497. estetico politico diffamatorio: un blogger e i barbari.

io sono contro la libertà di espressione.

io sono per la libertà di informazione.

* * *

risalire sempre alla fonte.

il segreto della stampa italiana è che dà sempre i fatti ben separati dalle opinioni, o meglio le opinioni ben separate dai fatti, nel senso che i fatti non li dà.

a proposito della vicenda del blogger italo francese Michel Abbatangelo e della sua condanna per diffamazione di Renzo Bossi, sono risalito alla fonte.

ed ecco il blog in questione:

Diario-Segreto-Di-Renzo-Bossi-Junior-Versione-Finale-Con-Extra-Post

e tra i commenti trovate persino un suo intervento su questo post!

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condannata la libertà di espressione?

beh, l’opera ha una introduzione di mezza paginetta e alla fine vi si legge:

Una letteratura satirica, iconoclasta, dissacrante, disincantata e surreale con episodi gustosissimi a due passi dalla realtà e talvolta piu veri della Realtà stessa quando ispirano l’oggetto stesso della satira Renzo Bossi.

ci sta scritto “surreale”, è satira!

prima osservazione: quest’uomo non sa l’italiano: questa frase non ha senso.

ma è giusto condannare un uomo perché scrive non sapendo scrivere?

la mia non è una domanda retorica: perché se tu fai satira senza saperla fare, puoi davvero fare diffamazione senza accorgertene.

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alla quarta riga del primo capitolo trovo scritto:

quell’ebreo di De Benedetti

faccio un salto sulla sedia e mi chiedo in che mani sono capitato; poi con uno sforzo capisco che probabilmente il blogger non intende insultare personalmente De Benedetti, ma riferire in modo paradossale il modo in cui intenderebbe diffamarlo Renzo Bossi.

ma si capisce? è scritto bene, così che il lettore capisca che l’autore in realtà sta facendo satira contro i leghisti che fanno dell’antisemitismo contro De Benedetti e non dell’antisemitismo in prima persona?

ne dubito molto.

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poche righe prima del passo che abbiamo letto, si trova scritto: 

con il contorno di macchiette umane come quella dello “zio” Borghezio, pedofilo e antisemita

di Borghezio penso tutto il male possibile e l’ho scritto a mia volta, ma sulla base di fatti: 20_l_incendiatore_doloso~1458893

e in quel post ho parlato di “bassezza morale” di una frase pronunciata da Borghezio.

era un’ingiuria? ma no, era su un blog, quindi era una diffamazione, se stiamo a come è impostata la legge italiana e vedremo fra poco.

ma non una diffamazione di Borghezio, pare a me, ma di una sua frase.

invece il blogger che definisce Borghezio pedofilo lo sta effettivamente diffamando, dato che dal contesto di QUELLA espressione non si evince per nulla un suo carattere paradossale.

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conclusione mia: se per diffamazione intendiamo l’attribuire a qualcuno come reali fatti lesivi della sua immagine personale, il blogger andava condannato per diffamazione non tanto di Renzo Bossi, ma di Borghezio.

tutto quel che dice in seguito di Renzo Bossi è solo un insieme di paradossi, per quanto stupidi e volgari – ma lo sono come lo erano le caricature di Jacovitti, orrende, ma pur sempre caricature.

e semmai andava condannato anche per ingiurie personali aggravate dal carattere razzista contro De Benedetti, piuttosto. 😉

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vi sembra che mi sto arrampicando sui vetri?

esagero nel ritenere che la legge debba intervenire a tutela del buon gusto artistico e della proprietà di espressione?

indubbiamente sì: il terreno è minato, non può funzionare così.

dovrebbero essere i lettori a stabilire delle precise delimitazioni decretando l’insuccesso e la solitudine di chi abbassa ad ingiuria il dibattito politico.

ah sì?  andare a leggere i 54 commenti del post che pubblicò il primo capitolo…

bossi-renzo-junior-il-diario-segreto.html

inoltre, dopo che la magistratura ha stabilito che quel testo è diffamatorio, anche se solo in primo grado, risulta forse che qualcuno lo abbia anche solo  provvisoriamente oscurato?

se quel testo è un reato, come mai si continua a replicare il reato?

ma forse siamo di fronte ad un problema irrisolvibile perché ha una impostazione sbagliata nel quadro della legislazione italiana attuale.

ed ora lo vediamo meglio.

