368. Egitto: un dibattito di sangue su democrazia e dittatura.

una nuova mail ricevuta dal giudice emerito Vincenzo Cottinelli, ex segretario di Magistratura Democratica e oggi soltanto fotografo (oltre che mio dirimpettaio); la pubblico (il suo testo è in corsivo) e la commento.

* * *

Cari amici 

La vicenda egiziana sta suscitando un forte dibattito, qui fra noi, su democrazia ed elezioni, in generale e con riferimento particolare al mondo islamico.

Questi miei pensieri, che ho anche inviato (in parte) al blog di Piergiorgio Odifreddi, hanno solo lo scopo di fissare qualche coordinata valida anche qui in Italia.

Sintetizzo: Democrazia uguale governo del vincitore di elezioni? L’eletto dal popolo non può essere destituito, criticato, giudicato?

Hitler ha preso il potere con elezioni, Berlusconi anche, tanto per andare sul semplice. Ma a scuola ci hanno insegnato che democrazia non è solo un metodo per rinnovare le cariche istituzionali, non è solo una legge elettorale, che  – lo sappiamo bene – può essere una porcheria.

Democrazia è una serie di contenuti, di valori fondanti che qui da noi si rifanno all’Illuminismo e alla Resistenza.

Uguaglianza: senza distinzione di sesso e di fede religiosa, di razza.

Dignità della persona umana, anche se… donna.

Libertà: di pensiero, di parola, di religione (anche di ateismo, di blasfemia, Odifreddi!) di movimento (di lavoro, di costumi, di abbigliamento).

non condivido la libertà di blasfemia: nella bestemmia ci sta anche la volontà di offendere la fede di chi crede: si tratta di un gesto lesivo dell’identità di altri, e va evitato.

Laicità dello Stato: le chiese e le religioni (le ideologie) non possono dettare leggi valide per i tutti i cittadini.

Separazione dei poteri: i giudici non li nomina né li controlla il Governo o qualsivoglia Chiesa, Moschea, Sinagoga.

Hitler, Berlusconi, i Fratelli musulmani, hanno vinto le elezioni, ma non ci piacciono perché i loro governi violano deliberatamente, in tutto o in parte, i principi della democrazia.

Ma a ben guardare tutti questi (come i loro simili sparsi in tutto il mondo) hanno anche barato sul principio stesso delle elezioni. Il voto è democratico non solo se è libero di effettuare una scelta plurale, ma se è espresso da cittadini liberamente informati e perciò consapevoli. Il fanatismo nazionalista e razzista, le menzogne martellate da Mediaset, l’intolleranza e la violenza predicate nelle moschee, hanno disinformato e condizionato i votanti ovvero ne hanno esaltato le già latenti opzioni più antidemocratiche.
Il risultato, guardiamo ora l’Egitto, è oggettivamente orrendo (ma anche in Italia non scherziamo).
Per favore, lasciamo in pace El Baradei o Obama, guardiamo con preoccupazione e rispetto ai movimenti popolari di massa che, prima contro Mubarak, adesso contro il neo dittatore Morsi (che si è fatto magnifiche leggi ad personam avocando a sé tutti i poteri!) tentano di ribellarsi al fascismo teocratico, al fanatismo, al totalitarismo.
I fratelli musulmani non solo sono incapaci di governare, ma sono dei devastatori: hanno bruciato case, biblioteche, musei, ministeri, in nome di Allah.

Certo, l’esercito e la polizia sono dei pessimi alleati, dei pessimi strumenti, ma prima di ributtarsi in grembo ai Fratelli musulmani (o, ieri, al FIS di Algeria) ce ne corre!

