il regalo di maria: Amartya Sen. – 485

29 settembre 2012 sabato  19:19
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E poi, Bortocal, l’uguaglianza è un concetto politico.

E la parità un concetto etico.

E l’uguaglianza diventa ingiustizia se non tiene conto della dignità dell’uomo nell’essere diverso dagli altri.

Dare a tutti lo stesso diritto è perciò un’ ingiustizia. :-)

dipende da che cosa intendi esattamente per “stesso diritto”.

formale o sostanziale?

don Milani dimostrò già l’ingiustizia delle parti uguali fra disuguali.

lo scopo del diritto non dovrebbe essere l’uguaglianza dei diritti: questo è uno strumento non un fine.

il fine è una società che riduca al minimo la sofferenza.

l’uguaglianza dei diritti formali è lo strumento principe per realizzare la disuguaglianza dei diritti sostanziali.

però l’uguaglianza è un feticcio ideologico (come la parità, prescindo dalla sottile distinzione…;), da bravo maschietto).

gli esseri umani non aspirano all’uguaglianza universale, vorrebbero – da ricerche di psicologia sociale svolte – per lo più la modesta gratificazione di stare un pochino meglio del loro vicino di casa…

per questo la politica è o dovrebbe essere l’arte di combinare fra loro nelle giuste dosi uguaglianza e disuguaglianza in modo da renderci meno infelici possibile.

l’empirica legge psicologica appena descritta dimostra del resto che la crescita illimitata dei consumi e della ricchezza è una delle peggiori cause di infelicità, e che le crisi non sarebbero per nulla devastanti, in se stesse, se contenute entro limiti accettabili, cioè se si impedisce che si trasformino in vera e propria miseria per qualcuno.

e se consentono al mediocre uomo comune di verificare che si riducono le differenze sociali che lo umiliano.

* * *

è qui che  Maria mi fa un regalo, e mi manda il link alla voce di wikipedia dedicata a Amartya Sen , premio nobel per l’economia nel 1988 e professore all’università di Harvard.

per capire l’importanza del pensiero di Sen, occorre partire dal concetto di ottimo paretiano.

l’ottimo paretiano, detto anche efficienza paretiana, si ha in una distribuzione delle risorse nella quale non si può migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di un altro.

Sen dimostra matematicamente che è impossibile attraverso il metodo della libera concorrenza arrivare ad una situazione nella quale non si può migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di un altro .

* * *

confesso di non capire molto: a me pare che in qualunque situazione statica non sia possibile migliorare la situazione di qualcuno senza contemporaneamente peggiorare la situazione di qualcun altro, e non capisco neppure perché questa condizione venga definita “ottimale” oppure “di efficienza”, dato che l’unico modo di migliorare la condizione di qualcuno senza peggiorare la situazione di qualcun altro si ha in condizioni di aumento dei beni disponibili, e questa situazione mi pare molto più ottimale e più efficiente di quella in cui la produzione non cresce.

però a questa obiezione mi fermo, rinunciando anche ad esaminare altri importanti aspetti del pensiero di Sen, e in particolare non affronto eppure il problema del collegamento che esiste fra il paradosso di Sen in economia e il teorema dell’impossibilità di Arrow , di cui mi sono una volta occupato qui: 280. la democrazia necessariamente imperfetta : il paradosso che dimostra che in un sistema elettorale democratico la decisione fra più opzioni è strettamente determinata dal modo in cui le si presentano all’elettore.

Tramite una generalizzazione del metodo di Arrow ad insiemi di vettori ad n dimensioni, l’economista Herbert Scarf ha mostrato nel 1962 l’inesistenza della mano invisibile per mercati con più di due beni i cui prezzi siano interdipendenti.

Nel 1970, applicando lo stesso principio di Arrow, il Premio Nobel per l’economia Amartya Sen ha mostrato l’impossibilità matematica del liberismo paretiano.