* * *

ecco infatti come il Codice Penale italiano definisce la diffamazione.

Art. 595. Diffamazione.

Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032.
Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2.065.
Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516.
Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza o ad una autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.

come è evidente, la diffamazione è vista soltanto come una forma allargata e potenziata di ingiuria:

Articolo 594. Ingiuria.

Chiunque offende l’onore o il decoro di una persona presente è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a euro 516.

Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto mediante comunicazione telegrafica o telefonica, o con scritti o disegni, diretti alla persona offesa.

La pena è della reclusione fino a un anno o della multa fino a lire due milioni, se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato.

Le pene sono aumentate qualora l’offesa sia commessa in presenza di più persone.

a questo punto infatti non è in gioco tanto la verità, quanto l’onore.

arriviamo al paradosso che, se si offende l’onore di qualcuno, attribuendogli un fatto determinato, il reato è più grave, e la legge si dimentica di scrivere che il fatto deve essere falso per potere essere giudicato diffamatorio.

* * *

piccolo inciso: nel sistema penale italiano con la diffamazione non va confusa la calunnia, che si ha soltanto quando la diffamazione, intesa come attribuzione di un fatto falso, che può configurarsi come reato, avviene in campo giudiziario:

art. 368 Codice Penale

Chiunque, con denunciaquerelarichiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all’Autorità giudiziariao ad un’altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato, è punito con la reclusione da due a sei anni .

La pena è aumentata se s’incolpa taluno di un reato pel quale la legge stabilisce la pena della reclusione superiore nel massimo a dieci anni, o un’altra pena più grave.
La reclusione è da quattro a dodici anni, se dal fatto deriva una condanna alla reclusione superiore a cinque anni; è da sei a venti anni, se dal fatto deriva una condanna all’ergastolo.

* * *

nel sistema penale tedesco, invece, la diffamazione è vista come un reato contro la collettività: la diffusione di informazioni di fatto false su un soggetto con mezzi di informazione e comunicazione pubblica colpisce, prima ancora che l’onore del soggetto, il diritto della comunità ad essere informata correttamente.

non mi stupisce affatto, a questo punto, che i giornalisti italiani siano così restii a sostenere un cambiamento della legislazione che riservi l’ingiuria ai reati contro la persona e la diffamazione invece ai  reati contro la comunità, distinguendo bene  i due ambiti.

come si ridurrebbe subito e pesantemente lo spazio per le loro manipolazioni dell’opinione pubblica!

la cosa non sarebbe priva di conseguenze anche per i blogger, considerando che ciascuno di noi, seppure in un campo di tanto più limitato, si assume l’onere di una comunicazione pubblica e le relative responsabilità.

da questo punto di vista, confermo una tesi da me tante volte ripetuta: l’urlo di dolore che si leva contro le limitazioni alla libertà di espressione ogni volta che un blogger viene chiamato a rispondere di quel che fa, lo trovo assolutamente identico all’urlo di dolore dei giornalisti per la condanna definitiva di Sallusti.

è l’urlo dei barbari che invocano la distruzione delle regole e il diritto al saccheggio del bene prezioso della dignità personale altrui e della verità di fatto.

* * *

ma a questo punto, probabilmente solitario, devo risalire ancora ed approfondire immergendomi in un campo per me poco conosciuto, che è quello del diritto penale italiano.

il quale è regolato dal codice penale Rocco, del 1930: un codice fascista.

fascista per l’impostazione mentale, prima ancora che per le pene.

scorro con orrore l’indice di questo testo: chissà quanti lo conoscono, al di fuori degli addetti ai lavori.

