circoncisione e diritti umani. – 486

30 settembre 2012 domenica  08:56

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sono finora coerente con la decisione presa e per ora non me me pento: ho smesso di leggere i quotidiani italiani on line.

non capisco perché devo barattare il mio bisogno di essere informato col lavaggio mentale che essi mi impongono: è vero che presumo di essere capace di smontare i loro puerili condizionamenti in molti casi (vedi da ultimo Sallusti), ma mi accorgo che non sono molti i capaci di fare ciò e che la battaglia per il pensiero davvero libero è molto faticosa.

per questo mi informo sulle cose italiane esclusivamente attraverso i blog, ma cancello progressivamente dalla lista di quelli che seguo chi si rivela inadeguato (secondo il mio criterio di giudizio) a mantenere un proprio pensiero distinto da quello dominante – per esempio, JACK’S BLOG e agenore.blogs.it addio: non mi servono i blog che inseguono l’audience facendo da cassa di risonanza dei media, ma quelli che li contrastano e nei quali posso ritrovarmi almeno per un atteggiamento morale comune -, e affido la mia residua informazione a due fonti soltanto: blog selezionati come appena detto, e stampa tedesca (per via della conoscenza linguistica meno approssimativa che per altre lingue).

non sono così stupido da non pensare che anche la stampa tedesca non cerchi di condizionare i suoi lettori, però almeno cerca di condizionarla su una serie di questioni che mi toccano molto meno direttamente e soprattutto lo fa con un metodo molto differente: quello di giornali che hanno davanti un paese civile e più critico, non un pubblico becero e vociante come quello è diventato anche quello dei lettori di quotidiani italiani.

oh, datemi pure del razzista: riderò di voi fino a che non vi fate un paio di mesi di lavoro all’estero: ho passato un’oretta a parlare con Gabriele, il grande trombettista che abita due piani sotto di me, di ritorno da due mesi a Berlino dove gli hanno offerto quel che in Italia, col suo talento indiscutibile, nessuno: di incidere un disco; e mi ha raccontato della sua difficoltà a rientrare in questo paese e abbiamo condiviso, lui di non ancora trent’anni e io di non ancora settanta, le nostre valutazioni, che coincidevano!

consiglio a tutti voi di fare altrettanto: di prendere la lingua straniera che conoscete meglio e di informarvi in futuro soltanto lì, oltre che attraverso dei blog fidati, tra cui naturalmente cor-pus :), anche se nelle prossime settimane lo troverete immagino, piuttosto evanescente ed amorfo sulle cose italiane, cioè sugli argomenti stupidamente di attualità.

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bene, fate conto che questa è solo la premessa per un post di informativa e discussione sul problema che sta discutendo a fondo il Parlamento tedesco: quello sulla legalità dell circoncisione.

e io, che ho già cercato in passato di sollevare questo problema sul mio blog, sentendomi in Italia un alieno, mi immagino la reazione dei miei lettori, che sono già gente un poco speciale.

effettivamente, come si può parlare del problema sociale della circoncisione nel quadro dei diritti costituzionali in un paese come l’Italia che non ha una cultura dei diritti umani (se si esclude il periodo risveglio di forme di partecipazione sentimentale a casi estremi)?

fine della premessa: e adesso che ne faccio? la lascio qui come premessa, oppure ne faccio un post a parte, considerando che c’entra poco?

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il problema della circoncisione è stato sollevato tempo fa in Germania da un giudice che ha condannato una famiglia per lesioni per averla praticata sul proprio figlio.

di conseguenza il Bundestag, cioè l’equivalente della nostra Camera dei Deputati, ha affrontato la questione e sta per varare una legge sul tema: lo fa con una discussione serrata e una unica votazione, dopo di che la legge entrerà in vigore senza tante perifrastiche attive e passive, tipiche del latinismo giuridico italico.

il documento in discussione prevede di “regolare nell’ambito del diritto familiare in futuro” la circoncisione, cioè nel quadro del “diritto fissato ad educare i propri figli senza violenza”.

già questo a mio avviso sarebbe un punto interessante: circoncidere un bambino è un atto di violenza fisica nei suoi confronti?

indubitabilmente sì, come ogni intervento diretto per modificare il suo corpo che un bambino subisce: il mio primo netto ricordo infantile è quello dell’operazione subita a tre anni per l’asportazione delle tonsille, che allora si praticava senza anestesia; una successiva terapia contro una sinusite a cinque anni fu un trauma successivo, altrettanto indelebile, perché mi richiamava alla mente lo stesso episodio; e quando a sei anni fui ricucito in tutta urgenza senza anestesia perché stavo morendo dissanguato dopo essere finito in una porta a vetri, me lo ricordo altrettanto bene, anche se l’intervento ovviamente mi salvò la vita.

ma è violenza un intervento sul corpo anche se riguarda un bambino piccolissimo, che non ha ancora memoria.

anche perché, che cosa ha scoperto a fare Freud l’inconscio se poi facciamo come se non ci fosse?

ogni circonciso porta comunque dentro di sé, come momento della sua vita psichica, il fatto di essere stato circonciso, perfino se non se lo ricorda distintamente, perché comunque quel ricordo è inciso nel suo corpo, ed è il corpo che ricorda, la mente è solo uno strumento operativo della memoria, uno fra i tanti, oltretutto.

e la circoncisione è un modesta castrazione simbolica, che ha la finalità di modificare e limitare la vita sessuale soltanto a determinati comportamenti, e quindi è a mio parere, anche soltanto proprio per la sfera fisica coinvolta, un atto di violenza sessuale col quale si apre al mondo il bambino che la subisce e col quale ogni circonciso, islamico o ebreo, deve fare i conti nella propria vita cosciente successiva.

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bene, a fronte della prospettiva di affidare esclusivamente alla famiglia, come scelta “educativa”, la decisione se circoncidere il proprio figlio maschio oppure no, le critiche nel parlamento tedesco si sono levate: Verdi, SPD e perfino CDU, il partito cristiano della Merkel, rifiutano al momento questa formulazione, almeno attraverso i loro deputati della Commissione Parlamentare per i bambini (già, perché in Germania c’è una Commissione Parlamentare per i diritti dei bambini: come in Italia :().

Marlene Rupprecht, SPD: “definire questa proposta cinica è ancora un eufemismo”.

Katja Dörner, Verdi: “qui si sta mettendo a disposizione il diritto all’inviolabilità corporea dei bambini”: insomma, siamo vicini, anche secondo lei, ad un atto di violenza sessuale parentale legalizzato contro di loro.

la critica dei partiti al governo è più limitata.

Norbert Geis, membro CSU della commissione afferma che “la circoncisione non è un intervento così grave“ e potrebbe essere anche praticato da personale autorizzato senza qualifica medica, però occorre approfondire la questione dell’anestesia.

insomma, niente male se avviene però sotto anestesia la violenza al corpo del bambino, che consiste nella sua alterazione dovuta solamente a motivi rituali, e dunque non poi così grave per un credente che in questo esprime appoggio e solidarietà a credenti di altre fedi .

i liberali sono presenti invece, con Stephan Thomae, nella commissione giuridica e dicono per sua voce che la direzione di fondo è giusta perché lo stato non può entrare nel modo in cui le religioni svolgono le loro tradizioni, però occorre approfondire la questione se non possa essere solamente un medico a praticarla.

