199. la notte di Merak – My Indonesia 4.

chiedo scusa a voi lettori, o meglio ex-lettori, che avete la pazienza di seguirmi, ma non riesco a postare i due pezzi, uno scritto il 22 aprile e l’altro abbozzato il 23:  inoltre anche il netbook ha smesso

* * *

Ieri sera ho chiuso tanto frettolosamente la composizione online del resoconto della giornata perché di colpo mi sono reso conto che lo stare accucciato da più di un’ora a digitare stava dissestando le mie stanche ossa.

Infatti non c’è sedia e il pc è a 20 cm da terra, in questo bugigattolo che sarebbe un internet café, davanti al quale ci si toglie le scarpe come se si entrasse in una moschea, ma poi mi è stato consigliato di portarmele dentro con me, e mi scappa da ridere pensando alle loro condizioni: io mi affeziono alle scarpe slabbrate e oramai quasi sfatte, che si sono oramai adattate al piede fino al punto di diventarne quasi soltanto una seconda pelle, e se l’estetica protesta, peggio per l’estetica: per che motivo pensate che ogni tanto scrivo contro il gusto estetico italiano che altro non è che l’amore perverso per la mancanza di ragionevolezza del paese? È pura autodifesa, sappiatelo.

Dunque, con le mie scarpe accostate e seduto in una posa vagamente yoga, dopo avere varie volte sofferto e fatto soffrire il gestore, date le diverse difficoltà a gestire internet in pura lingua indonesiana, messomi finalmente a scrivere, allo scoccare dell’ora un improvviso indolenzimento mi ha convinto a puntellarmi e ad alzarmi, per andare a litigare col costo dell’ora perfino più alto di internet al point in Germania; e come a dare manforte alle mie buone ragioni, ecco un grosso scarafaggio rosso, con l’aria del vero padrone di casa, entrare senza fretta né circospezione ed infilarsi fra le postazioni.

Il mio ribrezzo non è apparso condiviso, perà, nessuno si è animato più di tanto per cercare di scacciarlo, e io me ne sono tornato al mio tugurio, ho fatto una doccia primigenia, nel senso che qui al posto della doccia c’è una vaschetta in muratura ricoperta di ceramica azzurra dalla quale non ho visto come l’acqua possa defluire, semipiena e con un recipiente che serve a prenderne l’acqua e a versarsela addosso, come hanno fatto gli uomini per millenni, del resto.

Fredda, direte voi, e io vorrei rispondervi: fredda, se la parola avesse un senso in Indonesia: giusta, diciamo.

Pulita, almeno quella del rubinetto,spero: acqua che scorre, a temperatura ambiente, e per ciò stesso fresca, perché la freschezza è data dallo scorrere, non da altro,

e’ il principio della ventola che instancabile fa girare anche adesso l’aria calda e ce la fa sentire fresca, gioia del movimento.

* * *

stavo raccontando quando ho smesso con l’internet café delle impressioni dell’uscita sul bus (con gelida aria condizionata) dalla zona dell’aeroporto, che si trova a circa 30 km dal centro di Giacarta, e forse non ho detto come il primo tratto del percorso, verso sud, mentre ad ovest un sole rossastro trapelava appena tra le nuvole tramontando, portava da ultimo alla vista di palazzoni immensi, di edifici in costruzione che ancora avanzavano mangiandosi il paesaggio, cosa che creava un senso di sconforto, unita alla vista delle code di auto imbottigliate interminabili e alle dimensioni quasi sovrumane dell’aeroporto stesso, che sembrava non finire mai per il susseguirsi di ben tre terminali, per l’immagine del lusso di uno strato sociale dominante che ne usciva,.

L’Indonesia, che è poi il quarto paese del mondo per popolazione, ma nessuno lo sa, e il principale stato islamico, qui mi è apparsa moderna e inadatta alle avventure.

Il che non mi ha impedito di buttarmi nella prima che mi si offriva, come vi dicevo, quando un ragazzo grassoccio che stava dietro di me, mai visto né conosciuto prima, sentendo che chiedevo all’assistente di bordo (quei ragazzi giovani che fanno da controllori e tuttofare sui bus del terzo mondo) come arrivare a Merak mi consigliava di scendere con lui, che era oramai vicino a casa, per prendere un taxi.

Ed eccoci sul bordo dello stradone sperduto, nel buio, con lui che ridacchia perché non se ne vede nessuno, fino a che non li chiama col cellulare.

Imprudente a fidarmi? Un po’, non è che non me ne rendo conto, ma mi fido di riuscire a capire le persone; anche col tassista sono entrato in agitazione vedendo quanto si prolungava il percorso lungo uno stradone sempre più buio e isolato, percorso solo da camion: non è che non sappia di avere con me una fortuna, dal punto di vista indonesiano, anche se è meno di un mese di stipendio per me: ma non ho mai avuto davvero paura: perché doveva rischiare la galera per derubarmi, visto che più in piccolo poteva già farlo col tassametro?

E tuttavia quei km al buio tra file interminabili di camion a un certo punto hanno cominciato davvero ad impensierirmi…

Però ho già capito, mi pare, come funziona la psicologia media verso i turisti, qui: spennarli, ma senza cattiveria, è un gioco delle parti, al quale stare: col tassista che mi fa pagare il pedaggio dell’autostrada e forse ha fatto il solito giro più lungo per portarmi alla meta, ad esempio, o per l’accompagnatore alla stazione del bus che ha avuto la faccia tosta di chiedermi 5 euro per il disturbo; si dà qualcosa di meno e ci si lascia in amicizia.

