tra le cinque e le cinque un quarto sul mare di Lampedusa – 567.

faccio fatica a capire perché nessun’altra testata abbia ripreso l’agghiacciante inchiesta giornalistica dell’Espresso sul naufragio di Lampedusa.

per quel che vale, cioè praticamente nulla, mi piacerebbe contribuire a diffondere la notizia.

* * *

testimoniano dello svolgimento dei fatti un primario di un ospedale di Aleppo, un chirurgo in una clinica privata della stessa città e un neurochirurgo all’ospedale dell’Università, sempre lì: un bello spaccato sui profughi che chiedono asilo e che, come mi sforzo invano di ricordare, contro i pregiudizi, sono le èlites dei paesi da cui fuggono, dato che sono gli unici che hanno i mezzi per farlo, mentre gli altri sono costretti a restarci in trappola, come gli ebrei al tempo di Hitler.

* * *

durante la notte del naufragio la nave su cui erano imbarcati viene inseguita e mitragliata  dalla marina libica, in linea con quanto prevedono gli accordi Italia-Libia firmati da Berlusconi e sostanzialmente riconfermati il 3 aprile 2012 dal ministro Cancellieri, allora all’Interno.

alla voce Monitoraggio dei Confini si legge che i due paesi si impegnano ad “adoperarsi alla programmazione di attività in mare negli ambiti di rispettiva competenza, nonché in acque internazionali, secondo quanto previsto dagli accordi bilaterali in materia e in conformità al diritto marittimo internazionale”.

mitragliare le navi senza neppure distinguere tra profughi e migranti irregolari deve essere l’attuazione concreta di questi principii.

perché qui sta la somma ipocrisia italiana: la Libia non ha mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato politico e non fa distinzione tra richiedente asilo e migrante, neppure dopo la caduta di Gheddafi.

quindi, accordandosi con la Libia sul pattugliamento delle coste e del mare circostante senza esigere questa distinzione, l’Italia sta semplicemente violando la propria Costituzione, che prevede all’art. 8 il diritto di asilo per i profughi che rischiano la vita.

ma come è grottesco tutto ciò: non solo la Libia convenzionata con l’Italia, per fare il lavoro sporco, non protegge i profughi dal rischio della vita, ma li ammazza essa stessa, aiutata dalla normale incuria burocratica italiana.

* * *

insomma, in poche parole, alle luci del giorno, verso le 10, i disperati ammucchiati sulla barca si accorgono che i colpi libici hanno aperto degli squarci nello scafo e che la nave sta imbarcando acqua.

il primario parla inglese e prima di partire, previdente – ma inconsapevole delle nostre abitudini – si è segnato sul cellulare il numero del Pronto Soccorso italiano in mare; lo scafista gli mette a disposizione il telefono satellitare e lui chiama speranzoso; non sono ancora le 11.

riesce a mettersi in comunicazione con un’addetta: le dice: per favore, siamo su una barca in mezzo al mare, siamo tutti siriani, molti di noi sono medici, stiamo affondando; l’uomo, terrorizzato, piange.

e lei: mi dia le coordinate.

lui gliele dà, perché ha il GPS sullo smartphone.

 e lei: stia tranquillo (Keep calm?), qual’è il problema?

lui glielo ridice: siamo in pericolo di vita, stiamo andando verso la morte, abbiamo più di cento bambini con noi. 

ok, fa lei, mi dia le coordinate (dev’essere la procedura prevista).

lui gliele ridà.

ok, ok, fa lei, e butta giù la comunicazione.

* * *

il peschereccio comincia a girare in circolo per mantenere la posizione.

siccome non si vede nessuno, alle 12,30 il primario si arrampica di nuovo sul tetto della cabina di comando, l’unico punto dal quale si riesce a collegarsi al satellite, e richiama.

risponde la stessa donna, lui ripete chi è, lei dice ok ok e torna a chiudere la comunicazione.

* * *

ancora mezzora e i disperati richiamano.

a questo punto la donna mette la chiamata in attesa e dopo un po’ arriva un uomo: guardate, siete in una zona che è nella responsabilità di Malta, dovete chiamare loro.

il medico supplica: stiamo per morire.

per favore, chiamate Malta, vi do il numero: 00356…

e anche questo butta giù il telefono, prima che il disgraziato abbia ancora finito di scrivere il numero.