CODICE PENALE
(Testo coordinato ed aggiornato del Regio Decreto 19 ottobre 1930, n. 1398)

Libro primo
DEI REATI IN GENERALE

Titolo I – Della legge penale (artt. 1-16)
Titolo II – Delle pene (artt. 17-38)
Titolo III – Del reato (artt. 39-84)
Titolo IV – Del reo e della persona offesa dal reato (artt. 85-131)
Titolo V – Della modificazione, applicazione ed esezione della pena (artt. 132-149)
Titolo VI – Della estinzione del reato e della pena (artt. 150-184)
Titolo VII – Delle sanzioni civili (artt. 185-198)
Titolo VIII – Delle misure amministrative di sicurezza (artt. 199-240)

Libro secondo DEI DELITTI IN PARTICOLARE

Titolo I – Dei delitti contro la personalità dello Stato (artt. 241-313)

Titolo II – Dei delitti contro la Pubblica amministrazione (artt. 314-360)
Titolo III – Dei delitti contro l’amministrazione della giustizia (artt. 361-401)
Titolo IV – Dei delitti contro il sentimento religioso (artt. 402-413)
Titolo V – Dei delitti contro l’ordine pubblico (artt. 414-421)
Titolo VI – Dei delitti contro l’incolumità pubblica (artt. 422-452)
Titolo VII – Dei delitti contro la fede pubblica (artt. 453-498)
Titolo VIII – Dei delitti contro l’economia pubblica (artt. 499-518)
Titolo IX – Dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume (artt. 519-544)
Titolo IX-bis – Dei delitti contro il sentimento per gli animali (artt. 544bis-544sexies)
Titolo X – Dei delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe (artt. 545-555)
Titolo XI – Dei delitti contro la famiglia (artt. 556-574bis)
Titolo XII – Dei delitti contro la persona (artt. 575-623bis)
Titolo XIII – Dei delitti contro il patrimonio (artt. 624-649)

 Libro terzo DELLE CONTRAVVENZIONI IN PARTICOLARE

Titolo I – Delle contravvenzioni di polizia (artt. 650-730)
Titolo II – Delle contravvenzioni concernenti l’attività sociale della pubblica amministrazione (731-734)
Titolo III – Delle contravvenzioni concernenti la tutela della riservatezza (art. 734bis)

* * *

vi è una gerarchia concettuale dei reati e un modo di concepirli e di qualificarli che corrisponde ad una visione tutta legge ed ordine, valori familistici e nazionalistici, che ripugna oggettivamente ad una moderna coscienza culturale ed anche alla cultura costituzionale del 1948.

ma una Costituzione che assorbiva al proprio interno esplicitamente i Patti Lateranensi tra fascismo e Vaticano, facendone una parte nascosta della Costituzione stessa, indifferente alle stridenti contraddizioni interne, e determinando con questo una Costituzione funzionante diversa da quella scritta sui libri di scuola, non poteva che tacitamente integrare anche un Codice Penale apparentemente incompatibile con i valori democratici, rinviandone sine die la riscrittura.

e non c’è dubbio che il motivo della mancata abrogazione e sostituzione del codice Rocco era lo stesso dell’inserimento  del Concordato in Cosituzione: la profonda contiguità fra cattolicesimo e fascismo nella visione della vita e nei valori fondamentali.

e poi qualcuno mi trova esagerato quando parlo di continuità sostanziale fra il fascismo e la repubblica che si dichiarava antifascista, senza riuscire ad esserlo fino in fondo.

e poi qualcuno mi trovo estremista quando parlo di un paese che, a differenza della Germania, non ha fatto profondamente i conti col proprio passato fascista (pur avendo avuto il berne straordinario di una minoranza di cittadini che al centro-nord ha attivamente combattuto il fascismo, mentre questa in Germania è mancata).

fare i conti col fascismo, in un paese come l’Italia, avrebbe significato fare i conti col cattolicesimo e rinnovarsi in senso laico.