* * *

la Federazione dei Medici tedesca ha intanto affermato che anche per i bambini sotto i sei mesi la circoncisione va praticata unicamente con l’anestesia: una circoncisione sotto i sei mesi senza anestesia va contro le regole generali fissati dalla normativa per il trattamento medico dei bambini.

ma qualcun altro del settore osserva che l’anestesia locale dei neonati non è semplice ed esige una persona esperta: senza anestesia la circoncisione, secondo lui, non è compatibile col benessere del bambino; e la situazione peggiorerebbe di molto se si lasciasse circoncidere i bambini a personale non medico.

del resto, aggiungo io, come noto, vi è un certo grado di errore in queste pratiche condotte su neonati, dato che l’incisione è particolarmente difficile e delicata e alcuni ne subiscono dei danni permanenti che vanno oltre la perdita della pelle del del prepuzio.

una associazione per i diritti dei bambini preannuncia un ricorso alla Corte Costituzionale tedesca se la legge venisse varata:

“E’ scandalosamente inadeguata, apre lo spazio a procedure chiaramente lesive del corpo dei bambini.

Che il nostro stato consenta a circoncisori musulmani ed ebrei di intervenire, senza specifica formazione medica, sui genitali dei neonati, è scandaloso”.

un filosofo del diritto (avete mai visto in Italia filosofi del diritto che si occupano di queste cose?) tira le conclusioni che io stesso condivido:

la legalizzazione della circoncisione – dei minori, aggiunta mia – è scandalosamente inaccettabile.

* * *

vorrei fare qualche osservazione personale ancora su questo conflitto profondo ed insanabile fra l’etica laica dei diritti umani e la prassi delle religioni nel loro insieme, che delinea un groviglio giuridico-culturale pressoché inestricabile.

però conto su qualche commento per sviluppare la discussione, anzi volutamente mi astengo dal proporla già qui, perché so che il tema scabroso verrà. come in altri casi, accuratamente evitato dai lettori.

ma io li aspetto proprio e solo nei commenti, e quindi, se vogliono discutere, dovranno proprio decidersi a farlo lì.

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Lettera pseudopaolina ai Corinzi I, 5,19-20: “Non conta nulla l’essere circonciso o l’essere incirconciso (…) Ognuno resti nella condizione in cui era quando fu chiamato”.

Lettera pseudopaolina ai Galati, 5, 12: “Volesse Dio che si mutilassero del tutto questi seminatori di disordine che vi agitano”, sostenendo che la circoncisione è necessaria.

San Tommaso d’Aquino, «Commento alla lettera ai Galati», capitolo I, lezione 2a, numero 297: «Essi vi turbano perché vogliono che vi facciate circoncidere; ma magari essi non solo siano circoncisi, ma anche completamente castrati! (non solum circumcidantur, sed totaliter castrentur).

notare che nel pensiero tradizionale cristiano la circoncisione viene dunque vista come una mutilazione sessuale parziale.

11 risposte a “circoncisione e diritti umani. – 486

  1. L’Italia , a differenza di altre nazioni, non ha disciplinato la circoncisione. E dire che era già nota nel diritto romano classico che la puniva, assimilandola all’omicidio, con la pena capitale, anche se praticata contro uno schiavo. Era la lex Cornelia de sicariis a prevede questa pena esemplare. Successivamente, la circoncisione fu prevista come figura autonoma di reato e alla pena capitale fu aggiunta la confisca della casa in cui il reato era commesso. Il Digesto giustinianeo fissava quale principio fondamentale l’indisponibilità dell’integrità della persona nel suo essere fisico “dominus membrorum quorum nemo videtur”.
    Ma se vogliamo parlare di princìpi, Bortocal ritornano sempre in questi giorni e sei tu a chiamarli:-), la nostra Costituzione se ne è ricordata con l’art.2, che assicura i diritti inviolabili dell’uomo tra i quali l’integrità fisica, con l’art:13, che a garanzia della salute e dell dignità vieta disposizioni del corpo, specie se non assentite, con l’art:32 che vieta trattamenti sanitari non previsti dalla legge la quale, a sua volta, deve rispettare il limite del rispetto della persona umana.

    Continuo con il prossimo commento, ho paura che mi scompaia quello che ho scritto

    • col tuo riferimento al diritto romano, hai risvegliato un interesse acuto su un tema che non avevo presente: non si smette mai di imaparare, per fortuna.

      sono finito subito qui: http://www.ledonline.it/rivistadirittoromano/allegati/dirittoromano10Rocca.pdf, in particolare alla pag. 7, che parla della introduzione del divieto della circoncisione da parte di Adriano alla fine del suo regno, cioè fra il 132 e il 138, cosa che avrebbe determinato l’ultima grande rivolta ebraica, quellla di Bar Kochba, del 135.

      noto tra l’altro che questa è esattamente la realtà culturale con la disputa tra diritto a circoncidere e no che viene testimoniata dalle epistole pseudo-paoline, in realtà marcionite pubblicate da Marcione verso il 140.

      la polemica delle pseudo-Paolo è contro gli ebrei osservanti del 135, non avrebbe senso settant’anni prima, e se ci fosse stata allora non avrebbe avuto senso riprenderla con tanto ritardo.

      Samuele Rocca fa qui una rassegna abbastanza interessante della questione delle fonti storiche; qualcuno sostiene che il divieto della Lex Cornelia de sicariis riguardava la castrazione e non la circoncisione.

      sembra comunque abbstanza accertato che Adriano estese il precedente divieto della castrazione (excidere) anche alla cicrconsisione (circumcidere, come concetto più limitato che comunque rientrava nel precedente; da questo punto di vista dovrei riprendere ed integrare il mio precedente post sulla introduzione del culto di Antinoo da parte di Adriano, che ho visto come premessa dell’idea cristiana dell’uomo-Dio, a ggiungendovi questo ulteriore riferimento alla proibizione della circoncisione.

      il divieto viene sempre giustificato da un punto di vista laico come divieto di una menomazione fisica del corpo maschile e come “castrazione” simbolica e ridotta.

      è da notare che il compromesso proposto nelle lettere pseudo-paoline è esattamente coincidente con la normativa imperiale che risultava negli anni in cui esse furono pubblicate per la prima volta, e dunque anche scritte.

      le ulteriori considerazioni che fai sui principi costituzionali le condivido completamente: i principi stessi della nostra costituzione dovrebbero portare al divieto della circoncisione del minore, secondo me.

      ma il fatto è che rischiamo una seconda rivolta di Bar Kochba, questa volta islamica, anche se a mio parere sarebbe molto importante chiarire che venire a vivere in Occidente significa accettare alcuni aspetti fondamentali della cultura vigente tra noi, fra i quali il divieto della manomissione, ad opera dei genitori, e senza una causa sanitaria stringente, del corpo del bambino.

