rifugio fortificato, e qui difendono il loro territorio o muoiono. Non ci sono mercenari nel loro esercito, e, poiché combattono eroicamente per la patria, il loro coraggio e la loro lealtà sono infine coronati da vittoria. Ma trionfarono non senza perdite: molte migliaia di api perirono. Indurite dalla fatica e dall’esercizio, considerarono un vizio lo stesso riposo, e ciò rafforzò talmente la loro sobrietà che, per evitare ogni eccesso, volarono nel cavo di un albero tutte soddisfatte e oneste.

  4. Scusa se prendo solo un dettaglio ridanciano, dovuto ad un refuso: “il premio di maggioranza alla COLAZIONE” ?!?! Mi piace, ottima idea, faccio colazione due volte:-)

  5. qualche verso del fratello

    Nell’anno ’99 di nostra vita
    io, giullare da niente, ma indignato,
    anch’io qui canto con parola sfinita,
    con un ruggito che diventa belato,
    ma a te dedico queste parole da poco
    che sottendono solo un vizio antico
    sperando però che tu non le prenda come un gioco,
    tu, ipocrita uditore, mio simile…
    mio amico…

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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