E comunque la battaglia vede in prima fila i civili laici, anche armati, non solo l’Esercito.

ahimé, caro Vincenzo, l’evoluzione tragica della situazione egiziana ci sta mostrando che non è così: l’opposizione democratica sta diventando un obiettivo diretto della repressione militare.

sta avvenendo in Egitto attorno ai militari oggi quel che accadde anche in Iran nel 1979, quando il regime poliziesco e corrotto dello scià Rheza Palevi fu abbattuto da una rivolta popolare in cui erano confluiti islamisti radicali, democratici e marxisti, e il nuovo regime affermatosi sull’onda di quella rivoluzione represse, schiacciò e massacrò le forze di sinistra che avevano combattuto la dittatura con lui, fino a sostituire ad una dittatura pur sempre laica, una teocrazia che è pur sempre una diversa dittatura…

è di oggi la notizia che El Baradei, vice primo-ministro che si è dimesso per protesta contro la durezza incontrollata della repressione delle manifestazioni di protesta dei Fratelli Musulmani, è stato incriminato per tradimento (anche se nel frattempo è riuscito a fuggire all’estero, per sua fortuna) e che Hazem Abdel Azim, uno dei simboli dell’attivismo giovanile dell’ala moderata della rivolta anti-Morsi è stato fermato all’aeroporto del Cairo, mentre  a sua volta cercava di fuggire, nel giorno della quasi simbolica scarcerazione dell’ex dittatore Mubarak.

insomma, pochi dubbi purtroppo sono possibili sul fatto che i militari si sono innestati sulla più grande protesta democratica della storia che colpiva il tentativo islamista di trasformare l’Egitto in un regime autoritario teocratico non per appoggiarlo ristabilendo la democrazia, come poteva essere parso (anche a me) in un primo momento, ma per instaurare una dittatura classica, che sembra condannare il pù grande paese islamico alla soppressione permamente di ogni forma di democrazia.

Cristopher Hitchens, Salman Rushdie, Martin Amis, lo scrittore egiziano Ala Al Aswami e tanti laici come loro, alcuni missionari francescani residenti al Cairo, inorridirebbero al sentire la miseria del nostro dibattito.

Personaggi italiani che si indignano verso il berlusconismo (giustamente: come si fa ad accettare ”l’eletto dal popolo non può essere giudicato dalla magistratura”, “Berlusconi deve essere battuto politicamente” – ma se è un delinquente acclarato?) si coprono gli occhi di fronte alla nefandezze dei fratelli musulmani, si schierano con Morsi e i suoi mullah, non cogliendo il senso democratico dei milioni di cittadini che da Piazza Tahrir difendono laicismo, uguaglianza, dignità.

Ma come si fa – un giorno a sdegnarsi (giustamente) per i femminicidi nostrani e impegnarsi nel raccogliere firme contro gli orrori subiti dalle donne nel terzo mondo – e il giorno dopo a stracciarsi le vesti se il popolo e l’esercito abbattono un governo teocratico che nella sottomissione della donna ha uno dei suoi fondamenti (legge della Sharia)?

La realtà del mondo islamico è tremendamente complessa (basti pensare che generalmente gli sciiti sono meno integralisti e violenti e subiscono – Irak – massacri quotidiani dai sunniti, che però sono l’anima della rivolta siriana, mentre il dittatore Assad è sciita!) ma almeno là dove alcuni aspetti si rivelano chiari, come le caratteristiche del deposto governo Morsi, ci si aspetterebbe un po’ più prudenza, se non di dignità.

* * *

caro Vincenzo, le tue parole sono molto simili alle mie in un dibattito svolto pochissime settimane fa su questo blog, e credo siano giuste: io in particolare condivido che vi è un diritto popolare di contrastare anche con manifestazioni di massa che superano la democrazia rappresentativa e contestano il risultato di elezioni palesemente superate da una nuova situazione storica.

o, per dirla in modo soltanto un poco più sessantottino: ribellarsi è giusto, anche se ci sono state delle elezioni, che non sono il nuovo verbo divino indiscutibile.

però, Vincenzo, la storia egiziana se ne sta fregando delle nostre teorizzazioni e anche, che è molto peggio, delle speranze di milioni di persone che sono scese in piazza per mesi per rivendicare una democrazia che poi Morsi e i Fratelli Musulmani, da una parte, e l’esercito dall’altra, hanno tradito.

la storia egiziana è scritta nel sangue, nella violenza e nel terrore di queste ore.

e alla fine allora è la violenza che fa la storia e, almeno al momento, eccoci davanti alla riedizione aggiornata delle dittatura di Mubarak: l’Egitto tornerà ad essere quella enorme prigione di un popolo ridotto alla fame, vigilato da soldati armati in garritte lungo le strade che ho visto nel dicembre del 2005.

con una differenza importante, però: che la dittatura di Mubarak era considerata amica dell’Occidente, mentre oggi la nuova dittatura egiziana che ha buttato la maschera non ha l’appoggio dell’Unione Europea e speriamo che presto le venga meno anche quello degli Stati Uniti, al momento ancora incerti sotto la guida vagamente pusillanime di Obama.

