166. sono il tuo Facebook, non avrai altro Facebook al di fuori di me.

la trasformazione in corso di Facebook (ma non solo lui, tra i social network: anche Twitter o LinkedIn) in una specie di autoschedatura di massa è nota da tempo, a chi si occupa di queste cose: sta  diventando parte normale delle procedure di assunzione negli Stati Uniti la richiesta del datore di lavoro di accedere alla pagina Facebook del futuro dipendente per controllarne la personalità.

che, come osservavo pochi giorni fa, in una società digitalizzata diventa impossibile separare la persona dalla identità digitale, cioè da quella che assumiamo in rete.

e a poco serve osservare, contra, che l’identità virtuale può essere artificiale e fasulla, anzi, che di regola lo è, perché niente di diverso si può dire dell’identità reale: fa parte della vita sociale comunque farci credere quel che vogliamo che gli altri pensino di noi.

si chiama persona, cioè in latino maschera, e la usiamo per relazionarci con gli altri, costruendo di noi stessi il personaggio che in parte ci piace in parte ci fa comodo.

* * *

ora il Corriere informa, anche se un po’ sommariamente, sul dibattito politico in corso in 33 stati USA per arginare queste intromissioni così pesanti delle aziende nella vita privata dei cittadini da configurare quasi una nuova specie di schiavitù.

lo schiavo nel mercato del lavoro degli schiavi viene esposto praticamente nudo al compratore che ne valuta la prestanza e la possibile salute.

altrettanto degradata di ogni dignità è la figura del moderno lavoratore, che deve essere privato di ogni pudore possibile e denudato anche psicologicamente, perché la sua trasformazione in merce sia completa.

* * *

il Corriere esamina due casi: quello dello stato di Washington (nella costa nord del Pacifico, non c’entra con la capitale federale) e quello della California.

nel primo caso la proposta di legge democratica vietava ai superiori di accedere ai profili social dei lavoratori o dei candidati per l’assunzione, ma “le pressioni dei rappresentanti dell’industria” hanno indotto “ad aggiungere una clausola che permette ai capi di ottenere l’accesso a Facebook e simili in caso di indagine interna e di guardare l’attività online del dipendente in sua presenza”.

difficile immaginare qualcosa di più degradante e umiliante: l’evidenza della sottomissione e della perdita di identità non potrebbe essere maggiore.

ma gli oppositori americani di questa clausola preferiscono, da veri yankee, parlare di violazione “della proprietà privata”: i datori di lavoro “avranno il diritto di entrare nelle nostre residenze digitali”.

e non solo, dato che sarebbe possibile accedere anche ai profili privati collegati anche degli amici.

“in quali casi un’indagine interna può portare all’accesso coatto all’identità social dell’indagato”?

“la discrezionalità sarebbe tutta nelle mani dell’azienda”.

* * *

sulla stessa questione ha però appena legiferato anche la California, il più avanzato stato americano, si pensa, nel campo dei diritti civili.

e il Corriere ci informa che qui la legge approvata sarebbe più garantista e liberal: l’accesso del datore di lavoro, attuale o potenziale, ai profili social sarebbe sempre limitato soltanto al caso di indagini interne, e può essere richiesto, ma non imposto.

chissà poi se quella per l’assunzione di qualcuno possa essere definita come una indagine interna oppure no.

ma la soluzione trovata è carina davvero: nell’alternativa tra l’essere spiati anche se non vogliamo e l’essere spiati solo col nostro consenso, sembra che sia molto più liberal quella che costringe il moderno schiavo anche a dire anche di sì.

29 risposte a “166. sono il tuo Facebook, non avrai altro Facebook al di fuori di me.

  1. Sarò retrogrado, ma ho sempre guardato con molta diffidenza Facebook, Twitter ecc.

    Dirò di più: siccome sono fenomeni pompati ad arte dal sottostante mercato delle rispettive azioni borsistiche (più utenti e più followers = più valore del titolo, ecc.), sono destinati a sgonfiarsi significativamente nel prossimo futuro, alla prima folatina di vento, o quando i detentori dei titoli decideranno che è tempo di far pagare ai “polli” che hanno comprato sopra ai valori reali.

