530. il grande collasso non ha lasciato tracce? la nuova alleanza tra Banca d’Inghilterra e finanza.

questo post è da considerare la prosecuzione ideale del precedente.

* * *

Repubblica, a volte utile quando rivolge il sul sguardo al mondo esterno, informa, riassumendo una notizia del Financial Times, di un importante discorsofatto da Mark Carney, governatore della banca centrale inglese, in occasione del 125esimo anniversario del quotidiano finanziario”.

titolo: “La Banca d’Inghilterra ha fatto la pace con la City e con i banchieri”.

“In apparenza, Carney non ha detto niente di straordinario, limitandosi a notare che, se opportunamente regolata e ristrutturata, la cittadella della finanza può continuare a crescere, diventando sempre di più uno dei centri nevralgici dell’economia nazionale e un polo dell’economia globale, e prevedendo che entro il 2050 potrebbe avere un giro d’affari “nove volte più grande dell’attuale PIL britannico”.”

così minimizza Repubblica, però a me questa notizia che la City di Londra potrebbe in tempi brevi arrivare ad avere un giro d’affari finanziario pari a 9 volte l’intero Prodotto Interno Lordo della Gran Bretagna sembra sconvolgente.

insomma, mentre noi ci occupiamo delle miserabili lotte di potere della politicuccia italiana (l’assonanza scelta non è casuale) nel mondo precede speditamente l’organizzazione del nuovo potere feudale dei signori della finanza che sta cancellando i poteri dei governi tradizionali, degli stati e delle costituzioni.

e ci avvia ad un mondo dove gli uomini comuni sono radicalmente spogliati dei loro diritti storici e ridotti nuovamente a sudditi, per essere eufemisti, ma è meglio dire direttamente a carne da macello, giusto per rendere l’idea.

e questa sembra la conseguenza universale e irrimediabile della potenza tecnologica realizzata dal progresso scientifico, applicata ad una mente sociale primordiale e semi-belluina come quella umana.

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secondo il Financial Times il discorso del Governatore della Banca di Inghilterra “segnala una svolta o addirittura “una rivoluzione”.

Rispetto al suo predecessore lord King, che aveva avuto un rapporto spesso difficile con le banche, giudicandole responsabili del grande crack del 2008 e arrivando a confessare di preferire l’industria manifatturiera a quella finanziaria perché essa, avendo un rapporto diretto con il pubblico, ha una maggiore “moralità”, (…) Carney, insediatosi nel giugno scorso, trasmette quello che il Financial Times descrive come “un messaggio di speranza” alla City di Londra.

Che tipo di speranza? La speranza che, se organizzato e regolato come è necessario, “un vibrante settore finanziario possa essere un bene nazionale e globale”.

La sensazione, in altri termini, che il nuovo governatore della Banca d’Inghilterra, pur consapevole dei guasti operati dalle banche e dagli speculatori negli ultimi anni, ha fiducia nella City e vuole casomai potenziarla, difendendone il ruolo fondamentale nell’economia del Regno Unito, alla quale fornisce un milione di posti di lavoro (due terzi dei quali fuori da Londra) e un terzo del Pil.

(…) Ora arriva il segnale che l’accento sulla regulation, su regole più severe per banche e banchieri, etichettati come “banksters”, metà banker metà gangster nello scorso decennio, potrebbe finire.

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ecco, fermiamoci di nuovo: quando ci chiediamo le ragioni della costante opposizione inglese ad ogni posizione europea comune sulla regolamentazione della finanza, che va arginata nel suo stra-potere, ma trova sempre nel governo conservatore inglese il suo difensore, forse dovremmo fare riferimento a questa vecchia ma sana analisi marxista della struttura economica.

un paese come la Gran Bretagna, dove si svolgono attività finanziarie che presto supereranno di nove volte quanto prodotto nel paese stesso, e dove questa movimentazione finanziaria produce un terzo di quello stesso PIL e dà lavoro ad un milione di persone, è legato mani e piedi al potere finanziario, ed è praticamente sotto un insuperabile ricatto.

* * *

il paradosso finale è che questa svolta viene “da un uomo considerato di sinistra”, o “perlomeno lo è sua moglie”, aggiunge Repubblica, sfidando il senso del ridicolo.

anche se Carney qualche mese al momento dell’entrata in carica disse che “il tempo per il rimorso nel settore finanziario è tutt’altro che finito”, “oggi sembra convinto, diciamo quanto meno da democratico e progressista, che la finanza, se opportunamente regolata, possa giocare un ruolo sempre più grande nell’economia britannica e internazionale, senza che ciò comporti una nuova crisi”.

semplice realismo?

oppure svolta politica che fa tramontare del tutto, almeno in Gran Bretagna, la prospettiva che una azione politica coordinata ponga almeno dei limiti allo stra-potere della finanza?

