359. la religione utile – i post (tedeschi) che non ho scritto n. 1.

non si può dire che non ho scritto  in Germania per il blog: a parte i brevissimi post pubblicati, scritti tutti di corsa al’internet café, pochissimo altro di meditato, in rapporto al gran tempo disponibile, che ho impiegato in gran parte a recuperare l’arte del dolce far nulla, di cui pare avessi particolarmente bisogno, considerando che le ferie trascorse in Indonesia tra aprile e maggio erano state viaggio e non vacanza, cioè una specie di superlavoro; del poco altro che ho scritto a casa, siccome il mio netbook non ha Office, ma open office, l’idea di trasferirlo dalla chiavetta al blog all’internet café non era praticabile; rimedierò da oggi e nei prossimi giorni, uno alla volta con calma.

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Premessa: la religione non ha niente a che fare con la ricerca della verità, ma è soltanto uno strumento per l’integrazione dei diversi membri nel gruppo sociale (e a volte tenta di ammantarsi di ricerca della verità a fini autocelebrativi e di consolidamento del proprio prestigio, ma senza che questo abbia veramente qualcosa a che fare con l’autentica ricerca della verità, che in effetti è qualcosa di un poco diverso dall’affermazione di qualche dogma ridicolo e autofondato)).

Conseguenza: coloro che si affannano a criticare una religione dimostrandone l’assurdità logica o la contraddizione rispetto ad elementi conoscitivi acquisiti per altra via, dimostrano soltanto di non averne capito la natura, se il loro scopo è quello di intaccare la fede dei credenti.

La critica filosofica della religione funziona invece ameno per chi la fa, se il suo scopo è quello di consolidare ai propri stessi occhi e dare valore per l’anticonformista al suo rifiuto di identificarsi acriticamente nel gruppo.

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Ma se l’anticonformista intende proporre questo suo atteggiamento all’intero gruppo sociale, cade in una contraddizione della quale è ridicolo che non si renda conto, con tutto il suo sapere: non può esistere infatti un gruppo anticonformista, è una contraddizione in termini: se il gruppo assumesse come proprio collante sociale il pensiero critico che gli viene proposto, potrebbe farlo solo dandogli la forma di un nuovo conformismo di gruppo, cioè in qualche modo di una nuova fede.

In conclusione ogni anticonformista critico è sempre, senza saperlo, il fondatore potenziale di un nuovo sistema di valori, in altre parole di una nuova religione conformista e, quando qualcuno propone alla collettività di condividere il suo pensiero anticonformista, propone senza saperlo di diventare il leader di un conformismo religioso diverso.

E per sfuggire da questa contraddizione (ammesso che lo voglia) l’anticonformista ha a disposizione soltanto un modo: vivere appartato e non cercare il successo.

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Religio dicevano i romani che derivasse dal verbo religare, cioè che intendesse appunto definire il legame, per non dire la vera e propria prigionia mentale, che tiene insieme un gruppo soffocandone le forme di pensiero autonomo, ma garantendo in cambio la forza che viene da un gruppo coeso. 

E’ in qualche modo rivelatore della contraddizione in cui si svolge la vita umana che un gruppo non possa essere stabile se non attraverso qualche forma di conformismo, cioè di autolimitazione interna del pensiero critico e che ogni tentativo di affermazione del pensiero critico, se deve diventare il fondamento di una vita sociale diversamente impostata, si risolva necessariamente nella negazione di se stesso. 

Questo fatto, del resto concordemente confermato dall’evoluzione di ogni rivoluzione nella storia, non è l’incidente casuale dovuto ai limiti caratteriali personali dei leader, ma un bisogno sociale umano oggettivo, capace al contrario di deformare e piegare a sé anche il carattere del leader. 

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Il fedele di una religione non è dunque fedele alla verità, ma al gruppo, e se riscontra una contraddizione apparentemente lacerante fra i propri bisogni esistenziali e forme di vita imposte dall’appartenenza religiosa, la risolve nel più semplice dei modi, con quella serena ipocrisia che consiste nel vivere nascostamente a modo proprio, ma senza mettere pubblicamente in discussione le regole morali alle quali, altrettanto apparentemente spesso, il resto del gruppo si attiene, altrettanto superficialmente ed apparentemente.

Questa ipocrisia, spesso di massa, è agli occhi inflessibili del pensatore critico a prova migliore e quasi definitiva de carattere falso e ingannevole della fede religiosa.

Se però fosse più attento, cioè ancora più critico, troverebbe in questo invece proprio la conferma necessaria del significato sociale vero della fede religiosa, vera, cioè sentita, o anche soltanto simulata che sia: garantire di vivere tranquilli nel gruppo, accettandone tutte le superstizioni e le storture mentali necessarie al suo costituirsi come gruppo.