    I “social network” sono una delle bolle borsistiche prossime venture…
    Facebook era nato come ritrovo web di ex compagni di scuola: come è possibile che vi si siano riversate milioni di persone ?
    N.B.: dico “persone”, dal lat. “per-esse” non “uomini e donne”, come già puntualizzava Bortocal.

    Ho sempre visti questi cosiddetti “social network” come l’ultimo portato della civiltà dell’apparire, inaugurata nei primi anni ’80. Che va a braccetto, non a caso, con il mopndo omnipervasivo della “finanza senza sottostante”, che ci ha portato dove ci ha portato.

    “Videor, ergo sum”. “Sembro, appaio, sono visibile, sono in mostra: dunque esisto”.
    Questa era la regola della civiltà dell’apparire. Di allora e anche, e più, di oggi. Berlusconi docet.


    Poi c’è il “coté” italiano del fenomeno.
    Con le sue aggravanti.
    Con le sue perversioni.
    Con il suo lato più “kitsch”.

    Gli itaniani sono “pollastri” per definizione, si fanno catturare come polli, bastano pochi chicchi di granturco.

    Io mi domando e dico:
    E’ chiaro che, se inserisco il mio profilo su Facebook, e questo è accessibile a chiunque, allora vuoi che il tuo potenziale datore di lavoro, prima decidere se prenderti sù, non vada a darci un’occhiata ?

    A mio modesto avviso non è questione di leggi o regolamenti.

    Se tu accetti di pubblicare un profilo personale, vero, verosimile o falso che sia., questo è e resta pubblico. Per tutti, “erga omnes”, compresi soprattutto quelli che debbono decidere se assumerti o meno.
    Se entri nel gioco, e le regole sono quelle della “pubblicità dei dati”, a cui tra l’altro, se tenuto a dare il tuo consenso, devi accettarne poi anche le conseguenze…

    La privacy è un pricipio nato in Inghilterra.
    Gli italiani non sanno proprio cosa sia.
    Non a caso, fino a pochi anni fa, ma ancora oggi in certe parti d’Italia, davanti ai confessionali si aspettava per ore…
    Noi siamo stati psicologicamente educati non alla “privacy”, ma al suo opposto, alla “publicity”, direi. Che poi a volte assume le forme della “sceneggiata napoletana”…

    Per gli inglesi invece la privacy, prima di essere questione di regolamenti, è una questione di “attitudine dello spirito”, poi una questione comportamentale, e infine, ma solo in fine, una questione di regolamenti o leggi.

    A proposito: privacy si può pronunciare “pràivasi”, all’americana, ma anche “prìvasi”, all’inglese.
    In questo caso preferisco gli americani agli inglesi. Suona meglio.

    • credo che i datori di lavoro pretendano di accedere anche alla parte privata della pagina personale di Facebook, e in questo consiste la violazione della privacy.

      sugli italiani popolo pollo non posso che darti ragione, evitando di aggiungere altro, per paura di ripetermi; superando questa paura, sottolineo che un ruolo centrale in questa creduloneria gioca il cattolicesimo (rileggersi il Decameron, al riguardo….), ma lo accenni anche tu: se comici a pretendere che si creda ad una resurrezione non vista da nessuno, tutto il resto viene di conseguenza,

      infine, eviterei, pur nel consenso con quel che scrivi al riguardo, di buttare tutti i social network nello stesso calderone: ciascuno ha regole proprie e proprie caratteristiche; twitter non è facebook ad esempio, e una cosa ancora diversa è linkedin, una rete professionale.

      se qualcuno consultasse la mia pagina twitter, che cosa scoprirebbe di me che non si possa già sapere pubblicamente?

      ma allora da che cosa deriva il successo di Facebook?

      la mia risposta è molto semplice: perché è il più rozzo ed elementare, e poi si è fatto largo con la forza del numero…

      • Caro Bortocal

        Tu hai qualche anno più di me, e vedo che, rispetto a me, sei più “aperto” al nuovo, se così possiamo chiamare i “social network”.

