se la crisi è d’oro (Economia e libertà) – 602

9 dicembre 2012 domenica  10:52

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Caro Mauro
anche se latito, ti leggo sempre.
Ho trovato su un blog un articolo sull’economia mondiale che, nei limiti del nostro non professionismo, mi sembra la cosa più lucida che mi è capitato di leggere recentemente.
La copio qui, (…) fanne buon uso, se anche tu pensi che valga la pena di divulgarlo.
Un saluto affettuoso, Francesco

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da Riecho Blog Economia e Libertà

Vi riporto qui uno dei migliori articoli che abbia mai letto per chiarezza e lucidità nella descrizione della situazione attuale e le prospettive future.

Il linguaggio e l’approccio sono un po’ tecnici; mi auguro che ciò non vi impedisca di cogliere il messaggio, che è del tutto simile a quello che ho cercato di comunicarvi in questi anni: quello che stiamo vivendo è già accaduto innumerevoli volte in passato, e la storia ci insegna che il processo è inarrestabile.

Tocca subirlo o reagire in modo individuale.

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caro Francesco, prima di tutto un grazie di cuore: è proprio così che dovrebbe funzionare un blog: come punto di ricerca e di scambio, dove il ruolo di autore e lettore sono interscambiabili, dato che il lettore si fa a sua volta autore e diffonde materiali creando la massa critica di una riflessione condivisa.

detto questo, spero che  non ti dispiacerai troppo se non condivido del tutto il tuo entusiasmo prima di tutto per Riecho, che ricava da questo post una morale molto generica, che a me pare molto new age almeno nel linguaggio: “quello che stiamo vivendo è già accaduto innumerevoli volte in passato, e la storia ci insegna che il processo è inarrestabile”, e ci dà come unico sbocco “l’azione individuale”, ma perché mai?

quello che stiamo vivendo non è affatto accaduto innumerevoli volte, è invece unico e privo di precedenti simili, anche se si svolge secondo costanti economiche universali.

se dico che un oggetto cade dalla mia finestra seguendo le leggi della gravitazione universale, questo non significa che è caduto dalla mia finestra innumerevoli volte.

di conseguenza la sua caduta non è neppure inarrestabile: sono io, e preferibilmente assieme ad altri, che devo fare in modo che non cada, se desidero che questo non avvenga.

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anche il post di argomento economico che mi hai mandato mi lascia perplesso, ma è talmente complesso e lungo che non posso farne una analisi completa.

trovo utili alcune linee di riflessione generali che propone, però mi pare che esso si disperda in mille rivoli e alla fine non trasmetta una linea di pensiero chiara.

dovrà quindi provare a sintetizzare le mie critiche, mettendo in evidenza alcuni punti critici.

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Guest post: 2013 e oltre – di Gerardo Coco da Chicago-blog

Stiamo attraversando una delle crisi più profonde della Storia. Neppure nel corso delle due guerre mondiali il debito dei paesi industrializzati aveva raggiunto una dimensione così elevata come l’attuale e tale da impedirne lo sviluppo.

Tuttavia, i governi degli USA, Europa e Giappone, mirando al mantenimento dello status quo, trasferiscono il costo dei debiti alle loro economie sottraendole le risorse per superare la recessione.

questa frase, dalla sintassi incerta, la trovo poco chiara: che cosa significa che i governi trasferiscono alle loro economie i debiti che sono stati definiti “dei paesi”?

il vero problema, invece, è che i governi trasferiscono agli stati i debiti che sono privati, cioè delle banche.

qui ti devo rimandare a qualche riflessione sul tema che ho già presentato in altri post, e da ultimo soprattutto in questo: 561. il mercato Libero della finanza immorale.

quando si sente dire in mille salse populiste che quelli attuali sono i governi “dei banchieri” si accenna confusamente a questa verità, cioè al trasferimento sul debito pubblico delle immense situazioni di deficit di banche private.

populisticamente viene fatto intendere che questo sia il frutto di disposizioni malvagie dei governanti: è una semplificazione rispetto alla verità più complessa che non esistono oggi le forme di pensiero accademiche, dato lo sviluppo precondizionato e predeterminato della ricerca economica universitaria e delle istituzioni economiche dominanti, per fare delle scelte diverse.

