328. lacrime d’addio alla stazione di Cirebon – videoclip indonesiano n. 31.

questo videoclip potrebbe apparire, all’inizio, come la semplice prosecuzione del precedente: del resto sono stato due ore in attesa del treno, per essere stato sviato dal treno delle 9 da un faccendiere, che si è offerto di procurarmi il biglietto presso un’agenzia interna alla stazione, al quale ho poi fatto una scenata (ora mi ricordo); e l’attesa del più caro treno delle 11, doveva pur essere impiegata in qualche modo; e a chi guarda, in fondo non si chiede di perdere più di 7-8 minuti.

e così ecco la stessa orchestrina di chitarrine e violino che riprende a suonare, fino a che non succede qualcosa, che io non so descrivere bene, e vorrei che per farlo ci fossero le penne di due grandi blogger scrittori, miei compagni di avventura (ma qui faccio la mosca cocchiera, perché loro sono i veri animatori e io una pietra di zavorra) del blog di gruppo http://discutibili.com/ in cui mi hanno coinvolto e che è oggi certamente il più bel blog sulla piattaforma wordpress italiana.

credo che intesomale ne parlerebbe più o meno così:

DI PARTENZE SOPRAVVALUTATE

Ci sono  partenze che non si distinguono dai ritorni, sfumate nello stesso colore di cielo. Che poi è quel che conta, il cielo. E per lui che tu stia andando o tornando, è solo questione di movimento dei pianeti.

Il nostro sentirci indispensabili nei posti che calpestiamo non ha motivo, né sibilo di verità. Siamo dove siamo e se nessuno ci vede poggiare i piedi, probabilmente per lui non siamo nemmeno vivi.

E allora potremmo non essere lì.

È dura pensare che qualcosa esista senza di noi, ci fa sentire uno sputo vuoto, con bassa percentuale di saliva, l’ultima ruota di un carro funebre da cui non vediamo nemmeno il morto.

Eppure i treni che partono a migliaia ogni giorno senza che noi li vediamo esistono e hanno senso e spesso prima e dopo di noi sono solo le coordinate che ci diamo dopo aver fallito.

Perché sentirsi leggeri equivale all’inesistenza, a non poggiare i piedi dove sei, a non esserci, in fondo. E sentirsi leggeri fa male, non importa quanto si provi ad autoiniettarsi questo virus vivo che non immunizza proprio niente. Leggerezza è scomparire.

Il bambino in braccio alla sua mamma in lacrime starebbe baciando lei che è il centro della sua vita, se solo sapesse che uno di loro due sta partendo, ma non è chiaro se chi salirà sul treno o chi uscirà dalla stazione col cuore gonfio; c’è un padre di troppo lì attorno, ossequiato come una persona importante, e tutto questo, dicono, esisterebbe se anche io non fossi qui a guardarli nell’atrio della railstation di questo paese così sconosciuto che è soltanto un frammento di un altro continente, mentre loro non sanno dove andare ed esistono più di me, che invece conosco la strada meglio di tutti perchè me la sono segnata e la so percorrere peggio degli altri perché sono straniero.

Lei non starebbe piangendo lacrime che lui non capisce se ci fosse qualche possibilità di evitarle, anche se io non ascoltassi quella musica che sembra il perfetto contorno di una scena da film isolata dalla trama, per curiosità della loro lingua, lui starebbe allungando le labbra per un bacio richiesto, se solo avesse d9eci anni di più, e anche se io non gli stessi di fronte in questo atrio gia caldo che trasuda muscia come un sudore di agonia mortale.

Quello che voglio dire è che ci sono giorni in cui sembra che sia stata la mia videocamera a inventare noi, il mondo e invece sono anche io un semplice prodotto della realtà, soltanto presuntuoso.

* * *

masticone invece avrebbe descritto la scena più o meno così:

LA TRISTEZZA E LA SUA NEMESI

Sono stato incerto fino all’ultimo se raccontare questa piccola storia.

Mille motivi mi spingevano a non farlo. Troppo personale e forse troppo banale. Non so dire.