        Io invece, preferisco non fidarmi di andare a mettere parte di me in un profilo in rete più o meno vero o verosimile.
        Se proprio devo cercare qualcuno o comunicare qualcosa in Facebook, uso i loro mezzi, cioè uso un fake. Ma solo se debbo proprio, altrimenti ne sto allegramente alla larga.

        Riguardo a Linkedin, credimi, la logica “borsistico – finanziaria” è la stessa. Ho amici inglesi che lavorano al LSE di Londra che me lo hanno confermato, ormai più di un anno fa.
        La veste poi, sì, indubbiamente è meno sciatta di quella di Facebook.
        Infatti, di fregature virtuali ve ne sono per tutti i gusti e tutte le età.
        Chi ha detto che le fregature le prendano solo i cretini ? Anzi…

        Per parte mia, preferisco rimanere retrogrado.
        Pensa che ho ancora il cellulare che avevo 15 anni fa.
        Molto più piccolo e leggero di quelli di adesso e per telefonare va benissimo.
        E non gradisce gli spyware, le spy-apps e i trojans, nel senso che non saprebbero proprio dove andarsi a piazzare…

        Però non mi tengo proprio completamente off-line.
        Come è evidente dal fatto che frequento con piacere il tuo blog.
        Ricordi il buon Prezzolini ?
        Diceva di essere della tribù degli apòti.
        Bene, anch’io, da montanaro “scarpe grosse” (cervello fino forse, ma non sempre…), appartengo a quella stessa sua tribù.
        Alla tribù di quelli che non la bevono.
        Però non la danno neanche a bere. (Non fraintendere, non mi sto riferendo a te…Sai che ti stimo)

        • i social network sono decisamente il nuovo: se ti capita di stare in mezzo ad un gruppo di adolescenti, prova a guardarli: non passano il tempo a guardarsi fra loro direttamente, ma a guardarsi tra loro attraverso il tablet.

          fra l’altro, questo comporta una regressione verso modelli di vita sociali di tipo prettamente tribale, e mi pare alquanto pericoloso; comunque bisogna osservare e riflettere.

          come vedi la mia apertura non è affatto acritica; tuttavia non si può giudicare quello che non si conosce, e questo significa che per esprimere giudizi occorre in qualche modo essere interni/esterni,

          e per farlo va bene anche assumere false identità, ci mancherebbe.

          del resto è quello che ho tentato di fare anche io qui dove sono presente solo con un avatar e una stringa di notizie personali (o impersonali) di due righe; poi purtroppo un giorno una commentatrice che mi conosceva di persona mi ha chiamato con nome e cognome e da quel momento l’identificazione tra bortocal e il suo autore è penetrata in rete e non si può più cancellare.

          potrei sempre crearmi una identità nuova e sparire nuovamente, ma non ne capisco il senso: oramai quel che mi si può attribuire dei miei pensieri qui dentro e nell’omonimo blog precedente basta a farmi sopprimere da qualunque futura dittatura fascista 🙂

          e d’altra parte qui la rete amplifica soltanto problemi che sono comunque della vita reale: anche nella realtà o taccio completamente (e non mi viene bene) oppure mi faccio conoscere per quel che sono: qui in rete il meccanismo è solo amplificato.

          non ho una identità diversa da quella che esprimo qui; il problema si pone semmai ad altri livelli.

          il problema piuttosto, qui sopra non toccato, è l’uso commerciale di quel che scriviamo on line, la schedatura di massa allo scopo di realizzare pubblicità mirate, che conoscono i nostri punti deboli.

          poco fa per esempio, e non so neppure come, mi è arrivata la pubblicità decisamente invitante di un hosting per un sito tutto mio, qualcosa di diverso da un blog, a soli 9 euro l’anno; come hanno fatto a sapere che l’idea mi sarebbe piaciuta?

