288. l’attentato a Buddha Bodh Gaya e la fede di Abramo.

rispetto a vari amici che ho non mi ritengo propriamente un buddista, anche se considero quello di Buddha forse il pensiero filosofico più importante nella storia dell’umanità e sono molto influenzato da alcuni suoi temi.

dal buddismo mi tiene lontano la serena arroganza dei suoi monaci, che a me paiono una sorta di massoneria illuminata (notare la parola), ma sostanzialmente prepotente, pur se non violenta.

intendiamoci, con alcuni monaci buddisti ho avuto discussioni di una profondità che ricordo ancora, sulle rive di un lago interno alla città di Colombo o in un monastero sperduto in mezzo alla giungla della Thailandia: la loro libertà di pensiero non è paragonabile alla chiusa mancanza di prospettive del clero cristiano o islamico; altrove, l’anno scorso in Myanmar oppure in qualche piccolo monastero cambogiano o singalese, ho ammirato la semplicità e la povertà della loro vita;  ma la serenità con cui approfittano della loro intoccabilità fisica per gestire la loro superiorità culturale con adeguati privilegi e in una inattività da mantenuti da gente molto più povera di loro,  mi è sembrata inaccettabile quando l’ho toccata con mano.

* * *

in Myanmar e in Sri Lanka ho visto anche il loro potere diventato teocrazia intollerante e fanatica, e qui il mio fastidio è diventato opposizione aperta, espressa in vari post: la persecuzione della minoranza induista dei tamil in Sri Lanka oppure le stragi della minoranza islamica recentemente riacutizzate in Myanmar sono un segno terribile di come anche la non violenza possa diventare genocidio sanguinario.

però di fronte alla notizia dell’attentato al santuario indiano buddista di Bodh Gaya, dove si venera l’albero sotto il quale Buddha ricevette l’illuminazione secondo la tradizione, mi ferisce e lascia sconcertato, come se qualcuno fosse andato a piazzare una bomba alla basilica della Porziuncola e alla chiesetta costruita dove morì  Francesco di Assisi.

la matrice della strage tentata sospettata dalla polizia indiana è quella degli islamisti birmani, in realtà vittime di un genocidio strisciante e di progrom, in  cui temo abbia parte anche la componente del filonazismo birmano che con mia sorpresa ho scoperto l’anno scorso durante il viaggio in quel paese.

ma la violenza della persecuzione degli islamici birmani, che ha raggiunto punte inimmaginabili nella città di Moiktila, giustifica questa reazione? c’entrano qualcosa Francesco o Buddha con la stupidità o l’arroganza dei loro seguaci? è giusto cercare di colpire loro come simboli della teocrazia buddista?

la mia risposta è chiaramente no, un no insignificante che nasce e muore su questo blog che non raggiungerà mai i cuori di chi sta macchiando le sue mani di sangue musulmano in quei paesi.

* * *

ma, ahimè, il fanatismo religioso non ha patria, cioè non ha nessuna religione specifica di riferimento, non è più forte in una e meno in un’altra e tutte vi sono egualmente esposte.

ed ora, per documentarlo, vorrei provare a dire il mio sconcerto parallelo alla lettura della prima enciclica di papa Francesco, o meglio di papa Benedetto, che papa Francesco ha provato a fare sua con pochi e tutto sommato insignificanti ritocchi.

* * *

qualcuno ha già detto la novità storica assoluta di una enciclica scritta da due papi contemporaneamente viventi e condividenti il titolo e la novità decisamente arrogante di papa Ratzinger che nel dimettersi ha voluto conservare il titolo di papa, sia pure emerito, e non ha neppure abbandonato il Vaticano.

anzi, semmai il paradosso sta nel fatto che il Vaticano storico l’ha invece abbandonato proprio il papa legittimo Francesco per andare a vivere in un residence, lontano dall’appartamento papale, mentre da qualche parte in un rifugio monastico ci è rimasto papa Benedetto, che continua a scrivere, l’unica cosa che gli interessava di fare anche quando era in carica , e in qualche modo a pretendere così di dettare la linea dottrinale al suo successore, che si barcamena come può.

negli ambienti conservatori si sta diffondendo talmente la voce che lo identifica nel papa nero che distruggerà la Chiesa e addirittura con l’anticristo che papa Francesco non può del resto permettersi che Ratzinger possa diventare l’icona della sorda opposizione alla sua politica fortemente innovativa e quindi condivide.