operazione difficilissima se pensiamo che invece anche la principale forza di opposizione di allora, il PCI, tendeva a qualificarsi come una Chiesa che sostituiva il culto di Stalin e Togliatti a quello del papa…

* * *

e così, nel quadro concettuale tradizionalista del codice Rocco, la diffamazione è vista come una variante potenziata dell’ingiuria, ed entrambe rientrano nel quadro dei delitti contro la persona, che sono distinti in:

delitti contro la vita e l’incolumità individuale,

delitti contro l’onore,

delitti contro la libertà individuale.

questi, a loro volta distinti in:

delitti contro la personalità individuale,

delitti contro la libertà personale

delitti contro la libertà morale,

delitti contro la inviolabilità del domicilio,

delitti contro la inviolabilità dei segreti

la diffamazione, come l’ingiuria, sono dunque delitti fratelli contro l’onore di una persona.

addirittura, è esclusa la possibilità stessa di dimostrare la verità del fatto attribuito dal presunto diffamatore.

Art. 596. Esclusione della prova liberatoria.

Il colpevole dei delitti preveduti dai due articoli precedenti non è ammesso a provare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona offesa.

è una cosa enorme, a pensarci bene: il diritto al buon nome del singolo prevale sempre e comunque sul diritto alla verità e all’informazione!

che cos’è questa se non una norma che tutela il potere da ogni critica e una dittatura dalla libera circolazione delle informazioni?

se questo non è ancora fascismo vivo e vegeto fra noi!

* * *

e fino a che rimarrà questa impostazione giuridica sarà assolutamente impossibile una piena difesa della libertà non “di espressione”, che non esiste dal punto di vista costituzionale, ed è solo la bandiera dei nuovi barbari e non merita di essere difesa, – ma di informazione.

libertà di espressione è la libertà anarchica del soggetto che si pone come forza dissolutoria dei legami sociali.

libertà di informazione e diritto alla verità dei fatti è invece la rivendicazione di un diritto sociale attraverso il quale soltanto si può formare una opinione pubblica, che è il fondamento stesso della divisione dei poteri, e dunque della vera libertà e della democrazia liberale stessa.

* * *

il blogger in questione scrive a conclusione della sua premessa alla biografia immaginaria di Renzo Bossi:

Ebbe a dire una volta Pablo Picasso: Per dire la verità talvolta ci si deve servire della menzogna.

io non so se Picasso abbia davvero mai detto una cosa simile e se l’ha detta forse aveva soltanto presente la tesi di Oscar Wilde sull’arte come menzogna, per cui la frase vorrebbe dire che a volte, per dire la verità, ci si deve servire di quella forma sublime di menzogna e di linguaggio dell’illusione che è l’arte.

se invece qualcuno pensasse davvero che si può arrivare alla verità raccontando bugie, allora la collettività ha diritto di essere difesa dalla propagazione delle bufale.

anche e forse soprattutto attraverso i blog e la rete, se devono essere lo strumento dell’informazione del futuro.

* * *

di seguito la parte del Codice Penale “Dei delitti contro l’onore”.

Capo II Dei delitti contro l’onore

Art. 594. Ingiuria.

Chiunque offende l’onore o il decoro di una persona presente è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a euro 516.
Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto mediante comunicazione telegrafica o telefonica, o con scritti o disegni, diretti alla persona offesa.
La pena è della reclusione fino a un anno o della multa fino a euro 1.032 se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato.
Le pene sono aumentate qualora l’offesa sia commessa in presenza di più persone.

Art. 595. Diffamazione.

Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032.
Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2.065.
Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516.
Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza o ad una autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.

Art. 596. Esclusione della prova liberatoria.

