la prima moglie. – 571

25 novembre 2012 domenica 18:00

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so bene che nulla è più alieno da un racconto abbastanza lungo, come luogo di pubblicazione, che un blog, che esige sintesi ed efficacia comunicativa immediata, per niente adatto alla lunga concentrazione.

anche per questo motivo auspico che questo racconto passi giustamente inosservato.

* * *

arriva leggendo sul treno Vergogna di Coetzee, il premio Nobel per la letteratura 2003, sudafricano: è la storia intrigante di un cinquantenne divorziato, docente universitario di letteratura inglese, che all’interrompersi di una specie di relazione settimanale costante che aveva con una prostituta, alla quale stava cominciando ad affezionarsi, ha una storia con una sua allieva, per la quale falsifica i dati delle presenze universitarie; ma, denunciato da  lei dopo poco tempo, preferisce dichiararsi colpevole e farsi licenziare che cercare un compromesso con l’Università che gli salvi il posto di lavoro; si rifugia presso la figlia, lesbica, ma – come scoprirà – abbandonata dalla compagna, che vive in una fattoria piuttosto sperduta, ma è anche una pensione per animali, che ha suddiviso e in parte venduto a Petrus, un africano locale; un giorno vengono aggrediti da due uomini e un ragazzo, che cercano di dare fuoco al padre e violentano Lucy, la figlia, sconvolgendo l’equilibrio psicologico di entrambi, aggravando i già esistenti contrasti fra loro; ma poi, ad una festa organizzata da Petrus, ricompare il ragazzo autore dello stupro con i due uomini adulti, e comincia ad apparire chiaro che Petrus è in qualche modo coinvolto in quell’aggressione, ma protegge il ragazzo.

stile compatto e lucido, fondo amaro e cinico, disincanto adulto sulla vita: tutto converge a creare un’intimità complice tra l’ultrasessantenne lettore e l’autore coetaneo: la narrazione è vagamente il corrispondente dell’architettura o della scultura degli anni Sessanta: il libro vive di un equilibrio di masse narrative, lo stile consiste nel non averne uno, e tuttavia è inconfondibile, pur se non esiste un aggettivo o uno sguardo che non possa essere considerato comune: Andy Warhol? potrebbe essere, ma senza forzature sperimentaliste,.

ma ecco, narrazione interrotta alla stazioncina di Ponte di Brenta, sull’argine del fiume, totalmente deserta: solo una specie di atrio abbandonato con graffiti: un posto così desolato nel tramonto che già cala offuscando la coltre nebbiosa, da far apparire civiltà quelle del Myanmar che ho nella memoria.

si esce in un viottolo asfaltato senza alcun segnale; non si saprebbe proprio che cosa fare, se non si fosse nel Veneto, più tedesco (cioè gentile) della stessa Germania: la giovane donna molto carina a cui il viaggiatore chiede qualche indicazione e che è la sola persona presente, assieme ad un altro sbarcato dal treno sperduto come lui, risponde “vado giusto da quelle parti, se non ha niente in contrario, La porto io”, ed ecco un sorriso grato del lettore provvisoriamente interrotto che pensa che nel suo mondo sarebbe stato più naturale che fosse lei ad avere qualcosa in contrario a dare un passaggio ad un ex-professore con la testa solleticata dalla lettura di quell’esaltato tranquillo di Coetzee.

il passaggio in auto si rivela opportuno: la stazione semiclandestina e non segnalata in alcun modo nella topografia locale è discretamente lontana dalla casa del cugino, che è la meta di questo viaggio, ed occorre attraversare una specie di centro del paesotto o meglio della grossa frazione, che altro non appare che come un nucleo addensato di quella modernità che dal finestrino del rapido viaggio sembrava avere dolorosamente trasformato quella che era una pianura in una ininterrotta e squallida periferia urbana senza alcun centro, e lui si domanda ancora, come possa essere successo che abbiamo regalato il nostro passato e il nostro cuore a quella sequenza orribile di centri commerciali e fabbrichette.