Nel Cours d’Economie Politique (Losanna1896), Pareto sostenne che si può dimostrare che, in una situazione in cui le risorse iniziali sono date, un sistema di mercati perfettamente concorrenziali assicura allocazioni ottimali.

era sbagliato, lo ha dimostrato Sen.

in sostanza, la ricerca novecentesca ha dimostrato sia l’impossibilità che un sistema di libere elezioni rappresenti in modo corretto la volontà popolare (a meno di non ricorrere a correttivi che tuttavia non vengono sperimentati), confermando il carattere ampiamente fasullo della democrazia parlamentare (che sarebbe superabile, quanto meno matematicamente, solo col sistema del voto ponderato), sia l’impossibilità di un sistema perfettamente liberista.

che sono i valori e i metodi che ci vengono continuamente proposti, anche se è del tutto chiaro che si tratta di favole.

* * *

non credo che sia la prima volta che sento parlare di Sen, anzi credo di essere stato inconsapevolmente influenzato da certe sue idee, trovando numeroso consonanze con quanto ho appena scritto, ma è la prima volta che esse calano nel vivo di una discussione e si ancorano fortemente ai miei pensieri.

ma lascio di nuovo la parola a maria.

* * *

Quando parlo di diritti di natura intendo fare riferimento ai diritti fondamentali che dovrebbero spettare agli esseri umani in quanto tali.

Il fatto che questi diritti siano positivamente previsti nella Costituzione ha un suo significato di civiltà perché si connotano come diritti di tutti, con conseguente indisponibilità e inalienabilità.

E qui apro una parentesi sull’effettività di questi diritti che sono princìpi per definizione e per sostanza.

Non tutti i diritti derivano da princìpi, ma quando ne derivano i princìpi vengono prima e le regole tecniche non devono contraddirle.

Faccio riferimento alla Costituzione, sede dei princìpi, e alle leggi ordinarie, sede di regole tecniche.

La regola tecnica è di facile applicazione, il principio fa venire gli incubi a chi deve applicarlo: meglio fargli dormire sonni tranquilli così non disturba il sonno dei magistrati e anche degli avvocati.

(Cosa diversa è la verità processuale rispetto alla verità dei fatti.

Il processo si basa sulle carte e da quelle si deve ricavare la verità : se un testimone mente ed è creduto, il testimone dice la verità e la dice in nome del popolo italiano).

Va anche ricordato che il diritto positivo non è il diritto buono e bello, ma quello posto da una autorità competente nelle forme previste dalla legge (principio di legalità).

La positivizzazione dei diritti fondamentali attraverso le costituzioni ha però un significato particolare quando la Costituzione afferma princìpi.

Si comincia in questo modo a parlare di sostanza e non di mera legalità, si comincia a parlare di legalità sostanziale.

E qui chiudo la parentesi per ritornare ai diritti di natura, la definizione si presta ad equivoci ma io la preferisco.

Va detto subito che i diritti fondamentali anche se definiti universali, non si riconoscono a tutti, ma a classi di soggetti (per esempio al cittadino), quindi non sono universali né naturali né fondamentali.

Piuttosto sono strumento di uguaglianza e di disuguaglianza.

E se sono di uguaglianza, sono di uguaglianza giuridica, e lo stato di diritto è salvo.

Questo basta?

No, non basta.

Forse alcuni diritti trascendono i confini di uno stato?

Sì, lo trascendono.

Si può parlare di diritti universali se si distinguono in categorie?

Qualcosa non funziona e il contrasto si sente e si vede.

Intanto bisognerebbe ammettere la crisi di uno stato nazionale e rifondare la democrazia partendo dai princìpi, una sorta di democrazia costituzionale che supera la legalità formale del diritto positivo completandolo.
Insomma una democrazia con doppia legittimazione: formale e sostanziale.
Il rapporto tra democrazia e diritto, per dirla chiara, deve diventare il problema centrale come è centrale il riconoscimento dei diritti fondamentali che la presuppongono.
E’ una chiave di lettura anche giuridica perché vede i diritti dell”uomo, in quanto uomo, positivizzati in una costituzione che contiene princìpi tecnicamente non ingessabili.
Occorre però introdurre nuove istituzioni di garanzia e vedere le regole quali strumenti diretti al benessere e alla felicità dell’uomo.
Qualcuno, e a ragione, comincia a parlare di fiscalità mondiale per attuare il principio di redistribuzione.
E ancora di riformare le istituzioni di governo internazionale perché funzionali all’arricchimento dei paesi più potenti.