  2. Il Comitato Nazionale di Bioetica si è pronunciato sulla circoncisione rituale, ma e forse per non essere accusato di antisemitismo, con un parere che gli va a favore e con argomenti che ti faranno saltare dalla sedia
    (dopo lo cerco e te lo mando). Ho trovato una sentenza del 2011 che fotografa l’atteggiamento italiano.
    La riporto:

    CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE – SENTENZA 24 novembre 2011, n.43646 – Pres. Agrò – est. Milo
    Fatto e diritto

    1. La Corte d’Appello di Venezia, con sentenza 12/10/2009, confermava la decisione 8/11/2007 del Tribunale di Padova, che, per quanto qui interessa, aveva dichiarato K..S., cittadina nigeriana, colpevole di concorso nel delitto di cui all’art. 348 cod. pen. e l’aveva condannata, previa concessione delle circostanze attenuanti generiche, a pena ritenuta di giustizia e al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile. L’addebito specifico mosso all’imputata è di avere fatto sottoporre, la sera del (omissis) , il proprio figlio E.F.O. , nato (omissis) precedente, a intervento di circoncisione da parte di soggetto non abilitato all’esercizio della professione medica, con la conseguenza che il neonato, poche ore dopo l’intervento subito, aveva avuto una imponente emorragia, che ne aveva imposto il ricovero d’urgenza in ospedale per gli interventi terapeutici del caso.

    Il Giudice distrettuale riteneva che l’intervento di circoncisione andava qualificato come atto medico, sia ‘in ragione della materialità dell’atto’ che, interferendo sull’integrità fisica, non può prescindere dall’attenta valutazione delle condizioni del soggetto che lo subisce, sia in considerazione del fatto che ‘richiede capacità tecniche e conoscenze di medicina tali da dovere essere riservato solo ai soggetti abilitati alla professione medica’. Sottolineava, inoltre, alla luce di quanto emerso dalla espletata istruttoria, che l’imputata aveva deciso di sottoporre il figlio di poche settimane alla circoncisione ‘per motivi culturali – religiosi’, anche se tale pratica non costituiva ‘un rito della fede religiosa professata, bensì una condotta in uso nella comunità di appartenenza’ (di fede cattolica), con l’effetto che la scelta operata doveva essere apprezzata come una mera ‘manifestazione della cultura assunta dall’imputata’ e non era, quindi, invocabile la scriminante dell’esercizio del diritto di professare liberamente la propria fede religiosa. L’errore-ignoranza dell’imputata circa la natura di atto medico dell’intervento di circoncisione, in quanto incidente sul precetto penale, era privo di rilevanza, ai sensi dell’art. 5 cod. pen..

    Precisava, infine, che la sofferenza provocata al neonato dall’intervento e dalle successive complicazioni integrava il ‘danno morale’, al cui risarcimento l’imputata era tenuta.

    2. Ha proposto ricorso per cassazione, tramite il proprio difensore, l’imputata, deducendo: 1) erronea applicazione della legge penale, con riferimento all’art. 348 cod. pen., e vizio di motivazione circa l’individuazione della nozione di ‘atto medico’, nella quale non può essere ricondotta la circoncisione rituale, non avendo la stessa finalità terapeutiche, non essendo finalizzata alla cura della salute psico-fisica del soggetto ed essendo caratterizzata, specie se eseguita su neonato, da una estrema semplicità; 2) violazione dell’art. 55 cod. pen. in relazione agli artt. 51 cod. pen., 19 e 30 Cost., non essendosi considerato che era difettata in lei la consapevolezza di sottoporre il proprio figlio ad un intervento di competenza medica, essendo incorsa, per eccesso di colpa, in errore circa i limiti entro cui le era consentita, in aderenza alla propria tradizione culturale, la pratica della circoncisione; 3) violazione di legge in ordine alla ritenuta sussistenza del nesso causale tra l’ipotizzato reato di cui all’art. 348 cod. pen. e il danno morale lamentato dalla parte civile.

    3. Il ricorso è fondato e deve essere accolto.

    Vengono in rilievo, nel caso in esame, delicati aspetti giuridici connessi alla pratica, nella società occidentale e, in particolare, nel nostro Paese, della circoncisione c.d. rituale e, quindi, non terapeutica da parte di soggetti di diversa etnia, che, per tradizione culturale o religiosa, sono ad essa favorevoli.

    La questione centrale attiene al profilo medico insito nella circoncisione eseguita per motivi rituali.

    Questa è solitamente percepita da un medico occidentale come una mutilazione genitale per il bambino e una palese violazione del fondamentale comandamento che deve ispirare l’attività del sanitario: primum non nocere. In sostanza, si tratterebbe comunque di un atto medico, perché, pur in assenza di finalità terapeutica, interferisce sull’integrità fisica della persona, presuppone un attento esame delle condizioni della medesima prima di essere eseguito, richiede l’osservanza di determinate tecniche e di opportune precauzioni, impone il monitoraggio del decorso post-operatorio per prevenire eventuali complicazioni.

    Tale percezione, però, non è, di per sé, decisiva per la soluzione della questione sottoposta all’attenzione di questa Corte, in quanto non tiene conto della complessa problematica connessa alle ragioni e al forte carico simbolico che connotano la pratica della circoncisione rituale in determinati contesti.

    Non può essere sottaciuto, infatti, il significato che tale pratica assume da parte di aderenti ad una determinata fede religiosa, che è propria di due tra le religioni monoteiste, l’ebraismo e l’islamismo.

    Quanto al primo, in particolare, che si richiama solo esemplificativamente, il riferimento nella Bibbia alla circoncisione come patto di sangue, come alleanza tra Dio e il popolo ebraico è ripetuto a partire dalla Genesi; la pratica di tale rito nell’osservanza di rigide regole rappresenta, considerate le profonde radici della civiltà ebraica in occidente, una forte sfida culturale sia per l’imponenza (sotto il profilo numerico) del fenomeno che per le tematiche in esso coinvolte.

    L’intreccio tra circoncisione e identità ebraica è reale e non può essere ignorato, come non possono essere ignorati i limiti medici e legali che attengono al nucleo più profondo del nostro ordinamento, che appresta particolare tutela al rispetto dei diritti individuali e alla salute psico-fisica di ogni membro appartenente alla società.

    È necessario, quindi, verificare se è possibile conciliare – ed entro quali limiti – allo stato della legislazione vigente, tali opposte esigenze: da un lato, la volontà di determinate minoranze che vivono in Italia di rivendicare l’appartenenza alla propria etnia e l’osservanza delle proprie tradizioni; dall’altro, il rispetto delle nostre regole.

    Legge, religione, tradizione culturale e medicina vengono a confronto.

    Una società multietnica, che accetta più o meno consapevolmente il multiculturalismo, non può ignorare una certa dose di relativismo culturale, che consenta di guardare ad altre civiltà senza giudicarle secondo i propri parametri. Ne consegue che l’approccio alla delicata questione in esame, per le implicazioni di carattere etico e giuridico che vengono in rilievo, deve essere guidato da una prudente e illuminata interpretazione delle norme di riferimento, senza sottovalutare la peculiare posizione del soggetto coinvolto nell’atto rituale incriminato.

    3.1. Osserva la Corte che sul tema della circoncisione rituale non esiste in Italia una espressa normativa di legge, che specifichi il soggetto che può praticarla e il luogo in cui può essere praticata.