          su google mail ogni volta che digito un indirizzo mi suggeriscono in modo perfettamente pertinente i nomi a cui pure potrei mandare la mail.

          ma allora devo rinunciare alle straordinarie prestazioni di gmail?

          internet ci rende succubi dei poteri reali, ma questo non è troppo diverso da quel che è sempre stata la vita degli uomini comuni in altre epoche; cambia il grado di penetrazione, ma non il principio della sottomissione.

          piuttosto è ridicolo osservare con quanta profondità filosofica la speculazione economica considera privi di significato alcuno i contenuti concettuali a cui noi teniamo tanto, per ridurci a puri numeri funzionali a speculazioni economiche: molto istruttivo, direi

          quanto al cellulare vecchissimo, ne ho uno anche io così: da 19 euro.

          se voglio telefonare telefono, se voglio usare il pc ho un netbook, che è quello su cui sto scrivendo, per comodità, stando a letto.

          se devo usare un pc più elaborato, ad esempio per i montaggi video, uso il fisso.

          e non ho ancora un navigatore, vado ancora alla vecchia con le indicazioni stradali e fermando la gente per strada, se ho bisogno, che è una cosa anche molto più simpatica…

          grazie della stima; ecco l’occasione per dire che la ricambio.

    • sì, comincio a dubitare di lui: sta rovinando le mie relazioni virtuali con questi suoi sospetti…

      sempre che non siano vere e proprie scene di gelosia… 😉

  2. avevo già sentito della questione, presentatasi in termini differenti ma comunque pregnanti anche in Francia (una sentenza del lavoro sul licenziamento basata praticamente su “status” facebook).
    e casi simili c’erano stati per le assunzioni con StudiVZ in Germania.
    io, semplicemente, non concederei mai l’accesso a simili dati. e trovo gravissimo che il legislatore lo permetta: per quanto modalità di relazionarsi con gli altri, essa travalica l’aspetto professionale e non dovrebbe mai intervenire nei giudizi aziendali- ovviamente a meno che non sia direttamente chiamato in causa…..
    (come se io scrivessi che l’azienda XX per cui lavoro fa prodotti scandenti)

    • partiamo dal fondo: come fa e che limiti ha l’azienda per cui lavori di verificare che tu non scriva male di lei?

      anche il Codice Civile italiano prevede, mi pare, l’obbligo di fedeltà del lavoratore verso l’azienda per cui lavora.

      in astratto il limite si dovrebbe trovare nella Costituzione, che rende la “corrispondenza” inviolabile, cioè tutela la sfera privata.

      in altre parole diverso dovrebbe essere il caso che io PUBBLICHI determinate opinioni o perfino che le comunichi privatamente a chi poi le rende pubbliche (in questo caso viene a crearsi una responsabilità indiretta, ma pur sempre oggettiva?)

      insomma, ben più importante dell’habeas corpus, sarebbe un habeas personam, che dovrebbe porre limiti altrettanto invalicabili nella tutela della riservatezza.

      però dobbiamo anche dirci che, come è naturale in tutto ciò che succede, il confine tra le due categorie dell’individuale e del collettivo, del privato e del pubblico, ha una zona intermedia dove le cose non sono o bianche o nere.

      faccio un esempio che in apparenza potrebbe sembrare molto facile da risolvere: se io pubblico in un blog con un avatar, le mie opinioni sono private o pubbliche?

      sono certamente pubbliche, ma in che misura – legalmente – potrebbe essere legittimo attribuirmele come individuo? certamente sarebbe giusto farlo se quel che scrivo rappresentasse in se stesso qualche reato, questo giustificherebbe delle indagini per attribuirle a me come persona determinata.

      ma se fosse soltanto un privato a farlo, per suoi interessi particolari, non rilevanti dal punto di vista collettivo, potrebbe essere autorizzato a farlo?