l’avvicinarsi al quartiere dove abitava il cugino e i pochi metri che deve fare col trolley dopo avere salutato la sua traghettatrice ecco che introducono il senso pesante dello spaesamento: è la prima volta che torna in quella casa da quando il cugino è morto l’anno scorso, e lui non poté neppure andare al funerale; la sua grande berlina verde scuro è ancora parcheggiata nel cortiletto condominiale, al citofono risponde la moglie, all’ingresso una foto di Andrea che sorride sulla riva del mare, che è certamente quello ligure, attorno al quale fra Monaco e l’entroterra di Ventimiglia è gravitata una parte importante della sua vita.

l’altra era trascorsa nella casa del padre del narratore, assieme alla nonna e alle zie, prima che lui nascesse, e molto prima che Andrea diventasse per qualche anno, alla morte abbastanza precoce del padre, una specie di fratello maggiore, di quelli separati da una tale distanza di anni, dodici, da farne una figura quasi intermedia rispetto a quella paterna: che lo aiutò a gestire dal punto di vista pratica quella perdita, così come qualche anno prima era stato lui a trovare al padre un nuovo lavoro dopo il pensionamento dall’esercito a 52 anni, e dunque ad avere generato il discreto benessere di cui la famiglia aveva goduto per lungo tempo.

dopo gli abbracci di Bianca, la moglie di Andrea, che vive sola nel grande appartamento immutato, il saluto più affettuoso è dei gatti, che si muovono per casa, e uno viene a farsi carezzare la nuca saltando in braccio; Bianca si muove con gli impacci dell’ultrasettantenne sempre stata sovrappeso anche da giovane ed ora non la aiuta il diabete che lei disconosce rifiutando la dieta, anche se le ha già fatto perdere la vista di un occhio; sul tavolino c’è una copia del Corriere, come se Andrea potesse ancora ricomparire dalla camera con la vestaglia e il sigaro, a leggerlo, ma è difficile che Bianca lo legga, per i problemi di vista che ha: la copia è solo un segnale della costante presenza di Andrea.

bisogna stare attenti a come si nomina Andrea: le lacrime appena trattenute di Bianca sono in agguato, quindi diventa logico deviare la conversazione sulle storie di famiglia, ma Bianca, che ha perso da tempo i genitori e ha da qualche parte a Brescia un fratello, non fa mai il minimo riferimento a loro: si è oramai totalmente identificata con la famiglia del suo visitatore, è delle sue cugine dal lato paterno che gli parla, cugine anche di Andrea, ma coetanee non sue ma di lui che ascolta le ultime storie a riguardo: la straordinaria visita di una di loro in Inghilterra al fratello di Andrea, che vive là; le preoccupazioni e tristezze dell’altra, che vive al confine col Friuli; la storia della vecchia casa di famiglia, ora venduta e trasformata dai compratori in un ristorante di lusso, ma che a suo tempo Andrea aveva meditato di acquistare per andarci a stare, e spiace a chi è il protagonista di questa storia ascoltare questo racconto: tanto era identificato il cugino nella casa storica dove aveva passato, in fuga da Montecarlo durante la seconda guerra mondiale, gli anni della sua infanzia; e la madre del narratore gli aveva fatto un poco da seconda mamma, dato che la sua era rimasta in Francia, almeno per un po’.

dei quattro figli della nonna paterna, a parte Mario, che morì a 25 anni, gli altri tre, tutti maschi, ebbero tutti una coppia di figli: due maschi, Francesco; due femmine, Guido; e un maschio e una femmina, Tullio, il padre del visitatore; è strano, come viste da lontano le vite vissute con tanto clamore di sentimenti e passioni, si riducano a questi Bignami essenziali sul punto di essere cancellati a loro volta; Andrea era figlio di Francesco, di cui ora sopravvive solo Mario; Bianca e Dolores, le figlie di Guido, ora non si parlano, dopo avere avuto scontri gravi quando era ancora viva la madre, e qualche oscura disputa legale dopo, Bianca (chiamata nel giro familiare la Bianca di Andrea, per distinguerla dall’altra) accenna a somme prestate e mai restituite, ma vai a sapere: chi ascolta è già nello stato d’animo che avrebbe se fosse giunto alla fine dei suoi giorni: una sovrana e quasi completa indifferenza, incredibile pensare che fra solo vent’anni queste dispute per cui si lacerano fratellanze intere non potranno interessare più nessuno: lui ha scelto di anticipare i tempi, e nient’altro.