dove lo si è tentato, in casi particolari e senza aggredire il male alla radice, il risultato è stato catastrofico.

e tuttavia esistono piccoli esempi isolati, oasi fresche ed umide di vita  nel deserto arido della speculazione, dove sta crescendo la prospettiva di una visione economica alternativa, nel vivo del dramma dei default che colpiscono diversi stati: Islanda, Argentina, chi altro? 590. l’Argentina in crisi, alla faccia di Barnard… e la guerra delle due Cristine. , 334. modello Islanda, modello Malesia (la risposta alla crisi).

* * *

I bassi tassi di interesse incoraggiano ulteriore debito mentre continui stimoli monetari deprezzano le valute. All’orizzonte si profila un collasso generale. Si tratterebbe solo di indovinarne la forma e l’epicentro. Si è già raggiunto il punto di non ritorno o lo si può ancora evitare? Una prognosi sul futuro richiede prima di tutto un approfondimento dell’interazione tra inflazione e deflazione, le due forze opposte che oggi si scontrano sulla scena del dramma economico.

L’inflazione e la deflazione sono, in ultima analisi, rispettivamente la svalutazione e la rivalutazione dell’unità monetaria.

Si ha inflazione quando l’aggregato monetario si espande più velocemente di quello dei beni. Se la moneta abbonda e i beni sono scarsi, il loro prezzo aumenta e la moneta si deprezza.

Con la deflazione si verifica il contrario: l’aggregato monetario si contrae più velocemente di quello dei beni, i prezzi calano e l’unità monetaria si rivaluta.

L’inflazione è un fenomeno politico perché l’aggregato monetario è regolato dagli istituti di emissione in accordo con i governi. Entrambi pensano che in presenza di recessione stimoli monetari provochino un aumento della domanda di beni e quindi della spesa aggregata.

Ma è solo un’illusione: l’inflazione non aumenta mai la ricchezza netta.

qui sono evidenti degli errori logici, secondo me: l’aumento della massa monetaria circolante aumenta certamente la domanda; che cosa c’entra la ricchezza?

lo scopo dell’inflazione non è di aumentare la ricchezza, ma di ridurre il risparmio, cioè l’accumulo della ricchezza.

l’inflazione sposta la massa monetaria dall’accumulo al consumo, e in questo modo aumenta certamente la domanda, senza incidere sulla ricchezza, se non per la riduzione del suo accumulo.

l’inflazione, anche se non aumenta mai la ricchezza, aumenta l’illusione della ricchezza, per l’apparente aumento del prezzo dei beni posseduti e per la lentezza psicologica del consumatore nel comprendere che la moneta che ha in mano è svalutata: il consumatore infatti rimane psicologicamente legato più a lungo al valore che la moneta aveva prima della sua svalutazione, e non comprende che sta soltanto cambiando sotto i suoi occhi il valore dell’unità monetaria.

tipico l’effetto psicologico sui proprietari di case dell’aumento del costo delle case in momenti di inflazione: si sentono più ricchi, e dunque sono portati a risparmiare di meno.

dunque nell’inflazione il consumatore benestante è più portato a spendere, ritenendo di avere a disposizione risorse reali maggiori di quelle che ha.

nello stesso tempo a questa maggiore inclinazione psicologica alla spesa nei benestanti corrisponde anche una costrizione a spendere di più per tutti, che consiste nel puro e semplice aumento dei prezzi.

l’inflazione quindi colpisce il risparmio, non solo perché l’aumento dei prezzi lo rende  più difficile, ma anche perché il consumatore ritiene illusoriamente di poter fronteggiare l’inflazione con la maggiore disponibilità finanziaria. 

