170. Schettino sulla petrolieria dei marò.

meglio tardi che mai: Repubblica diffonde un rapporto della Marina Militare italiana del maggio 2012 sul famoso omicidio dei pescatori indiani da parte dei nostri marò, che contribuisce a rimettere finalmente la questione con i piedi per terra.

per essere un rapporto che deve mirare ad una certa obiettività, ma di impianto certamente difensivo, direi se non fosse una battuta di dubbio gusto, che è un rapporto colabrodo.

la cosa che mi sembra semplicemente ripugnante è che questo rapporto era noto anche a Monti e Napolitano quando hanno deciso di ricevere i due marò e di dare risonanza nazionale al loro caso.

del tutto immeritatamente, direi, considerando che quanto risulta da questi documenti ufficiali e pur sempre di parte è la solita approssimazione confusionaria del comandante della petroliera che non segue le procedure internazionalmente previste per evitare di confondere una barca comune con un battello di pirati.

uno Schettino a bordo non di una nave da crociera, ma di una petroliera.

in particolare non aziona subito le sirene, lasciando che i pescatori addormentati finiscano incontro al loro tragico destino, ma quando lancia il segnale acustico, almeno uno dei due pescatori è già stato ucciso.

infine non sfugga il particolare decisamente grottesco delle segnalazioni luminose fatte a gente addormentata sotto coperta e la descrizione degli armati a bordo del peschereccio, ribadita da Repubblica ancora nel titolo: 

almeno due dei membri dell’equipaggio sono dotati di armamento a canna lunga portato a tracolla con una postura evidentemente tesa ad effettuare un abbordaggio della nave.

probabilmente di due normali canne da pesca, o qualche altro attrezzo simile, identificate al binocolo come prove certe del fatto che i pescatori sono pirati.

* * *

alcune delle informazioni contenute in questo rapporto potrebbero correggere alcuni dati imprecisi contenuti nei miei post precedenti sull’argomento.

* * *

Marò, la verità degli italiani su quei 33 minuti.
Il giallo: i fucili erano quelli di altri soldati

Il contenuto di una “inchiesta sommaria” prodotta pochi giorni dopo l’incidente sulla Enrica Lexie.

I proiettili estratti dai corpi delle due vittime esplosi da armi che non erano di Latorre e Girone.

La ricostruzione: segnali luminosi, prime raffiche in acqua e persone armate sulla barca.

Così furono scambiati per pirati

di MAURA GUALCO e VINCENZO NIGRO

ROMA – Dall’11 maggio del 2012 il governo italiano è in possesso di una “Inchiesta sommaria” sull’incidente della Enrica Lexie che ha visto coinvolti i Marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Il rapporto dettagliato è dell’ammiraglio Alessandro Piroli, allora capo del terzo reparto della Marina, l’ufficiale più alto in grado inviato in India subito dopo l’incidente. Piroli elenca i fatti, le prove, le ipotesi note in quel momento sulla morte dei due pescatori. Un’inchiesta che non accusa, non contesta, ma elenca fatti o perlomeno versioni di fatti. E che riporta, nero su bianco, anche i risultati delle perizie balistiche indiane, secondo cui il calibro dei proiettili ritrovati nei corpi dei pescatori uccisi è il 5,56 Nato, e le armi che hanno sparato non sono quelle di Girone e Latorre, ma quelle di altri due marò che erano a bordo della Lexie.

Sono le ore 12 quando “in acque internazionali, a circa 20 miglia dalla costa indiana, secondo quanto riportato dal giornale di bordo di Nave Lexie …. Latorre e il sergente Girone sono stati allertati per la scoperta al radar di una piccola imbarcazione…”. L’avvistamento avviene alle 11,55 (ora indiana 16,25), a sole 2,8 miglia dal mercantile, che fino al momento non si era accorto di nulla. L’equipaggio calcola che il battello sia in rotta di collisione con la petroliera. Quando il peschereccio è ad 800 metri dalla Lexie iniziano le prime segnalazioni luminose. “Latorre ed il sergente Girone si adoperano per effettuare segnalazioni luminose sicuramente visibili dall’esterno – si legge nel rapporto – e mostrano in maniera evidente le armi al di sopra del loro capo”. L’imbarcazione non cambia rotta e procede dritta contro la Enrica Lexie. Raggiungendo i 500 metri di distanza.