    Richiamando ancora l’esempio di cui al punto che precede, la circoncisione rituale dell’ebraismo è una cerimonia religiosa (brit milah: patto del taglio) con cui si da il benvenuto ai neonati maschi nella comunità, è effettuata, solitamente in casa o in altro luogo privato, dal mohel all’ottavo giorno dalla nascita del bambino; il padre del neonato, avendo l’obbligo biblico di eseguire la circoncisione e non avendo la formazione medica necessaria, affida tale compito al mohel, che di solito è un medico o comunque una persona specializzata nella pratica della circoncisione e dei relativi rituali.

    La legge 8/3/1989 n. 101, dando attuazione all’Intesa stipulata il 27/2/1987, contiene norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Tale normativa contiene un implicito riconoscimento della conformità della pratica circoncisoria ebraica ai principi dell’ordinamento giuridico italiano, come si evince indirettamente dal combinato disposto degli artt. 2, comma 1, e 25, in forza dei quali è garantito ‘il diritto di professare e praticare liberamente la religione ebraica in qualsiasi forma…e di esercitarne in privato o in pubblico il culto e i riti’, con la precisazione che l’attività di religione e di culto si svolge liberamente in conformità dello Statuto dell’ebraismo italiano, senza alcuna ingerenza da parte dello Stato, delle Regioni e degli altri Enti territoriali.

    La circoncisione rituale praticata dagli ebrei su neonato deve, pertanto, ritenersi non in contrasto con il nostro ordinamento e ha una preminente valenza religiosa che sovrasta quella medica, con l’effetto che giammai il mohel potrebbe incorrere nel reato di esercizio abusivo della professione medica e la sua condotta, che oggettivamente integra il reato di lesione personale, è scriminata, se non determina una apprezzabile lesione permanente e non mostra segni di negligenza, imprudenza o imperizia. La scelta fatta dal legislatore del 1989 con la legge innanzi richiamata è, peraltro, in linea con diritti presidiati dalla Carta Costituzionale. Il riferimento è all’art. 19 Cost., che riconosce il diritto alla libertà di religione, purché non vengano compiute pratiche contrarie al buon costume, ipotesi questa da escludere per la circoncisione, che non può certo considerarsi una pratica contraria ai principi etici o alla morale sociale e non pregiudica la sfera dell’intimità e della decenza sessuale della persona. Non superfluo, inoltre, è il riferimento all’art. 30 Cost., che riconosce il diritto-dovere dei genitori di educare i figli e ovviamente l’educazione religiosa rientra in tale parametro costituzionale. Quanto al delitto di lesione personale, astrattamente ipotizzabile, la causa di giustificazione a favore del mohel trova titolo nel consenso dell’avente diritto (art. 50 cod. pen.), prestato validamente ed efficacemente dai genitori del neonato, per il compimento di un atto che rientra tra quelli consentiti di disposizione del proprio corpo (art. 5 cod. civ.), in quanto non determina una menomazione irreversibile con indebolimento permanente e non modifica sostanzialmente il modo d’essere dell’individuo sotto il profilo dell’integrità funzionale o sotto quello della capacità di vita di relazione.

    3.2. Non può omettersi di considerare, però, che il significato della circoncisione non terapeutica è spesso riconducibile a motivazioni che esulano da esigenze religiose e identitarie e affondano le loro radici soltanto in tradizioni culturali ed etniche, assolutamente estranee alla cultura occidentale e non sempre compatibili, sul piano operativo, con la nostra legislazione.

    Non può essere ignorato, infatti, che in molti casi l’esecuzione dell’intervento cruento, a differenza di quanto accade nel mondo ebraico, è affidata a persona non qualificata, non

    dotata cioè di adeguata e riconosciuta competenza, che vi procede in modo empirico e senza alcuna concreta garanzia circa la sua corretta effettuazione, lo scrupoloso rispetto dell’igiene e dell’asepsi, la continuità dell’assistenza anche dopo l’intervento, con conseguente intuibile pericolo per la salute del bambino, alla quale invece il nostro ordinamento impone di dare maggior peso rispetto ai contingenti fattori culturali ed etnici che ispirano, in certi contesti sociali, la pratica di cui si discute. Tanto è riscontrabile nella vicenda che vede coinvolta la nigeriana K..S. . Costei, pacificamente di fede cattolica, decise di fare sottoporre il proprio figlio di appena un mese a circoncisione, adeguandosi ad una pratica in uso presso la comunità di appartenenza e notoriamente estranea al rito della religione cattolica; in sostanza, la scelta operata dalla predetta va letta come espressione della cultura dalla medesima interiorizzata nell’ambito della comunità di provenienza e nulla ha da condividere con la circoncisione rituale di matrice religiosa praticata dagli ebrei, sicché non è invocabile, nella specie, l’esercizio del diritto di professare liberamente la propria fede religiosa. L’imputata affidò il compito di eseguire l’intervento circoncisorio ad una non meglio identificata donna nigeriana, certamente priva, per ammissione implicita della stessa imputata, di qualsiasi professionalità adeguata al caso, se vero che il bambino, subito dopo l’intervento, evidenziò ‘un’emorragia cospicua e irrefrenabile con necessità di ospedalizzazione e trattamento terapeutico complesso’, per superare la fase di criticità che aveva addirittura posto in pericolo la sua vita.

    Nella descritta situazione, non si può prescindere dalla considerazione che il diritto, necessariamente tributario della scienza medica, non può sottovalutare la delicatezza dell’intervento di circoncisione, che, per quanto semplice, interferisce comunque sulla integrità fisica della persona, comporta una manipolazione del corpo umano potenzialmente rischiosa per la salute e oggettivamente, pur in assenza di preventive finalità terapeutiche, è sostanzialmente un atto di natura medica (trattasi di vero e proprio intervento chirurgico), che non può essere affidato al libero esercizio di una qualsiasi persona, ma deve essere eseguito, di norma, da un medico, che è soggetto professionalmente attrezzato per assolvere tale compito. Né, nella situazione in esame, che attiene – come si è precisato – alla circoncisione motivata da tradizioni etniche, soccorre, a differenza di quanto previsto per il rito religioso ebraico, una qualche previsione legislativa del nostro ordinamento, che legittimi una tale pratica, sganciata da ogni regola; nel caso specifico, quindi, non può che operare la ‘riserva professionale’, finalizzata a garantire la qualificazione e la specifica competenza della persona che deve procedere all’intervento.

    Assume, pertanto, concretezza, almeno in astratto, il precetto di cui all’art. 348 cod. pen., la cui violazione è contestata all’imputata in termini di concorso.

    Si è in presenza, sotto il profilo della materialità, di un reato, per così dire, culturalmente orientato, quello che gli americani definiscono cultural offence. Nel reato culturalmente orientato non viene in rilievo il conflitto interno dell’agente, vale a dire l’avvertito disvalore della sua azione rispetto alle regole della sua formazione culturale, bensì il conflitto esterno, che si realizza quando la persona, avendo recepito nella sua formazione le norme della cultura e della tradizione di un determinato gruppo etnico, migra in un’altra realtà territoriale, dove quelle norme non sono presenti. Il reato commesso in condizione di conflitto esterno è espressione della fedeltà dell’agente alle norme di condotta del proprio gruppo, ai valori che ha interiorizzato sin dai primi anni della propria vita.