      • il caso francese -così come quello che ipotizzo- si fondavano proprio sulla pubblicazione.
        se ricordo bene, probiviri francesi dissero espressamente che in caso di messaggi privati la denigrazione non sarebbe stata applicabile. ma qui si trattava di commenti pubblici (nello specifico, visibili dagli amici degli amici).
        non direi in tutta franchezza che simili casi possano rientrare nella corrispondenza.

        l’esempio che poni del blog con l’avatar (quello che una volta, in altri contesti, si sarebbe detto pseudonimo) non è tanto di “pubblicità” o privatezza delle comunicazioni, quanto della loro possibile attribuzione ad un soggetto: chi parla/ scrive sono “io” Tizio dall’altra parte della rete (figurativamente: le mie mani sulla tastiera) o piuttosto un’identità virtuale non ritracciabile e per questo non responsabile?
        credo, ma la questione non è più propriamente giuridica, che la distinzione vera non sia quella sugli interessi che vanno tutelati (privati o pubblici) dalla potenziale lesione tramite simili “pubblicazioni”, quanto piuttosto la filosofia ultima sul ruolo che attribuiamo ad internet.
        ovvero, internet è un mondo di avatar totalmente slegato da quello fisico o una sua promanazione? o un compromesso dei due?
        a questa domanda ne dobbiamo collegare poi una seconda: come rendere effettivi i provvedimenti sulla rete? ad oggi, questo è quasi impossibile: ammesso e non concesso che vogliamo arrivare ad una simile soluzione (ma, secondo me, se arriviamo a concepirla come un’entità autonoma, dovremmo) resta da capire come.
        ….così si va verso “gaia”…

        • quella sull’avatar con cui si scrive un blog era una piccola divagazione, ma ha suscitato la parte di discussione più interessante.

          ma resto per ora sul primo punto: personalmente ritengo che la denigrazione o la diffamazione possano avvenire anche fra due persone soltanto e in privato; la diffusione pubblica la vedo come un’aggravante.

          ma questo è un giudizio morale personale, che il Codice Penale per fortuna si guarda bene dal prendere in considerazione: infatti dice “comunicando con più persone”,quindi esclude dalla diffamazione le chiacchiere senza testimoni.

          non credo che internet configuri una sfera di rapporti sociali sostanzialmente diversa da quelli reali, e quindi non mi pare necessaria una rivoluzione giuridica dei concetti di base, quanto piuttosto un loro adattamento…

          ne vengono conseguenze parallele anche in campo informatico: una mail che non è trasmessa per conoscenza ad altri non può mai configurare la diffamazione: un giudizio su Facebook accessibile ad una persona sola, lo stesso.

          e se qualcuno rende pubblica ad altre persone una mail privata ricevuta oggettivamente diffamatoria, la diffamazione la sta oggettivamente compiendo lui, non chi gliel’ha mandata.

          quindi niente può autorizzare un’azienda ad indagare nelle comunicazioni private di un dipendente o di un aspirante tale; tuttavia, se poi questa denigrazione aziendale in qualche modo emerge, l’azienda è autorizzata a licenziare, dato che il concetto di fedeltà all’azienda è più stringente della sfera penale.

          l’ultima domanda è: la denigrazione dell’azienda per cui lavora fatta da un dipendente sotto avatar che non permetta di comprendere che è un dipendente dell’azienda configura o no un caso di infedeltà rispetto all’azienda?

          non ho alcun dubbio che, se qualcuno commette dei reati, l’identificabilità deve sperare gli schermi posti da internet per arrivare alla identità reale di chi compie reati attraverso la rete, ma un giudizio negativo sull’azienda, non parlo neppure di diffamazione, non configura nessun reato.

          è giusto attribuire, nella sfera dei rapporti privati, all’autore l’identità del suo avatar?

          l’autore non potrebbe sempre difendersi dicendo che l’avatar è soltanto un personaggio letterario di pura invenzione a cui lui si diletta di attribuire giudizi e comportamenti che non coincidono con i suoi?

          in altre parole, quanto è giusto identificare l’identità virtuale con quella reale?