* * *

in questo squallido hotel, ma ne ho visto solo un altro, affiancato, che non era migliore, giusto davanti alla stazione dei traghetti per Sumatra sono sceso a fare due passi appena scaricato il troller, finendo davanti al porto, che sapevo doveva essere qui, sotto le arcate di una strada sopraelevata squallidissima che porterà il rumore del traffico nella camera per tutta la notte,

navi misteriose passavano illuminate come apparizioni, nel piazzale c’era un brezza gradevolissima, e prima di andare a mangiare la mia cena di riso in una bettola sul porto, eccomi nel pieno impatto con questo popolo festoso e disincantato..

ho respirato di sollievo: non ripeterò l’esperienza del Myanmar, dove sembrava di muoversi in un barile di pere lesse, qui capisco di essere l’attrazione della serata, perché deliberatamente ho scelto l’angolo forse meno turistico di Giava per la mia prima passeggiata, ma è subito chiaro che in quest’isola dovrò anzi combattere per togliermi i giavanesi un poco di dosso.

La prima che mi aggancia è una coetanea, che rimane cordiale anche se rifiuto il thè che mi offre, se ne sta seduta a gambe larghe nel piazzale con due ragazze giovani ma una più orribile dell’altra; secondo lei lavora in una discoteca, se ci voglio andare, e visto che rifiuto può fornirmi una ragazza sul posto; le dico che per stanotte ho bisogno solo di dormire, e allora lei mi dice ridendo forte se non mi va di dormire con lei; faccio il diplomatico e limito il rifiuto a questa sera soltanto, tanto domani non sarò più qui; allora lei ride gagliarda e mi chiede se ho dei problemi. E, visto che nego i problemi, non posso almeno darle una sigaretta, o soldi per comperare delle sigarette: ad esempio 50.000 rupie.

La cifra detta così fa impressione, ma alla fine sono soltanto 4 euro; le offro allora la bottiglietta del thé freddo appena comperata, ma lei fa una smorfia di disprezzo: capisco di offenderla, rifiutando il suo thé caldo e offrendole quello confezionato.

Mentre mi allontano, da un gruppo di ragazzi che si è goduto la scena a 10 metri di distanza si leva un grido: I love You, spero che fosse soltanto di consenso su come me l’ero cavata con la mezzana.

Intanto ho fotografato lei e le ragazze, difficile riuscire trovare una bella inquadratura nel buio, senza riuscire a vedere le espressioni ed affidandosi totalmente al flash.

Ma questo ha messo in moto il demone del fotografare: e qui volevo vedere appunto quanto profondamente si possa essere radicato l’islamismo in questa popolazione, visto che risale a tre o quattro secoli fa, non di più: direi molto poco: a bambine e ragazze giovani è interdetto il farsi fotografare, anche se si vede benissimo che ad alcune piacerebbe, ma per il resto essere fotografati, con buona pace del Corano, è un piacere che non viene rifiutato, anzi sorprende piacevolmente, la richiesta: perfino la polizia municipale mi permette di fotografare non solo l’edificio coloniale pretenziosetto che è la loro sede, ma il grosso merlo indiano che dorme in una grossa gabbia appesa vicino a una loggetta.

Senza muovermi molto, Merak – che si pronuncia evitando quasi la e, quindi in modo molto gutturale – fa presto a rivelarmi la sua festosa miseria, che a me appare sempre come una accolta di creativi capolavori dell’arte della sopravvivenza: case fatte di niente, di pezzi di legno e rifiuti, ma con una loro dignità e bellezza, cortili di terra battuta scura su cui si aprono capanne che sembrano abbracciarsi le une con le altre e tenersi in piedi fra loro, i driver, pronti a dialogare, di piccoli furgoncini rosso da cui esce musica a tutto volume, che devono essere la variante locale dei tuctuc o dei pickup collettivi che ho visto altrove; i motociclisti che si offrono per farmi fare un giro sulla collina che sovrasta il bacino denso di battelli, ma non sarà il caso di andarci di notte, e invece vediamo, al ritorno da Sumatra, quando proverò a fermarmi a Carita, una località che la guida definisce adatta alla vacanza e ai bagni di mare, quanto mi chiedono per portarmici.

Indonesia, India fatta di isole, India di mare.

Sono più entusiasti gli Indiani, credono davvero, si entusiasmano, amano davvero; a me pare che a Giava la gente faccia tutto come per finta e senza metterci troppa convinzione.

Ma poi forse si divertono lo stesso, forse anche di più.

E il vecchio strambo che girava con la sua fotocamera là dove dubito che quasi nessuno abbia mai fatto altrettanto, vi ha ben fatto divertire per un po’ stasera, gente di Merak…

* * *

quando rientro in camera c’è posta per me: in mezzo al pavimento della cameretta ci sta un biglietto:

Massaggi del corpo e della mente; e le tariffe variano dalle 45.000 alle 220.000 rupie.

Alle proposte di massaggi del corpo sono abituato, ma questa idea del massaggio delle mente mi intriga moltissimo…

e se fosse un blog?

Una risposta a “199. la notte di Merak – My Indonesia 4.

  1. Pingback: 218. la notte di Merak: secondo videoclip indonesiano. | Cor-pus·

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