    Ciò posto, devesi escludere, tuttavia, alla luce di quanto emerge dalle due sentenze di merito, la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato contestato all’imputata.

    Il reato di cui all’art. 348 cod. pen. è punito a titolo di dolo, consistente nella coscienza e volontà di concorrere nel compimento di un atto di abusivo esercizio della professione medica. La citata norma è una norma penale in bianco, integrata da altre norme che disciplinano la professione protetta e che penetrano nella struttura della prima, formando con questa un tutt’uno.

    Si tratta di cogliere, alla luce delle circostanze di fatto accertate dai giudici di merito, il processo di formazione della volontà dell’imputata, i suoi eventuali condizionamenti, la consapevolezza o meno in lei, nel decidere di fare circoncidere il proprio bambino, di sottoporre lo stesso ad un intervento di chirurgia minore, che, secondo la nostra legislazione, è normalmente di competenza medica.

    Tale aspetto non è adeguatamente approfondito dalla sentenza impugnata, che si limita ad affermare l’irrilevanza dell’eventuale ‘errore/ignoranza’ incidente sul precetto penale; e tale deve ritenersi, secondo la stessa sentenza, ‘l’errore/ignoranza’ che riguarda ‘la natura di atto medico dell’intervento di circoncisione’.

    La sentenza in verifica, in sostanza, omette di valutare la posizione dell’imputata alla luce dell’art. 5 cod. pen., nel nuovo testo risultante a seguito della sentenza additiva n. 364/1988 della Corte Costituzionale, che ha dichiarato costituzionalmente illegittima detta norma “nella parte in cui esclude dall’inescusabilità dell’ignoranza della legge penale l’ignoranza inevitabile”. La rilevanza dell’ignorantia legis scusabile implica che il giudizio di rimproverabilità del soggetto agente deve necessariamente estendersi alla valutazione del processo formativo della sua volontà, per stabilire se il medesimo soggetto, al momento dell’azione posta in essere, si sia o no reso conto dell’illiceità della sua condotta e del valore tutelato dalla norma violata.

    Tale principio opera anche con riferimento alla norma extrapenale che va ad incorporarsi nella fattispecie penale, in quanto la prima diventa anch’essa penale ai fini della disciplina dell’ignorantia legis, con l’effetto che l’errore – se scusabile – deve essere apprezzato come fattore di esclusione della colpevolezza, e ciò proprio in forza del disposto dell’art. 5 cod. pen., nel testo risultante dall’intervento del Giudice delle leggi, ed a superamento della previsione di cui all’art. 47, comma terzo, cod. pen., che attiene più propriamente all’errore sulla norma extrapenale priva di funzione integratrice di quella penale. L’individuazione dei parametri di valutazione del principio della scusabilità dell’ignorantia legis inevitabile, in difetto di una specifica indicazione del richiamato art. 5 cod. pen., non può che essere rimessa all’interprete, che deve fare leva, tenendo presenti le indicazioni fornite dalla Corte Costituzionale, su considerazioni sistematiche e funzionali più generali.

    Il criterio di detta individuazione, per essere affidabile, non può che emergere dal raffronto tra dati oggettivi, che possono avere determinato nell’agente l’ignorantia legis circa l’illiceità del suo comportamento, e dati soggettivi attinenti alle conoscenze e alle capacità dell’agente, che avrebbero potuto consentire al medesimo di non incorrere dell’error iuris. È certamente dato oggettivo incontestabile il difettoso raccordo che si determina tra una persona di etnia africana, che, migrata in Italia, non è risultata essere ancora integrata nel relativo tessuto sociale, e l’ordinamento giuridico del nostro Paese; non può tale situazione risolversi semplicisticamente a danno della prima, che, in quanto portatrice di un bagaglio culturale estraneo alla civiltà occidentale, viene a trovarsi in una oggettiva condizione di difficoltà nel recepire, con immediatezza, valori e divieti a lei ignoti. Quanto all’aspetto soggettivo, non possono essere ignorati, anche alla luce della testimonianza del sacerdote D.J.B. , il basso grado di cultura dell’imputata e il forte condizionamento derivatole dal mancato avvertimento di un conflitto interno, circostanze queste che sfumano molto il dovere di diligenza dell’imputata finalizzato alla conoscenza degli ambiti di liceità consentiti nel diverso contesto territoriale in cui era venuta a trovarsi.

    Sussistono pertanto, nel caso concreto, gli estremi dell’errar iuris scusabile e la conferma indiretta di ciò si coglie nel comportamento post – delictum dell’imputata, che, resasi conto che il figlio necessitava di assistenza medica, non esitò a ricoverarlo in ospedale e a riferire ai sanitari, senza alcuna reticenza e con molta naturalezza, quanto era accaduto.

    4. Le argomentazioni sin qui svolte, che hanno carattere assorbente rispetto a ogni altra doglianza articolata in ricorso, impongono l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, perché il fatto non costituisce reato.

    P.Q.M.

    Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non costituisce reato

    • sono sconcertato e depresso: non costituisce reato per una nigeriana CATTOLICA far circoncidere il proprio figlio, neppure lei sa perché, dato che è cattolica, da una praticona sua simile che lo riduce in fin di vita.

      allucinante.

      dire che siamo peggio dei nigeriani è poco.

      ma una cosa mi ha fatto sorridere: il riferimento che la Corte di Cassazione ha fatto, nell’annullare la condanna. al relativismo culturale.

      il relativismo culturale che viene rimproverato ai laici per dargli addosso, ma poi torna buono per dargli torto quando provano ad affermare dei valori indiscutibili, come quello del diritto irrinunciabile del bambino ad una totale e perfetta integrità fisica!

      insomma, si conferma quel che scrivevo pochi giorni fa in un contestato borforisma: che i cattolici compiono quotidianamente il miracolo di essere integralisti e totalitari come vuole il vero significato del loro nome, e allo stesso relativisti più di chiunque altro, quando gli fa comodo.

  3. Ho trovato il parere del Comitato di Bioetica del 25 settembre 1998, riporto solo la parte che riguarda la circoncisione rituale:
    La circoncisione rituale

    1. La pratica rituale della circoncisione appartiene a molti popoli diversi, sia dell’antico Oriente mediterraneo, che dell’Africa nera, che dell’Australia prima della colonizzazione, ed è comunque antichissima; è rappresentata in dipinti parietali di tombe egiziane, risalenti almeno a cinquemila anni prima di Cristo. In seno all’ebraismo è stata recepita in modo originale e tradizionalmente praticata a seguito di uno specifico comando divino espressamente formulato nella Bibbia (cfr. Genesi, 17, 9-14; Levitico, 12,3). A tale precetto va sostanzialmente riferita questa pratica anche per quel che concerne la tradizione islamica, nella quale, peraltro, la circoncisione ha un carattere più tradizionale che strettamente religioso e viene di solito praticata alcuni anni dopo la nascita (ma comunque in età prepuberale). Per gli ebrei, in particolare, l’atto della circoncisione presenta sostanzialmente una duplice valenza: segno esteriore dell’alleanza stabilita fra Dio e il suo popolo eletto; segno indelebile di distinzione, di identificazione e di appartenenza al popolo e alla fede di Israele. Conformemente a consolidata tradizione vetero-testamentaria, il neonato ebreo, l’ottavo giorno dopo la nascita, viene circonciso ricorrendo all’uso di oggetti rituali (coltello dotato di lama particolare, scudo di protezione, contenitore per il prepuzio). E’ in questa occasione, che suggella in modo tangibile l’ingresso nella comunità ebraica, che i genitori impongono il nome al circonciso. Analoghe le pratiche proprie di altre tradizioni etniche e religiose.

