353. Prambanan: il Taman Wisata Candi, l’architettura – videoclip indonesiano n. 37.

come fu trattato male nel mio frettoloso resoconto indonesiano del 30 aprile il favoloso sito di Prambanan, che finalmente comincio ad offrirvi in visione con questo video nella sua parte iniziale e più imponente, per ora concentrandomi sugli aspetti architettonici:

non ho la guida sottomano e non ricordo il nome esatto, straordinario complesso archeologico del Milletrecento, parte induista, parte buddista”.

le imprecisioni si sprecano: no, è più antica questa parte del sito e risale ad un periodo non meglio precisato fra l’VIII e il X secolo: ricordare che eravamo in Europa nell’epoca carolingia e nell’alto Medioevo non sarà superfluo per un confronto mentale che farà emergere immediatamente e con evidenza il carattere più avanzato e ricco dell’Indonesia di allora rispetto all’Europa.

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nella seconda metà del IX secolo, quando in Europa era già cominciata la crisi dell’impero carolingio per la morte di Carlo e la suddivisione dell’impero fra i suoi tre figli, a Giava una accorta politica matrimoniale aveva invece portato alla fusione tra la dinastia settentrionale dei Saniaya, i re hindu di Mataram, e i Sailendra, che governavano la parte meridionale dell’isola, dove era diffusa la religione buddista.

è molto probabile che la costruzione di questo possente e straordinario complesso di templi sia legato a questo momento e avesse la valenza forte della proposta di una sintesi culturale e religiosa, ed ecco perché si ritrova in questi edifici un elemento che caratterizza tuttora il Nepal anche moderno: la fusione pacifica tra la religione induista e quella buddista che vengono contemporaneamente celebrate all’interno degli stessi edifici sacri.

vi è tra buddismo e induismo un rapporto in qualche modo analogo a quello che congiunge l’islam al cristianesimo e all’ebraismo, cioè una radice comune, pur nelle differenze, ma – se si prescinde dallo Sri Lanka dei tamil, dove la distinzione diventa feroce contrapposizione per via della teocrazia buddista imposta al paese -, nel resto del mondo si coglie più la continuità valoriale fra le due religioni, aldilà della differenza dei riti e delle credenze, mentre tra islam e altri monoteismi occidentali domina la contrapposizione, che credo appunto collegata al carattere monoteistico, cioè potenzialmente intollerante, di queste religioni. 

forse questa sintesi aperta tra le due religioni, prevalente nell’Asia,era invece anche a Prambanam: lo fanno pensare le sculture (che verranno presentate meglio nel prossimo videoclip) che comprendono sia statue di Buddha, all’interno dei templi, sia elementi tipici della religione hindu.

alla quale del resto sono dedicati i tre templi principali di questo primo complesso, rispettivamente quello di Shiva, il più grande e bello, quello di Bishnu o Vishnu e quello di Brahma, col quale si conclude la trinità hindu: espressione rispettivamente di tre aspetti inseparabili della vita: la distruzione, il mantenimento e la creazione; morte, vita e nascita in una ciclicità perenne che racconta come la vita sia il suo stesso consumarsi. 

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ma forse non è il caso che mi dilunghi troppo su questi aspetti informativi e fornisca invece alcune indicazioni essenziali per la comprensione del video, che mostra il mio arrivo al museo, dove mi viene fornito un drappo di batik bianco e nero, per cingermi i fianchi, in segno di rispetto per il carattere sacro del luogo per due religioni, per quanto oggi ben secondarie in Indonesia, col quale muovo i miei primi passi lì.

all’ingresso dei grandi cartelli documentano i gravi danni subiti dal sito nel terremoto del 2006 e gli imponenti restauri, per fortuna già conclusi per questa parte del sito al momento della mia visita; infatti in una delle prime foto si vede sulle sfondo delle guglie dei templi la sagoma maestosa a Nord del non troppo lontano Gunung (vulcano) Merapi, alto quasi 3.000 metri, rispetto al quale i tre templi sono come allineati nel loro asse Nord Sud, e che contraddistingue la linea del paesaggio settentrionale anche di Yogyakarta.