Il dubbio, dichiareranno poi i due marò, per loro diventa una certezza: sono pirati. Anche il comandante Umberto Vitelli, ne è convinto. “Il comandante della nave attiva l’allarme generale, al quale sono combinati anche i segnali sonori antinebbia (sirene), avvisa via interfono l’equipaggio che si tratta di un attacco pirata”. E’ a quel punto che “Latorre e Girone sparano le prime due raffiche di avvertimento in acqua”. Il natante si avvicina ancora. Il sospetto che si tratti di pirati si fa ancora più concreto quando le due imbarcazioni si trovano a 300 metri l’una dall’altra ed in continuo avvicinamento. A questo punto un evento decisivo: “Girone identifica otticamente tramite binocolo la presenza di persone armate a bordo del motopesca. In particolare si accorge che almeno due dei membri dell’equipaggio sono dotati di armamento a canna lunga portato a tracolla con una postura evidentemente tesa ad effettuare un abbordaggio della nave. Latorre esegue la terza raffica di avvertimento in acqua, costituita da quattro proiettili”.

Non ci sono maggiori dettagli né sul tipo di armi che si è ritenuto di individuare, e neppure su cosa sia la “postura tesa ad effettuare l’abbordaggio”. Ma da quel momento in poi chiaramente il Nucleo militare è in massimo allarme. Il peschereccio non accenna a cambiare rotta. Anzi continua ad avvicinarsi fino a raggiungere una distanza di 100 metri, puntando al centro della nave. A quel punto i due marò riferiranno all’ammiraglio Piroli di aver sparato l’ultima raffica, ancora una volta in mare (non sui pescatori-pirati), quando soltanto 50 metri separano la petroliera dal St. Antony. Ed ecco che finalmente il peschereccio sfila verso il mare aperto.

Piroli però riporta poi il racconto dell’unico testimone del St. Anthony, Freddy, il proprietario. Il quale spiega alla polizia del Kerala “di essersi svegliato a seguito di un suono e di aver scoperto il timoniere (Jelestine) già deceduto. Nel mentre, transitava una nave la cui descrizione è coerente con quella della Lexie – riporta l’inchiesta – che apriva il fuoco contro la sua imbarcazione con il “continuous firing” da circa 200 metri di distanza provocando la morte di un secondo membro dell’equipaggio, Aiesh”.

A bordo erano presenti 11 pescatori: tutti dormono dopo una notte di pesca, gli unici svegli sono quelli che moriranno, e forse lo stesso timoniere si era assopito. L’unico a testimoniare sarà il proprietario Freddy, svegliato dal suono delle sirene. Quindi la barca avrebbe avanzato senza essere governata fino ad andare in rotta di collisione con la petroliera italiana. Gli inquirenti, concludono: “E’ singolare che, pur avendo diritto di precedenza, una piccola imbarcazione facilmente manovrabile rimanga su rotta di collisione con una petroliera fino a meno di 100 metri, esponendosi ad enormi rischi per la navigazione (…) Tali evidenze hanno fatto valutare come una minaccia il comportamento del natante da parte del personale presente a bordo di E. Lexie”.