Lampedusa era a 100 km, Malta a 230 km.

* * *

si è fatta l’una, intanto, e il medico comincia a chiamare e richiamare i maltesi.

alle tre del pomeriggio li aggancia, e gli dicono che arriveranno in 45 minuti.

alle quattro del pomeriggio che hanno ancora bisogno di un’ora e 10 per raggiungerli.

alle quattro e mezzo arriva un aereo che comincia a sorvegliare la nave dall’alto.

alle 17 un bambino nasce sulla nave.

alle 17 e 10 la nave affonda.

alle 17 e 15 quel bambino appena nato è già morto.

assieme ad altri 365 esseri umani: uno per ogni giorno dell’anno.

lui era quello in più, Dio dev’essersi sbagliato e avere pensato che l’anno fosse bisestile.

alle 17:26 i pattugliatori Zara della Guardia di Finanza sono ancora nel porto a Lampedusa: bastava un’ora e mezzo per raggiungere il peschereccio.

* * *

e io non ho altro da dire.

forse, se può interessare qualcuno, non sono riuscito a trattenere le lacrime, leggendo, e ho le lacrime agli occhi anche adesso, scrivendo.

mi ricordo Vittorini e quello che scriveva sul mondo offeso: ma c’era il fascismo, c’era il nazismo, vero? come si chiama quello che c’è adesso?

* * *

intendo per notizia un fatto che fa pensare e resta nella coscienza e non la piacevole anche se cupa emozione che condisce la cena davanti alla tv.

ma forse mi devo definitivamente abituare all’idea che oramai questa è una notizia scaduta e finita fuori mercato.

le grandi tragedie umane sono diventate un prodotto usa e getta per il pubblico dei media.

per me sono invece una metafora della condizione umana su cui riflettere e un momento di stimolo all’azione per provare a cambiare le cose e i nostri atteggiamenti complici di fronte alle cose.

quando capirò definitivamente quel che è chiuso al mio sguardo, e cioè che appartengo ad un mondo scaduto di esseri umani veri che non esiste più, sostituito da questi fantasmi tele-dipendenti che provano solamente emozioni false, chiuderò con il blog.

15 risposte a “tra le cinque e le cinque un quarto sul mare di Lampedusa – 567.

  1. Increscioso e vergognoso….come davanti alla vita umana si spalleggino responsabilità sul filo dei km e della burocrazia.
    In che mani siamo….
    Dico siamo perchè queste situazioni non vanno sempre considerate spettanti ad altre persone…potrebbe succedere a ciascuno di noi…ipotesi lontana al momento, ma non impossibile per qualsiasi motivo…
    (facendo scongiuri chiaro).

    Tristezza infinita. Fatto bene io a gettar via la televisione…Vivo molto ma molto meglio…

    (non chiudere il blog, che qualcuno non scadente qui c’è ancora, anzi più d’uno!)

    • forse quella donna non sapeva l’inglese, magari l’inglese pronunciato male da un siriano?

      mi sono fatto mille doamnde per trovare almeno qualche attenunate di fronte a comportamenti che appaiono semplicemente mostruosi.

      poi, però, arrivo alla risposta più scoraggiante: è la normalitá italiana.

      l’altro giorno meggevo qui in un blog: una donna che si trova a deover subire degli attacchi estremamente doloris descriveva il comportamento molto diverso della gente attorno in un paese nordico, dove tutti la circondano con solidarietà, e quello indifferente che incontra in Italia,

      noi continuiamo a vantarci di avere un cuore grande rispetto agli altri popoli: purtroppo è solo provincialismo.

      chi lo sa, appena può se ne va, come da un condominio troppo rissoso; il fatto è che restano solo quelli che non lo sanno, e più facilmente i peggiori.

  2. Veramente allucinante sono d’accordo, ma non so perché io me l’aspettavo: era veramente troppo strano che nessuno avesse avvistato l’imbarcazione come avevano voluto far credere. In compenso, Alfano qualche giorno dopo è andato in Parlamento a riferire che, comunque, c’erano bare per tutti. Avranno fatto qualche appalto truccato come per le “case” dell’Aquila? E perché no? Al peggio non c’è mai fine.