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tuttavia Repubblica tace su un punto essenziale che serve a comprendere la situazione, e lo fa probabilmente per non turbare la mente del suo lettore con idee strane…

nel 2008 il governo laburista di Gordon Brown ha parzialmente nazionalizzato cinque delle principali banche inglesi (Barclays, Hbos, Lloyds Tsb, Nationwide Building Society e Royal Bank of Scotland; Abbey, Hsbc, e Standard Chartered avevano rifiutato allora gli aiuti statali e la parziale nazionalizzazione), rifinanziandole  con 50 miliardi di sterline (circa 64 miliardi di euro) e mettendo loro a disposizione linee di credito per altri 250 miliardi di sterline lo stato e 200 la Banca d’Inghilterra – a conti fatti fanno oltre 600 miliardi di euro: ma non buttati a fondo perduto, come usa in Italia, ma acquisendo per lo stato quote di proprietà.

e portando lo Stato nell’’azionariato delle banche aiutate, il governo laburista ha posto le premesse comunque per un maggiore controllo statale sul loro operato.

e questo può servire a spiegare meglio il relativo ottimismo del principale banchiere pubblico sulle possibilità di collaborazione tra la Banca Centrale e le altre banche.

* * *

a questo punto faccio mia la domanda finale che si pone Repubblica, e la sua risposta:

“Il grande collasso non ha lasciato tracce?

Lo si vedrà nei prossimi mesi”.

o forse nei prossimi anni, mi permetto di correggere.

e non è neppure vero che il collasso non ha lasciato tracce, almeno in Inghilterra.

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aggiungo infatti una domanda strettamente personale a quelle di Repubblica.

quando vedremo anche in Italia che i capitali messi a disposizione delle grandi banche private, da parte dello Stato, si traducano in azionariato e in forma di controllo pubblico?

10 risposte a “530. il grande collasso non ha lasciato tracce? la nuova alleanza tra Banca d’Inghilterra e finanza.

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  3. 🙂 Per fare un paradosso, quando gli investitori britannici hanno concentrato i loro investimenti speculativi dai titoli finanziari al mercato manifatturiero, creando una sinergia ideale funzionale al profitto, hanno creato la East India Company ed il moderno imperialismo. Dimostrazione empiricamente provata che “un vibrante settore finanziario” NON potrà mai “essere un bene nazionale e globale”. A meno di non dover rivalutare le “Guerre dell’oppio” e la Tratta degli schiavi, per esempio.
    Una holding finanziaria non ha vincoli etici o sociali e soprattutto risponde esclusivamente ai suoi azionisti di maggioranza, ai quali deve garantire lucrosi dividendi. Altro che “società” e “collettività”!
    L’unico “bene” che concepisce è privato. Ed è frazionato in pacchetti di partecipazione.

    Poi certo c’è ancora chi (tipo La Repubblica) scambia ancora i “Laburisti inglesi” come qualcosa di Sinistra. E le conseguenze si vedono…

    • infatti: non si sottolineerà mai abbastanza la mistificazione secondo la quale i profitti privati di qualcuno dovrebbero essere considerati una fortuna sociale: se sono sociali, socializzateli!

      quanto ai laburisti inglesi, tuttavia hanno finaziato le banche entrandovi con quote azionarie dello stato, non a fondo perduto come ha fatto l’Italia!

      saranno laburisti, ma sono un poco più di sinistra di quell’ameba che è il Partito Democratico.

      • Anime perse alla perenne ricerca di un senso…
        Un tempo parlavano di Libertà, Uguaglianza, Giustizia (sociale); oggi le parole d’ordine sono entusiasmanti involucri vuoti come: “Stabilità”; “Governabilità”; “aprire ai moderati”… all’insegna di una senilità che più che condizione anagrafica e soprattutto d’animo, prosciugato in un pragmatismo decrepito e senza alcuna idealità.

          • “Com’è potuto succedere?”