    2. Il problema che ci si pone in questa sede è se la circoncisione rituale crei problemi bioetici e possa essere esigita o meno come prestazione a carico del Servizio Sanitario Nazionale italiano. Prima di affrontare tale specifica questione, sembra opportuno risolvere il problema di stabilire, in una prospettiva più generale, se la pratica circoncisoria a carico di minori, che non sono ovviamente in grado di prestare un valido consenso, provocando in loro modificazioni anatomiche irreversibili, sia compatibile o meno con il nostro ordinamento giuridico. In proposito, occorre segnalare che, nelle culture che praticano la circoncisione, e segnatamente in base al diritto ebraico, questo adempimento costituisce un preciso obbligo personale posto a carico dei genitori del neonato o di chi fa le veci, e viene vissuto come atto devozionale e di culto. Assumendo per i fedeli tale caratterizzazione religiosa, la prassi della circoncisione può essere oggettivamente ricondotta alle forme di esercizio del culto garantite dall’art. 19 Cost., che, nel lasciare ai consociati piena libertà di espressione e di scelta in campo religioso, si limita a vietare soltanto eventuali pratiche rituali contrarie al “buon costume”. Sotto questa specifica angolazione, l’atto circoncisorio non pare, invero, contrastare con il parametro del “buon costume”, ove quest’ultimo sia inteso secondo l’accezione ristretta comunemente accolta in questa materia, ossia come complesso di principi inerenti alla sola sfera dell’onore, del pudore e del decoro in campo sessuale. Più di una ragione porta, infatti, ad escludere che la procedura circoncisoria si ponga in contrasto con il “buon costume”, in quanto essa non è compiuta attraverso atti idonei a pregiudicare o a violare la sfera dell’intimità e della decenza sessuale della persona, ma è praticata seguendo precise regole di prudenza e di riservatezza. Di più, la circoncisione, ove intesa quale particolare manifestazione del patrimonio fideistico-rituale, viene solitamente praticata attraverso forme e modalità tecniche che non si concretizzano sotto alcun profilo in atti osceni lesivi del sentimento medio del pudore in materia sessuale.

    Alla luce di queste sue peculiari caratteristiche, la circoncisione appare in sé pienamente compatibile con il disposto dell’art. 19 della Costituzione italiana, che, salvo sempre il rispetto del limite formalmente previsto, riconosce completa libertà di espressione cultuale e rituale sia a livello individuale sia a livello collettivo. Né, d’altro canto, la prassi circoncisoria pare ledere, di per se stessa, altri beni-valori pure costituzionalmente protetti e potenzialmente coinvolti, quale, ad esempio, quello della tutela dei minori o quello della loro salute. Infatti, sotto il primo profilo, la pratica di sottoporre i figli maschi a circoncisione sembra rientrare in quei margini di “disponibilità” riconosciuti anche ai genitori dall’art. 30 Cost. in ambito educativo. Secondo l’interpretazione della norma costituzionale che appare più convincente, i genitori, nell’esercizio del loro diritto-dovere di educare i figli, hanno facoltà (anche) di seguire e conseguentemente di tramandare una linea educativa di natura religiosa, avviando i propri figli verso una determinata credenza religiosa e alle connesse pratiche. Per altro verso, sotto il secondo profilo, la circoncisione, nonostante lasci tracce indelebili e irreversibili, non produce, nondimeno, ove correttamente effettuata, menomazioni o alterazioni nella funzionalità sessuale e riproduttiva maschile. Anzi, come già si è accennato, in diversi casi essa è stata effettuata specificamente a fini profilattici e igienici. Pertanto, si deve ritenere che l’operazione circoncisoria maschile non rientri fra gli atti di disposizione del corpo umano dannosi per la persona e, dunque, giuridicamente illeciti.

    La conformità della pratica circoncisoria ebraica ai principi del nostro ordinamento giuridico appare, in particolare, implicitamente confermata da alcuni enunciati contenuti nella legge 8 marzo 1989, n. 101, che ha approvato l’intesa stipulata fra lo Stato italiano e l’Unione delle Comunità ebraiche italiane il 27 febbraio 1987 (si ritiene che i principi stabiliti in tale intesa possano, per analogia, essere estesi a tutte le altre confessioni religiose che pratichino la circoncisione). Un riconoscimento indiretto della liceità di tale usanza religiosa può essere ricavato sia dal disposto dell’art. 2.1 (In conformità ai principi della Costituzione, è riconosciuto il diritto di professare e praticare liberamente la religione ebraica….e di esercitarne in privato o in pubblico il culto e i riti), sia dal tenore dell’art. 21 il quale, contemplando tra gli “enti aventi finalità di culto” anche l’Ospedale israelitico di Roma, può essere interpretato come norma che riconduce implicitamente talune attività sanitarie ivi espletate nell’ambito proprio di esercizio del diritto di libertà religiosa. Ancora, l’art. 25.1 della legge citata stabilisce che l’attività religiosa e cultuale ebraica si svolge liberamente in conformità dello Statuto dell’ebraismo italiano, senza ingerenze da parte dello Stato, delle regioni e degli altri enti territoriali; mentre, in base all’art. 26.1, la Repubblica italiana prende atto che, secondo la tradizione ebraica, le esigenze religiose comprendono quelle di culto, assistenziali e culturali.

    3. Una volta accertata la non illiceità della pratica circoncisoria, si pone il diverso problema delle modalità della sua effettuazione e successivamente quello della esigibilità da parte degli interessati del relativo intervento a carico del Servizio Sanitario Nazionale italiano.

    3.1. E’ evidente che quando sia motivata da ragioni profilattiche o terapeutiche la circoncisione non possa che essere realizzata da un medico. Ed è evidente che l’ intervento di un medico, per eseguire la circoncisione rituale di un neonato, ove venga espressamente richiesto, è assolutamente giustificato da un punto di vista etico.