Poi mentre oggi ero a pranzo alla mensa comunale, ho visto gli occhi tristi di tante persone intorno a me e ho pensato che, magari, allo stesso modo, qualcuno che mi legge potrebbe essere nelle stesse condizioni. E che, forse, avrebbe voglia di sentirsi raccontare una fiaba che donasse un piccolo sorriso.

Solo che questa minuscola, inutile, storiella è vera.

Successa pochi giorni fa.

Come le leggende su di me narrano, ho molti figli. Quattro li ho però davvero riconosciuti. Uno di questi, ne ho già parlato, vive in Indonesia e mi capita di andare a trovarlo, trasvolando il Mediterraneo e l’Oceano Indiano, anche se la madre preferirebbe non farmelo vedere, sostiene che posso avere una cattiva influenza sul picco. che però è così piccolo, che al momento da me non può prendere molto né di buono né di cattivo, considerando quanto poco mi vede.

Da aggiungere che il bambino parla indonesiano, lingua della quale io conosco solamente quelle quattro frasi che mi sono servite a sedurre sua madre cinque anni fa, ma che non posso certo rivolgere a lui.

Così, dovendo parlare con lui la lingua dei gesti e delle azioni, ho scelto di portargli dei regali di cui potesse ricordarsi, e go scelto qualcosa che nel suo paese non potesse esistere: volevo non delle cose vistose e consumiste che riempissero la sua cameretta, ma dargli delle piccole esperienze sensoriale che potessero imprimersi nella sua mente e collegarmi a lui con un ricordo preciso.

Ho portato quindi uno scatolone di lecca lecca alla Coca Cola, perché potesse mangiarne per un po’ anche quando io me ne sarei tornato a casa, e questa sarebbe stata la mia maniera di restare con lui ancora per un paio di mesi.

Si era creata dell’attesa, però, perché la madre e lo zio dovevano avergli parlato di questo papà che gli avrebbe fatto un regalo speciale, e il bambino aveva capito il concetto, tanto che quando lo scatolone è stato aperto, il bambino si è nesso a piangere dalla delusione e piangeva anche la madre, ma per un altro motivo: perché si era commossa a vedere quanto io ero cretino, che – a pensarci bene – dimostra soltanto quanto è ancora innamorata di me quella ragazza…

Aggiungete che, io allora non lo sapevo, ma lo vedo adesso, quando il bambino è stato affidato sllo zio perché assieme venissero a prendermi da Cirebon all’aeroporto di Jakarta in stazione c’era quella palla al piede di bortoca a riprendere la scena e ora ci farà certamente un post.

E io adesso non so né che dire né che fare,

E sto fermo e penso che il signor Universo ha delle vie curiose per manifestarsi.

* * *

pandora non fa parte dei discutibili (un mio accenno alla possibilità di inserirla si deve essere disperso nell’allegro casino che domina quella redazione che una ne fa e cento ne pensa); ma come avrebbe trattato la storia pandora non ho bisogno di immaginarlo, me lo ha scritto lei stessa:

Le note nostalgiche dell’orchestrina accompagnano con emozione i viandanti, partenze per ogni dove, fuori e dentro di noi.

I saluti sono sempre densi, intrisi di saudade, ma più che quelli reali, sono quelli che avvengono nel nostro intimo ad essere più struggenti.

Poi piano piano però impariamo a conviverci e a portarli con noi come farfalle che ci svolazzano attorno.

saudade è una parola portoghese, considerata intraducibile, che sta a metà strada tra la nostalgia e la malinconia e potrebbe essere resa come la tristezza di un ricordo felice.

* * *

ma tu, tu, bortocal, come l’avresti descritta questa scena?

esattamente come ho già fatto in questo videoclip.

lasciando alla situazione tutta la sua tristezza e il suo mistero…

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6 risposte a “328. lacrime d’addio alla stazione di Cirebon – videoclip indonesiano n. 31.

  1. Le note nostalgiche dell’orchestrina accompagnano con emozione i viandanti, partenze per ogni dove, fuori e dentro di noi. I saluti sono sempre densi, intrisi di saudade, ma più che quelli reali, sono quelli che avvengono nel nostro intimo ad essere più struggenti. Poi piano piano però impariamo a conviverci e a portarli con noi come farfalle che ci svolazzano attorno. Buona giornata caro Bort
    Pan

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