e lo stesso dicasi delle fedeltà e infedeltà di questo o di quello: nessuno potrebbe scagliare la prima pietra, ma tutti scagliano le seconde e le terze e tutte quelle che vengono dopo: i matrimoni si dispiegano come convivenze difficili, compromessi dolorosi, bocconi amari ingurgitati in cambio del sorriso di figli e nipoti; il visitatore si astiene dal teorizzare alcunché, da single divorziato, gli pare di essere su un terreno scivoloso; accetta senza fiatare l’elogio della tolleranza e del fingere di non sapere che ascolta dalla voce di Bianca; da parte sua direbbe soltanto che la fedeltà davvero più profonda è quella che comprende, e che nella figura della “moglie cornuta” o viceversa, può nascondersi tanto l’opportunismo di chi accetta o è costretto ad accettare per mancanza di alternative, quanto l’amore più profondo di tutti, quello che neppure si lascia scalfire dalle sgradevolezze del carattere, dagli occasionali gesti di violenza, da una strisciante disistima.

forse questo è un amore simile a quello che si può provare per i gatti? l’idea germoglia al suonare del campanello di una vicina, una gattara, la definisce Bianca, la quale infatti porta a Bianca un paio di polli fritti acquistati ieri sera alla chiusura del supermercato per due euro l’uno, che verranno fra poco distribuiti ai gatti di casa, che si stanno infatti radunando: sembrano cinque, ma ce ne sono anche che vivono in cortile e si rifiutano di frequentare l’appartamento, preferendo una vita più randagia, pur se sempre assistita; l’idea che l’amore assoluto per un altro assomigli al bene incondizionato che certe vecchie signore hanno per i gatti o qualche persona solitaria per il suo cane è alimentata anche dalla lettura di Coetzee, dato che anche lì il protagonista vede svilupparsi in lui un incomprensibile amore per i cani che vivono nella fattoria della figlia, rinchiusi nelle gabbie.

ma la parte più dolorosa e palpitante della vita attuale di Bianca è certamente l’unico figlio, che al visitatore è simpatico, ma la rete dei rapporti familiari è inestricabile: il visitatore vuole bene ad Andrea, anzi alla memoria di Andrea, che era un uomo straordinariamente arguto e creativo; vuole bene anche a Bianca, che non ha mai condiviso questa creatività, si è limitata ad una chiara e precisa competenza professionale specifica, ma ora che questa dimensione della sua vita le è venuta a mancare, fluttua in una specie di indeterminatezza sentimentale che riversa sui felini dentro e fuori casa; e apprezza anche Alberto, il figlio di Andrea, che sempre insegue l’interesse non ancora trovato della sua vita, passando da una passione intellettuale ad un’altra, dalla ricerca di un lavoro ad un altro, e ha già quarant’anni e una vita indefinita se non fosse per la seconda moglie, molto più giovane di lui, che se lo è presa in carico come il suo uomo per sempre e lo riempie di un amore incondizionato.

ora si può volere bene ad un padre che è stato in conflitto col figlio, al quale ha rimproverato di non essere quello che lui voleva, venendo ricambiato con l’accusa di aridità affettiva? si può volere bene ad una madre che piange sentendosi non amata e disprezzata dal figlio, e si può poi voler bene anche ad Alberto, quando compare massiccio, sorridente, con la faccia spavalda, le orecchie a sventola e qualche capello grigio già? si può volere bene a due cugine che hanno smesso di parlarsi, come è avvenuto del resto fra mia sorella e me, e rifiutarsi di schierarsi a favore dell’una o dell’altra, come entrambe, in qualche modo, vorrebbero? e per non farlo rifiutarsi anche di sapere, di indagare, di dover decidere, come a dire che questo è il mondo giuridico delle ragioni e dei torti, ma questo mondo deve restare lontano dal mondo degli affetti, dove esiste soltanto amore o indifferenza?

e a volte – vado a capo perché questa frase risalti molto bene  – non occorre che vi sia una certa dose di indifferenza perché si esprima l’amore vero, che non è smania gelosa di possesso?