Il suo esito finale è sempre la svalutazione monetaria e la contrazione della ricchezza. Un’inflazione intorno al 3 per cento all’anno, considerata innocua, dimezza il potere d’acquisto nel corso di una generazione. Se raddoppia lo dimezza in poco più di un decennio.

l’errore logico prosegue: si continua ad identificare ricchezza e potere d’acquisto, che sono due concetti ben distinti.

l’errore logico è del resto evidente se si considera su scala storica l’enorme inflazione che ha accompagnato la vita economica dal dopoguerra ad oggi e il parallelo fortissimo incremento della ricchezza privata e pubblica.

* * *

Se i prezzi aumentano anche tassi di interesse dovrebbero aumentare per compensare la perdita del potere di acquisto ma invece vengono progressivamente ridotti.

questa a me pare un’altra sciocchezza enorme: che relazione c’è fra tassi di interesse e potere d’acquisto?

ci si sta forse riferendo ai risparmi depositati nelle banche e ai relativi interessi attivi?

normalmente in epoche di forte inflazione, anche gli interessi bancari aumentano.

questi non aumentano soltanto quando si ha un fenomeno diverso, che è quello della stagflazione, cioè una inflazione contemporanea alla stagnazione economica; come oggi, appunto.

ma non si tratta di una costante dei periodi inflazionistici, come invece scritto nel post. 

* * *

arrivato qui mi fermo nella mia analisi: l’articolo mi pare confusionario e dunque non ritengo che ne possa uscire nulla di buono.

ma, siccome posso sbagliare io, lascio in appendice tutto il resto di questo post, per chi vorrà leggerselo, cliccando su more/prosegui.

preavviso i volonterosi, però, che arrivati alla fine si troveranno di fronte ad una idea sorprendente: “la ricapitalizzazione del sistema bancario, condizione per ristabilire la solvibilità di quello economico” attraverso il ritorno “alla moneta vera: l’oro”.

personalmente ritengo che la vera unica uscita dalla crisi non sia né questa né il rilancio dell’indebitamento pubblico, per continuare a rafforzare la finanza, ma la limitazione drastica delle possibilità di speculazione finanziaria e la riduzione dei consumi, a cominciare da quelli delle classi privilegiate.

occorre un semplice rilancio dell’uguaglianza e della parsimonia, la riconquista di alcuni valori che una volta si sarebbero definiti comunisti, ma fuori dal quadro concettuale, politico e filosofico, che li ha deformati in strumenti di dogmatismo e di tirannide.

La deflazione, di per sé è un fenomeno economico. E’ una crescita della produzione più veloce della crescita dell’aggregato monetario. Il progresso economico provoca una naturale tendenza alla discesa dei prezzi. Se aumenta la produzione e la produttività, i prezzi diminuiscono e pertanto lo stesso aggregato monetario è compatibile con un maggiore volume di spesa.

Poiché la depressione si accompagna alla deflazione che comporta scarsità di denaro, le banche centrali ravvisano nella discesa dei prezzi il sintomo di una crisi e cercano di prevenirla con stimoli monetari. Ma la depressione si verifica per il crollo della produzione reale e dei redditi su cui si basa la spesa, non perché il livello dei prezzi cala. Confondendo le cause con i sintomi, gli istituti di emissione inflazionano sempre alimentando il male che pretendono di curare.

La scena del dramma

A partire dal 2008 la base monetaria dei paesi sviluppati è aumentata in proporzione al debito e in sproporzione alle economie ma l’inflazione è rimasta confinata al settore finanziario. Affinché si manifesti nell’economia reale occorre che il denaro venga effettivamente speso. Se il pubblico ha in tasca 50 e le banche 1000 la base monetaria è 1050. È’ su questa base che vengono moltiplicati i mezzi di pagamento, il cui maggior volume fa aumentare i prezzi dei beni e servizi. Finora il credito è stato erogato solo ai sistemi bancari per risanarne le perdite e permettere ai governi nuova spesa. L’inflazione quindi è rimasta contenuta. D’altra parte poiché rimane superiore ai tassi di interesse nominali, i tassi reali risultano negativi incentivando l’indebitamento. Ma in termini economici, la soppressione dei tassi comporta una valutazione dei beni futuri minore di quella dei beni presenti e ciò significa dilapidazione del presente rispetto al futuro. Significa quindi arresto del processo di accumulazione e decadenza industriale. Proprio quello che accade negli USA, Europa e Giappone.