* * *

tuttavia nell’enciclica l’alternanza di parti fortemente dottrinali, ricche di citazioni di testi originali tedeschi, e di parti più libere e sciolte, dice abbastanza chiaramente quali delle quattro mani dei due coautori abbiano lavorato in un punto o nell’altro, anche se alla fine, ahimè, è papa Francesco che si è assunto la responsabilità del tutto (per chi volesse divertirsi in questo esercizio, il testo integrale della enciclica è qui).

e in questa enciclica sulla fede, anzi sulla luce della fede, Lumen fidei, uno snodo fondamentale sta nell’analisi della figura di Abramo, che nel testo diviene l’alfiere rivendicato di una fede integralistica, che costituisce il potenziale punto di contatto del fanatismo cattolico con quello altrettanto pericolo della altre fedi.

* * *

ricordo i punti essenziali per cui Abramo è entrato nell’immaginario cristiano come esempio di una fede indistruttibile (Genesi, 22).

dopo essere rimasto a lungo senza figli per la sterilità della moglie Sara, Abramo all’età di cento anni anni concepisce un figlio da lei che doveva averne più di ottanta; ma un giorno Abramo sente che Dio gli parla e gli dice di sacrificargli suo figlio, “l’unico che hai e quello che tanto ami”.

siamo nell’epoca che Jaynes chiama della mente bicamerale, nella quale l’ascolto di voci allucinatorie interne, che noi oggi consideriamo come chiaro e preoccupante sintomo di dissociazione mentale, era usuale, secondo lui.  

io la farei anche un poco più semplice, non sapendo se questi sintomi schizoidi erano davvero più diffusi nella popolazione che adesso: dico che la cultura del tempo attribuiva a queste voci carattere assolutamente e serenamente divino, non era abituata a vergognarsene, anzi trovava in esse motivo di orgoglio e di prestigio; del resto la tradizione di santificare chiari sintomi di malattia mentale è durata a lungo anche nel cristianesimo e non possiamo neppure dirla del tutto scomparsa.

perfino Dante descrive, secondo Pound, e credo che abbia ragione, un viaggio nell’oltretomba che crede davvero di avere vissuto, ma è stata una allucinazione.

in sostanza questo ci porta a dire che per diversi millenni l’umanità, credendo di ascoltare nei suoi leader pazzoidi la voce di Dio, è stata guidata da autentici squilibrati mentali.

* * *

ora immaginiamo al giorno d’oggi, concretamente, un padre che comincia a sentire una voce che gli dice di uccidere suo figlio: noi non pensiamo certo che sia un problem di fede, tutti vorremmo gridargli che non sta bene e deve correre da uno psichiatra.

invece Abramo non ha dubbi, è questo il Lumen fidei che ha dentro di sé, e si prepara a eseguire l’ordine delle voci e ad ammazzare davvero suo figlio: lo carica della legna su cui brucerà in onore di Jahvè, goloso dell’odore di carne arrostita, il suo corpo dopo averlo sgozzato, prende il coltello che infilerà nella sua gola di ragazzino e si avvia con lui sul monte per il sacrificio.