20 risposte a “il regalo di maria: Amartya Sen. – 485

  1. Bortocal, sono una piccolissima discepola innamorata del suo Maestro. Sen può insegnarci tante cose.
    Sen fonda il suo pensiero su tre pilastri: eguaglianza, libertà e capacità. La vita di Sen è accompagnata da questa domanda: “eguaglianza di che cosa?”. Comincia ad interrogarsi dopo la morte per inedia di un uomo sui gradini della scuola del villaggio del Bengala e vuole individuare le cause che rendono gli esseri umani diseguali.

    Sen afferma la necessità di una “uguaglianza” di partenza che ha un significato pratico. Si tratta di definire e soddisfare i bisogni primari, accettando, se è necessario, le diseguaglianze in ambiti diversi.
    L’idea di Sen sulla “capacità” coinvolge, non solo la valutazione dello star bene, ma anche quella della “libertà”. Ed è questo il motivo per il quale Sen guarda la povertà come ’insufficienza della capacità di base non come insufficienza del reddito.

    Piuttosto, l’importanza del reddito è data dal fatto di essere un mezzo per avere libertà. Per Sen
    Il superamento delle condizioni di povertà e di sottosviluppo si ottiene attraverso la promozione delle libertà e le opportunità di scelta.

    • Bortocal, riporto un aforisma di Sen che rende più chiaro quanto da me detto sopra:

      “La libertà di condurre diversi tipi di vita si riflette nell’insieme delle combinazioni alternative di functionings tra le quali una persona può scegliere; questa può venire definita la “capacità” di una persona. La capacità di una persona dipende da una varietà di fattori, incluse le caratteristiche personali e gli assetti sociali. Un impegno sociale per la libertà dell’individuo deve implicare che si attribuisca importanza all’obiettivo di aumentare la capacità che diverse persone posseggono effettivamente, e la scelta tra diversi assetti sociali deve venire influenzata dalla loro attitudine a promuovere le capacità umane. Una piena considerazione della libertà individuale deve andare al di là delle capacità riferite alla vita privata, e deve prestare attenzione ad altri obiettivi della persona, quali certi fini sociali non direttamente collegati con la vita dell’individuo; aumentare le capacità umane deve costituire una parte importante della promozione della libertà individuale”.

    • cara maria,

      hai perfettamente ragione di essere innamorata di Sen, e dovremmo cercare di farlo conoscere di più, anche per la straordianaria attualità del suo approccio all’economia nel momento attuale.

      c’è una parte del suo messaggio che è chiara e facilmente condivisibile, anche se in contrasto con i pregiudizi della maggior parte dell’economia accademica: il suo metodo è rivoluzionario e rappresenta una sorta di rivoluzione copernicana nel pensiero economico, che mette al centro dell’universo economico il soggetto umano nel suo bisogno di realizzazione individualizzata e non le astrazioni quantitative che ci vengono quotidianamente propinate come unica unità di misura dell’andamento cell’economia e neppure il concetto astratto e di nuovo meramente quantitativo di uguaglianza, che ha una rozzezza primitivistica che lui supera.

      oserei dire, immodestamente, che tutta la polemica che da un paio d’anni mi contrappone, a volte in maniera dura, al pensiero ortodosso “di sinistra” nel mondo dei blogger sul modo nel quale va affrontata la crisi, che è anche una straordinaria opportunità di uscire dal modello capitalistico e non solo una frustrante caduta di produzione e consumi, fa di me un umile e sinora poco consapevole seguace di Sen e del suo approccio, che ho sinora conosciuto solo vagamente, accontentandomi di ricavarne alcune indicazioni metodologiche fondamentali, arcihiviate, per così dire, senza fonte.