il carattere vulcanico della zona spiega probabilmente anche la sopravvivenza del sito alla conquista islamica, che per il resto non ha quasi lasciato sopravvivere quasi altra traccia a Giava del luminoso passato preislamico, se si esclude il tempio ancora più straordinario di Borobudur, non troppo lontano da qui: al tempo della conquista musulmana il sito di Prambaran era già in abbandono; un  terremoto della metà del XVI secolo portò infatti all’abbandono dei templi dopo poco più di mezzo millennio di vita e la zona nei secoli successivi divenne una cava di materiale per l’edilizia, una volta finite le distruzioni provocate dai cacciatori di tesori.

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eppure, per paradosso, fu questa distruzione precoce che salvò almeno il nucleo essenziale di questo miracolo dell’ingegno umano, che è una delle meraviglie della nostra storia comune.

e questo spiega anche come, aldilà di questo complesso centrale che ha quasi l’imponenza di Angkor in Cambogia e che un poco la ricorda anche se una scala meno megalomane, tuttora la riscoperta dei numerosi templi minori di questa pianura dove se contavano a decine non sia ancora finita, e tanto meno i restauri.

che iniziarono peraltro soltanto a fine Ottocento, nel 1885, con i primi tentativi per riportarlo alla luce e tutelarlo, mentre la ricostruzione vera e propria dei templi fu compiuta a partire dal 1937, ancora sotto il dominio coloniale olandese; sino alla assunzione nel 1981 del sito tra quelli tutelati dall’Unesco e tra le grandi mete del turismo mondiale.

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però torniamo ai miei primi passi qui che aprono il video e svelano, a occidente del complesso templare, una grande struttura teatrale dove si svolgono grandi spettacoli del teatro tradizionale giavanese, a cui non ho potuto assistere perché iniziavano solo nei giorni successivi, a stagione secca già consolidata, evidentemente.

però qualcosa potrete immaginarne, ascoltando la base musicale del montaggio che, in questo come nei prossimi video, è costituita dalla registrazione di uno di questi spettacoli con tonalità ed echi di una musicalità molto lontana dalle nostre abitudini e per questo più suggestiva.

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poi non resta che percorrere in ogni diversa prospettiva questo incredibile variare dei punti di vista, delle masse architettoniche e dei colori con le loro diverse sfumature date da qualche velatura del cielo o dalla piena luce.

il protagonista di questo viaggio si lascia quasi stordire dal grido di pietra dei secoli scomparsi, si muove affascinato salendo scale, percorrendo cerchi quasi magici, ascoltando la musica interiore del sovrapporsi degli scorsi che quasi gli toglie progressivamente il fiato.

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e chiede però che gli si dica bravo – o meglio, se lo dice da solo, adesso – perché, salvo in qualche occasionale dettaglio sfuggito a volte al controllo, è riuscito a restituire l’incredibile e artificiale suggestione di una Prambanan quasi del tutto solitaria e deserta, quando si è sempre mosso invece tra centinaia di turisti, quasi tutti locali, come si vede nelle prime immagini all’ingresso.

il che significa, sappilo lettore e sappilo spettatore, una lunga ricerca di percorsi inediti, lunghe deviazioni dagli itinerari comuni, appostamenti pazienti come per un bird watching dell’attimo fuggente in cui la solitudine appariva, per essere subito di nuovo cancellata dalle voci e dai colori sciamanti di quella vita di cui i templi di Prambanan rappresentano il silenzioso richiamo alla precarietà.

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insomma, se vi capiterà di andare a Prambanan e di trovarvi invece in mezzo a turisti vocianti e un poco pacchiani come tutti i turisti del mondo, ripenserete forse a questo video che dà un’immagine così falsa di quella realtà: ma non chiedetemi nessun risarcimento morale dei danni.

anzi, chiedetevi soltanto se vi può essere un modo di viaggiare i viaggi del conoscere e della vita altrettanto lontano dai clamori delle masse e dei loro riti, alla ricerca di un silenzio che potrà essere soltanto vostro.

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