159. i rumori dell’India a Madurai.

la mattina trascorsa con Mike (…) penso che non la descriverò: (…) aspettate il video su You Tube.

ero stato insolitamente sbrigativo nelle cronache sul post del 7 novembre di tre anni fa, ed eccomi ancora a provare a colmare quel vuoto quasi due anni e mezzo dopo, che sembrano una mezza vita. 

questo videoclip descrive lo stupore provato nell’aggirarmi per ora soltanto intorno all’immenso tempio della dea Sri Menashki a Madurai, seguendo le alte muraglie spesso dipinte a bande bianche e rosse come è uso qui, inframmezzate dai gopuram grandiosi delle quattro porte d’accesso, una per ogni punto cardinale e tutte sorvegliate da soldati armati per prevenire possibili attentati degli islamisti; il più alto è quello della porta meridionale, ma altri si trovano all’interno.

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il recinto è rettangolare, occcupa sei ettari, è più di un terzo più grande dell’intera Città del Vaticano, i suoi lati sono approssimativamente di un chilometro per 600 metri; quindi un giro completo attorno è più lungo di 3 chilometri.

è stato costruito nella prima metà del 1600 su un progetto di sessant’anni prima, ma le sue radici affondano al tempo dei re Pandya, contemporanei dell’impero romano.

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come non riuscendo a superare lo stupore che suscitano anche ora visti dal basso, la videocamera torna insistente sui  gopuram deliranti di sculture coloratissime, che la luce giallastra e/o grigia a seconda dei momenti della giornata ha offuscato parecchio; finora li avevo visti solo dall’alto della terrazza dell’hotel che vi si affaccia o da uno scorcio di strada.

sono però i suoni che dominano la scena: sono i canti ossessivi dell’induismo che in questo stato, il Tamil Nadu, raggiunge le sue manifestazioni devozionali più autentiche e quindi esasperate ai nostri occhi occidentali.

perché più a nord le influenze islamiche e l’orrore monoteista per la pluralità degli idoli hanno mitigato la mancanza di pudore che è il tratto caratteristico della cultura indiana, o meglio la diversa strutturazione del senso del pudore, che colpisce il bacio, ma non la nudità o i bisogni corporali, e che si estende anche alla voce.

di questa mancanza di pudore in un senso occidentale fa parte dunque anche il cantare a voce spiegata, con cadenze ossessive e senza inibire alcun tipo di vocalità, neppure quelle che potremmo considerare sgraziate o sgradevoli.

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le solo fotografie trasmettono una immagine falsa di questi luoghi: se il buddismo è tendenzialmente la religione del silenzio meditativo, l’induismo è la voce tonante del corpo, dei suoi bisogni, della sua natura.

è quindi solo con questa immersione nei suoni nell’India, prima ancora che nei suoi pasoliniani odori, che ritrovo le emozioni di quel viaggio che le sole immagini non riuscirebbero a rendere appieno.

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certo, ci vorrebbero anche il sapore, che nel post di allora, avevo definito semisweet, dolciastro, ma se l’intero mondo delle esperienze fosse riproducibile, non esisterebbe neppure il tempo, non esisterebbe il passato.

e si perderebbe anche il piacere di ritornarci con la memoria, sapendo che è perduto… 

2 risposte a “159. i rumori dell’India a Madurai.

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