In tale contesto se, per ipotesi, il credito fosse erogato all’economia in dosi massicce avrebbe l’effetto dirompente del crollo di una diga. Riversandosi sui beni esistenti l’onda d’urto di liquidità provocherebbe un’iperinflazione, quel fenomeno estremo per cui la domanda di moneta tende allo zero perché tutti, per evitare la perdita del potere d’acquisto si affrettano a spenderla, i prezzi tendono all’infinito e il valore della moneta allo zero. Poiché cesserebbe la sua funzione di mezzo di scambio, crollerebbe il sistema dei pagamenti e insieme, la divisione del lavoro di cui la moneta è il presupposto. Per evitare il ritorno al baratto bisognerebbe riprogettare il sistema monetario. Questo fenomeno si è verificato frequentemente nella storia e in ogni parte del globo. Di fronte a un tale cataclisma ben magra sarebbe la soddisfazione di vedere azzerati i propri debiti.

Nell’economia reale è invece prevalsa la deflazione. I fallimenti a catena, la diminuzione della produzione, del reddito e della spesa aggregata e il processo generale di liquidazione per ripagare i debiti ha provocato il calo del livello dei prezzi e quindi una contrazione monetaria. Per compensarla le banche centrali acquistano debito dai governi in cambio di liquidità: se anche i governi non spendessero, la totalità dei mezzi di pagamento crollerebbe portando alla depressione. Tuttavia, la continua monetizzazione non è una cura perché mantiene l’economia nell’occhio del ciclone. Ma non può restarci in eterno. Per cui, delle due l’una: o l’economia sprofonderà nel buco nero della depressione o sarà spinta nel vortice inflazionistico. Tertium non datur. In regime di debito crescente e tassi a zero o al di sotto, lo sviluppo non è un opzione, è un’impossibilità.

Sulla scena di questo dramma l’unico settore a prosperare è la speculazione, gratuitamente finanziata dalla soppressione dei tassi reali operata delle banche centrali. Nel gran casinò dell’economia mondiale esse rappresentano i croupiers che distribuiscono le fiches e alimentano l’azzardo dei governi e della speculazione finanziaria (banche di investimento e intermediari finanziari non bancari). Quest’ultima conoscendo in anticipo le mosse dei croupier vende allo scoperto i titoli obbligazionari al momento del rialzo per riacquistarli al momento del ribasso catturando, senza neppure scommettere, le differenze di prezzo. Del resto, in un ambiente caratterizzato dall’assenza di rendimenti l’arbitraggio è l’unico gioco redditizio. Lo stesso avviene nel mercato borsistico e dei cambi dove correnti finanziarie erratiche provocano perturbazioni nei valori nominali. L’incertezza e l’instabilità che ne consegue alimenta la proliferazione degli strumenti di copertura del rischio. La torre di babele dei derivati non è altro che la conseguenza del regime di volatilità permanente indotta delle politiche di debito e dal regime di tassi calanti. Il mercato finanziario dilatandosi senza creare valori reali si è trasformato in un’unica e immensa bolla. Ma nel gioco d’azzardo non esistono polizze assicurative. Tutte le bolle prima o poi scoppiano e questa volta gli effetti sarebbero peggiori di quelli della crisi del 2008.

