430. Water Kasteel, il piccolo Alhambra di Yogyakarta – My Indonesia n. 46

30 aprile: (…) i monumenti affascinanti (…)

206. riassunto di tre giorni molto movimentati. My Indonesia 10.

tutto qui? sì.

santo cielo, e cosa sarebbe il racconto del mio viaggio in Indonesia di aprile – maggio se non ci fossero oggi queste integrazioni?

il guasto del netbook (guarito da solo, due giorni dopo il rientro…), dovuto probabilmente al clima equatoriale troppo umido, mi impedì di scrivere in situazione, ma oggi descrivere le esplorazioni quotidiane è ancora più importante che in altri viaggi, che venivano raccontati meglio al momento.

* * *

rimedio ora, ad esempio raccontando più nel dettaglio ancora di quanto possa fare il relativo videoclip, che all’arrivo in prossimità della zona monumentale di Yogyakarta, in cui entrai attraversando il cortile di una scuola elementare assieme a passanti vari e motorini, come raccontato nel post precedente, invece che dirigermi al monumento più importante, il kraton o palazzo del sultano, scelsi di deviare verso ovest, per curiosare su un monumento che la guida presenta come minore, ma che non mi ha fatto pentire della divagazione.

ed oggi scopro anche perché: la Lonely Planet me lo ha taciuto, ma questo sito è stato dichiarato patrimonio culturale mondiale dall’Unesco (come i templi di Prambanan del giorno prima…): e ringrazio il mio fiuto, che non me lo ha fatto trascurare…

eccolo emergere dalle modeste casupole aggregate fra loro e mescolate ad una vegetazione tropicale dai colori squillanti su una piccola collinetta, forse artificiale, con le sue rovine.

si tratta del Taman Sari, cioè del giardino Sari – il significato di taman, giardino, me lo dà il traduttore automatico, per sari invece mi aiuta wikipedia, che lo rende come “bello” oppure “dei fiori”.

il palazzo però è anche chiamato Waterkasteel, cioè “castello sull’acqua”, in olandese, ed è da tempo in rovina, ma è stato di recente restaurato ed è davvero splendido.

* * *

saliti soltanto  di qualche metro in un sentierino di terra battuta tra casupole affascinanti, si arriva a grandi ambienti dalle volte crollate, dove volano cinguettando intensamente i passeri, e, usciti su un piazzale erboso pieno di polvere, ci si affaccia su uno spettacolare intreccio sottostante di elementi monumentali e di vita quotidiana.

mi ricorda certe scene indimenticabili viste soltanto in Siria: ad esempio nelle città bizantine del nord di quest paese, dove le rovine di un millennio fa erano riutilizzate come stalle e al tramonto vi rientravano gli animali dal pascolo per passarvi la notte.

qui il contesto è urbano, ma di una città ancora largamente pre-moderna, ed ecco i panni al sole tra una edicola e l’altra, che non sono isolate in qualche artificioso contesto turistico, ma ancora parte naturale e viva della vita del popolo.

così era perfino Siracusa quarant’anni fa, come me la ricordo, con i panni stesi al sole tra le colonne spezzate di un tempio greco.

* * *

ora, entrando da una piccola edicola sullo spiazzo, una breve serie di corridoi sotterranei a volta fa discendere al palazzo vero e proprio: un Alhambra piccolissimo, trasferito dalla penisola iberica a Giava, dallo stile vagamente moresco e con un paio di grandi piscine d’acqua verdissima come a Granada.

infatti l’architetto che lo costruì tra il 1758 e il 1765 per il primo sultano di Yogyakarta, Hamengkubuwono I, era portoghese, dice la Lonely Planet, e proveniva da Batavia, come si chiamava allora Giakarta.

vai a capire che cosa ci faceva un architetto portoghese in una colonia olandese; ci aiuta forse il ricordo che i portoghesi aveva preceduto gli olandesi nei tentativi di colonizzazione del semi-continente indonesiano, ma era cosa oramai forse di due secoli prima, e oramai ci erano rimaste solo piccole colonie sparse, come Timor, sopravvissuta nelle loro mani fino a non moltissimo tempo fa.

in ogni modo non ero in grado di approfondire allora, la guida non me diceva neppure il nome; ora da casa invece la voce di wikipedia dà una versione diversa, dice che si chiamava Tumenggung Mangundipura, quindi era evidentemente indonesiano e non portoghese, ed era andato a Batavia per studiare l’architettura europea; ed ecco perché questo monumento è caratterizzato da uno stile fortemente occidentalizzato.

comunque sia, il Waterkasteel si pone come intreccio di stili e di culture, è un monumento alla storia interculturale di Giava.

* * *

nei suoi tempi migliori, questo palazzo di piacere del sultano consisteva di circa 60 edifici, con una moschea, camere di meditazione, piscine e una serie di 18 giardini d’acqua sovrastati da un lago artificiale.

relativamente poco di questo è sopravvissuto, perché il palazzo, costruito grazie ad una tassazione straordinaria della popolazione della città, fu utilizzato soltanto fino al 1812, per meno di cinquant’anni, e tutta la sua storia, quasi appena finita la costruzione, diventa quella di una serie di distruzioni e danneggiamenti.

una larga parte viene saccheggiata e danneggiata durante l’invasione inglese di Yogyakarta appunto del 1812; gli impianti idraulici si rivelarono difficili da mantenere; altri danni subentrarono nella guerra di Giava del 1825-30; un terremoto nel 1867 distrusse parecchi edifici e rese definitivamente inagibili le condutture dell’acqua.

* * *

tutto questo, che allora ancora non sapevo bene e rivivo oggi attraverso il piacere del montaggio del videoclip e della scrittura di questo post, aumenta e non diminuisce il fascino dell’insieme, che sembra sopravvivere come piccolo frammento di un sogno troppo grande e quasi dimenticato.

forse un sogno abbellito dal tempo, ma in fondo banale: la torre dalle cui grate si intravvede l’acqua smeralda di due grandi piscine era quella da cui il sultano guardava lì nuotare le sue concubine.

un inno al piacere, al sesso, alla vita neppure troppo complicata dei potenti di allora, fino a che morte e devastazione non arrivarono dall’Europa a ridurli schiavi.

2 risposte a “430. Water Kasteel, il piccolo Alhambra di Yogyakarta – My Indonesia n. 46

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