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L’unico modo di far cambiare, semmai, appartenenza religiosa ad un fedele (fedele al gruppo, abbiamo visto, più che alle credenze religiose in se stesse, che del resto quasi sempre conosce solo sommariamente e per sentito dire generico) è di mostrargli che il gruppo oramai crede cose diverse da quelle in cui crede lui.

Altre volte è possibile indurlo a cambiare sostanzialmente il sistema di valori in cui crede senza che lui neppure se ne accorga, attraverso piccoli slittamenti successivi di significato gestiti da una qualche autorità rappresentativa di quella fede nel suo complesso. 

E’ così ad esempio che, in parallelo con l’evoluzione sociale, il cristianesimo è diventato, da religione del sacrificio personale e della rinuncia, quale era ancora cinquant’anni fa, una fede nei diritti umani non negoziabili del singolo, cioè la divinizzazione del moderno consumismo vagamente libertario, e ha parallelamente cancellato una parte importante dei propri riti diventando una vaga forma di idealizzazione della società globalizzata.

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Il fedele al quale si propone una riflessione critica sulle opinioni alle quali aderisce per far parte del gruppo dei fedeli (e mai nome fu più rivelatore della vera sostanza della questione) ne è inquietato per ciò stesso, perché gli si chiede appunto, attraverso l’esercizio critico, l’assunzione di quel punto di vista personale al quale lui ha inteso deliberatamente rinunciare, scegliendo di essere appunto un fedele al pensiero altrui, all’opinione prevalente del gruppo.

Il fedele, affezionato al suo ruolo gregario, vede subito la pericolosità della richiesta che gli chiede non un semplice esercizio mentale, esso pure a volte di per se stesso fastidioso, ma l’uscita da quell’atteggiamento acritico che così bene lo incasella nel gruppo.

Col che la critica del pensiero comune, cioè della religione, si risolve nelle normali situazioni storico-sociali nell’esercizio mentale fine a se stesso di un asociale potenziale quale è il pensatore critico, fatta eccezione delle rarissime contingenze di crisi globale sociale e dei valori in cui una intera comunità è alla ricerca di una specie di nuovo patto sociale fondativo e di un nuovo sistema di pensiero a cui affidarsi, e allora anche l’anticonformista asociale può risultare interessante.

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Lo scopo di questa troppo lunga chiacchierata, ammesso che ne abbia uno di diverso da quello di occupare la prima ora del risveglio, potrei forse dire che è quello di provare a negare me stesso e il mio bisogno di criticare i modi comuni di pensare.

Ma temo che sia tempo buttato.

Un’altra delle contraddizioni del pensiero critico è che, criticando se stesso, non si distrugge, ma si consolida, dato che la critica del pensiero critico crea un pensiero critico ancora più sviluppato, più critico, e in definitiva più potente.

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Certo, tutti questi pericoli non esistevano quando la forza del conformismo religioso dei fedeli era tale da tenere sempre sotto controllo il pensiero collettivo, individuare tempestivamente le forme di pensiero critico potenzialmente pericoloso e sopprimerle prima che cominciassero a fare danno, con roghi oppure lapidazioni adeguate.

Non si può che provare una sorta di oscura e contraddittoria nostalgia per quei tempi eroici che mostravano comunque di ritenere il pensiero critico importante e pericoloso, dato che oggi proprio l’assenza quasi completa di strumenti repressivi dimostra il suo carattere assolutamente velleitario e inoffensivo.

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Stuttgart, 14 agosto 2013

2 risposte a “359. la religione utile – i post (tedeschi) che non ho scritto n. 1.

  1. “Un’altra delle contraddizioni del pensiero critico è che, criticando se stesso, non si distrugge, ma si consolida, dato che la critica del pensiero critico crea un pensiero critico ancora più sviluppato, più critico, e in definitiva più potente.2

    Mi hai messo a dura prova eh…..

    Beh…allora anche gli atei sono un bel gruppo “religioso”… 😉

    • che critica adorabile, marta… 🙂

      che l’ateismo sia una vera e propria religione lo sostengo da tempo anche io (anche senza citare l’Unione Sovietica o la Cina, dove ha svolto addirittura o svolge ancora la funzione di religione di stato: cosa molto più facile in Cina, dato che tutte le tre più importanti “religioni” che lì esistono (buddismo, confucianesimo e taoismo) non prevedono la figura di un Dio.

      mi sorprende sempre l’abilità con cui la Chiesa riesce a tenere nascosto che nelle “religioni” orientali vi è solo un vago principio divino assolutamente impersonale e in ultima analisi si tratta appunto di forme di ateismo ritualizzato.

      buona serata…

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