      ma in questo post e per il tuo intervento, che determina in me una svolta importante inducendomi ad assumere un punto di riferimento nuovo e ben individuato per questa dimensione della mia visione delle cose, io ho provato ad affrontare (e come avrai visto mi ci sono anche arenato per difficoltà di comprensione matematica) il nucleo duro del suo pensiero, cioè la critica al modello liberista da lui condotta con tutto il rigore di un teorema logico formale.

      secondo me, se riuscissimo a rendere comprensibile a livello divulgativo questo aspetto del suo pensiero, occultato per gli evidenti interessi contrari, e che corrisponde quasi come difficoltà al rendere vagamente comprensibile al pensiero comune la teoria della relatività di Einstein, della quale ha un rilievo corrispondente, faremmo una operazione culturale essenziale.

      purtroppo non ci arrivo ancora, ma non conto di buttare così rapidamente la spugna.

      ma la dimostrazione che il neoliberismo si fonda su un errore logico sostanziale è un passaggio essenziale per la costruzione di un mondo diverso, così come la dimostrazione di Arrow che in un sistema elettorale a scelta multipla la capacità decisionale dell’elettore è solo apparente.

      da Sen e da Arrow si deve partire per una riflessione politico-economica davvero innovativa.

      grazie a te di nuovo, naturalmente.

  2. Bortocal, senti cosa dice Amartya Sen, in un’intervista a Economics Intelligence, sulla crisi e sui metodi di contrasto da parte dell’’Europa.

    “Ci sono diversi aspetti delle politiche economiche attuate in questo periodo che mi preoccupano, soprattutto in Europa. Il primo di questi è il fallimento democratico nell’economia. Una politica economica deve essere qualche cosa che i cittadini comprendono, apprezzano e supportano. Questo è il fulcro della democrazia…Nei paesi del sud, Grecia, Portogallo o Spagna il punto di vista degli elettori è molto meno importante di quello delle banche, delle agenzie di rating o delle istituzioni finanziarie. Uno dei risultati dell’integrazione monetaria europea, senza, però, un’integrazione politica, è che la popolazione di diversi paesi non ha nessuna voce in merito. L’economia è slegata dalla base della politica. Tutto questo va completamente contro il grande movimento europeista nato negli anni quaranta e sostenitore di un’europa democratica e unita…Il debito pubblico europeo deve diminuire, su questo non c’è alcun dubbio, tuttavia le tempistiche sono errate. Al momento la priorità dei governi è quella di tagliare le spese e pensare alla crescita successivamente. Questo, a parer mio, è un grave errore. Deve essere tenuto ben presente che il ruolo dello stato non è solo quello di aiutare le persone vulnerabili e fornire ammortizzatori sociali, ma anche regolamentare l’economia di mercato. Oggi ci vogliono stimoli economici ben direzionati piuttosto che tagli drastici”.

    • eh, cara maria, questo è quello che ripetono tutti, con qualche ragione, indubbiamente, ma che io mi sono anche stufato di ascoltare, e ti dico in sintesi perché.

      chi fa queste savie osservazioni prescinde totalmente dal mostruoso potere che il mondo finanziario ha acquistato nei tempi moderni e ragiona ancora come se, sotto lo schermo della democrazia apparente, i governi potessero davvero contrastare il potere della finanza senza prendere dei provvedimenti rivoluzionari.

      fino a che non individuiamo dei provvedimenti per tagliare alla radice il potere della finanza, ogni suggerimento di questo tipo a me pare un penoso discorrere senza l’oste.

      ma Sen avrebbe le capacità, secondo me, per proporre qualcosa di più che un vago neokeynesismo impossibile…, non credi?