    • credo che, oltre un certo limite, i processi negativi si autoalimentano rafforzandosi via via.

      a mio parere l’Italia ha già oltrepassato questo punto.

      il ritorno all’equilibrio, in questi casi, può avvenire soltanto attraverso qualche catastrofe sociale che distolga la gente dagli egoismi che ha introiettato.

      (e a te, come va? :))

      • Si va a scuola, come sempre, cercando di rimediare con l’educazione a un ventennio di berlusconismo, nella convinzione che, nonostante tutto, quelli che si fanno un mazzo per poco più di mille euro al mese, sono migliori di certi politici e di certi governi. Finché reggiamo, tra mille difficoltà.

        Hai presente il rap di Caparezza?
        sono un eroe, perché lotto tutte le ore. Sono un eroe perché combatto per la pensione
        Sono un eroe perché proteggo i miei cari dalle mani dei sicari dei cravattari
        Sono un eroe perché sopravvivo al mestiere. Sono un eroe straordinario tutte le sere

        • grazie della bella canzone, che ovviamente non conoscevo: come sai, la mia cultura musicale riferita alla musica contemporanea di massa è nulla.

          combattere il berlusconismo e il post-berlusconismo, quasi peggiore, a scuola assomiglia molto a svuotare l’oceano col cucchiaio, ma capisco che non c’è molto altro da fare…

          la mia stima a chi, rimasto in trincea, continua: io ora ho a disposizione qualche cucchiaino ancora più piccolo per provarci, come il blog e qualche altra iniziativa che sta andando in porto e di cui ti parlerò tra poco. 🙂

    • ecco, questa tua osservazione (che arriva qui dopo che ho rimosso il commento dallo spam, dove la piattaforma lo aveva assurdamente relegato), approfondisce il discorso ed apre una prospettiva angosciante.

      quella delle norme che soffocano la pietà.

      e non riesco a dire di più, però trovo agghiacciante questa logica, è come se lo spirito bruocratico avesse pervaso tutto il nostro essere e si fosse stabilito solidamente dentro il nosotro stesso cervello…

  3. l’ipocrisia italica oscura sia quella bizantina che quella,eppure eccezionale, della sua grande maestra: santa romana chiesa..!

    il tuo post e diecine di altri non mi stupiscono affatto….!
    ti ricordi l’atteggiamento dell’ambasciata italiana a buenos ayres ai tempi dei desaparecidos??
    l’ordine era..:”lavatevene le mani..,anzi riconsegnateli alle autorita’”…e la maggior parte di quei poveri ragazzi era di origine italiana come i loro aguzzini.
    senza contare i guai patiti da un onesto dignitoso funzionario che cercava invano di aiutarli????

    tutto sommato siamo degni figli della infame maestra…!!

    • purtroppo non possiamo che darci ragione a vicenda.

      molti dei mali italiani sono poi limiti comuni all’umanità intera: ma ci sono modi tutti nostri di ostentarli e moltiplicarli che sono francamente disgustosi.

      la radice cattolica è poi semplicemente un feedback, probabilmente: il cattolicesimo lo hanno creato gli italiani molo di più di quanto no sia stato il cattolicesimo a renderci così.

  4. una visione del cattolicesimo all’italiana realistica ma non dimentichiamo quello sudamericano….ieri come oggi accanto ai ricchi ai fascisti ai padroni….e naturalmente lontani dalle masse popolari adulate con la solita speranza di un mondo migliore….naturalmente quello ultraterreno..!!
    siete fortunati.! :pensate ai ricchi che,a meno che’ quel benedetto cammello non si decida a passare attraverso la cruna di un ago non possono andare in paradiso..!!.

    • e papa francesco allora? (provocazione calcolata…)

      e non dimentichiamo mai, giusto per avere la dimensione esatta della fede, che quel famoso kàmelos era poi in greco antico la gomena della nave, mal tradotta in “cammello”!

      e già che c’erano, potevano anche dire che è più difficile che un camallo passi per la cruna di un ago…, almeno facevano contenti i genovesi con la citazione!

non accontentarti di leggere e scuotere la testa, lascia un commento, se ti va :-)

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