3. ciao, Rita.

in un paese normale ieri la morte di Rita Levi Montalcini sarebbe stata la notizia di apertura dei quotidiani e la liberazione di un rapito una noticina a piè pagina.

purtroppo l’Italia è oramai il paese dei pazzi e il mondo capovolto dove chi cammina con la testa sulle spalle è la persona strana che viene additata per il suo anticonformismo: al cuor non si comanda e dominano online le notizie sulla delinquenza, che del resto è il vero cuore dell’economia (sommersa) e il cuore pulsante del paese: mascalzoni sono i giornalisti, del resto, strizzacervelli prezzolati dei lettori, e mascalzoni dentro sono anche una buona parte dei lettori.

Rita meritava col giusto rilievo qualche articolo informato della sua storia e della sua vita, non solo perché era premio Nobel e unica donna vivente ad averlo riportato, non solo perché era senatrice a vita “per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale, ma soprattutto perché è morta silenziosamente a 103 anni dopo la sua ultima tranquilla giornata di lavoro scientifico, proseguito anche se da tempo era parzialmente cieca. 

dev’essere questa, “scientifica”, la parola proibita, che dà piuttosto fastidio in un paese cattolico cioè bigotto e superstizioso: aggiungete che le ricerche di Rita riguardavano addirittura il cervello, in un paese che preferisce ancora credere all’anima.

e metteteci anche che Rita Levi Montalcini era una democratica e perdipiù un’ebrea, in un paese che odia l’antisemitismo soltanto quando è musulmano, ma se lo perdona volentieri quando invece è di origine integralista cattolica.

* * *

fu la scuola medica torinese dell’istologo ebreo Giuseppe Levi all’università di Torino, il luogo dove Rita cominciò gli studi sul sistema nervoso avendo come compagni universitari due altri futuri premi Nobel, tra i non moltissimi vinti dall’Italia: Salvador Luria e Renato Dulbecco.

fatto veramente straordinario, da ricondurre al metodo di un maestro veramente eccezionale: Giuseppe Levi (ma anche il padre della Montalcini aveva lo stesso identico nome, un caso di perfetta omonimia), che era il padre di Natalia Levi, moglie di Leone Ginzburg, che noi conosciamo come scrittrice col cognome del marito.

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un nucleo di libera intelligenza antifascista ebraica che subì diverse persecuzioni sotto il fascismo: carcere, confino, e Leone Ginzburg torturato e ucciso nel febbraio del 1944 nel carcere romano di Regina Coel; ad esso va ricondotta, con un ruolo meno militante, anche la formazione di Rita.

anche se Rita si sentì sempre legata alla sua origine ebraica minoritaria e destinò una parte del premio Nobel ricevuto alla costruzione di una sinagoga, ma poi alla domanda di Odifreddi “Crede in Dio?” rispose: 

«Sono atea. Non so cosa si intenda per credere in Dio».

* * *

dato che sono un blogger e non un giornalista, faccio un altro lavoro e sto anche per andarci, mi limito a riportare qualche frase qua e là, prendendola da wikipedia, di questa piccola donna straordinaria, che ho conosciuto e cui ho stretto la mano 25 anni fa:

La mancanza di complessi, una notevole tenacia nel perseguire la strada che ritenevo giusta e la noncuranza per le difficoltà che avrei incontrato nella realizzazione dei miei progetti, lati del carattere che ritengo di aver ereditato da mio padre, mi hanno enormemente aiutato a far fronte agli anni difficili della vita.

A mio padre come a mia madre debbo la disposizione a considerare con simpatia il prossimo, la mancanza di animosità e una naturale tendenza a interpretare fatti e persone dal lato più favorevole.

contro il padre Rita dovette peraltro lottare, per imporgli la scelta non comune a quel tempo di laurearsi: lo fece nel 1936, giusto per dire, l’anno prima della morte di un altro grande torinese d’adozione, Antonio Gramsci, che era stato incarcerato 10 anni prima.

nel 1938 il Manifesto per la difesa della razza e le leggi razziali mussoliniane espulsero dalle università i cittadini italiani “non ariani”; Rita fu costretta a emigrare in Belgio col professor Levi, poi ritornò a Torino nel 1940, lavorando con lui alle sue ricerche in un laboratorio domestico situato nella sua camera da letto sul ruolo dei fattori genetici e di quelli ambientali nella differenziazione dei centri nervosi.

la guerra vide il piccolo gruppo in fuga per l’Italia, riuscendo sempre a sfuggire, a volte fortunosamente, alle deportazioni; a Firenze nel 1944 entrò come medico nelle forze alleate.

