248. ritorno in traghetto a Mekar, Giava, da Canti, Sumatra – videoclip indonesiano n. 12.

ogni viaggio ha la sua zona opaca, i suoi tempi morti, le ore che non lanciano l’urlo della bellezza nel sole; e il tutto è più facile se la stanchezza si impadronisce del corpo e della mente.

questo videoclip riassume qualche ora di questo tipo, col ritorno sotto una pioggia grigia da Canti all’hotel di Kalianda, per una rapida ripresa del mio troller, e subito dopo la partenza su un piccolo bus locale verso Bakahueni, il punto di partenza del traghetto per Giava (la musica in questo inizio del video è quella del bus).

sto ritornando a Mekar, da cui ero partito la mattina di due giorni prima, allo stesso hotel squalliduccio, peraltro, e ci impiegherò di nuovo mezza giornata, arrivando oramai verso sera, per cadere addormentato, vittima di un jet lag ritardatario, e poi passare mezza notte in bianco – e senza nemmeno più netbook per scrivere, dato che proprio allora scopro che l’acqua della tempesta l’ha apparentemente fatto fondere.

* * *

e qui, a proposito di foto e riprese, succede qualcosa di curioso: che mentre all’andata la batteria della videocamera si era scaricata pressapoco a metà strada del tragitto tra le due isole, da Giava verso Sumatra, ora, percorrendo lo stesso itinerario al contrario, la batteria si scarica più o meno allo stesso punto.

così che, se qualcuno mettesse insieme, con questo video n. 12, anche il video n. 3, avrebbe una sorta di rappresentazione completa dell’itinerario, però la prima metà da est, dal porto di Mekar, verso ovest, e la seconda metà da Sumatra, ad ovest, verso il centro dello stretto di Sonda.

e se il primo passaggio era avvenuto con tempo grigio che si era via via trasformato in una pioggia battente, qui invece ci si lascia la pioggia alle spalle, mentre la luce va progressivamente chiarendosi.

sempre nel caldo forte che viene dall’essere poco a sud dell’equatore, naturalmente; lo aggiungo adesso, visto che mi è stato chiesto in un commento: calore esagerato, mitigato solo un poco dalla brezza artificiale leggera provocata apparentemente dal movimento della nave.

il ricordo è quello di me attaccato ad una bottiglia dell’acqua minerale, che mi muovo nervosamente attraversando la grande sala del traghetto dove ho depositato la mia valigia, non solo per vedere alternativamente i due lati del paesaggio, ma anche per illudermi di un poco non dico di refrigerio, ma di una fuga dall’afa impressionante: però lo so che nel video non si vede e che anzi dà l’impressione opposta, di una specie di frescura britannica.

bene, se anche a voi appare così, state totalmente sbagliando.

* * *

nel video qui ritroviamo, in uscita, il porto di Bakahueni, il puro terminal del traghetto senza nessun paese attorno, sovrastato da un incredibile moderno e bruttissimo monumento giallo sulla collina, che potrebbe sembrare un grande fiore di loto stilizzato.

e poi compaiono, di nuovo, ma ora meglio illuminati nel pomeriggio che si va appunto schiarendo dopo la tempesta della mattina, gli isolotti dispersi che formano come una specie di catena o arcipelago tra le due isole, in particolare in vicinanza di ciascuna delle due.

queste isole fascinose e suggestive sono percorse da un intenso traffico di navi che sembra già anticipare Singapore o la Cina, verso le quali si dirigono, delineando percorsi da favola e suscitando l’immagine stessa dell’esplorare senza urgenza per il puro piacere degli occhi; ma ora so che sono i resti dell’istmo che congiungeva fino a 1.500 anni fa la due isole, distrutto dalla grande e più antica eruzione del Krakatau del VI secolo d.C.

promemoria incancellabile della precarietà umana e della nostra smemoratezza.