Il colpevole dei delitti preveduti dai due articoli precedenti non è ammesso a provare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona offesa.
Tuttavia, quando l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la persona offesa e l’offensore possono, d’accordo, prima che sia pronunciata sentenza irrevocabile, deferire ad un giurì d’onore il giudizio sulla verità del fatto medesimo.
Quando l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la prova della verità del fatto medesimo è però sempre ammessa nel procedimento penale:
1) se la persona offesa è un pubblico ufficiale ed il fatto ad esso attribuito si riferisce all’esercizio delle sue funzioni;
2) se per il fatto attribuito alla persona offesa è tutt’ora aperto o si inizia contro di essa un procedimento penale;
3) se il querelante domanda formalmente che il giudizio si estenda ad accertare la verità o la falsità del fatto ad esso attribuito.
Se la verità del fatto è provata o se per esso la persona, a cui il fatto è attribuito, è per esso condannata dopo l’attribuzione del fatto medesimo, l’autore dell’imputazione non è punibile, salvo che i modi usati non rendano per se stessi applicabili le disposizioni dell’art. 594, comma 1, ovvero dell’articolo 595, comma 1.

Art. 596-bis. Diffamazione col mezzo della stampa.

Se il delitto di diffamazione è commesso col mezzo della stampa le disposizioni dell’articolo precedente si applicano anche al direttore o vice-direttore responsabile, all’editore e allo stampatore, per i reati preveduti negli articoli 57, 57-bis e 58.

 Art. 597. Querela della persona offesa ed estinzione del reato.

I delitti preveduti dagli articoli 594 e 595 sono punibili a querela della persona offesa.
Se la persona offesa e l’offensore hanno esercitato la facoltà indicata nel capoverso dell’articolo precedente, la querela si considera tacitamente rinunciata o rimessa.
Se la persona offesa muore prima che sia decorso il termine per proporre la querela, o se si tratta di offesa alla memoria di un defunto, possono proporre querela i prossimi congiunti, l’adottante e l’adottato. In tali casi, e altresì in quello in cui la persona offesa muoia dopo avere proposta la querela, la facoltà indicata nel capoverso dell’articolo precedente spetta ai prossimi congiunti, all’adottante e all’adottato.

Art. 598. Offese in scritti e discorsi pronunciati dinanzi alle autorità giudiziarie o amministrative.

Non sono punibili le offese contenute negli scritti presentati o nei discorsi pronunciati dalle parti o dai loro patrocinatori nei procedimenti dinanzi all’autorità giudiziaria, ovvero dinanzi a un’autorità amministrativa, quando le offese concernono l’oggetto della causa o del ricorso amministrativo.
Il giudice, pronunciando nella causa, può, oltre ai provvedimenti disciplinari, ordinare la soppressione o la cancellazione, in tutto o in parte, delle scritture offensive, e assegnare alla persona offesa una somma a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale. Qualora si tratti di scritture per le quali la soppressione o cancellazione non possa eseguirsi, è fatta sulle medesime annotazione della sentenza.

Art. 599. Ritorsione e provocazione.

Nei casi preveduti dall’articolo 594, se le offese sono reciproche, il giudice può dichiarare non punibili uno o entrambi gli offensori.
Non è punibile chi ha commesso alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 594 e 595 nello stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui, e subito dopo di esso.
La disposizione della prima parte di questo articolo si applica anche all’offensore che non abbia proposto querela per le offese ricevute.

11 risposte a “497. estetico politico diffamatorio: un blogger e i barbari.

  1. Il tuo post pretende troppe riflessioni. Comincio dalla prima che è l’antecedente di tutto: il ricorso alle fonti.
    C’è in Italia una pessima abitudine anche tra i mestieranti della stampa e del diritto: parlare per sentito dire e copiare le opininioni altrui copiate. Alla fine la notizia è un pasticcio in salsa nera e la verità cade vittima incompresa. Il vizietto si ripete in tutte le cose. Cose importantissime come l’espressione di voto. E la democrazia rappresentativa manca di basi e resta a fare da paravento ai farabutti che ci imbrogliano.
    Sul resto del tuo post ritornerò.
    Un piccolo suggerimento: vedi le esimenti del reato di diffamazione a mezzo stampa. Se ti va.
    Il diritto di critica e di cronaca consente di diffondere anche notizie lesive della reputazione altrui, ma la notizia dev’essere vera e utile per la società e la forma civile (la continenza).
    La legge è dell’8 febbraio 1948, non è fascista, ma di novella repubblica.