  3. sono d’accordo nel riconoscere la crisi dello Stato nazionale, ma dobbiamo anche capire che lo Stato in questa sua forma altro non è che una tecnica di pacificazione sociale.
    Possiamo tranquillamente superarlo, a patto di trovare un nuovo sistema che garantisca almeno questo risultato.
    vale lo stesso per il diritto, che può essere (e spesso è) ingiusto, ma crea ordine. ordine senza il quale sarebbe il caos.
    diciamo di più il diritto formale ha immensi difetti, primo fra tutti aprire alle disugualianze esistenti in società, ma ha il grandissimo pregio di essere “neutro” rispetto ad ogni opzione politica (non a caso, relegata nella conflittualità non eccessivamente vincolante, o meglio: dettagliata, delle costituzioni). vantaggio, dico, perchè così facendo ammette sempre la possibilità di errore e riforma.
    ogni sistema giuridico che voglia fondarsi sul principi “sostanziali” ha in sé un grande rischio: quello del totalitarismo.

    e scrivo questo avendo bene in mente due topoi mentali che condizionano il mio giudizio: quello del giuspositivismo (e della sua deriva del diritto come tecnica) e quella moderna, che vede quasi con paura l’idea di altri fondamenti per società se non quelli liberali e formali.
    probabilmente con questa paura moderna io mi sbaglio…. ma ricordiamo sempre chi nel secolo scorso si proponeva di cambiarla!

    • qui torna, in modo più articolato l’obiezione che ho appena letto nell’altro post, o meglio, più che obiezione, la sollecitazione a riflettere; e allora adesso provo davvero a confrontarmi.

      credo che invece di parlare di democrazia dovremmo parlare di libertà, cioè di come si costruisce una vita sociale nella quale la sensazione individuale di essere oppresso (inevitabile, almeno per molti) sia la minore possibile.

      non è la democrazia il concetto chiave, è la libertà, e la libertà è garantita principalmente dalla suddivisione dei poteri, che è la diga fondamentale contro il rischio del totalitarismo.

      non sarei contrario a sistemi dove la rappresentanza politica trovi altre forme per esprimersi (la democrazia dei consigli ha dato cattiva prova, è vero, però la rete offre possibilità totalmente inedite per la costruzione della rappresentanza, che dovremmo esplorare con spirito nuovo e mente aperta), e forse l’elemento che ha soffocato i consigli è stata la forma dittatoriale assunta dalle altre istituzioni statuali: sono riproponibili i consigli invece in un quadro di suddivisione dei poteri?

      guarderei all’esperienza tedesca della cogestione, ad esempio…

      però insisto che lo strumento della libertà non è il voto democratico, ma la divisione dei poteri.

      e certamente non possiamo accontentarci di tenere in piedi istituzioni profondamente malate solo perché tentativi passati di cambiarle hanno avuto un esito negativo.

      • in realtà credo ci sia una leggera differenza di prospettiva, quando tu parli di diritti e potere politico, io penso soprattutto alle condizioni materiali legate all’esercizio degli stessi.
        siamo all’incrocio di un problema formale e sostanziale.
        io sono in qualche modo più preoccupato per l’aspetto formale che per quello sostanziale, ovvero: mi preoccupa di più andare a modificare la ripartizione del potere politico con sistemi che non siano quelli legal-razionali, piuttosto che cercare alternative nella redistribuzione delle risorse.
        ovviamente i due problemi sono circolari, come anche l’esempio della Mitbestimmung insegna.

        • chissà se stiamo davvero parlandoci in questo scambio di commenti: tu fai fatica a seguire me e io non riesco a cogliere bene il legame delle tue osservazioni con le mie… 🙂

          forse siamo entrambi in uno di quei momenti di grande concentrazione nei quali ci sembra di essere sulla soglia di una acquisizione nuova fondamentale e ascoltiamo poco l’altro per paura che ci distragga nel momento decisivo..

          ma lascio il mio piano di discorso (che pure mi pare abbastanza attento ai problemi delle condizioni materiali) per riferirmi strettamente al tuo.