          • sulla diffamazione dissento dalla tua interpretazione. sarà per forma mentis giuridica, ma non posso fare a meno di collegarla all’aspetto pubblico: se mi dici “cretino” fra te e me non puoi diffamarmi.
            puoi farlo solo se dicendolo un terzo lo sente (e se la cosa assume una certa credibilittà, aggiungerei).

            sono fondamentalmente d’accordo con il tuo giudizio su internet, ma qui ricondurre uno pseudonimo al reale titolare è più arduo.
            questo è un punto che deve essere ancora adeguato.
            di qui, il caso di denigrazione citato si risolve facilmente, visto che quelle comunicazioni non erano ristrette ad una cerchia “intima” di destinatari ma ampiamente accessibili.

            alle domande -essenziali- che poni purtroppo non sono in grado di dare risposta, ma ne condivido il senso e la profonda ragion d’essere.

            • no, c’è un equivoco: se io dico a te cretino in privato, non c’è diffamazione, c’è offesa, giuridicamente non perseguibile, perché senza testimoni, ma moralmente negativa; se io dico a qualcuno che tu sei un cretino c’è per me, moralmente e non giuridicamente, perché di nuovo non ci sono testimoni, un comportamento moralmente non del tutto accettabile, che però non è ingiuria, ma assomiglia alla diffamazione.

              ma si tratta di valori morali, altamente soggettivi e difficilmente generalizzabili.

              questo però è proprio un dettaglio secondario di questa bella discussione che, sui temi più importanti, mi sembra destinata a restare in sospeso…

  3. quanti benefici mi ha dato facebook…diversi e anche maggiori di quelli del blog
    e mi sono autoschedata almeno dal 2001 in altri luoghi virtuali prima di questo. E tu, Mauro, nei blog, altro che autoschedatura hai fatto.
    I love facebook. 🙂

    • è probabile che io non abbia esplorato abbastanza le possibilità di Facebook, che indubbiamente esistono, ma il mio giudizio cerca di andare oltre questa sfera.

      leggo che Zuckerberg vuole mettersi in politica: probabilmente è il capriccio di un ragazzetto viziato, però ci vedo una specie di continuità ben fondata: in qualche modo Facebook è già di per se stesso politica…

      ma non riuscirei mai ad immaginare una piattaforma blog che si metta in politica.

  4. Leggendo gli studi di Morozov, uno dei più brillanti sociologi che si occupano degli impatti della rete sulla politica, affronta un tema che, al momento, risulta un po’ sottovalutato.
    Il punto di partenza è: perché Facebook (e Twitter, e i blog) sono gratis? Perché Facebook (e gli altri, compresa Google), offrendo un servizio gratuito, ricevono in cambio informazioni utili per gli inserzionisti pubblicitari. Tempo fa avevo provato a preparare una campagna pubblicitaria per un libro tramite Facebook: dal punto di vista tecnico, è un gioiello, perché ti consente di selezionare in maniera quasi chirurgica i destinatari del messaggio – maschi, di età compresa tra 21 e 35 anni, residenti in Veneto, che amano i libri, e in particolare Philip Roth e Saul Bellow, e ascoltano i Radiohead. Invece di sparare un messaggio nel mucchio, come, ad esempio, una pagina su un quotidiano, qui si può formulare una campagna pubblicitaria diversificata. Invece di offrire un prodotto, se ne offrono cento diversi, o cento modi diversi di proporlo. Tutto questo è pericoloso? Non lo so, non credo – magari è probabile che invece di essere sommersi di pubblicità inutile, arriveranno solo messaggi davvero utili (o se non altro, non del tutto inutili).
    Ma Morozov prova a immaginare cosa succederebbe se questo stesso metodo venisse usato in campagna elettorale: invece di proporre un unico messaggio, che descrive la propria idea di mondo, di sviluppo, di democrazia, un movimento può creare innumerevoli messaggi personalizzati, con ciascuno dei quali si promette esattamente ciò che si aspetta quella particolare fettina di target. Ho sempre pensato che la garanzia della democrazia derivi dalla modalità con la quale si crea il consenso; con strumenti più sofisticati per discriminare gli elettori, sarà possibile manipolare il consenso, e lavorare solo su quello…