devo proprio scegliere? devo proprio schierarmi per la madre contro il figlio, per la memoria del padre contro il figlio, o per il figlio che rompe i ponti col padre ormai morto, cioè col fantasma di quello che è stato per lui, oppure per la madre che ascolta col cuore gonfio quelle che le paiono offese, dato che vede il figlio sfuggire da lei ed entrare nel confine di un’altra realtà, dove una donna giovane e saggia sta arginando le sue prodigalità e cerca di dare un ordine ai suoi entusiasmi estemporanei, cioè di correggere proprio qualcuno dei difetti che la madre gli ha trasmesso?

Andrea, la cui presenza incombe ancora dalle foto sulla libreria, sembra non abbia più voglia di ascoltarci parlare di queste cose: infatti il suo sorriso non si appanna un momento, neppure quando la voce di Bianca sembra strozzarsi in un pianto convulso.

e io sto dalla parte di Andrea, anche se vedo bene tutti i suoi torti e vedo benissimo che la sua intelligenza (qualunque cosa questa parola voglia dire, perché palesemente io non lo so ancora) ha scavato un solco rispetto ad una moglie e anche ad un figlio che per questo fattore misterioso e non identificato erano diversi da lui.

credo che l’intelligenza di Andrea fosse una mistura molto particolare ed irripetibile di creatività, intelligenza emotiva strumentale e concretezza: il suo unico errore è stato quello di aspettarsi che suo figlio dovesse avere le sue stesse caratteristiche e di non avere saputo cogliere che anche in Alberto c’è creatività, anche se non concretezza, e soprattutto non costanza e stabilità: se poi questa instabilità sia dovuta alla strisciante disistima del padre o viceversa questa sia nata dalla prima pur se abbia contribuito a rafforzarla, alla fine appartiene ad un vetusto modo di ragionare per cause ed effetti che nel campo delle relazioni interpersonali ha solo il nefasto risultato di creare dei colpevoli ogni volta che le cose non vanno come noi vorremmo: segno evidente che dovremmo cambiare qualcosa del nostro modo di agire e di pensare, e invece il trovare qualche colpevole qua e là al di fuori di noi, ci aiuta e perseverare nei nostri errori.

Andrea ha sbagliato varie volte, secondo Bianca e anche secondo me, nell’educazione di suo figlio: tutta la sua intelligenza lo ha servito benissimo per decenni nei rapporti con i clienti, ma ha fatto di lui un padre assolutamente inetto e un educatore sbagliato in quello che aveva di consapevolmente più prezioso; è quel che penso anche io, senza smettere per un momento di volere bene ad Andrea, ma più che altro per cominciare ad assolvere, assieme a lui, anche me stesso, ed ogni altro genitore: diversi anni fa, più di trenta per l’esattezza, quando anche mia madre morì, tredici anni dopo mio padre, avevo un cuore giovanile, ancora pieno di recriminazioni e di rimproveri verso quello che aveva fatto verso di me; ma fu già allora che gradualmente arrivai a comprendere che, come noi non ci scegliamo i genitori, così loro non scelgono di essere quello che sono verso di noi: siamo dentro una concatenazione di eventi sia noi sia loro, e se pensiamo che loro avrebbero potuto, volendo, cambiare il corso degli eventi, questo è un semplice residuo dell’idea infantile della onnipotenza dei genitori, la stessa che porta anche a credere nell’onnipotenza di un Dio personale.

vedere i genitori come esseri umani a loro volta determinati e fallaci è il primo passo da compiere sulla strada per superare il risentimento contro di loro che sembra germogli inevitabile come una profezia su Edipo nel rapporto padre-figlio.

ma intanto arriva a cena appunto Alberto, e poco dopo arriva anche Rafaela, la sua prima moglie, una ragazza spagnola, che sembra non abbia quasi avuto una famiglia né alcun altro amore nella vita: cominciò a lavorare come impiegata per Andrea, lì conobbe Alberto, che fu il tramite attraverso il quale Rafaela è entrata a far parte a tutti gli effetti di questo mondi di relazioni affettive, di questa famiglia.