Il baratro valutario

La coesistenza di inflazione e deflazione è implicita nel sistema monetario attuale dove le monete sono funzione del debito. Se le monete rappresentano una passività non è logicamente possibile che, a livello economico complessivo, possano estinguere altre passività. Per cui, allo stato attuale il debito è indomabile. Se il valore delle monete dipende dal valore del debito quest’ultimo ha un valore che dipende dalla solvibilità del debitore. Ma chi la garantisce? La garantisce l’economia reale soggetta a prelievo fiscale forzoso. Se l’economia, crescendo, garantisce un buon prelievo fiscale la domanda di debito sale insieme a quella della moneta in cui è denominato. Ma un’economia in recessione mettendone in questione la solvibilità ne fa calare la domanda. Per stimolarla occorre offrire agli investitori tassi più alti che farebbero aumentare il costo del debito, per cui le banche centrali lo mantengono basso assorbendo tutta l’offerta di debito. Il suo valore nominale sale di nuovo ma quello reale scende perché la sua grandezza cresce più velocemente rispetto al calo del PIL, segnalando nuovo rischio di insolvenza e inflazione. Queste fluttuazioni monetarie continue provocano le scosse che preludono al collasso. Questo non è mai un processo lineare ma ondulatorio e si sviluppa nel corso degli anni per erompere all’improvviso senza preavviso. Segue la legge fisica della risonanza: continui stimoli monetari provocano oscillazioni nei valori sempre più forti fino a far crollare l’intera struttura economica.

Infatti, il rischio di detenere attività finanziarie, che non sono altro che passività di terzi, potrebbe diventare così elevato da indurre gli investitori a sbarazzarsene definitivamente facendole precipitare al valore intrinseco: lo zero. A quel punto i tassi di interesse andrebbero alle stelle facendo crollare definitivamente il castello di carta del debito. L’aggregato monetario collasserebbe provocando il buco nero della depressione. Le banche centrali per impedirla dovrebbero irrorare il sistema economico di liquidità che comincerebbe a far lievitare i prezzi. La speculazione, allora, ne amplificherebbe l’aumento dirigendosi verso tutto ciò mantiene il potere d’acquisto e non è soggetto a default, in particolare le materie prime, il cui valore schizzerebbe rispetto alle monete già deprezzate sia dai deficit fiscali che dalle svalutazioni competitive per ridurre i deficit commerciali.

Non si può quindi escludere che un deprezzamento valutario estremo possa provocare iperinflazione spingendo il costo di tutte le cose a livelli stratosferici.

Nella storia, l’iperinflazione è stata sempre l’esito della monetizzazione per finanziare i deficit dei governi. Il punto di non ritorno si verificava quando per pagare il debito dovevano ricorrere a nuovo debito. Risultava pertanto inevitabile la loro insolvenza che cercavano di mascherare con l’inflazione monetaria. A quel punto nulla potevano più le autorità monetarie: una volta che la moneta perde valore lo perde per sempre. Esse ne controllano la quantità ma non la velocità di spesa che dipende da fattori psicologici di massa imprevedibili.

Si obietta che, oggi, a differenza del passato, questo scenario estremo può essere evitato grazie all’ingegneria finanziaria e al maggior coordinamento delle banche centrali. Ma è illusorio che le stesse azioni foriere di catastrofi possano prevenirle. L’unico potere che hanno è di ritardarne gli effetti rendendoli più devastanti.

Prevenire il collasso

Non è possibile predire se il crollo del debito avvenga prima per depressione o per iperinflazione o per il loro concorso nella forma di depressione inflazionistica. L’esito dipende anche dalla situazione geopolitica. La prospettiva di un’estensione di un conflitto in qualsiasi parte del globo favorirebbe l’olocausto valutario con l’annullamento d’ufficio dei debiti.

Quale sarebbe la prima area a soccombere? L’eurozona è l’area più fragile politicamente ed economicamente. A differenza del dollaro che serve ad acquistare il petrolio che ne sostiene la domanda, la moneta unica non ha sostegni. Non può neppure contare, come nel caso del Giappone, su quel surplus commerciale che impedisce ancora la svalutazione dello yen. Poiché le politiche di austerità la stanno avviando alla depressione è difficile che l’eurozona possa diventare l’epicentro di un processo di iperinflazione. Gli USA, al contrario, dove la politica di crescita si accompagna a una monetizzazione folle, potrebbero diventarlo. Ma il collasso della valuta di riserva trascinerebbe con sé tutte le altre valute.

