177. il cuore di tenebra del tempio della dea Sri Menashki a Madurai.

non ricordo se Gozzano abbia già descritto questo tempio, mi pare di sì: in ogni caso basterà una descrizione sua di un tempio indiano; non dovesse bastare, prendetene una mia da un viaggio precedente (…).

non vorrei che questo mio atteggiamento venisse interpretato in qualche modo come liquidatorio: al contrario, il tempio è grandioso e temo di non essere all’altezza di descriverlo in modo adeguato, questo labirinto di tenebrosi corridoi colonnati e scolpiti, così simile al labirinto di divinità dell’induismo.

381. XI, 9. the semisweet flavour of Madurai.

continua il silenzio della scrittura diaristica durante il viaggio a Madurai del novembre 2010, ma continuano anche i videoclip su questo tempio che non finisce di stupire.

qui si cominciano a percorrere i lunghissimi corridoi bui che lo attraversano nelle più varie direzioni, a volte densi di gente diversa in preda alle sue devozioni, a volte vuoti, perché probabilmente lontani dal cuore oscuro del culto, e allora vagamente inquietanti, in un paradossale rovesciamento di senso, perché un percorso nato all’interno di una religione che cerca di dare una risposta alla domanda di senso diventa a sua volta testimonianza invece dell’impossibilità di trovarlo e offre visivamente e carnalmente una prospettiva senza sbocco.

più avanti, eccoci in una sala immensa che moltiplica i pilastri quasi all’infinito, come se fosse la moschea di Cordoba, e infatti è detta dei mille pilastri, esattamente come quella, e ti spaesa quasi del tutto dal mondo normale, come se fosse capace, essa sola, di costituire un universo parallelo.

e mi accorgo a questo punto di una analogia inedita, alla quale non avevo mai pensato, fra l’orizzontalità della moschea islamica e quella dei templi induisti dei Tamil: considerando la cronologia e i tempi nei quali questa tipologia di tempio indù ha sostituito altre più antiche, un lontano influsso di questo tipo non mi pare da escludere.

anche se poi il modello qui lo vediamo spettacolarmente reinterpretato con tutta la lussureggiante e fanatica libidine indiana per la moltiplicazione delle forme divine, delle statue, dei cavalli e mostri rampanti, delle donne e degli uomini sinuosi e sensuali in maniera così simile da far pensare ad una civiltà silenziosamente bisessuale, che femminilizza anche la figura maschile nella rappresentazione erotizzandola in modo simile.

tra queste immagini, a conclusione di qualche lunga prospettiva verso la quale convergono i fedeli con le loro giaculatorie, ecco infine l’immagine di qualche divinità, chiusa in una specie di antro dorato reso luccicante dal fuoco sacro, attorno alla quale, rivestita a volte di corone di fiori, si avvicendano uomini seminudi intenti a venerarla variamente.  

sconcertato, affascinato, contemplo senza parole quei riti, con i quali non riesco ad identificarmi e mi sento soltanto un’anima dispersa ma curiosa nell’immensa lineare San Pietro dell’India.

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