            Al massimo, posso fornire la mia interpretazione personale…
            Con la caduta del Muro di Berlino, il principale partito della Sinistra italiana (il PCI) si è improvvisamente ritrovato nelle condizioni di dover ridefinire in fretta posizioni ed obiettivi, disegnandosi una nuova identità politica. Ci provò (secondo me, con prudenza e dignità) il tenero Occhetto travolto dagli eventi, ma non poteva funzionare… In tempi di riflusso, sull’onda lunga dell’edonismo consumista degli anni ’80 (di cui il berlusconismo è stato la massima espressione), Occhetto non aveva assolutamente il physique du role, con quell’aria bonaria e un po’ mesta da salsicciaio da Festa dell’Unità; portava persino i baffi! Un peccato capitale nella nuova Italietta dalle facce glabre dei giovani arroganti stronzetti, rosolati nei solarium dei “centri benessere” e cresciuti nell’idolatria dell’egoismo individualista post-reaganiano.
            Fu un disastro. E non poteva essere diversamente. Ma il vero cataclisma secondo me è avvenuto con l’avvento del “veltronismo”. La sinistra italiana in cerca di nuovi modelli, nel giusto o nel male, all’epoca poteva attingere a due modelli che sembravano vincenti in Europa, senza rinnegare la loro connotazione di sinistra: i socialdemocratici tedeschi ed i socialisti iberici. Ovviamente, Veltroni scelse il “blairismo” ed il mito (post-mortem) dei Kennedy, importando flagranti menate come il politically correct che da noi avrebbe assunto la forma gelatinosa e melensa del “buonismo”, con tutta la paccattoglia di un filo-americanismo d’accatto e molto provinciale. Ci si riempì la bocca con la nuova parola d’ordine: “riformismo” e si pescava a strascico nella cosiddetta “società civile”, intesa come cooptazione di elite corporative.
            Erano del resto gli anni in cui l’Unità regalava gli album delle figurine dei calciatori, degli innamoramenti “liberali”, dell’incredibile “la Lega è una costola della sinistra”, e dello “sfondamento al Centro”… L’eccezionale risultato fu quello di perdere milioni di voti a Sinistra, senza guadagnarne nessuno a destra. In compenso, dal “centro” sono arrivati centinaia di generali senza eserciti, ma bramosi quant’altri mai di potere e poltrone.
            I risultati più eclatanti di questa stagione ‘riformista’ sono stati la famosa Bicamerale (che ha sputtanato D’Alema e il Partitone per i secoli a venire) e quel disastro targato Bassanini, come la “modifica del Titolo V della Costituzione” di cui ora paghiamo amaramente le conseguenze.
            Se si pensa che i dirigenti attuali del PD-DS-PDS (col formidabile apporto di democristiani di ogni risma), sono gli stessi di 20 anni fa, in un partito dove ormai sono tutti dalemiani o diversamente dalemiani… se si considera che tale ventennio è stato peraltro caratterizzato dalla diarchia D’Alema-Veltroni e dalla loro faida interna… allora si spiega (quasi) tutto.

            • condivido tutto sul piano della descrizione, metterei soltanto più in rilievo il ruolo di D’Alema rispetto a quello di Veltroni: Walter è stato il colore locale, ma non è mai stato al governo; D’Alema è stato il cuore del partito.

              Veltroni è stato una verniciata di americanismo posticcio, D’Alema la continuità della tradizione comunista.

              Occhetto era il più pilito lì dentro, ma fu massacrato da quelli del Manifesto, per primi.

              ho recentemente riletto Pintor e il suicidio di Magri mi ha fatto ripensare a questa parte della storia della sinistra, di cui sono stato parte anche io.

              a mio parere c’era qualcosa di malato nello stalinismo togliattiano: la crisi della sinistra comincia dal tradimento contro Gramsci; la doppiezza e la mancanza di autentico spirito democratico; la ripetizione in forma nuova del culto del potere cattolico e democristicano; lo strutturarsi come una chiesa per appartenenza.

              e anche quando il manifesto si ribellò all’invasione di Praga non lo fece in nome di precise istanze morali, che pitevano diventare la base di una nuova politica, ma per elementi ideologici, cioè strutturalmente aristocratici, buoni per produrre una élite intellettuale autocompiaciuta.

              insomma, dietro la crisi della sinistra ci sta la crisi profonda, forse irrimediabile, della cultura italiana.

              quando D’Alema ha partecipato al bombardamento della Serbia, come mai la base non ha protestato? quando ha fatto la Bicameralem perché hanno scrollato le spalle anche se erano anti-berlusconiani?

              posso capire l’errore della riforma para-federalista di Bassanini, ma in fondo lì si sono espresse defaillances minori.

              insomma, se si riguarda indietro, vengono i brividi: non ne hanno mai azzeccata una su una; sono SEMPRE stati una manica di incapaci arruffoni e arraffoni, buoni per fare opposizione in qualche modo, ma privi di concretezza e di amore per la realtà.

              e adesso vanno a metterti una bindi alla’antimafia, che è come dire: non ce ne frega niente, visto che la piccola sembra decotta.

              e non è rimasto altro che loro, sul mercato! – uso la parola apposta.

              ma il vero problema è che in questo paese manca un’opinione pubblica, manca la voglia di interessarsi del bene comune, manca una borghesia che non sia parassitaria: manca la borghesia dell’intelligenza della cultura e della preprazione, e anche le intelligenze giovani che ci sono (guardati qui intorno nel blog) sono assolutamente disperse nel narcisismo o nell’opportunismo.

              il tema di fondo, a mio parere, è la mancanza di senso morale come fatto congenito della cultura italiana.

              • Be’ come ebbe a dire più di mezzo secolo fa un eretico quale fu P.P.Pasolini (incrocio parossistico di idealismo conservatore e radicalismo rivoluzionario), e che infatti finì malissimo, in uno dei suoi film più belli e più massacrati dalla censura, “la Ricotta”, a proposito della società italiana: «il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante d’Europa».
                E davvero a volte sembra che ogni emancipazione sia impossibile.

                • già, lo cito spesso anche io (dimenticando, ahimé, la parte sul popolo), aveva ragione.

                  basta guardare i nostri quotidiani, ridotti a televisioni on-line, e pensare che è solo una piccola minoranza che li legge.

                  però proprio questo era il senso della sinistra: essere qualcosa di diverso.

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