Chi dette l’autorizzazione alla petroliera di rientrare in porto? Questo ormai è chiaro. Il ministro della Difesa, nel novembre scorso, rispose così: “L’autorizzazione a procedere verso le acque territoriali indiane è stata data dalla compagnia armatrice, una volta contattata dal comandante della nave. Ciò tuttavia, per la presenza del Nucleo militare di protezione di bordo è avvenuto a seguito di preventiva informazione della catena di comando militare nazionale”. La decisione fu dell’armatore, la Marina diede il suo nulla osta, ma è chiaro perché, e il rapporto Piroli lo spiega: l’equipaggio aveva ricevuto una telefonata sul telefono Inmarsat, la Guardia Costiera indiana chiedeva alla Lexie di tornare in porto per identificare due battelli di pirati. La collaborazione giudiziaria con la polizia indiana non era un optional.

Il rapporto ha un intero, delicatissimo paragrafo sulle prove balistiche effettuate dalla polizia indiana alla presenza di ufficiali dei Ros e del Ris dei Carabinieri. “Per completezza di informazione si sintetizzano i risultati cui sarebbero giunte le autorità indiane (…) sono stati analizzati 4 proiettili, 2 rinvenuti sul motopesca e 2 nei corpi delle vittime. E’ risultato che le munizioni sono del calibro Nato 5,56mm fabbricate in Italia. Il proiettile tracciante estratto dal corpo di Valentine Jelestine è stato esploso dal fucile con matricola assegnata al sottocapo Andronico. Il proiettile estratto dal corpo di Ajiesh Pink è stato esploso dal fucile con matricola assegnata al sottocapo Voglino”.

Le prove balistiche indiane individuerebbero quindi non solo che i proiettili sono italiani, ma anche che provengono da fucili mitragliatori assegnati ad altri 2 fra i 6 membri del Nucleo del Battaglione San Marco. La relazione della Marina a questo punto non esclude nulla: “Qualora dovessero essere confermati i risultati ottenuti dalle prove indiane o se, a seguito di ulteriore attività forense riconosciuta anche dalla parte italiana, si riscontrasse l’attribuibilità dei colpi ai militari italiani, a quel punto, nelle pertinenti sedi giudiziarie dovrà essere appurato se l’azione di fuoco è stata interamente condotta con la finalità di effettuare tiri di avvertimento in acqua erroneamente o accidentalmente finiti a bordo”, oppure se si sia deciso intenzionalmente di “indirizzare il tiro a bordo del natante”. Questo soltanto se le prove balistiche indiane saranno confermate. Ma ormai una cosa è sicura: sarà la giustizia indiana a tenere il processo sulla morte di Valentine Jelestine e Ajiesh Pink, e terrà conto delle prove della sua polizia.

10 risposte a “170. Schettino sulla petrolieria dei marò.

  1. francamente fronteggiare il rischio di un abbordaggio da parte di pirati sanguinari che spesso si fingono innocui pescatori e’ un poco diverso dal parlarne con amici magari dietro una fumante carbonara innaffiata da un bel vinello.

    poche settimane fa’,mentre da noi si discuteva della rava e della fava altri fucilieri di marina italiana hanno sventato un autentico assalto di pirati nella stessa zona contro un nostro mercantile (i mass media hanno taciuto su questo episodio),naturalmente non sventolavano la bandiera regolamentare nera con teschio e tibie.

    i nostri fucilieri quando l’imbarcazione dei “pescatori” era a 300 m. e puntava a tutto gas sulla petroliera hanno cominciato a sparare in acqua.e chiunque ha fatto il militare sa’ che un proiettile calibro 5.56 fa’ un casino tale che la sirena di una petroliera non e’ nulla.
    ma i pescatori a bordo non hanno udito??? dormivano tutti mentre l’imbarcazione andava a tutto gas non verso una barchetta a vela ma verso un muro di metallo alto 15 metri e lungo 200…..!!!

    altro interrogativo….le autorita’ indiane cosa fanno per annientare i pirati che hanno le basi operative sul territorio nazionale..??

    naturalmente questi lati oscuri non vengono evidenziati dai nostri pacifisti,terzomondisti,volemosebenisti,anarchici,marxisti-leninisti e vai………avanti c’e’ posto…..viva l’talia…!!

    P.S. si puo’ ancora dire viva l’italia (esclamazione che detesto) o e’ apologia fascista..??

