“ero amico di Franco Mastrogiovanni”: la tortura in Italia. – 491

3 ottobre 2012 mercoledì  19:05

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giorni fa ho rebloggato un post sulla morte di Franco Mastrogiovanni, legato il 31 luglio 2009 ad un letto di contenzione, nel Centro di salute mentale dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania (Salerno), e morto lì il 3 agosto dopo essere stato tenuto per 93 ore senza cibo né acqua.

a sorpresa mi scrive Enrico, un vecchio compagno di scuola e un amico di Franco: leggete la sua testimonianza, per favore.

* * *

Non sapevo fosse stata legalizzata la tortura, non sapevo che “qualcuno” potesse decidere della vita e della morte d’un uomo, capace o non capace d’intendere o di volere che fosse.

So che Franco è stato, per pochi anni, mio amico d’infanzia.

So che con lui, spirito contestatore per natura d’ogni sopruso e storteria, spesso litigavo ma più spesso mi ritrovavo abbracciato a conferma d’un’amicizia indistruttibile anche se non dichiarata.

Rimpiango dunque quei tempi anche se brevi, anche se poi, io finito in Seminario e lui trasferitosi a Vallo della Lucania, ci siamo persi di vista.

Franco è morto ma il suo ricordo mi è caro come quegli anni antichi d’un’infanzia innocente.

Ecco, forse Franco era rimasto così, un ragazzino senza pastoie che la vita intendeva come un gioco senza vinti e vincitori, come un rimpiattino tra guardie e ladri, come un’arancia sugosa da spremere sino all’ultima stilla.

Ciao Franco, giocheremo ancora e senza legacci di sorta…

* * *

il Pubblico Ministero ritiene colpevoli di omicidio colposo soltanto i medici che l’ultimo giorno non si accorsero che il paziente stava morendo.

che è come dire che, salva la piccola distrazione per la quale il paziente è morto, è perfettamente normale in Italia un trattamento sanitario obbligatorio che lega  un uomo cosciente ad un letto per quasi quattro giorni senza curarsi di lui in altro modo.

chissà di che cos’altro ancora abbiamo bisogno per risvegliarci dal sonno che ci opprime e renderci conto di che razza di inferno sia diventata l’Italia.

undici anni dopo la caserma Diaz, anche aveva almeno dietro di sé un disegno politico, ora vi è un fascismo diffuso, antropologico, senza ideologie né idee.

e noi ci stiamo dentro, incapaci perfino di riconoscerlo ogni volta che colpisce un deviante, un non omologato, un diverso, un immigrato.

* * *

maria 3 ottobre 2012 alle 20:14

Questo post dà l’occasione per affrontare una questione di grande importanza (…):

Il problema del TSO in Italia è tenuto nell’angolino al buio, come al buio sono tenuti gli infelici di turno.
Tante teorie bislacche per nascondere brutture inguardabili.
C’è una legge. Ma nessuno dei sapientoni che debbono attuarla la rispetta. E’ vergogna.

Per la legge n. 180 del 1978 il disturbo mentale è da considerarsi una malattia, ravvisando nel trattamento sanitario obbligatorio un intervento terapeutico, non di difesa sociale.

Non c’è dubbio infatti che, dopo la legge Basaglia, di ispirazione antiautoritaria e di contenuto fortemente innovativo, il trattamento sanitario obbligatorio si configuri, per le sue caratteristiche di contenuto, come un atto sanitario a costante garanzia della salute dell’infermo.

Il TSO è una misura estrema per un problema estremo di salvaguardia della salute del malato che solo può consentire la compressione della sua libertà.
Infatti le ipotesi previste dal legislatore sono l’extrema ratio per i casi di impotenza di mezzi alternativi.
Ma tutto viene fatto guardando le carte senza faccia, prima, e voltandosi per non vedere, dopo.
C’è un sindaco che ordina il Tso, il quale non sa quasi nulla della storia di Tizio, c’è un medico che certifica la patologia che lo fa folle e neanche parla col folle, c’è un giudice che giudica dalle carte e una struttura sanitaria, che dovrebbe prendere in cura i curanti spesso psicopatici, che si girano dall’altra parte.

Più volte ho avuto un atteggiamento fortemente critico nei confronti delle strutture sanitarie che, prendendo spunto dalla presunzione assoluta della pericolosità del malato di mente, nostalgici dell’abrogata legislazione di stampo custodialistico, hanno ritenuto il trattamento sanitario obbligatorio provvedimento di polizia esecutivo di un’ordinanza restrittiva della libertà del soggetto.
C’è tanto da dire e da piangere. E vergogna.