    • effettivamente scrivendolo anche io mi sono reso conto che il post era troppo complesso e si muoveva tra piani diversi; quindi anche poco leggibile, però serviva a me per fare il punto sul problema; in effetti, scrivo su un blog, ma non rispetto molto le regole specifiche della scrittura on line…

      ho seguito il tuo consiglio di esperta del settore, e sono andato a cercare la legge: http://sosonline.aduc.it/normativa/legge+sulla+stampa+febbraio+1948+47_73.php

      non ho trovato però quello che dicevi; mi aiuti? oppure si tratta piuttosto di interpretazioni dei tribunali che devono conciliare il codice Rocco con la Costituzione?

      ho però visto che questa legge del 1948, nel parlare al punto 8, RISPOSTE E RETTIFICHE introduce accanto ad attribuzione di atti o pensieri lesivi della dignità “OPPURE CONTRARI A VERITA'” e apre oggettivamente degli spazi ad una informazione più mossa introducendo questo istituto.

      che non capisco perché non sia stato usato in questo caso, ma forse proprio per i carattere puramente satirico del testo.

      col che si arriva a paradossi davvero… paradossali.

      “Il direttore o, comunque, il responsabile è tenuto a fare inserire gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale”.

      • Il Italia la libertà di stampa è garantita, come principio, dall’art.21 della Costituzione ed è disciplinata dalla legge n.47 del 1948.
        Esclude il reato di diffamazione a mezzo stampa l’esercizio del diritto.

        Con l ‘esimente dell’ art. 51 c.p. dell’esercizio di un diritto, l’offesa alla reputazione altrui è penalmente irrilevante in presenza dei seguenti presupposti: verità del fatto narrato, interesse pubblico e continenza espressiva.

        Per l’art. 596 c.p. del 1930 , il colpevole dei delitto di diffamazione a mezzo stampa non può a provare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona offesa.

        Ma dopo l’entrata in vigore della Costituzione l’art. 596 si è dovuto adattare ai principi dell’art. 21 e la verità della notizia può essere oggetto di prova ai fini dell’accertamento del diritto e dell’operatività dell’esimente. In particolare, attraverso gli artt. 21 Cost. e 51 c.p., si può dimostrare il legittimo esercizio del diritto, dando prova della verità della narrazione.

        Piccole nozioni, da chi esperta non è.

        • e meno male che non sei esperta! 😉

          ma lo sapevo che avresti dato dei chiarimenti utilissimi.

          dunque era come avevo intuito dopo il tuo primo intervento: la legge 47 del 1948 non cambia nella sostanza il Codice Rocco, lo corregge tutto sommato in un dettaglio.

          la difesa della libertà di stampa va affidata invece ad un principio generale del Codice Penale.

          e adesso lasciami continuare da inesperto, approfitto della tua competenza, perché se sbaglio mi darai sulla voce, correggendomi.

          l’art. 51 del Codice Penale dice, per quel che ci interessa: “c.p. art. 51. Esercizio di un diritto o adempimento di un dovere.
          L’esercizio di un diritto (…) esclude la punibilità”.

          insomma, dire su qualcuno delle cose sgradevoli anche se vere è sempre un reato, secondo la legge italiana, la diffamazione (intesa come lesione dell’onore altrui, anche dicendo cose vere) è un reato, però non è punibile, se corrisponde all’esercizio di un diritto.

          il diritto è quello fissato dall’art. 21 della Costituzione:

          Art. 21.
          Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

          maria, aiuto!, la vedo dura…

          allora perché il blogger è stato condannato?