    • per dire “viva QUESTA Italia” ci vuole un bello stomaco, ma tu ce l’hai evidentemente.

      per il resto scrivi boiate: la pirateria dell’Oceano Indiano non ha basi nel Kerala, si trova in Somalia o nel Golfo Persico a circa 2.000 km di distanza o più.

      circa un mese fa un peschereccio tedesco ha speronato una barca di pescatori in quella zona, hanno ucciso due pescatori anche loro, guarda caso; sono stati arrestati e sono nelle carceri del Kerala: non è scoppiato nessun caso diplomatico, MA Lì ABBIAMO A CHE FARE CON UN PAESE SERIO DOVE E’ NORMALE CHE CHI SBAGLIA PAGA.

      ma, si sa, noi siamo invece un popolo di incapaci che si difendono volentieri fra loro: tutti Schettino da queste parti…

      peccato che il nostro posto nel mondo si ridurrà a nulla, continuando così – e questo credo che sia una specie di grido di dolore: viva l’Italia che non c’è più e peccato per l’Italia che muore anche grazie agli imbecilli che non sanno distinguere il bene dal male.

      quanto al vinello, scommetto che tu non sei astemio: io sì.

    • onestamente no, non mi hai fatto incazzare: ora mai sono abituato ai tuoi sbalzi d’umore ;); soltanto, ti rispondo a tono.

      che poi questi potessero essere collegati al fatto che non hai la virtù mia della quale ti dispiaci ero sempre stato sul punto di pensarlo…. 😉

      se poi tu volessi rispondere anche agli argomenti…

  2. io ho solamente chiesto se esclamare viva l’italia e’ apologia di fascismo.
    ricordo vivamente i tempi in cui andare in giro con un tricolore era molto ma molto pericoloso.
    quanto all’attuale italia mi fa’ francamente schifo ma per ragioni in parte diverse dalle tue..

    sui maro’ e’ inutile parlarne perche’ resto sulle mie posizioni…ieri come oggi rischiare la pelle per l’italia e’ veramente da imbecilli..!!

    quanto al bere mi rifaccio alla pragmatica saggezza dei romani:
    CONDITA VERAX MULTO DILUITURQUE MERO…..convertiti non e’ mai troppo tardi

    • nei tempi in cui andare in giro con un tricolore era molto ma molto pericoloso tu passavi dalle parti di Bossi, per caso? 🙂

      quanto all’alcool, no grazie. mi manca l’enzima per digerirlo, e basta una mezza birra a farmi sballare.

      quanto al rischiare la pelle degli altri, ti ricordo che secondo l’inchiesta della Marina, i marò hanno sparato dall’alto di una fiancata liscia alta 15 metri (che sono 5 piani) e lunga 100 contro una barca inerme che stava a 200 metri..

      la citazione latina è sbagliata: quella vera è:
      Cura fugit multo diluiturque mero.
      Ovidio, Ars amatoria

  3. rapporto interessante, ma lascia molti dubbi aperti:
    – se hanno sparato armi diverse, com’erano lì?
    – è così facile confondere delle canne da pesca (d’altura) con armi a canna lunga?
    – perchè ha testimoniato solo un pescatore di 9 sopravvissuti?
    – com’è possibile che solo 4 colpi siano arrivati sui pescatori e sulla nave? sembrano un pò pochi per sparare “continuous firing”
    e questi sono solo i primi punti che mi vengono in mente, ma

    • è pur sempre un rapporto di parte, costruito sulla base delle dichiarazioni dei nostri militari e senza riscontri con le testimonianze dell’altra parte; non è quindi in grado di darci una verità complessiva, ma solo di spazzare via dal tavolo della discussione le molte menzogne sparse dai marò.

      che all’inizio hanno raccontato di tutto e di più: ad esempio sostenendo che i pescatori erano stati mitragliati da qualcun altro.

