255. il compagno di banco.

ci ritroviamo per caso seduti fianco a fianco, come cinquant’anni fa: lui è il solito grassottello di allora, io devo avere una ventina di chili in più addosso, ma sono ancora meno grasso di lui: è una rincorsa che non mi vedrà mai vincitore.

lui è in pensione da qualche anno, io probabilmente ci vado a settembre (continuo a credere, anche se stanno piovendo notizie che inducono a non ritirare la domanda di restare a lavorare ancora: l’ultima una sorprendente serendipity di due giorni fa fra me che sogno nitidamente di tornare al mio vecchio posto di lavoro in Germania e una telefonata successiva che dice che forse il mio successore si ritira non potendone più e allora potrebbe toccare a me di nuovo).

ma adesso siamo ad una riunione di lavoro italiana, Franco ed io, eccezionalmente aperta anche ai pensionati, e, come durante le lezioni dei professori scadenti di mezzo secolo fa, ci abbandoniamo ad un piacevole chiacchericcio disattento e sottovoce, a testa abbassata per non farci vedere, come allora, di nuovo adolescenti.

* * *

e in effetti, siccome sarà una decina d’anni che non ci vediamo, abbiamo tante cose da riassumere in fretta: lui sa quasi tutto di me, la mia immagine è abbastanza pubblica nell’ambiente lavorativo che abbiamo condiviso e si vede che mi ha seguito nelle mie peripezie – l’unica cosa che non conosce e lo sorprende, infatti, sono i miei viaggi, che sono extralavorativi.

lui invece ha molto da raccontarmi sulle peripezie della sua salute: “come sai, sono stato operato della prostata dieci anni fa”.

lo sapevo, lo avevo sentito dire…

sapevo anche dell’operazione alla schiena, per un’ernia del disco, vero…

“adesso ho di nuovo dei problemi, aggiunge in fretta, ma giura che non lo dici a nessuno…”

giurin giurello, sto scrivendo muto…, e nessuno potrebbe credere che questo racconto sia vero.

“devono operarmi di nuovo, sto in lista d’attesa da un paio di mesi…”

che barbarie non operare immediatamente qualcuno per il quale questa attesa è in rischio della vita.

alla prostata? lo vorrei chiedere, ma è una parte del corpo così intima…

“tu pensa che mi tengono controllato da dieci anni con ogni tipo di esame e non hano mai dato un’occhiata ai reni, e invece adesso è lì”.

ma non può essere vecchio di dieci anni…, gli rispondo a cuore stretto, ma viso fermo.

“e chi lo sa?”

* * *

ecco, e io penso, forse per evitare il pensiero della cosa in sé, che la vita di Franco, il mio compagno di banco, è stata spesa a inseguire le malattie anziché i posti esotici: c’entra il destino o la fatalità? oppure è stata una scelta, come il suo hobby incredibile di fare la maglia…

perché Franco, il ragazzo vivace che corteggiava senza distinzione tutte le compagne di scuola, oggi mi appare uno sfigato?

e pensare che, a differenza di me – che rimasi nell’ambito del semiproletariato, pur essendo di estrazione medioborghese – alla fine sposò, lui che era il figlio di un minatore della Valtrompia, Bruna, la figlia di un  industriale miliardario e comunista e andò a vivere nel quartiere panoramico dei Ronchi, in una villa con piscina.

sembrava una fortuna, ma fu una fregatura: anni a sentirsi dire, da quel suocero che era il successo sociale ed economico personificato, che era una mezza calzetta; mentre Bruna neppure glielo diceva, bastava lo sguardo, perché non aveva tempo da perdere, e alla fine lui ritornò single in un bilocale di periferia e gli rimase solo una figlia da vedere di tanto in tanto.

* * *

più tardi, uscendo, mi presenta a un suo amico: “e questo è il celebre bortocal: eravamo compagni di scuola, anzi di banco; lui vinceva tutti i premi, ma era impossibile essere invidiosi di lui”.

certo, dico tra me: ero così inganfito…

“l’invidia è il guardar male, il guardar contro, e invideo regge il dativo…; ma con lui non potevi avercela, perché quel che otteneva se lo meritava, non c’era niente di storto”.

“ah, piacere di conoscerLa, mi fa l’amico: ho sentito parlare di Lei”.

che povero narciso sono…

* * *

eravamo compagni di banco Franco ed io e, a volte, di ragazza: nessun triangolo, ma capitava che le ragazze, successe due volte, si mettevano con lui e poi passavano a me, che neppure le cercavo troppo, o meglio non proprio loro, ma comunque gradivo…

ero, e credo di essere rimasto un bello stronzo, da questo punto di vista: non so che sindrome sia questa incapacità di amare profondamente; forse ho talmente paura dell’abbandono che preferisco precorrere i tempi e prendere io l’iniziativa di tagliare la corda; ma lui me l’ha sempre perdonata.

del resto, prima o tardi, le ragazze tornavano da lui, perché io non le sopportavo, stronzo com’ero e come sono.

ma il vero segreto è che non mi affeziono: non sono attaccato a nessuno, e neppure a me stesso (non sono un egoista classico): soltanto alla vita come eterno mutamento, come trasposizione di cuore e di luoghi.