    • be’, questo contributo permette appiunto di approfondire e riprendere lo spunto prospettato in un altro commento, e cioè quello della dimensione “politica” implicita di Facebook.

      il primo dato da cui partire, secondo me, è il potenziamento del narcisismo: il narcisismo è l’elemento selettivo che distingue il consumatore dal narcisismo.

      la democrazia cambia di natura, se si trasforma da democrazia dei cittadini a democrazia dei consumatori; noi siamo dentro questo processo e non riusciamo a coglierlo (quando dico “noi” parlo degli uomini della mia generazione, che non si sono ancora accorti della trasformazione):

      nella democrazia del cittadino si ricercano le soluzioni più utili per la collettività; nella democrazia del consumatore si ricercano i desideri narcisisti dei singoli (ad esempio la restituzione dell’IMU).

      chi vive ancora nella prima democrazia, senza accorgersi ancora che è scomparsa, non riesca a comprendere come possano essere prese sul serio proposte del genere; chi è nato nella seconda concepisce come del tutto naturale una campagna elettorale che ha la funzione di assecondarlo nei suoi desideri autocentrati per catturare il suo voto.

      il secondo elemento “politico” di Facebook è che agisce come forza di frammentazione dell’unità sociale, creando gruppi di utenti coerenti ed omogenei al proprio interno:è il ritorno oggetti ad una struttura parafeudale: all’interno del gruppo le passioni condivise si esprimono più liberamente; tuttavia esse vengono tutte appiattite e rese egualmente insignificanti, perché ridotte a fenomeno di consumo.

      qui si innesta la tua analisi come terzo passaggio, che è la sintesi degli altri due e ci propone alla fine l’idea strabiliante di una democrazia frammentata, sostanzialmente autocratica e diversa da una dittatura classica semplicemente perché autofondata.

  5. sui pasticci che ci sono ai piani alti di facebook non sono competente e sono sicura che ci siano giochi politico-economici di vasta portata ogni volta che ci sono capitali così alti. Ma non è perchè l’ENI o le società del gas, o la telecom siano in parte legate a biechi meccanismi di potere che non mi goda il telefono, la luce e il gas. Buona serata.

    • suvvia, patrizia, non vorrai mettermi sullo stesso piano dell’emmental che metti in frigo – e qui va bene qualunque fornitore di corrente elettrica che ce lo conservi al freddo – quello che scrivi e la scelta di chi ne sarà il custode e il diffusore….

      sarebbe come dire per un autore che è del tutto indifferente la casa editrice con cui pubblica.

      la Telecom, ad esempio, che registrava le telefonate dei politici per passarle ai servizi segreti è un fornitore telefonico da evitare accuratamente.

      scrivere su una piattaforma, se ti ricordi se ne è parlato a fondo su blogs.it, significa cedere al proprietario della piattaforma i diritti su quel che ci pubblichi: quindi va compiuta molto a ragion veduta.

      la scelta compiuta da Facebook più volte di cancellare un profilo all’improvviso, senza preavviso e senza neppure dare vere motivazioni,a me pare la prova di un servizio molto scadente.

      quando blogs,it è stata sul punto di cancellare i miei blog mi ha preavvisato, almeno…, e ho potuto salvarli.

  6. i vantaggi che personalmente ho tratto da facebook sono incalcolabili. Dovrei pagarli io, non usufruire gratis del servizio. E’ come vivere in una grande piazza e conoscere e contattare dieci volte di più persone interessanti e scambiare con loro, che non avresti mai conosciuto. è ritrovare vecchi amici e condividere con loro emozioni forti, e guarire da ferite profonde. è comunicare, scambiare ossigeno, informarsi meglio. molti hanno organizzato rivoluzioni tramite questo mezzo, in Italia manifestazioni contro i poteri…dio benedica facebook…per quanto mi riguarda. E’ giusto ovviamente conoscere anche la parte oscura del gioco.