          il punto centrale che non tiene nel tuo discorso è secondo me che tu identifichi, meccanicamente, il diritto formale col diritto formale occidentale (mi pare), mentre esistono diversi tipi di diritto formale, tutti con le caratteristiche del diritto formale, e perfino diversi modelli di suddivisione dei poteri.

          e. forse un poco condizionato da questo presupposto implicito, finisci poi col pensare di risolvere con un po’ di redistribuzione delle risorse la crisi del diritto formale occidentale e della democrazia rappresentativa.

          ma chissà se stiamo parlando delle stesse cose… 🙂

          • in realtà non mi pareva che fossimo così distanti. mi sembravano due discorsi complementari, ecco.

            vero è che la discussione mi ha aiutato ad intravedere una prospettiva che non avevo colto appieno (proprio quella del legame fra i due piani del discorso).
            vero è che tu parli di potere e sistema politico, ma mi sembrava che l’oggetto del post fosse più focalizzato sui diritti e la redistribuzione, per questo non ti ho seguito direttamente sul punto.

            ad ogni modo, paradossalmente pensavo di essere ben più radicale io (in un certo qual senso marxiano) nel parlare di risorse e redistribuzione. dove la redistribuzione vuole essere un termine generico per un’operazione radicale che travalichi il semplice intervento dello Stato e designi piuttosto un nuovo modello sociale.
            dici che l’implicita identificazione del mio discorso non regge. ed in realtà non mi sento convinto di tale affermazione: innanzitutto, perchè parliamo del sistema “occidentale”, quindi non ho interesse a cercare problemi da riformare in altri sistemi; e perchè -in tutta franchezza- credo quello occidentale sia l’unico sistema di diritto formale.

            provo ora io a spostarmi sul tuo piano del discorso:
            la libertà è garantita dall’assenza di poteri che possano interferire con l’autodeterminazione (o autonomia). quindi, lo strumento della divisione dei poteri diventa lo strumento principe per frazionare l’eteronomia ed evitare che le proporzioni fra potere autonomo ed eteronomo sia sbilanciato a favore del secondo (insomma, che arrivano concetrazioni pericolose).
            spero di aver colto il punto…

            • il ma italiano è ambiguo: c’è un “ma” soft, che serve ad introdurre altre considerazioni (in latino sed) ed un ma avversativo forte (latino at) che invece si contrappone per negare; avevo inteso il ma che introduceva il tuo discorso nel secondo senso ed effettivamente non riuscivo a spiegarmi in che senso tu stessi radicalmente criticandomi.

              sarebbe bastato pensare che col ma volevi semplicemente aggiungere altre considerazioni, come ora spieghi; ma non ci ero arrivato.

              il centro (laborioso) del mio post era che Sen unifica la dimostrazione matematica della impossibilità di un mercato libero di produrre una situazione socialmente ottimale – dato che ogni miglioramento della condizione di qualcuno è pareggiata dal peggioramento della condizione di qualcun altro; e con ciò distrugge i fondamenti stessi del liberismo economico e distrugge il mito della mano magica del mercato che produce la situazione ottimale – alla ripresa della dimostrazione matematica già fatta da altri che un comune sistema elettorale democratico è incapace di esprimere davvero la scelta della maggioranza su una questione dove le opzioni di voto diventano maggiori di due – e con ciò demolisce i fondamenti ideologici del culto della democrazia parlamentare come sistema perfetto.

              quindi mi pare che cercava di muoversi sul piano dell’intersezione tra sistema istituzionale e sistema economico cercando di cogliere la loro connessione profonda (una versione popolareggiante di questa problematica l’hai letta sul mio post di oggi su Octopus).

              ora mi pare che non si possa intervenire disgiuntamente sui due piani del problema: non può esservi ridistribuzione di beni senza una ridefinizione dell’assetto dei poteri; ogni redistribuzione sarebbe in questi condizioni effimera.

              in questo senso sto anche io recuperando qualcosa di marxiano: che è l’unità profonda di struttura e sovrastruttura.

              sul piano del potere mi interpreti correttamente, ma dovrei fare una piccola rettifica: secondo me “la libertà” non “è garantita dall’assenza di poteri che possano interferire con l’autodeterminazione (o autonomia)”: questa sarebbe una posizione di anarchismo puro, molto utopistico, bensì dalla presenza di diversi centri di potere alternativi fra loro ed equilibrati nella capacità di agire, fra i quali il soggetto possa scegliere autonomamente a quali rivolgersi.