    3.2. L’attuale stato delle conoscenze biomediche richiama la necessità di una attenta valutazione delle condizioni del soggetto da circoncidere, prima di eseguire un atto che comporta comunque anche una lieve effrazione dell’integrità corporea (attesa ad es. l’esistenza di coagulopatie anche di natura genetica o altre affezioni, come ad es. da virus HIV) potenzialmente foriere di conseguenze negative per la salute del soggetto successivamente all’atto. Pertanto, se è evidente che, quando sia motivata da ragioni profilattiche o terapeutiche, la circoncisione non possa essere effettuata che da un medico, le anzidette preoccupazioni relative al circoncidendo per motivi rituali inducono a pensare che anche per i neonati l’intervento del medico sia irrinunciabile. Nei soli casi però in cui la circoncisione sia posta in essere esclusivamente per ragioni rituali, alcuni membri deil CNB ritengono che non sia opportuno favorirne la medicalizzazione, riservando esclusivamente o comunque favorendo esplicitamente l’intervento di un medico per una pratica che, se da una parte ha obiettivamente la natura di atto medico, almeno nel caso dei neonati per la sua estrema semplicità può senza alcun dubbio essere praticata da appositi e riconosciuti ministri che, indipendentemente da una loro professionalità specifica in campo sanitario, possiedano adeguata competenza.
    Il CNB è però unanime nel ritenere che chi proceda all’intervento abbia comunque specifiche responsabilità in ordine non solo alla sua corretta effettuazione, ma anche in ordine al rispetto più scrupoloso dell’igiene e dell’asepsi. Rientra altresì nella sua responsabilità garantire personalmente la continuità dell’assistenza eventualmente necessaria dopo la circoncisione o fornire comunque indicazioni esaurienti e non equivoche perché tale assistenza possa essere efficacemente prestata. Diversamente va impostata la riflessione nel caso in cui la circoncisione rituale venga richiesta non a carico di un neonato, ma di un adulto (nell’ipotesi ad es. di una sua conversione ad una professione di fede che la richieda), di un bambino o di un adolescente (come è frequentemente il caso degli aderenti all’Islam). In queste ipotesi, la circoncisione non appare più alla stregua di un intervento di minore entità (tranne eventualità eccezionali) dal punto di vista medico, ma va piuttosto assimilata a un vero e proprio piccolo intervento chirurgico. L’esigenza di tutela del diritto alla salute impone che in questi casi la circoncisione venga effettuata da un medico, nel pieno rispetto di tutti i principi bioetici, deontologici e di buona pratica clinica.

    3.3. Più complessa la questione della esigibilità dell’ intervento circoncisorio a carico del Servizio Sanitario Nazionale italiano. Per impostare correttamente la questione della fondatezza di tale pretesa si deve, innanzi tutto, riflettere su di alcuni principi costituzionali fondamentali. Va in via preliminare ricordato che l’ordinamento costituzionale italiano – anche secondo un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale della Corte costituzionale – ha accolto il principio della laicità dello Stato, implicante, fra l’altro, il divieto a carico di quest’ultimo di farsi portatore di sue verità metafisiche o morali ovvero di discriminare ingiustificatamente fra i consociati in base alla loro diversa appartenenza confessionale. Per cogliere la portata effettiva di tale principio costituzionale, occorre precisare che il nostro Stato, rivestendo una “forma” solidarista e interventista diretta a promuovere positivamente tutti i fattori che stimolano l’espansione, l’affermazione e la crescita della persona umana (fra i quali presenta particolarissima rilevanza il fattore religioso), mantiene un atteggiamento di “laicità” non soltanto in negativo, di incompetenza e di imparzialità nel settore religioso (come nel caso dello Stato liberale ottocentesco), bensì anche in positivo, intervenendo attivamente a sostegno del fatto religioso al fine di rimuovere quegli ostacoli che di fatto possono impedire ai cittadini-credenti un effettivo godimento delle loro libertà in questo particolare ambito (Stato c.d. sociale). Seguendo questa impostazione, si potrebbe affermare che l’assunzione da parte dello Stato degli oneri economici relativi agli interventi di circoncisione richiesti per motivi di indole religiosa rientrerebbe fra i suoi compiti sociali, di promozione e di sostegno positivo del fattore religioso. Tuttavia, per quanto suggestiva, tale impostazione non appare del tutto condivisibile perché la “laicità” dello Stato, seppure intesa in senso positivo e “sociale” in quanto orientata ad agevolare e a sostenere in generale la soddisfazione dell’interesse e delle esigenze religiose dei consociati, deve essere necessariamente coniugata – in subiecta materia, specificamente riguardante i fedeli appartenenti ad una confessione religiosa ben determinata – con un altro principio costituzionale, parimenti fondamentale, quello di “bilateralità” (artt. 7 ed 8 Cost.). Difatti, nel caso di specie, l’intervento solidaristico dello Stato non avvantaggerebbe l’interesse religioso genericamente e complessivamente considerato (non trarrebbero benefici dalla prestazione chirurgica circoncisoria offerta dalla Sanità pubblica per ragioni religiose tutte le persone credenti indipendentemente dalla loro appartenenza confessionale), ma sarebbe diretto ad agevolare e a sostenere soltanto l’interesse proprio dei fedeli di una specifica e ben determinata confessione religiosa. Trattandosi, dunque, di materia avente un particolare e tipico referente confessionale, essa rientra a pieno titolo nel quadro dei rapporti fra Stato e comunità religiose che la Costituzione riserva obbligatoriamente a disciplina bilaterale. Occorre allora verificare se esista o meno una norma di produzione pattizia esplicita che ammetta direttamente i fedeli di una specifica confessione religiosa a poter godere dell’erogazione di questo particolare beneficio. Su questa linea, va preliminarmente osservato che la legge di approvazione dell’intesa con gli ebrei sopra citata prevede in modo espresso, innanzitutto, alcune forme di garanzia dell’identità e della tipicità confessionale ebraica, come, ad esempio, nell’art. 6, dove si riconosce sia la facoltà degli ebrei di poter prestare giuramento (nei casi in cui esso è richiesto dalla legge) a capo coperto, sia la possibilità di effettuare le macellazioni animali secondo le speciali procedure all’uopo previste dal “rito ebraico”. In secondo luogo, la legge citata prevede altresì delle vere e proprie forme di intervento statuale a titolo promozionale e solidaristico, come, per esempio, in materia di rilevanza civile di festività religiose (artt. 4 e 5), di assistenza spirituale nelle c.d. comunità separate (artt. 7-10), di sepolture religiose (art. 16), di patrimonio artistico e culturale, di edilizia di culto (art. 28), di rapporti finanziari (art. 30). Ma non esiste alcuna norma pattizia nella legge n. 101 del 1989 che preveda esplicitamente un onere economico-sanitario a carico dello Stato in relazione alle pratiche circoncisorie. In mancanza di una espressa previsione pattizia in materia (che si ricorda rientrare fra quelle governate dal principio di “bilateralità”), una eventuale aspettativa o pretesa da parte degli interessati nei confronti della Sanità pubblica non potrebbe essere fondata sull’esigenza di tutela o di promozione del loro sentimento religioso. Il fatto che non si possa individuare, nel nostro ordinamento giuridico, alcuna norma che determini un obbligo per lo Stato di far praticare la circoncisione a carico del SSN, induce pertanto il CNB a ritenere giustificata l’esclusione di questa specifica prestazione dal novero di quelle che, nel nome del diritto fondamentale alla salute, devono essere sempre e comunque prestate a tutti i soggetti che ne facciano richiesta.

    Parere conclusivo del Comitato Nazionale per la Bioetica

    L’accettazione del carattere multietnico dell’attuale società italiana implica un profondo e doveroso rispetto nei confronti di tutti gli aspetti religiosi e culturali specifici di ciascun popolo. Le singole culture religiose e i singoli gruppi etnici, peraltro, debbono accettare i valori e le norme che regolano la vita della società di cui fanno parte, che li ospita o che li ha integrati, e in particolare quelli espressamente indicati nel testo della nostra Costituzione. Su questo punto il CNB rimanda al proprio documento Problemi bioetici in una società multietnica, approvato in data 16.1.1998.