          ma allora come mai l’art. 21 della Costituzione non ha semplicmente cancellato l’art. sulla diffamnazione del Codice Rocco?

          l’art. che punisce la diffamazione così intesa è per caso stato dichiarato incostituzionale dalla suprema Corte? direi di no.

          forse ci sono state sentenze che hanno interpretato la questione?

          ma, comunque, è possibile accettare una regolamentazione così confusa, che espone chiunque al rischio di una condanna anche soltanto per avere fatto satira maldestra?

          ma tu come giudichi questo episodio? proprio nel quadro giuridico che hai tracciato…

          come vedi sto allargandomi troppo con le domande, spinto dalla voglia di capire di più, come già avevo fatto nel post, però non sentirti obbligata a rispondermi se non ti va… 😉

  2. Bortocal, per darti ragione ( in uno dei tuoi post hai dichiarato di non voler più leggere la stampa italiana), mi sono ricordata di un verso di una canzone:” Lasciateci aprire le finestre…e fateci pregustare l’insolita letizia di stare almeno dieci anni senza alcuna notizia”.

  3. Sono Michel Abbatangelo,
    Ti ringrazio per aver espresso il tuo punto di vista,forse serve rammentarti che sono un artista prima che un blogger e che il Diario nasce come strumento di sfogo verso certe “politiche” in una ottica tutta francese (ed io sono anche cittadino francese!) anche se scritto in italiano e con riferimenti al “Canard Enchainè” ed ispiratoal “diario” di Carla Bruni della presidenza Sarkozy.
    Oltre ai mezzi di offesa “morali” restano poche possibilità di difendersi da un certo abbruttimento emotivo,sicuramente a mio parere l’arte è uno di qusti,la letteratura satirica,la parodia e il surrealismo.
    La diffamazione è ben altra cosa…anche nel caso di Borhezio (…) tutti i personaggi godono di una rappresentazione buffa,affettuosa e seppur posti sotto una luce negativa…
    Ti allego il commento di una lettrice:
    Angela Bortoli Armbrust:
    Vi invito a divulgare e leggere il finto diario di Renzo Bossi. E’ un spasso!
    Solidarietà a Michel Abbatangelo che, al contrario, non diffama l’idiota rampollo Bossi, ma lo dipinge quasi come un ragazzo tenero, ingenuo e maltrattato da un padre despota.
    Questa è una sentenza ignobile, che lede veramente la libertà di espressione!!!!
    In ogni caso studiero attentamente i tuoi cenni e li diffondero,di nuovograzie e a presto.

    • beh, grazie di essere qui: la tua presenza è certamente più interessante del mio stesso post, e permette ai miei lettori di farsi un’idea più precisa, che è poi quello che a me interessa di più.

      e grazie anche per il tono disteso del tuo intervento; considerando che ho espresso in qualche passaggio critiche anche dure al tuo stile, non so se al tuo posto ne sarei stato capace.

      che tu sia cittadino francese e abbia pubblicato il blog in Francia non è bastato ad esimerti dalle conseguenze giudiziarie; anche io quando tenevo il mio blog in Germania mi ritenevo sicuro dalla giustizia italiana, ma poi ho saputo che invece il reato di diffamazione si compie dove la notizia viene divulgata.

      ho criticato la nozione stessa di questo reato in un caso come il tuo: anche se ho trovato la tua parodia troppo pesante e in qualche caso ambigua come parodia, è la base stessa di come viene concepito il reato in Italia che nel mio caso non funziona.

      in nessun caso capisco comunque neppure io, che non ho troppo apprezzato il tuo blog, dove stia la diffamazione intesa come divulgazione di notizie false.

      rimane la diffamazione intesa come estensione del concetto di ingiuria, ma sarebbe proprio ora di cambiare la legge in senso europeo ed intenderla esclusivamente come reato di diffusione di notizie false.

      lasciando da parte la suscettibilità di personaggi come Renzo Bossi.

      ciao e grazie ancora della tua presenza qui.

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