              è quindi certamente vera la tua conclusione interpretativa, e cioè che “la divisione dei poteri diventa lo strumento principe per frazionare l’eteronomia ed evitare che le proporzioni fra potere autonomo ed eteronomo siano sbilanciate a favore del secondo (insomma, che arrivano concentrazioni pericolose).

              proprio così: per cui una democrazia in cui un unico organo politico, fosse pure il popolo in persona, gestisce tutti gli aspetti del potere in modo indifferenziato, non è una forma che garantisca la libertà dei singoli e potrebbe essere definita “democrazia autoritaria” o “dittatura della maggioranza”; e invece una realtà politica dove entità differenti, anche autoritarie, si pongano con autonomia reciproca e zone di intervento ben differenziate può essere paradossalmente più favorevole allo sviluppo della autonomia individuale.

              grazie di questo commento: mi pare che forse abbiamo alla fine trovato il giusto piano di discorso comune.

      • @ redpoz
        Sono prove d’autore le tue, vedrai che arriverai all’opera d’arte. Concentrati sui colori e sui caratteri e sugli spazi. Hai dalla tua parte il contenuto, il resto è forma che pian pianino renderai perfetta 🙂 . Intanto ti leggiamo senza avere l’orticaria, e non è poco. 🙂

  4. l’argomento del liberismo si fonda in realtà su un assunto che non accettiamo più: quello della crescita illimitata. solo a tale condizione, infatti, la logica di Ricardo e della produzione ottimale avrebbe un senso.

    sull’intersezione, vorrei farti una lunga citazione di Zagrebelsky sulle origini del Stato liberale di diritto fra fine 1700 ed 1800, ma sarebbe veramente troppo lunga. quindi ti rimando caldamente al testo “il diritto mite”, p. 34 e seguenti di cui faccio solo un’anticipazione come invito alla lettura chiarificatrice: “una società politica ‘monista’ o ‘monoclasse’ come quella liberale del secolo scorso le condizioni del proprio ordine le portava al suo interno. […] il monopolio politico-legislativo di una classe sociale relativamente omogenea determinava di per sé le condizioni dell’unità della legislazione. La sua coerenza era assicurata fondamentalmente dalla coerenza della forza politica che la esprimeva”.
    Di fatto, aggiungo io, il diritto si è evoluto anche in questo caso molto più lentamente della pratica politica.

    Effettivamente, abbiamo visto, le redistribuzioni operate “all’interno” del sistema sono marginali, residuali e non veramente incisive.

    Anche sul piano dei poteri mi sento di rimandarti a Zagrebelsky, almeno per una rapida disamina.
    Capisco la tua rettifica, e mi correggo: nel senso che l’assenza di poteri interferenti non è assoluta, bensì relativa. Ovvero, l’assenza di poteri che annullino l’autonomia degli altri (bilanciamento).
    Questa, in fondo, è anche la preoccupazione di Luhmann nel mantere le società complesse senza che la complessità sia compressa dal potere politico.

    • eh sì, la prima osservazione è il punto chiave, pare a me: il liberismo è garante teorico della felicità universale solo ammettendo la crescita infinita; appena la crescita è bloccata (anche solo sul piano teorico del ragionamento) il liberismo appare semplicemente quel sistema che toglie a qualcuno per dare a qualcun altro…

      è difficile sottovalutare il nesso fra teorie liberiste, spirito del capitalismo e presunzione dell’infinità della crescita…

      con la caduta di questo postulato, in atto, si esce però definitivamente dall’economia euclidea… 😉

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