4 risposte a “368. Egitto: un dibattito di sangue su democrazia e dittatura.

  1. mi soffermo solo su un punto, che l’autore tocca ma non affronta veramente: le elezioni manipolate.
    non è certo una sorpresa che le elezioni possano essere manipolate in tante forme diverse. e forse lo sono state anche in Egitto. ed in Siria, in Irak, in Iran….forse in Turchia, Georgia, Armenia etc. etc. etc.
    la domanda che dovrebbe farsi Cottinelli dovrebbe essere allora se le elezioni erano il sistema giusto per quell’Egitto.
    forse no…. forse la nostra democrazia non è esattamente “esportabile”.
    ma l’hanno chiesta gli egiziani.
    ed una volta in tavola, non si possono cambiare le regole.

    aggiungo: consideriamo che se il ballottaggio fosse stato diverso (e non con un “reduce” del regime di Mubarak) forse Morsi non avrebbe vinto…

    per il resto, dice bene che la situazione, l’Egitto e l’Islam sono complessi.

    • la tua riflessione, caro red, mi sembra un po’ troppo sommaria sul punto centrale: se elezioni manipolate bastassero a dichiarare un POPOLO e non soltanto quelle elezioni stesse inadatto alla democrazia, allora nell’rodine quanti paesi dovremmo dichiarare tali?

      a cominciare dagli USA che nel 2000 hanno eletto un presidente con brogli elettorali, per continuare con l’Italia che sta votando dal 2006 con un sistema elettorale di cui la Corte Costituzionale ha sottolineato l’incostituzionalità, ma senza avere il coraggio di correggerlo, e così via con relativa compagnia cantante…

      tra l’altro, però, alla fine io penso davvero, come sai, che la democrazia non sia un sistema politico davvero adeguato alla cultura italiana, che è intrinsecamente fascistoide.

      ma, a parte queste eccezioni, la maggior parte delle elezioni nei paesi democratici sono ampiamente manipolate, se non altro dai media.

      e non mi pare che sia una caso se il suffragio universale si sia veramente diffuso soltanto parallelamente alla creazione di mezzi di manipolazione di massa del consenso.

      per cui la democrazia rappresentativa non è oggi un metodo per dare rappresentanza politica ad un effettivo e inesistente volere popolare, ma un modo inventato per rendere più facile l’esercizio del potere e dare l’apparenza del consenso, diminuendo possibili forme di protesta e malessere, attorno alle decisioni necessarie prese dai centri di potere reale.

      • io non ho mai detto che un popolo sia “inadatto” alla democrazia.
        ho detto, semmai, che non era pronto.
        il che è un problema di tempi e di maturazione politica.

        • veramente, red, tu hai scritto: che occorreva chiedersi “se le elezioni erano il sistema giusto per quell’Egitto” e hai continuato “forse no…. forse la nostra democrazia non è esattamente “esportabile”.

          trovo, tra l’altro, molto più corretta questa frase che la correzione di qui sopra, che mi permetto di criticare nettamente.

          sembra che tu pensi nel tuo ultimo commento che la democrazia sia l’esito obbligato, se il popolo “matura”, di ogni sistema politico e di ogni cultura.

          secondo me non è così, e questa è una visino molto eurocentrica e quasi neocoloniale del problema della vita politica in un mondo multiculturale.

          mi sento molto più relativista, e ritengo, ad esempio, il sistema politico cinese, aldilà delle sbavature che ha come ogni altro sistema, non un sistema inferiore al nostro, ma diverso, forse per qualche aspetto perfino migliore…, ma certamente non modificabile dall’esterno.

          altra volta mi sono occupato nel contesto di una simile riflessione della Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo, diversa da quella che abbiamo definito “Universale”.

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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