    Ma non è giusto Mauro, quello che dici non è coerente con la vita che fai e che faccio. Allora prendiamoci 40 ore di tempo e cerchiamo tutti i servizi che usiamo, il cibo che mangiamo, le scarpe che mettiamo e a chi fanno capo, poi eliminiamo i contatti con loro e non ne usufruiamo più. Vediamo se è realistico. Per esempio io non compro nulla dalla Nestlè. Quando posso, elimino alcune complicità. Una goccia nel mare, certo. Ma dai, rintraccia tutto quello che fai e che usi, risali all’origine. Poi andiamo a vivere in una capannuccia in solitaria ma vedrai, anche lì siamo collegati in qualche modo con tutto…
    Fa male, fa male. Lo so.

    • cara patrizia,

      gli elementi positivi che tu hai tratto da facebook non mi permetto di giudicarli, sarebbe molto stupido da parte di chi non ha neppure provato, nonostante la sua pagina in sonno, a fare questa esperienza.

      le mie sono osservazioni esterne, non per questo più vere, ma certamente meno coinvolte.

      non sono sicuro che la formazione di comunità virtuali di persone che condividono gli stessi interessi sia soltanto positiva, ne vedo anche il rischio di settorializzazione e isolamento – anche se sarebbe assurdo se volessi convincere qualcuno che questa è tutta la verità e nient’altro che la verità… 🙂

  7. ma come succede spesso siamo d’accordo senza saperlo. Io sto parlando di un uso prudente e attento di facebook basato sulla qualità delle frequentazioni, che non rilasci troppe informazioni su di sè, e mirato a qualcosa di evolutivo o semplicemente utile. Stando su facebook, conosco bene l’altra faccia della luna. dammi pure della snob, ma certo! secondo te perderei tempo a cianciare nell’inferno della sottocultura? ma io e te, allora, perdevamo tempo su blog di cattiva qualità a dire cazzate? noooo! 😉
    sono scelte di percorsi. E’ come nella vita reale, niente di più o meno, ma con più possibilità di incrociare persone, eventi, informazioni.
    Ma sai quante volte vorrei comunicare con te su facebook e mi accorgo che non posso?
    e mettermi in rete con te insieme a ottime persone per comunicare, messaggiare in alcuni momenti?
    Naturalmente uno dei segreti per beneficiare di facebook è non passarci troppe ore al giorno. 🙂
    quello a cui alludo è una piazza dove, comunicando più facilmente e senza costi (il mio stipendio immagina pure a quanto mi serve per viaggiare e persino per telefonare) permette a persone di buona volontà di connettersi. solo questo principio ricrea occasioni di scambio che poi si traducono a volte in incontri di persona, in progetti, in scambi di bibliografie e tanto altro.
    Se poi uno usa facebook male, ha problemi anche fuori da facebook…
    a te è antipatico facebook..come a me risulta odioso twitter…però sono cosciente che twitter per alcune persone è ottimo e serve ai loro scopi, creando buone energie.

    • se mi metto sul piano interno del discorso, come mi inviti a fare tu, credo che il problema di fondo – se dimentico tutto quello che è giudizio d’insieme – per me stia nel fatto che Facebook impedisce quello schermo che in qualche modo io cerco di mantenere fra la mia identità reale e la mia scrittura e che mi è vitale per potere essere davvero libero di scrivere quello che voglio.

      è vero che questo schermo è di fatto caduto nella vita reale, ma è un argine anche fragile alla intolleranza dalla quale altrimenti mi sentirei circondato sino a soffocare.

      al fondo della mia opposizione per Facebook ci sta questa commistione che non riesco a gestire bene; tanto è vero che non ho problemi nel gestire una pagina twitter, che rimane anonima, salvo quello di non avere ancora imparato davvero come si fa. 😦

    • credo che riescano già a dedurlo da quel che scrivi.

      anche gmail palesemente mi spia, viste le pubblicità mirate che appaiono ogni volta che lo apro.

      siamo ormai schiavi di questo sistema?

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