Isacco chiede invano dov’è l’agnello del sacrificio, che non vede, e il padre gli risponde che Dio provvederà: la storia qui ricorda irresistibilmente quella di Ifigenia, giusto perché  non si dica di me che sono antisemita, anzi la storia greca finisce effettivamente nel sangue del sacrificio della figlia del re Agamennone, ammazzata per convincere gli dei a farla finita con la bonaccia che impedisce alle navi di partire per la guerra contro Troia; e il poeta latino Lucrezio additerà nei secoli quel che accadde in Aulide come segno esemplari dei delitti della religione.

e  invece il lieto fine (e la formazione del popolo di Israele che discende da Abramo e da Isacco) è garantita nella Bibbia ebraica da un repentino cambiamento di umore di Jahvè che a questo punto, pago, manda un angelo a lodare Abramo per la prova di fede che ha dato, ma a dirgli che basta così; e il bambino è salvo.

* * *

non è questa una storia della quale vergognarsi nei secoli dei secoli?

non è la prova vivente che una fede incontrollata può essere una forma di malattia mentale?

e invece ecco che cosa dice l’enciclica bi-papale:

Abramo, nostro padre nella fede, (…) la risposta a una Parola che interpella personalmente, a un Tu che ci chiama per nome (…): essendo memoria di una promessa, diventa capace di aprire al futuro, di illuminare i passi lungo la via.

Per Abramo la fede in Dio illumina le più profonde radici del suo essere, gli permette di riconoscere la sorgente di bontà che è all’origine di tutte le cose, e di confermare che la sua vita non procede dal nulla o dal caso, ma da una chiamata e un amore personali.

La grande prova della fede di Abramo, il sacrificio del figlio Isacco –  per fortuna non avvenuto! –, mostrerà fino a che punto questo amore originario è capace di garantire la vita anche al di là della morte.

peccato che non si consideri che cosa poteva pensare Isacco di questa grande prova di fede del padre…

che cosa si può dire di un messaggio etico che ripropone oggi come valido il modello di comportamento di un padre gravemente disturbato che sta per ammazzare suo figlio perché sente la voce di Dio che gli ordina di farlo? 

* * *

il pezzo è chiaramente di Ratzinger, ma Francesco non ha avuto il coraggio di cancellarlo.

e con questo conferma l’alleanza sempre possibile del cattolicesimo con una voce di Dio che ci ordini di massacrare qualcuno intorno a noi in nome della sua gloria.

se questa voce dovesse levarsi di nuovo il messaggio della mitezza cristiana e del perdono non troverebbe in se stesso i suoi anticorpi.

così come non li trovano il buddismo né tanto meno l’islam, che neppure insegna nonviolenza e perdono, che le altre religioni calpestano dopo averle insegnate.

* * *

Tantum religio potuit suadere malorum.

Lucrezio, De rerum natura, I, 80

Tali sono gli eccessi a cui ha potuto indurre la religione.

però se leggete qualunque testo scolastico in traduzione, troverete sempre, con buona pace dell’ateo Lucrezio:

tali sono gli eccessi a cui può indurre la superstizione.

chiamatela come volete, superstizione anziché religione: a me sembra che, enciclica a quattro mani oppure a due, una dottrina che insegna a considerare prova giusta di fede in Dio spingersi fino ad essere pronti a uccidere il proprio figlio sia soltanto follia, perfino quando le menti che pronunciano queste lodi malate della fede sono apparentemente sane.

2 risposte a “288. l’attentato a Buddha Bodh Gaya e la fede di Abramo.

    • hai fatto benissimo a passarmela, grazie.

      varie volte ho toccato questo tema, sia nel vivo dei miei viaggi che mi hanno fisicamente messo davanti ad alcune contraddizioni, sia attraverso momenti di riflessione più ampia.

      qualche tempo fa avevo anche ribloggato un post di Paolo Zardi, pabloz, un blogger di Padova col quale una volta avevo scambiato il tuo nome tanto è veneto anche lui ;), che rivelava certi retroscena non troppo limpidi della stessa figura del Dalai Lama, ma il motore di ricerca interno al mio blog non riesce a stanarlo, forse appunto perché si trattava di reblog

      in alcuni paesi dell’Asia non c’è in effetti molta differenza fra un monaco buddista e un boss mafioso, e questi approfittano della innocenza dei monacelli semplicissimi e puri per farsi i loro sudici affari, esattamente come certi cardinali da noi.

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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