* * *

in piedi, mentre parliamo fitto della Germania, e lui mi supplica di non tornare lì e che lo ha detto anche a mio figlio, che ha incontrato con i nipotini, e adesso è nonno anche lui  (“io mono-nonno, dice, e tu bi-nonno”), mi rendo conto di avere avuto per cinquant’anni un amico affezionato che mi ha voluto bene come nessuna donna mai.

lo guardo col cuore mentalmente pieno di lacrime: è qui piccolino, come rattrappito in altezza, cinque centimetri buoni di meno, davanti a me, che l’ho ignorato per una vita, volendogli un bene solo distratto.

ma tu eri più alto di me…, mi scappa di dire.

“ci rimpiccioliamo con gli anni, non lo sai?” mi risponde.

sì, ma mica è giusto (mi dico mentalmente) che adesso io mi senta di guardarti quasi dall’alto in basso.

* * *

ma adesso penso che questa è la posizione dell’addio, anche se ci scambiamo le mail, si sa.

io ti guardo mentalmente andartene, e sei già pronto, sei tranquillo, non hai paura, hai solo voglia di parlarne, questo è il tuo viaggio, in questo mi assomigli.

e questo è anche il mio: perché è tutta la mia vita che sbiadisce, che si cancella attraverso la morte degli altri.

c’è solo una persona viva, ormai, che può ricordarsi di me neonato, una cugina che ha vent’anni più di me e che rovinò le scarpe per correre alla clinica dov’ero venuto al mondo, già dichiarato morto e poi ostinatamente avendo ripreso fiato.

ci sono solo due o tre persone che possono ricordarsi di me bambino, per avere condiviso la mia infanzia.

i compagni di scuola hanno già cominciato ad andarsene: l’anno scorso è morto Carlo, di Federica ho pure saputo, ma non so quando sia successo; Claudio, poi, ci ha preceduto tutti, è morto a 19 anni, 45 anni fa, sotto una slavina in montagna, ma non era neppure un compagno di scuola, era un compagno del Movimento, del quale facevamo parte sia Franco sia io; anzi, fu proprio Franco, il proletario un poco fuori posto al ginnasio, a trascinarmi verso il mio comunismo giovanile dei vent’anni con le sue lunghe pazienti discussioni…

per il resto, girovagando nella nostra decadenza, ci incontriamo sempre più grigi, visibilmente vecchietti.

* * *

gli altri! penso io, e rifiuto di vedermi altrettanto logorato dagli anni.

l’Indonesia, la Birmania, il non andare in pensione, la Germania dove tornerò fra un mese, il correre su e giù, perfino il blog: ecco i miei trucchi per sfuggire alla vecchiaia: perfino la morte improvvisa, che ogni tanto mi sfiora a ripetizione del dramma della mia nascita da morto ritornato alla vita, è il mio ultimo appiglio per non invecchiare.

e invece, non detta perché non trova narratori, la mia faccia credo che dia la stessa stretta al cuore, e non possiamo comunque sfuggire alla nostra vecchiaia che è semplicemente la morte degli altri.

14 risposte a “255. il compagno di banco.

  1. “…..mi rendo conto di avere avuto per cinquant’anni un amico affezionato che mi ha voluto bene come nessuna donna mai.”
    Ne prendo atto di quanto affermi….ma mi sovviene un forte dubbio su questo.
    Sei sicuro che nessuna donna ti abbia voluto bene come questo amico?…. 😉

    buona giornata
    .mara

    • cara marta, tu mi provochi ad aprire un intero dossier antifemminile…., non lo farò: continuo a pensare che le donne sono meravigliose, tranne quelle che ho incontrato io.

      ma, per rispondere più esattamente alla tua domanda, tutto sta nell’intendersi sul significato esatto del “come”.

      per durata un affetto che dura da cnquant’anni e che riscopri intatto dopo tanto tempo direi che per me è insuperato; poi, certo, se guardiamo all’intensità, sarebbe un altro discorso.

      mi fermo qui.

  2. qualche mio compagno di scuola non c’è più, ci pensiamo foreveryoung e invece…
    “…la mia faccia credo che dia la stessa stretta al cuore, e non possiamo comunque sfuggire alla nostra vecchiaia che è semplicemente la morte degli altri…”, verissimo, noi ci vediamo tutti i giorni e cambiamo quasi niente ogni giorno, se ci guardassimo solo ogni qualche anno allora capiremmo.

      • sono sempre il franz di prima, è che il tuo wordpress ha deciso che cambiassi nome:(

        l’immagine può essere di Sankara, o Frank Zappa, o Franz Kafka (probabile questa)

            • sì, è lui:

              «Il debito pubblico nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista – neocoloniale, intende – dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee. In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo assoluto, di coloro i quali hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso».

              oggi siamo tutti diventati neocolonie africane della grande finanza.

              “L’obiettivo di Sankara era la cancellazione del debito internazionale: cancellazione ottenibile soltanto se richiesta all’unisono da tutte le nazioni africane. Non ebbe successo”.

  3. Anche per me è commuovente, mi ci rispecchio molto. Per ora ho la fortuna di avere ancora diverse persone che mi hanno conosciuto da bambina, ma ogni volta mi chiedo “Per quanto ancora le avrò qui con me?”
    E’ anche un inno alla vita, a gustarsela finché c’è. Grazie, bortocal

    • pare che ognuno trovi qui dentro un pezzetto, ogni volta diverso, di sé.

      comincio a pensare che il pezzo potrebbe essere abbastanza ben riuscito… 🙂

      grazie anche a te, naturalmente…

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