      è proprio questo, vedi, che a mio parere getta un funesto dettaglio sulla vicenda: che si siano usate le armi di altri, poi nascoste nella nave e uscite dopo una perquisizione; agli indiani i marò hanno consegnato le armi che non avevano sparato, le proprie di ordinanza, dicendo di non essere stati loro a colpire.

      che le cose siano andate così è vero, dato che sono sotto indagine della Procura Militare italiana, come ho riferito in altro post, per uso non autorizzato di armi.

      questo lascia in campo un sospetto pesante: di un uso intenzionale e di un alibi precostituito, per quanto risibile.

      i 4 colpi dicono di averli sparati loro, ma dall’altra parte si parla di 16 colpi arrivati a bordo.

      insomma, tutti motivi validi perché un paese serio chiedesse un processo con adeguate garanzie sul posto, facendolo seguire.

      non credo che sia interesse nostro difendere quelli che hanno il proiettile facile fuori d’Italia: ci bastano quelli che abbiamo in casa, o quelli che hanno comunque la mano pesante da noi…

  4. Ormai dispero degli italiani, del loro senso etico.

    Lo sconforto mi è dato dal fatto che dopo vent’anni di scandali del calcio scommesse, ancora gli italiani credono al circo truccato del pallone. Sono semplicemente inemendabili. Per non dire creduloni. Ma si potrebbe anche dire “cretini”. E fors’anche “coglioni”, come ebbe a dire anche il Berlusca, ma a proposito di chi votava PD.

    D’altra parte, a fine corsa, anche il Duce alla fine lo capì, quando concluse:
    “Governare gli italiani non è impossibile: è inutile”.
    Una delle poche frasi del dittatore nostrano che condivido. Anzi, l’unica.

    Un tempo (prima dell’era Berluscraxi) gli Italiani nel mondo (e qui ci vuole la “I” maiuscola su “Italiani”) erano apprezzati per il loro senso di umanità e per la capacità di fraternizzare con i “diseredati” con cui si relazionavano. Poi, comunque, si sapeva che erano anche un po’ truffatori e fanfaroni.

    Questa vicenda dei “due marò” mostra esemplarmente come il nostro carattere nazionale, dopo l’era Berluscraxiana, abbia visto amplificati i vizi già preesistenti e ridotte al lumicino le (poche) virtù che avevamo.
    Tutti i protagonisti, a partire dal ministro Terzi di Sant’Agata in giù, hanno brillato in questa storia per:

    #bassissimo senso della giustizia e del primario valore della vita umana (quella dei due pescatori uccisi, nel caso specifico);
    # palese violazione delle più elementari norme delle relazioni tra Stati, a danno della reciproca fiducia;
    # stupida e incredibilmente ostentata furbizia, mista a imprudenza, anche diplomatica;
    # opacità di comportamenti;
    # miope temerarietà nell’agire diplomatico;
    # opportunismo amorale;
    # avventurismo;
    # ridicola spavalderia nazionalistica, di cui ci si gongola beatamente, senza sapere come realmente viene percepita dall’estero (es. in USA, ma non solo)

    In una parola: ITALICA CIALTRONERIA, confezionata in formato esportazione.
    Per la quale siamo veramente diventati famosi nel mondo, dopo il fascismo, la mafia, la pizza e gli spaghetti. Ma gli ultimi due, a esser sinceri, li abbiamo importati dalla Cina. I primi, invece, sono veramente “Made in Italy”.

    Credo sempre più avesse ragione Francesco De Sanctis il quale, dopo l’Unità d’Italia e in occasione della (solo presunta) uscita da secoli di educazione papalina, avvertiva, a proposito de “L’uomo del Guicciardini”:

    “Non è le istituzioni che occorre cambiare: qui è la pianta uomo che è tutta da rifare…”

    Soprattutto oggi, dopo i profondi guasti berluscraxiani…

    Scusate lo sfogo, era anche un po’ “terapeutico”, per evitare ulteriori danni epatici…

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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