Era in corso un’epidemia di tifo, i malati morivano a decine. Facevo di tutto, il medico, l’infermiera, la portantina. Giorno e notte. È stato molto duro e ho avuto fortuna a non ammalarmi.

quel lavoro non era adatto a lei, in quanto non riusciva a costruire il necessario distacco personale dal dolore dei pazienti.

il senso profondo del lavoro scientifico. proseguito nei settant’anni successivi, fu la critica all’idea dominante che il sistema nervoso fosse statico e rigidamente programmato dai geni.

un programma scientifico rigorosamente antirazzista, a ben vedere.

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la persecuzione contro di lei riprese in anni recenti, in forme più sottili, con lo sbeffeggiamento  pubblico per la sua età condotto da un  personaggio innominabile e ancora attivo della destra italiana, per il sostegno da lei dato in parlamento al governo Prodi.

di Rita ricordo la frase pronunciata tre anni fa, al suo centesimo compleanno:

Il corpo faccia quello che vuole.

Io non sono il corpo: io sono la mente.

tutti noi siamo menti; è grazie a lei che sappiamo un po’ meglio che cosa è una mente, se vogliamo saperlo, e sappiamo che una mente è anche il suo corpo, la macchina meravigliosa e piena di difetti che chiamiamo cervello.  

già questo è il problema; vogliamo saperlo?

Oggi, rispetto a ieri, i giovani usufruiscono di una straordinaria ampiezza di informazioni; il prezzo è l’effetto ipnotico esercitato dagli schermi televisivi che li disabituano a ragionare (oltre a derubarli del tempo da dedicare allo studio, allo sport e ai giochi che stimolano la loro capacità creativa).

Creano per loro una realtà definita che inibisce la loro capacità di “inventare il mondo” e distrugge il fascino dell’ignoto.

aggiungiamo pure oggi un certo uso di internet finalizzato soprattutto ai social media, anziché alla ricerca critica (a Facebook piuttosto che al blog come strumento, per dirla in uno slogan piuttosto rozzo).

la coscienza critica resta sempre il risultato di una dura lotta personale, come ci ha insegnato Rita, e non solo lei: resterà quindi di pochi, ma quei pochi almeno si riconoscano e si onorino, perché lo meritano,

19 risposte a “3. ciao, Rita.

  1. L’altro giorno era in prima pagina in quasi tutti i quotidiani, a onor del vero. Ma fai bene a ribadire quello che dici, poiché non è mai abbastanza ripetuto. Questa grande donna merita tutto lo spazio possibile. Ricordi quando pochi anni fa in Parlamento alcuni buzzurri di destra dissero delle cavolate contro di lei ( riferendosi all’età avanzata, come se fosse un demerito) ? Noi ci vergognammo di loro, mentre eravamo fieri di lei…

    • sì, hai ragione, sono probabilmente arrivato con un giorno di ritardo…

      però io la fretta di sbarazzarsi anche del ricordo di questa figura nei nostri giornali continuo a coglierla…

  2. il Pantheon è il luogo dove merita di essere collocato il suo… corpo.
    La sua mente rimarrà viva e attiva, e continuerà nel tempo a dimostrare a tutti il suo valore, in quello che ha scritto, in quello che ha detto, in quello che ha fatto.
    Grazie Rita,,, !

  3. Grazie per questo post. Lei, ebrea e donna. Già troppe “tare”, no? E con il pallino di diventare (essere) una delle più grandi scienziate del mondo, in quel periodo… Riuscendoci, addirittura. Senza usare le tattiche femminili solite in alcuni casi, ma munita sempre di una garbata e lucente solarità esente da vittimismi o manipolazioni di alcun genere. L’eleganza. L’ironia. La leggerezza del sorriso, proveniente da tanta profondità e tenacia. Un esempio di essere umano particolarissimo.
    (su facebook a pochi minuti dalla sua morte era un tam tam di condoglianze)

    • grazie a te di questo ritratto, patrizia, che sottolinea con sintesi ed incisività quel che ho provato ad accennare.

      mi piace soprattutto questa sottolineatura: “senza usare le tattiche femminili”.

      Rita è stata una donna che non ha smesso di essere molto femminile, senza nessuna concessione al machismo che vuole le donne asservite a modelli di femminilità deteriori e funzionali ad un certo immaginario maschile.

      una negazione vivente, anche da vecchissima, dell’immagine berlusconiana della donna.

  4. Due donne ad ottenere il nobile (allora) premio Nobel in Italia: la Deledda e la Montalcini. E di entrambe se ne è parlato sempre troppo poco.
    Purtroppo si preferisce parlare sempre dei brutti spettaccoli di ominicchi vari…
    Una grande donna, coraggiosa, intelligente e soprattutto umana.