25 risposte a ““ero amico di Franco Mastrogiovanni”: la tortura in Italia. – 491

  1. Apprezzo moltissimo lo spazio offerto a questa testimonianza.
    Giorni fa, prima di rilanciare la notizia dell’iniziativa dell’associazione ‘A buon diritto’ e de ‘L’Espresso, ho riflettuto sulla sua opportunità.
    Il mio timore era che fosse interpretata come una delle tante notizie da buttare nel tritacarne d’una informazione che s’indigna e inorridisce a corrente alternata e poi dimentica e tace.
    Poi ho pensato all’importanza di renderla nota per far conoscere l’orrore generato da un’orribile indifferenza.
    Spero che la famiglia di Franco ottenga giustizia e che il coraggio e l’impegno civile possa far sì che non si ripetano simili atrocità.
    Ti ringrazio.

    • beh, tutto è partito da te, quindi devo ringraziarti io: per uno come me che non guarda la televisione e ha smesso anche di seguire i giornali italiani on line, la buona informazione resta affidata a blog come il tuo.

  2. Questo post dà l’occasione per affrontare una questione di grande importanza: l’ incompetenza delle strutture sanitarie territoriali ad eseguire il trattamento sanitario obbligatorio a tutela della salute del malato di mente.
    Per la legge n. 180 del 1978 il disturbo mentale è da considerarsi una malattia, ravvisando nel trattamento sanitario obbligatorio un intervento terapeutico, non di difesa sociale.
    Non c’è dubbio infatti che dopo la legge Basaglia, di ispirazione antiautoritaria e di contenuto fortemente innovativo, il trattamento sanitario obbligatorio si configuri, per le sue caratteristiche di contenuto, come un atto sanitario a costante garanzia della salute dell’infermo.
    Più volte ho avuto un atteggiamento fortemente critico nei confronti delle strutture sanitarie che, prendendo spunto dalla presunzione assoluta della pericolosità del malato di mente, nostalgici dell’ abrogata legislazione di stampo custodialistico, hanno ritenuto il trattamento sanitario obbligatorio provvedimento di polizia esecutivo di un’ordinanza restrittiva della libertà del soggetto.
    C’è tanto da dire e da piangere. E vergogna.

    • integrazione essenziale di un discorso troppo generico come quello che avevo fatto io.

      qualche vaga oscurità nella prima frase.

      quando cominci un blog tuo? così mi riposo un poco io… 🙂

      oppure mi limito ai post di viaggio…

      buona serata.

  3. Chiarirò le oscurità, dammi tempo 🙂
    Mi piace il tuo blog. Per fare il mio dovrei copiarti. Meglio l’originale. Molto meglio. 🙂
    Buona serata anche per te.

  4. Non voglio essere oscura, spero, almeno su questo argomento, di illuminarmi.
    Intanto un abbraccio a Giovanni Maria Sini per il dolore dell’amico che anch’io sento insieme a Bortocal e a tanti che non hanno parole.
    Il problema del TSO in Italia è tenuto nell’angolino al buio, come al buio sono tenuti gli infelici di turno.
    Tante teorie bislacche per nascondere brutture inguardabili.
    C’è una legge. Ma nessuno dei sapientoni che debbono attuarla la rispetta. E’ vergogna.
    Il TSO è una misura estrema per un problema estremo di salvaguardia della salute del malato che solo può consentire la compressione della sua libertà.
    Infatti le ipotesi previste dal legislatore sono l’extrema ratio per i casi di impotenza di mezzi alternativi.
    Ma tutto viene fatto guardando le carte senza faccia, prima, e voltandosi per non vedere, dopo.
    C’è un sindaco che ordina il Tso, il quale non sa quasi nulla della storia di Tizio, c’è un medico che certifica la patologia che lo fa folle e neanche parla col folle, c’è un giudice che giudica dalle carte e una struttura sanitaria, che dovrebbe prendere in cura
    i curanti spesso psicopatici, che si girano dall’altra parte.

    • hai ragione: talmente abituati a girarsi dall’altra parte che se lo dimenticano e lo lasciano morire incatenato da quattro giorni…

      mi viene in mente quella volta che i medici del pronto soccorso dimenticarono mia madre in barella dopo un’operazione in un corridoio di servizio…. e dovetti andarmela a cercare io perché nessuno si ricordava dove poteva essere finita…

      e quella stessa volta che la sua compagna di camerata morì per un’endovena fatta male che le provocò un edema fatale, ma tanto viveva sola e nessuno la badò.

    • Un abbraccio anche e soprattutto a Enrico, è lui il compagno di scuola e l’amico di Franco 🙂
      Resta anche l’abbraccio per Sini, però 🙂

  5. @ Bortocal
    Ho dimenticato di aggiungere “no” nell’ultimo rigo, dopo la virgola. Così com’è non si capisce che sono i medici
    gli ( o i 🙂 ) psicopatici.
    Grazie, sarai gentile come sempre lo sei stato? 🙂

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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