il matrimonio con Alberto ha resistito qualche anno, poi franò: i dettagli non li conosco, non credo neppure che li cercherò; essendo in questo momento un narratore potrei tranquillamente inventarmeli, come il resto della storia la sto reinventando in mille dettagli psicologici che sono solo della mia mente e non della realtà, ma non intendo sforzarmi, perché so benissimo che se qualcuno riuscisse ad appassionarsi a questa storia e a leggerla fino in fondo si aspetterebbe storie di tradimenti, oppure la stanchezza che subentra dopo alcuni anni di relazione, oppure il fatto che si sfiorisce, e Alberto ora sta con una ragazza che ha quasi 15 anni meno di lui, mentre Rafaela comincia ad apparire la persona di un tempo passato, la moglie di quando Alberto stava a lavorare con suo padre, nell’ufficio dove del resto lavorava anche sua madre Bianca, e il padre gli faceva le scenate per i suoi errori, mentre Rafaela era semplicemente perfetta, per quel lavoro.

se partiamo da qui, abbiamo una spiegazione forse poco romanzesca, ma certamente più vera di perché quel rapporto sia andato in crisi: le relazioni non si spengono soltanto per un disinteresse sessuale, è altrettanto facile che l’interesse sessuale si spenga perché la relazione non funziona bene; nel caso di Rafaela e Alberto nessuno è mai stato a conoscenza dei segreti della loro vita intima; però non era difficile accorgersi che, mentre Rafaela cresceva nella stima di Andrea, per la sua prontezza, praticità ed efficienza, di tanto calava quella per suo figlio Alberto: una inclinazione pericolosamente crescente tra i due piatti della bilancia sentimentale, che ad un certo punto raggiunse un punto di rottura e l’equilibrio saltò e nacque un equilibrio nuovo.

in questo equilibrio Rafaela divenne la vera figlia di Andrea e di Bianca e il seme malvagio dell’incesto mentale cominciò a serpeggiare tra le lenzuola del letto matrimoniale che condivideva con Alberto: come poteva Alberto passare la notte assieme alla sua sorella non di carne, ma di cuore? peggio, assieme alla figlia preferita dei suoi genitori?

Rafaela uscì dalla casa di Alberto, al piano di sotto, ma non da quella di Andrea e Bianca, al piano di sopra, e quando Andrea seppe del tumore all’esofago e capì che era giunta la fine, vietò alla moglie, vietò all’altro figlio, quello carnale, di frequentarlo ancora e nelle sue ultime settimane di vita volle solo Rafaela, come figlia mentale, ad assistere al suo trapasso, ai tristi riti del corpo che si disfa atrocemente: lei, la prima moglie di suo figlio, che era diventata la sua figlia mai avuta, lei che aveva il suo stesso guizzo di quella cosa indefinibile che è l’intelligenza e che lui non riusciva a trovare nella moglie e nel figlio, semplicemente perché dietro questa parola unica si nascondono mille costellazioni diverse di abilità mentali e quelle di Rafaela erano simili alle sue, quelle di Alberto, no: erano diverse.

anche Rafaela, assistendo Andrea che si spegneva, mentre oramai niente passava più per il suo esofago e il cancro si dava da fare ferocemente per spaccarlo del tutto dopo averlo chiuso, cominciò a guardare al suo passato con un occhio diverso, e a capire che aveva sempre cercato non un amante, ma un padre; e aveva scelto Alberto per avere suo padre come padre, non lui come innamorato.

ecco, Andrea è morto, accudito da Rafaela; e oggi Rafaela è la presenza costante che si prende cura di Bianca: Bianca piange a pensare che Andrea ha voluto morire stringendo le mani a Rafaela e non a lei, ma sa anche che Andrea gliel’ha lasciata come figlia e che le sue ultime parole sono state: Rafaela ti raccomando Bianca, e Rafaela non tradirà mai questa promessa.

a sapere che l’unico cugino maschio che Andrea aveva veniva a trovare Bianca e anche Alberto, Rafaela non ha voluto mancare; per fortuna la nuova moglie di Alberto è in questi giorni in Puglia, a trovare i suoi: la cena è uno scintillio di discussioni più di dieci giorni interi di blog: quante volte Rafaela e il cugino in visita si sono trovati d’accordo nel vivo del dibattito attualissimo contro le idee un poco schematiche di Alberto?

tu sei troppo filosofo, gli ha detto a un certo punto il viaggiatore, le cose sono più complicate di così; ed era d’accordo con Rafaela, con la prima moglie.

poi si è fatto di colpo tardi, ed è stato un peccato non potersi distendere sul divano e proseguire nel clima acceso dell’intelligenza che si corrisponde.