          • dicevo per me… in teoria quest’anno mi dovrei laureare. Poi ci sono sono tutta una seria di altre cose che sono andate male negli ultimi mesi (e che probabilmente andranno male tra poco). Tutto fa pensare che quest’anno ogni giorno sarà una conquista.
            Che poi abbia un giorno in meno non renderà le cose meno semplici… perché il tempo è relativo… e a volte non c’è nemmeno 😀

            • accidenti, ecco una prova ulteriore del fatto che il tempo trascorre in modo diverso per un giovane e per un vecchio: stai già finendo l’università???? ma da quanto tempo ci conosciamo, allora (si fa per dire): ti eri appena iscritto quando ci siamo incrociati nel blog!

              di cose che vanno male ce ne sono a quantità, basta solo scegliere, ultimamente: io continuo a pesare che non pensarci troppo sia uno dei segreti del vivere bene: però probabilmente è anche questo un modo di pensare da anziano, lo ammetto.

              sul tempo non sono d’accordo: come vedrai se mi decido a pubblicare a puntate sul blog gli appunti presi in Germania durante il “break” leggendo il libro La danza del fotone, su fisica quantistica e teletrasporto: odi odi che secondo Bortocal, che ha orecchiato qua e là le ultime teorie fisiche, il mondo ha una sola dimensione, il tempo, e lo spazio è soltanto un ologramma a tre dimensioni che si sviluppano dal tempo…

              • si tratta della laurea triennale, quindi dopo potrei proseguire per altri due anni per la laurea magistrale. Quindi ci conosciamo più o meno da 2 anni e mezzo.

                non pensarci non risolverà nulla. Quindi non saprei se il tuo consiglio potrebbe funzionare.

                aspetterò qualche post su quello che hai letto sulla meccanica quantistica. Credo di averti già detto che io immaginavo il contrario. Un tempo che non esiste e uno spazio che esiste. Ora ho cambiato idea e sono convinto che non esista nemmeno lo spazio. Così mi sono inventato il campo di informazioni (da cui derivano sia spazio che tempo). Però credo che rimanderemo la discussione a quest’estate perché nel frattempo seguirò un corso di fisica nucleare che comprende a quanto pare anche fondamenti di meccanica quantistica.

                • e ricordarsi una buona volta che le lauree non sono più quadriennali, ma triennali o quinquennali? e sì che dovrei proprio saperlo… (insisto sui guasti degli anni sul cervello :()?
                  sì, penso anche io che il non pensare non risolva i problemi: infatti, la tecnica la consiglio soltanto per i problemi che chiaramente non si possono risolvere (l’invecchiamento, ad esempio, ma come vedi, predico bene e razzolo male…)

                  sulla quantistica mi aspetto delle bellissime discussioni future: ovviamente anche io un tempo la pensavo esattamente come te, credo che siamo stati influenzati da Einstein, che aveva trasformato persino il tempo in una specie di quarta dimensione spaziale, tanto era interessato, da buon materialista, a che il mondo fosse il più solido possibile.
                  naturalmente se il tempo esiste e lo spazio no, rimane il non tanto trascurabile problema di come mai alle alte velocità si sia dimostrata una contrazione del tempo: su questo dovrò sforzare parecchio la mia fantasia.

                  quello che accenni soltanto sul campo di informazioni mi ha incuriosito moltissimo, ma ci sarà l’occasione di riparlarne, direi, se ora non hai tempo.

                  • aspetterò ovviamente il tuo prossimo post su argomenti legati alla meccanica quantistica per discuterne 😉
                    al momento non mi sembrerebbe rispettoso nei confronti della S.ra Montalcini a cui è dedicato l’attuale post.

                    A Torino vogliono intitolarLe una via in suo onore. Sarebbe un bel gesto a patto che la via sia rappresentativa per la sua vita (che ci abbia vissuto, studiato ecc) 🙂
                    http://www.lastampa.it/2013/01/03/cronaca/torino-dedica-una-via-alla-montalcini-Y7t9AanJ1TzeSRCAeJyM5I/pagina.html
                    A Roma se non sbaglio vogliono intitolarle un Ospedale.

                    • sì, hai ragione, ci spostiamo: il post – inteso come prima puntata di una breve raccolta sul tema – è già pronto (scritto in Germania) da diversi giorni, anche se qualcosa mi trattiene ancora dal pubblicarlo, ed è la paura di scrivere stupidaggini; in ogni caso il dado sta per essere tratto, e l’ultimo borforisma è quasi la sua introduzione o epigrafe iniziale.

                      intanto mi avvicino al tema anche in qualche commento con maria,..

                      ma per tornare alla Montalcini, secondo me una strada è troppo poco, occorre, come dici tu, che la scelta sia rappresentativa dell’onore che si intende rendere ad una persona non proprio comune…

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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