    – Gli atti di disposizione del proprio corpo che non abbiano finalità terapeutiche e profilattiche e che comunque producano una invalidità permanente non hanno in generale alcuna legittimazione bioetica, oltre ad essere proscritti dall’art. 5 del vigente Codice civile italiano. E’ quindi da ritenere che la circoncisione femminile non possa essere ritenuta lecita sotto alcun profilo, né etico, né giuridico. Invece, per le sue specifiche caratteristiche di carattere terapeutico o profilattico, non può non essere considerata lecita la circoncisione maschile.

    – I popoli o le comunità che, per la loro specifica cultura, praticano la circoncisione rituale, e quella in particolare dei neonati di sesso maschile, meritano quindi pieno riconoscimento della legittimità di tale pratica e di conseguenza un’altrettanto piena tutela.

    – Il CNB ritiene che, in quanto atto di natura medica, perché produttivo di modificazione anatomo-funzionale dell’organismo, quello della circoncisione debba venir praticato nel pieno rispetto di tutte le usuali norme di igiene e asepsi e che esso debba comunque essere posto in essere da un medico. Solo nel caso di circoncisione rituale praticata su neonati, considerando anche l’elementarietà dell’intervento, alcuni membri del CNB ritengono che possa essere posta in essere anche da ministri a ciò preposti, purché dotati di adeguata e riconosciuta competenza. Altri membri del CNB ritengono che anche per i neonati l’intervento del medico sia imprescindibile, per una piena tutela della loro salute. Rientra comunque nella responsabilità di chi pratica la circoncisione garantire personalmente la continuità dell’assistenza eventualmente necessaria dopo l’intervento o fornire comunque indicazioni esaurienti e non equivoche perché tale assistenza possa essere efficacemente prestata.

    – Gli ospedali pubblici sono tenuti a praticare tutti gli interventi diagnostici e terapeutici utili a fini di tutela della salute e particolarmente in condizioni di necessità ed urgenza, quale che ne sia la causa: sono quindi obbligati a intervenire anche per ovviare a esiti di interventi circoncisorii comunque e dovunque praticati.

    – Resta infine il problema se il SSN sia tenuto, in linea di principio, a farsi carico di prestazioni che non abbiano una prioritaria e/o motivata indicazione terapeutica, ma solo una indicazione prevalentemente o esclusivamente religiosa, come è appunto il caso della circoncisione dei neonati di sesso maschile. Il CNB ritiene a grande maggioranza che sotto il profilo etico sarebbe senza dubbio auspicabile che i mem-bri dei popoli o delle comunità che praticano la circoncisione dei neonati per ragioni rituali (nei limiti in cui essa è ammissibile in base al nostro ordinamento) ricorressero a medici privati, ovvero ad ospedali pubblici, ma in regime di attività libero-professionale (questo è quanto, peraltro, avviene comunemente per i cittadini di fede israelita). Il CNB non ritiene infatti che esistano ragioni di carattere etico e sanitario che debbano indurre lo Stato a porre a carico della collettività le pratiche di circoncisione maschile di carattere rituale

    • fanno sobbalzare sulla sedia chiunque, credo!

      trovo particolarmente geniale questo passaggio della Relazione che hai citato, documento fondamentale, ovviamente:

      “Sembra opportuno risolvere il problema di stabilire, in una prospettiva più generale, se la pratica circoncisoria a carico di minori, che non sono ovviamente in grado di prestare un valido consenso, provocando in loro modificazioni anatomiche irreversibili, sia compatibile o meno con il nostro ordinamento giuridico. In proposito, occorre segnalare che, nelle culture che praticano la circoncisione, e segnatamente in base al diritto ebraico, questo adempimento costituisce un preciso obbligo personale posto a carico dei genitori del neonato o di chi fa le veci, e viene vissuto come atto devozionale e di culto. Assumendo per i fedeli tale caratterizzazione religiosa, la prassi della circoncisione può essere oggettivamente ricondotta alle forme di esercizio del culto garantite dall’art. 19 Cost., che, nel lasciare ai consociati piena libertà di espressione e di scelta in campo religioso, si limita a vietare soltanto eventuali pratiche rituali contrarie al “buon costume”.

      come dire: si tratta di un atto di culto, e dunque non se ne discute nemmeno.

      meno male che sono spariti gli aztechi coi loro sacrifici umani al Dio Sole.

      e poi che cos’è il buon costume? per me mettersi a trafficare l’ottavo giorno o quando che sia con i genitali del proprio figlio maschio è contrarissimo al buon costume!

      ma, dice il Comitato, “non è compiuta attraverso atti idonei a pregiudicare o a violare la sfera dell’intimità e della decenza sessuale della persona, ma è praticata seguendo precise regole di prudenza e di riservatezza”.

      se non è violare la sfera dell’intimità sessuale di qualcuno manomettergli irreversibilmente il pene, senza il suo consenso consapevole, non saprei pensare che cos’altro allora possa esserlo.

      “La circoncisione, nonostante lasci tracce indelebili e irreversibili, non produce, nondimeno, ove correttamente effettuata, menomazioni o alterazioni nella funzionalità sessuale e riproduttiva maschile”.

      questa è una barzelletta, considerando che viene praticata proprio per contrastare la masturbazione maschile giovanile.

      “Anzi, come già si è accennato, in diversi casi essa è stata effettuata specificamente a fini profilattici e igienici”.

      e che c’entra? questa è una scelta degli adulti, semmai.

      “Pertanto, si deve ritenere che l’operazione circoncisoria maschile non rientri fra gli atti di disposizione del corpo umano dannosi per la persona e, dunque, giuridicamente illeciti”.

      “si DEVE ritenere” è l’espressione giusta, voce dal sen fuggita.

      e poi tutto questo vale “ove correttamente effettuata”: e dove qualcosa va storto? già solo l’attribuzione di un semplice rischio gratuito è inaccettabile.

      il bello è che dopo avere negato l’evidenza per negare che la circoncisione sia illecita, il parere dica le cose che vanno dette per giustificare invece che vada posta anche a carico del Servizio Sanitario Nazionale!!!

      “3.2. L’attuale stato delle conoscenze biomediche richiama la necessità di una attenta valutazione delle condizioni del soggetto da circoncidere, prima di eseguire un atto che comporta comunque anche una lieve effrazione dell’integrità corporea (attesa ad es. l’esistenza di coagulopatie anche di natura genetica o altre affezioni, come ad es. da virus HIV) potenzialmente foriere di conseguenze negative per la salute del soggetto successivamente all’atto”.

      aveva appena finito di dire che è innocua, irrilevante e priva di rischi!

      “Le anzidette preoccupazioni relative al circoncidendo per motivi rituali inducono a pensare che anche per i neonati l’intervento del medico sia irrinunciabile”

      dopo di che si nega da solo in maniera assolutamente illogica, considerando che nel neonato, per evidenti motivi, la circoncisione è atto più complesso e rischioso!.

  4. raccomando a tutti di leggere: “il lamento del prepuzio” un divertentissimo e dissacrante libro scritto da un figlio ribelle di una famiglia di ebrei ortodossi.

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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