Rafaela ha salutato; il visitatore ha carezzato con gli occhi i suoi capelli biondi e i primi segni dei quarant’anni che si avvicinano, attorno agli occhi; ha evitato di riguardare nello specchio la sua immagine di vecchio signore un poco strano.

è stato Alberto a riaccompagnarlo alla stazione parlandogli fittamente di un nuovo prodotto che forse si sarebbe messo a vendere sul mercato per ricavare contemporaneamente dal metano acqua calda ed elettricità: un apparecchio che costa 20.000 euro e può essere messo a disposizione di chi decide di installarlo attraverso un leasing di sette anni interamente pagato da rate corrispondenti a quelle del metano risparmiato dall’aumento dell’efficienza energetica: un’idea brillante ha detto il visitatore, cercando qua e là di scoprire se vi fossero dei punti deboli, ma trovando solo un paio di oscurità marginali, ma tanto Rifkin e tanta apertura al futuro.

forse Alberto si butterà, forse Alberto avrà un figlio, forse il futuro è Rifkin.

forse Rafaela continuerò nelle sue visite alla madre di Alberto, mentre Alberto diraderà i contatti con questa; forse Bianca si sentirà rifiutata da suo figlio e dalla seconda moglie, che già la rimprovera per le spese folli che effettivamente fa per sfamare tutti quei gatti; forse Alberto avrà un futuro e forse Rafaela resterà invece legata a quel passato che si chiama Andrea, a quel padre ideale che aveva alla fine trovato ed ha perduto.

sul treno in viaggiatore conclude la lettura del libro di Coetzee: nonostante le insistenze del padre, Lucy non denuncia il ragazzo che l’ha violentata; anzi, scoprendo di essere rimasta incinta nello stupro, decide anche di tenere il bambino, convinta che il padre sia appunto quel ragazzetto problematico e un poco spostato; la sua scelta non è razionale, ma il padre ha torto, è la vita che ha ragione.

non esiste la ragione e il torto, esiste solo la vita.

non importa chi sa e chi non sa, importa solo la vita che si genera.

non occorre cercare troppo a fondo né troppo lontano nei labirinti dei nostri sistemi morali che siamo convinti ci diano qualche certezza.

avvicinandosi nella notte alla meta del rientro a casa, il visitatore lungo il viaggio di ritorno chiude il libro e ringrazia mentalmente Coetzee per essere stato presente all’appuntamento.

* * *

chiedo umilmente scusa a tutti coloro che non potranno evitare di identificarsi nei personaggi di questa storia per gli abusi di interpretazione e per averli coinvolti loro malgrado: lo scopo di questo racconto è soltanto quello di esprimere gli effetti che mi ha fatto la lettura di Coetzee, e sono consapevole di avere compiuto un vero abuso alterando le loro storie, delle quali mi sono servito soltanto come spunto per raggiungere questo risultato.

prego di tenere conto che tutti i miei giudizi non sono riferiti a loro, ma a dei personaggi immaginari ricalcati su di loro e deformati per farli entrare in qualche modo nel romanzo di Coetzee e nell’insegnamento che ne ho tratto.

6 risposte a “la prima moglie. – 571

  1. E certo…mi è venuta l’ansia. E poi l’angoscia…e quel senso di soffocamento. A fine lettura non ricordi più gli intrecci, le storie, le persone…ti resta solo quella voglia di scappare…
    🙂

    • be’, questa è una bella correzione di tiro… 🙂

      io alla fine volevo dire, come mi pare Coetzee, che in tutto questo casino che è la vita, esiste però una vita di fuga…

      ma non credevo di provocare tutta questa angoscia: si vede che io ci sono abituato, ma ad altri fa ancora effetto… 😦

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