L’inflazione è una forza incontrollabile e irreversibile. La deflazione, invece, può essere controllata evitando il baratro valutario. Essa è la purga che l’organismo economico deve subire per espellere i veleni accumulati in precedenza con l’inflazione. Una deflazione controllata prelude ad una ripresa autentica perché riallinea tutti i valori alla realtà economica, l’aggregato monetario si riduce, i tassi di interesse calano in modo naturale, il livello del debito diventa sostenibile e la rivalutazione dell’unità monetaria è proprio l’antidoto alla depressione. Infatti, quando la quantità di moneta tende a essere misurata in termini di potere d’acquisto corrisponde a maggior denaro e quindi a maggiore liquidità disponibile. Si osservi, qui, la differenza tra il sistema monetario attuale e quello aureo. A seguito di un default il denaro svanisce letteralmente; la moneta vera, l’oro, non scompare mai: una volta in circolazione vi rimane e non viene annullata dai default. Per questo motivo stabilizza anche i tassi di interesse. (E’ errata pertanto la critica che gli si rivolge di provocare la depressione, al contrario la evita).

L’unico modo di evitare un eventuale collasso è quindi pianificare la deflazione senza farla degenerare in depressione. Questo processo richiederebbe tre azioni simultanee. Primo: l’intervento per rinegoziare, condonare o compensare i debiti reciproci fra le nazioni. La politica deve riconoscere che i debiti nella loro attuale dimensione non potranno mai essere ripagati e pertanto finirebbero per essere eliminati solo da default violenti portando alla depressione. Secondo: è necessario deflazionare la spesa di governi e abbassare la pressione fiscale almeno nella stessa misura della riduzione della spesa. Terzo: le banche dovrebbero svalutare tutti i crediti inesigibili iscritti in bilancio a valori fittizi. Senza questa pulizia non saranno mai in grado di operare normalmente, finanziare l’attività industriale e attirare capitale. Il riconoscimento dell’entità reale delle perdite è il presupposto per la ricostruzione finanziaria del sistema bancario che, per essere in grado di erogare di nuovo il credito, deve prima riceverlo. Nessun investitore è infatti disposto ad impiegare fondi nelle banche per ripianarne le perdite. Il processo di ristrutturazione darebbe un segnale forte al mercato che, in presenza di valori reali, ritroverebbe la fiducia per reinvestire nelle attività produttive. L’unità monetaria si apprezzerebbe rivalutando i risparmi e tramutandoli in capitali per finanziare le economie. Naturalmente i problemi non sarebbero finiti, perché finché il denaro sarà basato sul debito sarà anche soggetto ad abusi e le crisi si ripeterebbero. Allora il processo di raggiustamento dovrebbe contemplare il ritorno alla moneta vera, quella che, non rappresentando il debito di nessuno, è immune da default: l’oro. Prima di essere rimonetizzato dovrebbe essere utilizzato per la ricapitalizzazione del sistema bancario, condizione per ristabilire la solvibilità di quello economico.

Purtroppo i governi, opponendosi come sempre a tali ristrutturazioni continueranno a inflazionare illimitatamente le monete per mantenere l’illusione dello sviluppo e preservare la propria esistenza. Eppure basterebbe che consultassero la storia per sapere come andrà a finire.”

7 risposte a “se la crisi è d’oro (Economia e libertà) – 602

  1. senza essere un esperto economico penso che il DANARO sia la comoda e giusta rappresentazione in termini di valore di beni concreti.

    tutto il caos avviene quando il danaro rappresenta aria e soltanto aria…!!

    • quel che il pensiero dominante è riuscito a fare in questi anni è convincerci che l’economia sia una scienza astrusa e non una interpretazione di comuni comportamenti umani.

      il Sessantotto (che tu non ami) riuscì invece a convincere migliaia di giovani a studiarla e farsela propria, come analisi della produzione e degli scambi; ma negli anni Ottanta, in parallelo al trionfo neoliberista, l’economia divenne scienza delle finanze e delle teorie monetariste, così come la finanza prese il sopravvento sui settori economici tradizionali della produzione.

      l’economie divenne astrusa come scienza della speculazione, e dunque ai comuni mortali venne interdetto occuparsene, sotto pensa di apparire naif.

      dobbiamo recuperare la capacità di analizzare i comportamenti economici, invece, e giusto a partire da quella raffigurazione del denaro che dici tu. 😉

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