* * *

le ultime foto di questo montaggio ripropongono, col sottoscritto, una sua islamica cortese interlocutrice, in tedesco!, di una lunga chiacchierata ampiamente dimenticata, purtroppo: una studentessa universitaria di lingue che viaggiava sullo stesso traghetto col fidanzato verso Cirebon, a est di Giacarta, e che mi ha chiesto di fotografarmi, quando io ho chiesto a lei la stessa cosa: dopo l’immagine dei suoi occhi sensibili sotto il velo bianco ricamato, quel vecchio viso affaticato e già mezzo scorticato dal sole è il mio, appunto.

la ragazza mi dà un nuovo segnale della particolarità della condizione femminile in Indonesia e a Giava: paese islamico, dove il velo dilaga (un mio amico che è stato nel paese 25 anni fa mi racconta che allora il velo era quasi completamente assente), ma che non riesce a cancellare una tradizione più profonda di indipendenza, autonomia di giudizio e sicurezza in se stesse.

e Cirebon sarà presto la meta del mio itinerario, proprio in omaggio a lei e a questa immagine di forte identità femminile nell’islam, che come – sorprendentemente era avvenuto durante il viaggio a Tehran – ribalta i nostri pregiudizi.

* * *

un’ultima notazione a proposito del video: siccome i video vengono usualmente caricati da me su You Tube un giorno prima del topic di commento, succede questa volta che ho già ricevuto un commento molto pungente via mail:

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Per il video prossimo n° 12  ho troppo poco tempo per guardarlo con calma ma una sbirciata mi è bastata per capire la fortuna che hai avuto a trovare un coro Indonesiano Alpino che pubblicizza la Coca Cola .
ah…ah….ah.
Ciao, ciao
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be’, sulle immagini di questo tragitto di alcune ore sul traghetto avevo appunto deciso, per una specie di suggestione mia a priori, di inserire un coro indonesiano, anzi in particolare di Sumatra; la ricerca su You Tube mi ha dato subito un risultato che mi ha convinto, perché abbastanza bislacco e strano e soprattutto ritmato, il che mi garantiva la possibilità di spezzettarlo facilmente, per alternarlo ai rumori della navigazione; del resto di solito non mi attardo molto nelle mie ricerche musicali in rete e mi affido molto alla serendipity, in genere con discreta fortuna.
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aggiungo che sto esplorando attraverso i montaggi le diverse manifestazioni musicali dell’Indonesia, paese ricco su questo piano, come già sottolineato: stili e tipi di musica sono molto vari.
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e questo coro assomiglia davvero a un nostro coro della montagna, questo l’ho pensato anche io.
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che cosa c’entri invece la Coca Cola del commento non saprei dire...
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però è vero che nel ritornello sembra appunto che il coro canti koka kola koka kola, ma dev’essere serendipity anche questa. 🙂
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ah, quasi mi dimenticavo: ecco il videoclip del traghetto e delle isole…
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4 risposte a “248. ritorno in traghetto a Mekar, Giava, da Canti, Sumatra – videoclip indonesiano n. 12.

    • esatto, sei abbastanza esperta di questi ambienti tropicali per immaginare quello che la nostra immaginazione da europei deforma: noi colleghiamo le nuvole e il tempo grigio a temperature più basse, e sono invece ancora più soffocanti.

      dopo il tuo commento ho aggiunto al post, assieme a qualche altro ritocco, questo passo:

      sempre nel caldo forte che viene dall’essere poco a sud dell’equatore, naturalmente; lo aggiungo adesso, visto che mi è stato chiesto in un commento: calore esagerato, mitigato solo un poco dalla brezza artificiale leggera provocata apparentemente dal movimento della nave.

      il ricordo è quello di me attaccato ad una bottiglia dell’acqua minerale, che mi muovo nervosamente attraversando la grande sala del traghetto dove ho depositato la mia valigia, non solo per vedere alternativamente i due lati del paesaggio, ma anche per illudermi di un poco non dico di refrigerio, ma di una fuga dall’afa impressionante: però lo so che nel video non si vede e che anzi dà l’impressione opposta, di una specie di frescura britannica.

      bene, se anche a voi appare così, state totalmente sbagliando.

  1. i tempi morti dei viaggi sono una delle cose più strane, quasi assurde… a volte credo che proprio in quei momenti venga meglio fuori il carattere del viaggiatore, specie se particolarmente affaticato dal viaggio

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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